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IL MESSAGGIO AI TURISTI

 

Carissimi turisti,

le Chiese della Metropolia di Taranto, Oria e Castellaneta, vi accolgono con gioia e vi augurano un tempo di serena permanenza per poter visitare, conoscere, contemplare, la bellezza naturale, artistica, storica, culturale, religiosa (ricca di tradizioni) di una zona meravigliosa della Puglia. Il nostro mare, il sole, le colline, la cucina, i prodotti della terra, l’arte, con la comunità, sempre accogliente e disponibile, vi offriranno il meglio per la vostra vacanza che è anche tempo di riposo, di riflessione e di fraternità.  Desideriamo che la vostra “presenza” tra noi vi riservi momenti di silenzio e di pace, di sane letture, di preghiera, di scambio culturale e partecipazione ai momenti di festa e di gioia del nostro popolo. Quando il cuore dell’uomo si apre alla contemplazione di Dio, nella bellezza della natura e nella grandiosità del cosmo, scopre come ogni cosa parla di Lui e del Suo amore. “Quanto sono amabili tutte le sue opere!” (Sir 42,22). Che tutto questo susciti grande stupore ed un profondo senso di gratitudine, insieme custodiamo ciò che Dio ci ha donato. Anche l’accoglienza nelle nostre diocesi di tanti profughi, è un grande segno di solidarietà, di gratuità e apertura ad altre culture ed etnie. Tutti danno prova della loro umanità, mobilitandosi in aiuto di questi fratelli.  Vi invitiamo a fare vostro l’invito di papa Francesco che chiede di non vivere la vita come se fosse un turismo esistenziale, senza meta, e di diventare, invece, testimoni di una “fede che cammina”, seguendo le promesse di Dio.  Vi affidiamo all’intercessione della Beata Vergine Maria, Regina Apuliae, e di cuore vi benediciamo!

Filippo Santoro,

arcivescovo metropolita di Taranto


EDITORIALE

SIAMO TUTTI CALABRESI

francesco_calabria

Calabresi e non… Si è consumata la visita di un padre 

buono ai suoi figli, di Papa Francesco alla Chiesa di Calabria, nel segno della diocesi di Cassano all’Jonio, lasciando impresso il solco nel quale continuare a camminare. Da oggi in avanti. 

Calabresi e non… Un popolo ferito dal male che, in questa terra, spesso urla spavaldo, assumendo il volto deturpato dell’ingiustizia, della violenza, del malaffare, della sopraffazione, dei mille volti di ogni mafia; ma anche un popolo vivo, perché tanti, uomini e donne, nonostante tutte le difficoltà, non si rassegnano e continuano con coraggio e fiducia a costruire quotidianamente i segni del bene.

Calabresi e non… A questo popolo, ferito ma vivo, Papa Francesco ha portato il suo affetto concreto, il suo sguardo attento, il suo ascolto sincero, ma soprattutto ha voluto contribuire, con la franchezza della sua testimonianza e della sua parola, al bene più necessario e urgente: il risveglio delle coscienze addormentate e l’incoraggiamento vigoroso di quelle già deste. 

Calabresi e non… Un popolo che dal Papa ha ricevuto un forte richiamo a vigilare per non lasciarsi mai derubare della speranza, a non cadere vittima di una rassegnazione infruttuosa e deresponsabilizzante. 

E, insieme, un amorevole incoraggiamento a riprendere, con rettitudine e creatività, passo dopo passo, il cammino verso un rinnovamento profondo del tessuto umano, sociale, ecclesiale, per la promozione del bene comune; un incoraggiamento a mettere ogni sforzo, sia a livello individuale che comunitario, per dire no a quelle catene inique - ogni forma di mafia e di degrado umano - che ancora deturpano il volto della Calabria, impedendone una crescita autentica e duratura. 

Calabresi e non… Un popolo esortato a riprendere coscienza delle proprie risorse umane e territoriali, rimettendo al centro della rinascita le energie migliori, a cominciare dai giovani. Papa Francesco ha indicato con chiarezza il percorso da seguire: “Un popolo che adora è un popolo che cammina!”. Adorare e camminare. Adorare il bene in tutte le sue espressioni autentiche (nella fede, Dio Amore che è il Bene) e camminare nella carità operosa. L’una cosa rende autentica l’altra e ne reclama la sinergia. Dunque, culto del bene nel cuore e nella mente, culto del bene nell’operosa azione quotidiana, a livello individuale, sociale, ecclesiale. Non sterile utopia, ma fondata speranza che, con rinnovata responsabilità, le donne e gli uomini di buona volontà di Calabria possano riprendere in mano il proprio destino.

Calabresi e non… Oggi diciamo: siamo tutti calabresi.

La redazione


TRACCE

LA SUA VITTORIA

di Emanuele Carrieri

Una donna e due bimbi uccisi con efferatezza, gli indizi che si trasformano in confessione e l’assassino che prende il volto dello sposo e del padre. Si vorrebbe cambiare canale, il tempo scorre inesorabilmente e il dolore aumenta di pari passo, per le povere vittime, per tutti i familiari, per tutta la comunità, ma anche una sensazione di smarrimento per una natura umana che può regredire fino a tale stadio, fino a uno stadio impensato e impensabile.  

Si vorrebbe voltare la pagina del giornale, ma un delitto così efferato, fra le mura di una casa, fra le case della nostra comunità, fatta di gente normale, non può non interrogarci, anche perché avvenimenti come questo non sono più rari ma accadono con una frequenza sempre più ravvicinata. 

E nel disorientamento di una società sempre più alla deriva, incapace di formare e di educare, di progettare un qualunque avvenire, vengono a galla le tendenze istintive più remote, fatte di possesso, di rappresaglia, di incapacità di guardare e di riconoscere l’altro, anche quando ha il volto della persona amata, della propria moglie, dei propri figli, della propria madre. 

Le tendenze istintive spadroneggiano sull’individuo, lo determinano e lo rendono servo, facendolo cadere negli abissi più profondi. Per poi capire che non ci sono cause, non ci sono condizionamenti, ma solo una affettività delirante, in più respinta, che genera la mostruosa convinzione che la famiglia sia una palla al piede. Lo sforzo di risalire controcorrente il fiume dei delitti familiari che hanno sconvolto le cronache negli ultimi mesi ci riconsegna sempre la stessa conclusione: le tanto ricercate cause, alla fine, non ci sono. 

La scorciatoia sociologica è impervia come un ripido sentiero di montagna quando diluvia, tanto quanto lo sono le vie brevi percorse nelle aule dei palazzi di giustizia: le perizie medico legali, le infermità mentali, i disturbi psichici, i disordini della sfera affettiva, comportamentale o relazionale non possono, sempre e comunque, offrirci tutte le soluzioni. Non abbiamo nemmeno il coraggio di nominarlo: “il male” è il suo nome e non ha mai cause. Ma se non ha cause, il male, proprio come il Bene, ha dei percorsi, delle spinte e delle logiche che lo fanno apparire possibile. 

La tentazione assassina ha le sue argomentazioni, il suo delirio, la sua folle catena di ragionamenti personali che la rendono accettabile a chi vi ricorre, fino al punto da presentarla come una soluzione ammissibile, anzi l’unica soluzione possibile se si vuole mettere a tacere il proprio disagio interiore che non si sa neanche nominare, ma che devasta la mente e il cuore, fino alla follia. Ma se così è, allora il chiamare il male con il suo nome, il non archiviarlo come una semplice conseguenza, ma presentarlo come una scelta consapevole di una lucida e conseguente follia, è il primo passo per rintracciarlo. Abbandonare il sentiero della ricerca delle cause significa incamminarsi per le strade che riportano alla conoscenza dell’essere umano e della sua natura. 

Occorre risalire il fiume della storia fino al punto di rottura, fino a quel concetto di peccato originale e di natura umana corrotta del quale ci siamo sbarazzati e che ora riemerge: oggi più che mai, si è dimenticata la forza del male, ma rimane vero che la vittoria del male è di far credere che non esista. Occorre tornare a pensare l’uomo come mortalmente fragile, come costituito da una natura ferita e, quindi, esposta al degrado di sé: una natura che, proprio per questo, porta a scegliere fra il Bene e il male, fra il riconoscimento del volto dell’altro e il suo disconoscimento, la sua soppressione. Avere voltato le spalle a questa verità, non averne più parlato, non ci ha certo giovato e oggi ci troviamo tutti, sgomenti e inermi, dinanzi a efferatezze immense, nelle nostre comunità, fra le persone come noi e che, fino a ieri, abbiamo giudicato le più affidabili. Dinanzi a questo dolore infinito, dobbiamo convertirci culturalmente a pensare al male come a una realtà che esiste, così come dobbiamo ritornare a pensare che la scelta fra il Bene e il male, fra l’arrendersi al volto dell’altro e il negarlo nella sua dignità e nella sua stessa esistenza, non si chiama solo reato, ma si chiama, innanzitutto e soprattutto, peccato ed è la vera scelta cruciale della nostra esistenza, l’unica che veramente conta, l’unica della quale saremo chiamati a rispondere.  


          













 

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