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Cassa integrazione all’Ilva: ora le cose cambieranno

La fame di lavoro è da sempre una costante delle popolazioni meridionali: un’asserzione che suona banalità. Eppure nella vicenda storica del Mezzogiorno, Taranto occupa un posto tutto particolare e riveste una dinamica a sé. Godendo di una situazione geografica particolare, Taranto è da ben oltre un secolo una città industriale che, godendo di cospicui investimenti pubblici, ha conosciuto una crescita vertiginosa che, almeno in alcuni decenni, le ha fatto conoscere una più limitata emigrazione rispetto a tutto il Sud, anzi ha fatto decuplicare la popolazione in un secolo, richiamando un’immigrazione interna dalle vicine regioni meridionali.
L’ultimo capitolo di questa industrializzazione indotta è stato quello dello stabilimento siderurgico, privatizzato a metà degli anni Novanta, dopo che i manager pubblici avevano dissipato, per assecondare partiti e lottizzazioni selvagge, una valanga di denaro pubblico. Ebbene, anche l’Ilva privata ha conosciuto ora, per la prima volta, la cassa integrazione ordinaria. Un evento che, a nostro parere, non può essere classificato tra gli avvenimenti che ordinariamente caratterizzano la vita di un’azienda, dal momento che sappiamo come il Gruppo Riva abbia sempre aborrito l’idea di ricorrervi. Un evento che potrebbe, anche a livello molto teorico, preconizzare un cambiamento nelle politiche sociali della fabbrica e, chissà, anche in quelle occupazionali e produttive. In situazioni come queste, la paura di una fase di deindustrializzazione spaventa, proprio per l’incapacità da sempre mostrata dall’impresa privata di proporsi come motore produttivo.
E così rivolgiamo due domande a Rocco Palombella, segretario generale della Uilm che è un po’ il decano dei sindacalisti metalmeccanici in servizio.
Non credi che, al di là delle prese di posizioni che si registrano sul ridimensionamento di un’industria troppo inquinante, il ricorso alla Cig apra nuove prospettive nell’industria tarantina?
“Il ricorso alla cassa è legato all’evento critico nel mercato dell’acciaio ma inevitabilmente apre una fase nuova che segnerà una svolta sia nelle relazioni con il territorio, destinate sicuramente a peggiorare. Proprio il disinteresse che il Gruppo Riva aveva mostrato finora nei confronti della Cig, ci fa temere che il ricorso, una volta deciso, apra una nuova fase”.
Consentimi un volo pindarico nel farti l’altra domanda: se l’Ilva decidesse di propria iniziativa un ridimensionamento produttivo, magari graduale, la città e la provincia sarebbero in grado di darsi alternative produttive?
La domanda potrei considerarla pleonastica: certamente non sarebbero in grado di affrontare il problema e neanche di aprire una nuova fase. Però…può darsi che un problema lo si sappia affrontare adeguatamente solo quando si presenta realmente e non quando lo si ipotizza! Per quanto mi riguarda io ritengo che si debba fare di necessità virtù e pensare, nell’eventualità di una crisi più marcata, e chissà di un ridimensionamento della fabbrica deciso dalla proprietà, a trovare nuove prospettive di sviluppo come fatto ineluttabile.
Credo che sarebbe non solo una possibilità innegabile (che sarebbe già stata valida negli ultimi anni!) ma addirittura necessaria, da studiare da subito, prima che si possano verificare sorprese future.

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