Arc2011dic030-Nuovo Dialogo

DICEMBRE 2011 - N° 30

EDITORIALE

QUEI MILLE VOLTI

di Giancarlo Perego 

Ancora morti in mare. Ormai nell’anno che sta per concludersi i morti accertati hanno superato il migliaio. La tragedia dal Mediterraneo si sposta e ha toccato questa volta il mare Adriatico, al largo di Brindisi. La rotta della Puglia già precedentemente era stata battuta ed è una delle rotte del traffico degli esseri umani proveniente soprattutto dal Medio Oriente e dall’Asia.

È chiaro, però, che in questo preciso momento in cui è stata chiuso il porto di Lampedusa, perché giudicato porto insicuro, e sono stati rafforzati i pattugliamenti nel Mediterraneo, alcuni dei barconi in viaggio hanno scelto direzioni diverse, tra cui le coste della Puglia. Nei prossimi mesi potremmo assistere ad un aumento di sbarchi che si dirigeranno in particolar modo appunto verso questa regione.

La tragedia adriatica ripropone gli impegni da sempre sottolineati anche nel mondo ecclesiale. Una prima direzione da intraprendere è lavorare maggiormente per creare canali protetti per le barche in mare, soprattutto in questa stagione che vede le condizioni climatiche non sempre favorevoli. C’è un grande numero di flotte che battono bandiere diverse nel Mediterraneo, che possono di fatto costituire una risorsa per accompagnare e custodire i viaggi della speranza, perché non si risolvano in tragedia.

Una seconda direzione a cui guardare è certamente quella della cooperazione internazionale che, in questi ultimi anni, da parte di tutti gli Stati europei e non solo, anche alla luce della crisi, si era fortemente indebolita per non dire praticamente azzerata. Una cooperazione che più che ai grandi progetti ripensi un coordinamento e una valorizzazioni delle risorse che la solidarietà ha creato al di là del Mediterraneo, oltre che favorire processi di dialogo e di nuova democrazia, – come in questi giorni è stato ripetuto alla 86° Settimana sociale dei cattolici in Francia.

Una terza direzione è provare a rileggere anche le modalità con cui entrano gli stranieri in Italia e in altri Paesi in Europa, per dare quote maggiori soprattutto ad alcuni Paesi che in questo momento sono al di là del Mediterraneo e vivono la drammatica situazione di rivoluzioni e di instabilità.

Non possiamo nasconderci che in queste settimane molte centinaia degli sbarcati a Lampedusa e accolti nelle comunità e case di accoglienza dei Comuni e delle Diocesi in Italia hanno visto ricusata la loro domanda di asilo o di protezione umanitaria, così come altri a febbraio vedranno scadere il loro permesso umanitario. Pensare a loro anzitutto, perché non si chiuda un ingresso legale nel nostro Paese è certamente un’attenzione sociale e politica che guarda concretamente alla drammatica situazione in cui si vive sull’altra sponda del Mediterraneo.

Diversamente, potremmo assistere oltre che a nuovi arrivi che si risolvono in una drammatica situazione, come per alcuni di coloro che volevano sbarcare in Puglia, a presenze che continuano di persone arrivate dal Nord Africa e che si confondono tra le migliaia di altre presenze irregolari di stranieri nel nostro Paese.  


TRACCE

SE LA DIGA CEDE

di Emanuele Carrieri 

Si continua ancora adesso a chiamarle eufemisticamente morti bianche, come se non ci fosse niente, ma proprio niente di sporco.
Si allunga, giorno per giorno, l’elenco delle vittime di disgrazie sui luoghi di lavoro, conservando un primato negativo tutto italiano. Persone che la mattina escono da casa per andare a lavorare e la sera non ritornano più. È una triste, tristissima contabilità, da aggiornare di continuo.
I decessi per incidenti sui luoghi di lavoro costituiscono, ormai, un vero e proprio bollettino di guerra, una guerra combattuta giorno per giorno da persone obbligate a lavorare per pochi quattrini, senza salvaguardie, senza protezioni. E non sono disgrazie, non sono incidenti. “Va in ogni caso rifiutata l’idea che si tratti di inevitabili e tragiche fatalità”.
Parole contenute nel messaggio che il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha indirizzato al sindaco di Campello sul Clitunno, in occasione del quinto anniversario dell’incendio nell’oleificio della Umbria Oli, la quale, addossando imperizie e inadempienze sulle altrui spalle, pretende addirittura un risarcimento danni di oltre trentacinque milioni di euro dall’unico sopravvissuto e dai familiari delle quattro vittime della disgrazia sul lavoro, avvenuta il 25 novembre del 2006. Altro che tragiche fatalità, altro che morti bianche, queste sono morti sporche, sporchissime.

Sono macchiate dalla cupidigia di chi si ostina a non rispettare le norme sulla sicurezza, dallo spregiudicato ricorso al sub appalto, dal disprezzo per la vita di chi, per tirare avanti, è costretto a lavorare dieci ore di seguito su una impalcatura senza protezioni o di chi deve manovrare macchinari con i sistemi di sicurezza disattivati, per incrementare la produttività.
È evidente che, se in un momento di crisi produttiva e occupazionale, il numero di vittime di disgrazie aumenta, allora siamo evidentemente di fronte a un imbarbarimento delle condizioni di lavoro, a una compressione dei diritti, a una competizione fatta sulle pelle delle persone. 
Per non parlare, poi, delle centinaia di migliaia di immigrati assoggettati per una manciata di euro l’ora, obbligati a dormire in luoghi fatiscenti e addirittura a pagare tangenti ai trafficanti di braccia che, da settentrione a meridione, fanno da intermediari con imprese stressate dalla corsa al ribasso per l’aggiudicazione degli appalti. Ma ormai la crepa nella diga c’è: nei giorni scorsi sono state rese note le motivazioni della sentenza che ha condannato per omicidio volontario i vertici della Thyssen in Italia. 

Un verdetto storico, il primo in tutta Europa a riconoscere il dolo in un caso di incidente sul lavoro. Le oltre cinquecento pagine delle motivazioni raccontano gli ultimi momenti di lavoro di sette operai, morti carbonizzati nell’acciaieria di Torino, ma fanno venire a galla anche la decisione di non fare nulla per la sicurezza, di azzerare qualunque intervento di prevenzione e di continuare la produzione, perché per lo stabilimento torinese era, da tempo, programmata la chiusura. 
Una sentenza epocale, perché ha, sullo sfondo, molteplici riflessi di notevole importanza, perché rimette al centro dell’attenzione sociale il tema dei diritti e della sicurezza, che non può e non deve scontrarsi, per effetto di facili e, purtroppo, numerosi ricatti, con i livelli di stabilità occupazionale, perché, forse, è il varco per la confisca e la consegna degli impianti alle maestranze. Se la diga cede, tutto viene travolto.


L'ARGOMENTO

I SENZA TETTO DELLA STAZIONE DI TARANTO

’È sbagliato scrivere di qualcuno senza averne condiviso almeno un po’la vita’’, scrive così Ryszard Kapuscinski, in un suo reportage sui poveri. Un aneddoto cui ci siamo ispirati  per parlare di una situazione allarmante: i senzatetto alla stazione di Taranto, che da qualche mese hanno creato una piccola comunità che vive di stenti e che preoccupa l’opinione pubblica.

di Mario Panico (testo e foto)

Arriviamo in stazione alle 6 di mattina, quando Taranto inizia a svegliarsi; ci sediamo nella sala d’attesa, facendo finta di ammazzare il tempo leggendo un giornale. Subito, tra le valigie colorate dei turisti e le facce ancora assonnate dei pendolari, è facile notare, all’angolo della stanza, un signore barbuto, un po’ trasandato che si arrotola bene la sciarpa multicolore intorno al collo, come se volesse chiudersi ermeticamente in quella lana consumata; poi infila il cappotto, verde come il berretto che usa per chiedere l’elemosina. 

È seduto su dei cartoni e fogli di giornale che probabilmente quella stessa notte gli hanno fatto da letto. Non sembra un extracomunitario. È facile pensare che ad abitare clandestinamente la stazione siano stranieri senza permesso di soggiorno, che non si sono ben inseriti nell’economia del nostro Paese. Un giudizio sbagliato e fuori ed inattuale. La crisi economica ha innalzato drasticamente la soglia di povertà creando i cosiddetti ‘’nuovi poveri’’: ex-commercianti e lavoratori dipendenti che si sono visti costretti a cambiare (drasticamente) tenore di vita, travolti dallo tsunami dei debiti. 

Il senzatetto,raccoglie le sue cose, e si sposta verso il sottopassaggio che porta ai binari. Si trascina nel bagno vicino all’edicola per rifocillarsi e ripulirsi, come meglio può. Approfittiamo per avere informazioni più dettagliate da chi ogni giorno lavora in stazione.

‘’La mattina, chiedono l’elemosina ai viaggiatori, se riescono a racimolare qualcosa, vanno a fare colazione al bar - ci spiega l’edicolante -, è mortificante vedere esseri umani ridotti in queste condizioni estreme, senza che il comune o le istituzioni facciano qualcosa. 

I senzatetto, in questa stazione, ci sono sempre stati. Ora sono aumentati e non tutti hanno le migliori intenzioni. Questa precarietà li ha incattiviti, basti pensare che l’altro giorno è intervenuta la polizia per separare due di loro che stavano litigando animatamente sui binari, per dei cartoni’’.

Quest’ultima dichiarazione si rifà alle pagine di cronaca che nei mesi scorsi hanno avuto come protagonisti di atti vandalici, alcuni senzatetto. Il problema si propone nella sua veste più pericolosa, la sera, quando il buio diventa il campo da gioco dei senzatetto malintenzionati. Una situazione che preoccupa i viaggiatori che, negli anni, hanno più volte inutilmente segnalato: non per creare inutili allarmismi ma per denunciare una condizione di degrado, che una parte della città è costretta a subire. Il problema c’è e rimane, in una cornice di cattivi odori. ‘’Cercano di vincere il freddo con indumenti di fortuna, la notte riposano tutti insieme nella sala d’aspetto, come fosse una grande incubatrice che permette loro di riscaldarsi. Si svegliano intorno alle 5 e mezza, quando la stazione inizia a popolarsi di pendolari. Parte così, il loro errare nei diversi sottopassaggi. Alcuni di loro si rintanano nei bagni della stazione, per passare inosservati ai controlli della polizia’’.

Durante la giornata, contiamo, nei  pressi del bar, della biglietteria e dell’ufficio informazioni, dieci ‘’clochard’’. Un numero considerevole, tenuto presente la piccola estensione della stazione tarantina. È sera. Fuori la città è attiva, gli autobus, pieni. Taranto si anima del passeggio dei più giovani. La stazione ferroviaria, per i senzatetto, non è il posto che li ospita solo per qualche ora, in attesa di raggiungere la loro destinazione. È partenza e arrivo insieme. ‘’Se tu penserai, se giudicherai/ da buon borghese/ li condannerai a cinquemila anni più le spese ma se capirai, se li cercherai fino in fondo/ se non sono gigli son pur sempre figli/vittime di questo mondo’’...  cantava De Andrè.


L'ARGOMENTO

IL NOSTRO SINDACO HA LASCIATO CHE LE COSE ANDASSERO COSÌ

Il centro di accoglienza per gli immigrati in mano agli occupanti: don Nino Borsci accusa Ezio Stefàno

di Annalisa Liuzzi 

Risale all’agosto scorso la diatriba che ha visto coinvolti don Nino Borsci (nella foto in alto a dx), direttore della Caritas diocesana, e un gruppo di extracomunitari ospiti del suo centro di accoglienza adiacente alla parrocchia SS. Croce del rione Tamburi.  
Una diatriba sfociata nella chiusura permanente del centro e nell’impossibilità per don Nino di dare accoglienza e sostegno a decine di immigrati, costretti oggi a vivere per strada. A spiegarci i dettagli della questione è proprio don Nino: «Poco prima della metà di agosto, spiegai agli ospiti del centro che la struttura aveva bisogno di lavori di manutenzione e che avrebbero dovuto lasciarla per una decina di giorni, molti avrebbero potuto raggiungere parenti residenti in altre parti d’Italia, oppure essere ospitati da case di cura – racconta il parroco della chiesa San Francesco de Geronimo – È una prassi ormai, lo facciamo ogni anno». 
Ma questa volta, un gruppo di giovani ha deciso di contestare la decisione del direttore rifiutandosi di abbandonare il centro.
Ad amareggiare maggiormente don Nino è l’atteggiamento che pare sia stato assunto dalle autorità cittadine, in quanto, «i ragazzi hanno incontrato l’assessore ai Servizi sociali e il sindaco di Taranto (nella foto in basso a dx) ed è stato il supporto di quest’ultimo a far degenerare la situazione». Sembrerebbe infatti che «mentre l’assessore Pennuzzi ha supportato la mia decisione di chiudere il centro per qualche giorno a scopo di igiene, il sindaco Stefàno ha al contrario incentivato il gruppetto di giovani a non abbandonare la

 struttura, perché il proprietario non sono io e non posso obbligarli a uscire» prosegue il racconto del parroco. Una lettura supportata dal silenzio col quale il sindaco ha accolto la lettera che ho scritto a lui così come all’assessore Pennuzzi, al Prefetto e al Questore. 
«Sono passati quasi 4 mesi da allora e, nonostante la denuncia che ho sporto contro gli occupanti, nulla si è mosso, il centro è ancora in mano loro e non sono riuscito a ottenere la solidarietà di nessuno, molta gente è per strada, uno degli ospiti è da poco stato dimesso dall’ospedale, lo tengo con me in parrocchia, ma è costretto a sottostare ai ritmi delle messe e delle iniziative della parrocchia, non è che la sistemazione sia proprio delle migliori». 
È profondamente rammaricato don Nino soprattutto perché i ragazzi non hanno compreso i suoi sforzi per rendere la situazione più sopportabile per tutti. «I lavori vengono compiuti ogni anno nel mese più caldo per permettere agli ospiti di muoversi con più facilità, ma la sera in cui illustrai loro la situazione, quei ragazzi che poi ragazzi non sono, hanno tutti tra i 25 e 35 anni, mi hanno risposto in malo modo, aggredendomi verbalmente - aggiunge don Nino – Ciò che mi preme di più è di ridare un tetto alle tante persone rimaste per strada, si avvicina l’inverno e vederli dormire al freddo sui marciapiedi mi spezza il cuore». 

L'ARGOMENTO

DA UN LETTO CALDO AL FREDDO DI UNA SALA D'ASPETTO

L’odissea di Vito, fra gli “sfrattati” del centro di accoglienza notturno

di Angelo Diofano

Vito (nome di fantasia) nonostante l’età e le non buone condizioni di salute preferisce andare a dormire alla stazione, con i disagi aggravati dalle basse temperature di questi ultimi giorni. Ma a tornare al centro di accoglienza notturno dell’ex convento Santissima Croce, non ci pensa proprio. Lui, come tanti abituali utenti, da quando la Caritas diocesana ha cessato di sovrintendere al funzionamento, lasciando tutto a una sorta di (cattiva, anzi disastrosa) autogestione. “Lo avevo detto ai responsabili del centro che i nuovi ospiti non mi piacevano per nulla, per i loro atteggiamenti prepotenti, ma non sono stato ascoltato. ‘È brava gente, in fondo’, mi dicevano. Ma alla fine – racconta l’uomo - ho avuto ragione io e ne avrei fatto volentieri a meno. E ora, per questi ripetuti atti di prepotenza stiamo tutti passando i guai” – dice l’uomo

La brutta vicenda ha avuto inizio ad agosto con il rifiuto di queste persone di abbandonare per alcuni giorni il centro a causa di lavori di manutenzione. “Non è la prima volta che accade – dice – e questo sappiamo benissimo che è finalizzato al nostro interesse, alla nostra sicurezza. I disagi sarebbero stati minimi per la breve durata degli interventi effettuati nella bella stagione. Ma quelli non ne hanno voluto sapere di andare via e ci hanno sobillato all’occupazione del centro notturno. Io e gli altri non abbiamo voluto e siamo stati minacciati. Anzi, continuiamo ad esserlo quando qualcuno di loro ci incontra per strada”.
Durante la chiacchierata l’uomo appare visibilmente provato e chiede la fine di tutto questo. “Queste persone non vogliono andare via e so che hanno messo a soqquadro l’ex convento, provocando ingenti danni. 
Non so come sarà possibile mettervi riparo e se torneremo. Ma non penso proprio”- continua l’uomo. Vito racconta della denuncia della Caritas diocesana al Comune, che risponde direttamente della struttura e che visto l’esito negativo ha ritenuto molto opportunamente di mollare tutto.
“Già da tempo c’erano tensioni con l'’Amministrazione comunale per via degli appartamenti al piano superiore, destinati ai rifugiati politici e poi occupati abusivamente, senza che si cercasse di mettervi fine – sottolinea – Addirittura alcuni volontari che hanno protestato per tale situazione  si sono visti dapprima minacciati e poi tagliate le gomme delle loro autovetture. E poi, furti a ripetizione alle attrezzature del centro. Una situazione ormai divenuta insostenibile della quale il Comune ha sempre, ripeto, mostrato disinteresse. E chi ci è andato di mezzo? Noi, poveri disgraziati che adesso siamo costretti a dormire all’aperto”.
E ora? “A causa delle mie condizioni di salute non so se ce le farò a passare l’inverno in queste condizioni. 
C’è da aggiungere che da quando dormo all’aperto ho dovuto interrompere la terapia per la respirazione, mediante macchinario che ora giace in deposito in una parrocchia. Inoltre io come gli altri sono soggetto alle bravate di taluni balordi. Dispongo di una piccola pensione e vorrei essere aiutato a prendere in fitto un piccolo appartamento dove poter curare in santa pace i miei acciacchi che così, ripeto, corrono il rischio di aggravarsi irreparabilmente. 
Il Comune, cui mi sono rivolto più volte, sa di questa mia situazione ma non mi sta aiutando. Uno di questi giorni – conclude Vito – quando non ce la farò più, andrò a dormire sui cartoni davanti al portone di Palazzo di Città, magari nel giorno del consiglio comunale. Vedremo se così saranno costretti a darmi ascolto. D’altronde in questa nostra città solo i prepotenti riescono ad essere accontentati”.

L'ARGOMENTO

AMBIENTE CONTRO LAVORO: 

LA BATTAGLIA CONTINUA

Le nuove proposte industriali continuano a dividere il mondo del lavoro industriale e i difensori della “salute pubblica”. Ma c’è chi nuota controcorrente, come l’assessore regionale Pelillo e il segretario Uil Franco Sorrentino. Abbiamo ascoltato il sindacalista

di SILVANO TREVISANI

Non è la prima volta che la città si spacca in modo così clamoroso. Dopo anni di battaglie per il consolidamento della sua realtà industriale e per la reindustrializzazione che seguì alla grande crisi dell’acciaio, la fine del secondo millennio fu caratterizzata dalla battaglia contro l’inquinamento, drammaticamente aumentato dopo la privatizzazione dello stabilimento siderurgico, a causa dell’aumento della produzione.

Ricorderete la guerra mossa dall’allora sindaco Rossana Di Bello e la chiusura delle cokerie: fu quello il momento in cui si accese lo scontro tra la linea ecologista, capeggiata proprio dal sindaco, affiancato dai movimenti ambientalisti, e sindacati e lavoratori dello stabilimento, che giunsero a manifestare in piazza contro il rischio di ridimensionamento o di chiusura dello stabilimento.

Da allora si è vissuto uno scontro latente, mai interrotto. Solo la Chiesa cercò, in quegli anni, di svolgere il ruolo di mediazione tra le parti, in nome di una cosiddetta compatibilizzazione ambientale che, per la verità, si sta ancora inseguendo. Dopo numerosi accordi di programma, dopo le inchieste della magistratura e le condanne, dopo le leggi regionali, la fame di lavoro, in un territorio come il nostro, afflitto da una disoccupazione di ritorno che costringe i giovani a emigrare, continua il braccio di ferro con la drammatica situazione sanitaria, caratterizzata dai record per le malattie tumorali e respiratorie.
Ebbene, proprio nei giorni scorsi, si è giocata una nuova partita della sfida tra i fautori dell’industrializzazione, tra i quali si schierano industriali e sindacati, ma più o meno apertamente anche le istituzioni amministrative, e ambientalisti, associazioni e movimenti politici contrari.

Ora, nella partita si sono inseriti altri soggetti: l’Eni, che è intenzionata a costruire una nuova centrale elettrica, e la Cementir, che vuol aumentare la produzione di cemento: entrambe le iniziative industriali comporterebbero l’aumento dell’inquinamento, nonostante assicurazioni varie. Senza parlare del caso Tempa Rossa: lo stoccaggio a Taranto del petrolio estratto dai nuovi pozzi della Basilicata, che comporterà un aumento spropositato del già notevole traffico di petroliere dirette allo stabilimento Eni, che non dà nessuna ricchezza al nostro territorio ma compromette le produzioni di mitili, la pesca e il turismo, oltre naturalmente all’ambiente urbano ove si consideri la quantità spropositata di emissioni inquinanti della dispersione dei gas durante le operazioni di carico e dei fumi delle petroliere.

Questione che ha visto la netta contrarietà dell’assessore regionale Michele Pelillo, in aperto contrasto sia con la sua giunta, sia con le istituzioni tarantine.
In questa partita, Gianni Florido, prendente della Provincia, ma dal recente passato sindacale, non ha mai nascosto la sua propensione per la difesa delle politiche aziendali. Mentre il sindaco, dopo vari ripensamenti, ha sostanzialmente preso tempo.
Nei giorni scorsi, per la verità, la stampa locale ha registrato le prese di posizione ufficiali (come quella del consigliere regionale Idv Patrizio Mazza, assolutamente contrario  l’insediamento della nuova centrale Enipower  e della nuova Cementir), e tra queste una voce fuori dal coro anche nel panorama sindacale: quella Franco Sorrentino, da sempre noto per le sue posizioni ambientaliste che lo portarono alla costituzione di un’associazione ecologista: il Cormorano. A Sorrentino abbiamo chiesto se non teme di mettersi contro la propria “categoria”, proprio com’è capitato a Pelillo.

Così ci ha risposto: “Assolutamente no. La salute dei cittadini non si può contrattare, si può solo salvaguardare. Il lavoro è argomento ovviamente centrale, ma non deve essere utilizzato in maniera ricattatoria”.
Ma Sorrentino va giù duro: “Problemi come l’inquinamento, la compatibilità ambientale, la salute dei cittadini, però, non potranno mai essere affrontati con efficienza fino a quando non ci sarà una vera “indipendenza” tra la grande industria da una parte e la politica, i partiti e i suoi rappresentanti dall’altra”, aggiungendo che “la capacità di ”influenza” e il potere della grande industria nei confronti della politica hanno reso vana negli anni passati, svuotando di fatto, fino a ieri, ogni trattativa, ridicolizzando atti d’intesa e tavoli di confronto”.

Sorrentino, a proposito dei recenti progetti industriali, critica “i silenzi che sono caduti sulle grandi opere che Eni e Cementir vogliono realizzare nel nostro territorio e che sembrano già aver incassato la disponibilità degli enti locali! Cosa dire – aggiunge poi - dell’iniziativa del sindaco che, dopo essersi sbilanciato, come il presidente della Provincia, a favore della centrale Turbogas dell’Eni, si mette a scrivere una letterina “delle buone intenzioni” a esperti che dovrebbero valutare  l’impatto ambientale e prende tempo!”

“Bisogna pensare a nuovi modelli di sviluppo! - conclude Sorrentino – che potrebbero essere compromessi per sempre se continua il saccheggio del territorio”.


ECCLESIA

UNA BELLA AIUOLA 

Benedetto XVI e il rispetto del creato che parte dalle nuove generazioni

“Oggi più che mai ci appare chiaro che il rispetto per l’ambiente non può dimenticare il riconoscimento del valore della persona umana e della sua inviolabilità, in ogni fase della vita e in ogni sua condizione”

A cura di M. Michela Nicolais

Non c’è un futuro buono per l’umanità sulla terra se non ci educhiamo tutti ad uno stile di vita più responsabile nei confronti del creato. E questo stile si impara prima di tutto in famiglia e nella scuola”. È il cuore del discorso rivolto dal Papa ai membri della Fondazione “Sorella natura” (www.sorellanatura.org), ricevuti oggi in udienza con una folta delegazione di ragazzi e ragazze. “Se il santo patrono d’Italia è anche il patrono dell’ecologia – ha detto Benedetto XVI riferendosi a S. Francesco, cui la Fondazione, nata nel 1992 ad Assisi, si ispira per “diffondere una corretta cultura ambientale” – mi pare giusto che le giovani e i giovani italiani abbiano una speciale sensibilità per ‘sorella natura’, e si diano da fare concretamente perla sua difesa”. “La Chiesa, considerando con apprezzamento le più importanti ricerche e scoperte scientifiche, non ha mai smesso di ricordare che rispettando l’impronta del Creatore in tutto il creato, si comprende meglio la nostra vera e profonda identità umana”, ha affermato il Santo Padre: “Se vissuto bene – ha proseguito - questo rispetto può aiutare un giovane e una giovane anche a scoprire talenti e attitudini personali, e quindi a prepararsi ad una certa professione, che cercherà sempre di svolgere nel rispetto dell’ambiente”.

 

Il rispetto dell’uomo è rispetto della natura

Oggi più che mai ci appare chiaro che il rispetto per l’ambiente non può dimenticare il riconoscimento del valore della persona umana e della sua inviolabilità, in ogni fase della vita e in ogni sua condizione”, ha sottolineato il Pontefice, secondo il quale “il rispetto per l’essere umano e il rispetto per la natura sono un tutt’uno, ma entrambi possono crescere ed avere la loro giusta misura se rispettiamo nella creatura umana e nella natura il Creatore e la sua creazione”. “Su questo – ha aggiunto riferendosi ai “giovanissimi studenti” presenti all’incontro - sono convinto di trovare in voi degli alleati, dei veri custodi della vita e del creato”. L’attenzione ai giovani protagonisti dell’udienza è stata sempre al centro delle parole di Benedetto XVI: “È proprio per voi – ha esordito – che ho voluto questo incontro, e vorrei dirvi che apprezzo molto la vostra scelta di essere custodi del creato, e che in questo avete il mio appoggio”.

 

No alla violenza nel creato

Non è mancato, nel discorso del Papa, il riferimento all’attualità, e alle catastrofi ambientali a cui abbiamo assistito anche di recente in Italia: “Se, nel suo lavoro, l’uomo dimentica di essere collaboratore di Dio – ha ammonito il Papa - può fare violenza al creato e provocare danni che hanno sempre conseguenze negative anche sull’uomo, come vediamo, purtroppo, in varie occasioni”. Agli insegnanti e alle autorità presenti, Benedetto XVI ha fatto rilevare la grande importanza che ha l’educazione anche in questo campo dell’ecologia”. Di qui l’invito, rivolto ai genitori, ai dirigenti scolastici e agli insegnanti, a “portare avanti con impegno una costante attenzione educativa e didattica con questa finalità”. “È indispensabile che questo lavoro delle famiglie e delle scuole sia sostenuto dalle istituzioni preposte, che oggi sono qui ben rappresentate”, ha puntualizzato il Santo Padre.


Versi in forma di preghiera

La prima parte del discorso papale, dopo il saluto cordiale al cardinale Rodriguez Maradiaga e il ringraziamento per il dono della “preziosa riproduzione” del Codice 338, che contiene le fonti francescane più antiche, è dedicato alla ”profonda ispirazione francescana” della Fondazione presieduta da Roberto Leoni, proprio nel giorno (28 novembre) in cui si fa memoria della proclamazione di san Francesco d’Assisi quale patrono dell’ecologia da parte di Giovanni Paolo II, nel 1979. “Tutti voi sapete che san Francesco è anche Patrono d’Italia”, ha detto il Papa rivolgendosi ai presenti: “Forse però non sapete che a dichiararlo tale fu il Papa Pio XII, nel 1939, quando lo definì ‘il più italiano dei santi, il più santo degli italiani’”. 

Poi ancora il riferimento ai giovani, con la citazione dei testi autografi del “Poverello di Assisi”, di brani biblici ma anche di “classici” della letteratura che si insegna nelle scuole: “Quando si studia la letteratura italiana – ha ricordato infatti Benedetto XVI - uno dei primi testi che si trovano nelle antologie è proprio il Cantico di Frate Sole, o delle creature, di san Francesco d’Assisi”, il quale “mette in luce il giusto posto da dare al Creatore, a Colui che ha chiamato all’esistenza tutta la grande sinfonia delle creature”. “Questi versi – ha detto il Papa agli studenti - fanno parte giustamente della vostra tradizione culturale e scolastica. Ma sono anzitutto una preghiera, che educa il cuore nel dialogo con Dio, lo educa a vedere in ogni creatura l’impronta del grande Artista celeste, come leggiamo anche nel bellissimo Salmo 19”. “

Frate Francesco, fedele alla Sacra Scrittura, ci invita a riconoscere nella natura un libro stupendo, che ci parla di Dio, della sua bellezza e bontà”, ha concluso il Santo Padre citando un aneddoto del santo, che “chiedeva sempre al frate del convento incaricato dell’orto, di non coltivare tutto il terreno per gli ortaggi, ma di lasciare una parte per i fiori, anzi di curare una bella aiuola di fiori, perché le persone passando elevassero il pensiero a Dio, creatore di tanta bellezza”. 


OTIUM

DIO E IL MALE IN SIMONE WEIL

La Weil sostiene che Dio è responsabile del male e nello stesso tempo assolutamente innocente. Dio aveva tre possibilità: non crearci; fare finta di crearci, ovvero crearci senza libertà; crearci liberi”

Presentato il libro di Paolo Farina a Taranto

di Claudia Spaziani

Che rapporto c’è tra Dio e il male? Si può credere in un Dio grande e onnipotente quando su esseri innocenti si abbatte il male? A questi interrogativi hanno provato a dare una risposta studiosi, mistici e intellettuali di tutti i tempi. Simone Weil, attivista, filosofa e mistica francese della prima metà del Novecento, è una delle voci più significative e autorevoli in questo campo. Il prof. Paolo Farina, studioso pluridecennale del pensiero della Weil, ha dedicato alla questione un libro preziosissimo, intitolato, appunto, “Dio e il male in Simone Weil” (2010).

Laureato in Lettere Classiche e dottore in Teologia Dogmatica, docente stabile di Antropologia Teologica presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Trani e docente di Lettere presso il Liceo Scientifico di Andria, Farina è stato ospite a Taranto, giovedì 24 novembre, per presentare il suo libro, presso la sala di rappresentanza dell’amministrazione provinciale in via Anfiteatro, in un incontro organizzato dal Centro di Cultura “G. Lazzati”. “È una grande emozione per me tornare a Taranto perché mi riporta ai tre anni trascorsi da adolescente in questa città” ha esordito, commosso, l’autore.

Ero poco più che sedicenne quando la mia professoressa di filosofia mi mise tra le mani, per la prima volta, un libro di Simone Weil. Lo divorai. Finito il liceo, decisi di entrare in seminario a Molfetta e lì conobbi un professore, e padre spirituale a cui devo molto, don Franco Castellana, che mi condusse sempre più appassionatamente negli studi di Weil. Ciò che mi ha conquistato della filosofa, più di ogni altra cosa, è stato il suo metodo di ricerca, la sua capacità di non pensare se non ciò che poteva sperimentare; nello stesso tempo, la sua capacità di educare, in un tempo di dominante ateismo, a una ricerca rigorosa della verità”. Sulla questione Dio-male, Farina chiarisce: “La Weil sostiene che Dio è responsabile del male e nello stesso tempo assolutamente innocente. Dio aveva tre possibilità: non crearci; fare finta di crearci, ovvero crearci senza libertà; crearci liberi”.

La prof. Mariangela Turco, che ha condotto il dibattito, ha dato poi la parola a diversi relatori. La prof.ssa Giulia Cannarile, docente di storia e filosofia presso il liceo “Aristosseno” di Taranto, membro del Movimento dei Focolari, ha approfondito la parte del libro dedicata al tema della “sventura” e ha così commentato: “Della Weil mi hanno colpito il rigore e la puntualità della ricerca.

Ella distingue la cieca necessità dalla sventura: quando Dio ha creato, si è ritirato perché ha voluto lasciarci liberi. Il male, nella Weil, appare come un chiodo che colpisce la parte centrale della nostra anima. C’è scampo di fronte a tale condizione di miseria? Si deve rispondere con l’amore, dobbiamo pensare al rapporto Dio-uomo come a quello tra amante e amato: ci si dà appuntamento, ma in posti diversi. Eppure non si stancano di cercarsi in quella che è la quarta dimensione. Con l’aiuto della grazia, anche se separati, possiamo sentirci colmati”.

Il prof. Luigi Ricciardi, docente di storia e filosofia presso il liceo “Battaglini”, membro di “Comunione e Liberazione”, ha ripreso l’immagine di Dio come “donna importuna che sussurra all’orecchio dell’amato: ti amo. La creatura può odiare Dio ma Lui mai perché rappresenta l’amore. La Weil ci insegna che dietro ogni fatto, bene o male che sia, si nasconde il tocco di Dio. Incontriamo Dio se impariamo a stare davanti alla contraddizione. La Weil è assimilabile in questo senso a Sant’Agostino, che si riposa in Dio e nello stesso tempo lo ricerca”. Presente all’incontro Mons. Papa che, al termine del dibattito, ha commentato: “Queste riflessioni ci aiutano a ripensare la nostra fede.

La parola attesa, ripresa più volte dai relatori come centrale nel pensiero della Weil, ci richiama l’avvento, una di quelle realtà attivo-passive che esprimono il mistero di Dio”. Ha concluso gli interventi don Franco Castellana, vicario emerito: “L’approccio a Simone Weil è difficile.

Molti ne danno una lettura superficiale, di tipo solo sociologico o politico. Occorre cogliere dietro la molteplicità delle intuizioni della Weil un filo unico. Il lavoro di Farina rappresenta il tipo di approccio più vicino possibile a Simone Weil”.