Arc2011dic031-Nuovo Dialogo

DICEMBRE 2011 - N° 31

EDITORIALE

UN CANTO CHE MANCA

di Paolo Bustaffa

"Non è forse vero che l’Occidente, i Paesi centrali del cristianesimo sono stanchi della loro fede e, annoiati della propria storia e cultura (...)?”.

La domanda di Benedetto XVI, ripresa dall’omelia del 21 aprile scorso, si riaffaccia oggi a un tornante difficile della storia comune europea.

Non è estranea alle gravi questioni economiche che tengono con il fiato sospeso e alimentano un’incertezza che da tempo scava come un tarlo nella vita personale e sociale degli europei.

Non a caso psicologi e sociologi segnalano una crescita di amarezza, di depressione, di smarrimento. La spirale della sfiducia e della non speranza, aggiungono, sta risucchiando uomini e donne di diverse generazioni.

Per altri motivi la stanchezza e la noia hanno varcato o stanno varcando la soglia di molte case.

Uno scenario certamente troppo fosco ma che interroga la coscienza.

Quali risposte?

Qualcuno può ancora indicare la via della bellezza e della bontà della vita?

Il cristiano, in particolare, è ancora capace di “fare la differenza” tra la speranza e la non speranza e di comunicarla non tanto con i concetti quanto con il linguaggio dei giorni?

Come rendere comprensibile il messaggio del Vangelo in un rincorrersi vertiginoso di annunci che, nello stesso luogo e nello stesso tempo, vengono da culture e religioni diverse?

Di fronte a tanta complessità il cristianesimo, dice qualcuno, non ha più la forza di reggere, di stare in piedi.

È incamminato sul viale del tramonto, si sta chiudendo il capitolo di una grande storia.

Tutto è cambiato, mentre il cristianesimo è rimasto fermo.

Con la domanda sulla stanchezza e sulla noia, Benedetto XVI coglie questo pensiero crepuscolare, ne inverte la direzione e lo rilancia all’Occidente per scuoterlo.

Nessuno scoraggiamento o resa di fronte alla complessità.

In un tempo di grave crisi, non solo economica, i cristiani sono chiamati a dire le ragioni della speranza che è in loro con un supplemento di dolcezza, rispetto e retta coscienza.

Con un linguaggio in cui anche il sacrificio, necessario per raggiungere il bene comune, prende il sapore del dono, della condivisione, del futuro.

L’annuncio del Vangelo della speranza, che in termini assai poco giornalistici si definisce nuova evangelizzazione, è atteso.

Un’attesa che non viene detta ma che è percepibile perfino nelle parole, nei progetti e nelle scelte della politica.

Il cristiano, allenato a leggere i segni dei tempi, dovrebbe prenderne atto con un supplemento di responsabilità e con un deciso distacco dai cori dello scetticismo, della paura, del piccolo cabotaggio.

Natale, ormai alle porte, richiama un supplemento d’anima e d’impegno.

Il richiamo, quest’anno, può essere riassunto nel canto umilissimo e straordinario del Magnificat. A questo Occidente che appare stanco e annoiato manca il Magnificat.

Forse anche la nuova evangelizzazione si riassume nel canto di una giovane donna che ha accolto la Parola, ha custodito la Parola, ha comunicato la Parola.

Immagine che appare assai lontana dalla realtà, dalle questioni sociali, economiche e culturali che giustamente riempiono i giornali e animano i discorsi della gente. Pensieri che sembrano totalmente fuori dalla storia eppure in quella notte il Pensiero, che si è fatto creatura fragilissima, ha cambiato la direzione della storia.


TRACCE

La furbizia non paga mai

di Emanuele Carrieri 

Il nostro Paese è, negli ultimi tempi, alle prese con una nuova malattia infettiva, molto contagiosa: ormai anche i piccoli commercianti e i barbieri chiedono che i pagamenti siano effettuati con denaro contante, pagamenti che ovviamente svaniscono dai libri contabili come la neve sciolta dal sole. 

Mentre combatte una dura battaglia per discostarsi dal margine dello strapiombo di una crisi che investe gran parte del mondo finanziario internazionale, l’Italia, ottava potenza economica mondiale, potrebbe, forse, essere vicina a una resa dei conti nazionale con uno dei più irritanti problemi economici e culturali ossia l’evasione fiscale. 

Nessun problema è più evidente della florida, floridissima economia sommersa del nostro Paese, in cui le tasse evase sul commercio legale, insieme alle tasse perse con accordi illeciti o sotto banco, stanno costando alle casse dello Stato cifre astronomiche: si tratta di un giro d’affari di circa 260 miliardi di euro l’anno che coinvolge un po’ tutti, dal piccolo commerciante, che se può evita di fare tutti gli scontrini, alla grande impresa che evade mettendo in campo i metodi più sofisticati. Se raccolto annualmente, quel totale potrebbe ripagare fino all’ultimo centesimo il debito italiano in poco meno di otto anni. 

A pagare sono sempre i soliti noti e i soliti noti, in alcune professioni, non sono per niente numerosi. 

I proprietari di gioiellerie, ristoranti e agenzie immobiliari dichiarano, in media, un reddito annuale imponibile inferiore a quindicimila euro l’anno, più basso addirittura di quello dei riparatori di auto che, se non altro, ammettono di guadagnare poco più di ventimila euro l’anno. 

Se, con uno sforzo più o meno grande, dobbiamo credere alle dichiarazioni dei redditi ufficiali, il nostro Paese – che ha sessanta milioni di abitanti con uno dei più costosi mercati immobiliari al mondo – conta appena quattrocentomila cittadini che guadagnano più di centomila euro l’anno. 

I quotidiani e i notiziari televisivi sono pieni di storie di evasione totale o di imprenditori sorpresi alla guida di Ferrari e Maserati, quantunque dichiarino una rendita pari quasi a zero euro o di persone con ville e giardini grandi quanto un parco che dichiarano diecimila euro l’anno. 

C’è una ragione, in qualunque modo, per sperare. Le potenze economiche mondiali, sollecitate dalla crisi, hanno avviato una linea di tolleranza zero all’evasione fiscale e i risultati raggiunti, nel nostro Paese, dalla sola Guardia di Finanza parlano chiaro: trentanove miliardi di euro di redditi occultati al fisco, diciassettemila evasori scoperti in due anni e un miliardo e mezzo di euro scovati nei paradisi fiscali. E il nostro Paese è pronto a continuare: nella manovra varata domenica sera dal governo presieduto da Mario Monti è inclusa la tracciabilità dei pagamenti che prevede l’obbligo di effettuare le transazioni sopra i mille euro con bancomat, carte di credito, assegni, bonifici, trasferimenti elettronici o con altri modi tracciabili. La sola eventualità di una misura del genere aveva, qualche giorno prima del varo della manovra, generato qualche impaurita affermazione: “Pericolo reale di uno stato di polizia tributaria”. 

La furbizia non paga mai. E chi non paga le tasse non è un furbo, è un ladro.


L'ARGOMENTO


Governo Monti: il segnale è arrivato

La strada della ripresa sarà ardua e lunga per tutti

Il segnale è arrivato. I dettagli saranno poi meglio noti e, dunque, meglio analizzabili. 

Ma il segnale è arrivato, chiaro e forte. All’Europa, prima di tutto. Confusa e frastornata, la leadership dell’Eurozona ha bisogno dell’Italia, non solo per tenere la sostenibilità dell’Euro, ma anche e soprattutto per consolidare definitivamente questa realtà così cruciale. C’è bisogno dell’Italia per fare l’Europa, e l’Italia deve essere in grado di giocare la sua partita.

Il segnale è arrivato anche al sistema politico italiano: il governo “tecnico” ha saputo parlare alle tre maggiori gambe della sua maggioranza e alle parti sociali, dando così corpo a quella fase politica intermedia che dovrà portare a riarticolare l’offerta con la prossima legislatura. Infine, ma è forse la cosa decisiva, il segnale è arrivato anche ai cittadini, che hanno bisogno di fiducia, avere fiducia nei propri mezzi per poter lavorare e avere fiducia nei governanti.

Certo su tutti e tre questi versanti c’è moltissimo da fare. C’è da riarticolare l’Unione europea e, in particolare, l’Eurozona, c’è da avviare la ristrutturazione del sistema politico e c’è da lavorare sulla coesione sociale, cioè sul sistema-Paese. C’è molto da lavorare sul piano dei conti, della distribuzione e redistribuzione dei carichi, sulle prospettive dello sviluppo e sullo stile di gestione e di servizio della leadership.

Qualche giorno fa quella sorta di autocoscienza collettiva che annualmente il Censis propone aveva certificato una sorta di blocco, fragilità e disorientamento. 

Aveva certificato però anche che i fondamentali restano, così come le risorse essenziali presenti nella società italiana, anche se a rischio progressiva erosione.

Il segnale è arrivato, ma la strada è lunga e ardua per tutti. La disponibilità ai duri sacrifici che questo “grande Paese”, come giustamente è stato definito ancora una volta da Mario Monti, oggi offre – che, in particolare, offre quel ceto medio allargato che ne rappresenta la spina dorsale – ha precise condizioni. Le ha illustrate lo stesso presidente del Consiglio quando ha rivendicato una prospettiva lunga pur nella brevità dei limiti temporali di questa legislatura. Così le parole-chiave servizio, responsabilità, condivisione, coesione, giustizia, equità, libertà diventano anche criteri di giudizio per valutare il governo e la politica. 

E anche per auto-valutarci, tutti e ciascuno. In un sistema connesso e globalizzato, infatti, tutti contano, tanto.


L'ARGOMENTO

I buchi della cinghia
 
di Nicola Salvagnin



Un riflesso condizionato, quello del ministro del Welfare, Elsa Fornero, che annunciando i nuovi sacrifici sulle pensioni, s’è messa a piangere: s’immaginava le reazioni di milioni di italiani, in particolare quelli che hanno tra 45 e 55 anni (i più giovani sono disillusi: sanno che mai avranno una pensione). La manovra – l’ennesima di questi mesi – varata dal governo Monti è una strizzata alle tasche degli italiani da 25-30 miliardi di euro. E due terzi li fornirà il capitolo previdenziale.

In dettaglio, le più penalizzate saranno le donne, entro breve dovranno lavorare circa una decina d’anni più di oggi: la loro “colpa” è quella di vivere più a lungo, troppo per i conti Inps. Il pensionamento anticipato a 40 anni di versamenti a prescindere dall’età, finisce in soffitta: salirà a 41-42 anni e poi si aggancerà alle aspettative di vita. 

Le misure sono assai articolate, ma in sostanza possiamo riassumere così: addio alle pensioni di anzianità, addio alle finestre mobili (buona cosa: si andrà in pensione un mese dopo averne raggiunto i requisiti), addio al sistema retributivo per calcolarle (ora tutti con il contributivo, si avrà in proporzione a quanto versato). L’età minima sarà flessibile, con un sistema di incentivi-disincentivi: 62-70 anni per le donne; 66-70 anni per gli uomini. Non è passato molto tempo da quando la politica si accapigliava attorno a quota 62, giudicata “insostenibile e punitiva”. Bei tempi.

Per fare cassa, il governo ha pure congelato per il 2012 e il 2013 gli adeguamenti delle pensioni al carovita (già ora solo parziale). Significa che le pensioni superiori a 936 euro saranno in pratica impoverite di circa un 2% annuo.

Seconda bastonata, questa volta all’italiana. Non saranno aumentate le aliquote Irpef sui redditi dichiarati, questo no. Saranno infatti aumentate le aliquote Irpef di base relative all’addizionale regionale: dallo 0,90 all’1,23%. In sostanza, rincara ancora la tassazione dei redditi da lavoro, ma sembra di no. La tassazione su produzione e consumi (Iva) sarà rincarata non oggi, e con un se: cioè se dalla spremitura delle agevolazioni fiscali decisa dal precedente governo non si riuscirà ad estrarre 4 miliardi di euro, la copertura sarà data dall’aumento delle aliquote Iva al 23 e al 12%. Ciò a partire dal secondo semestre 2012. E dal primo gennaio del prossimo anno saliranno ancora le accise sulla benzina.

Terza bastonata: il mattone. Torna l’Ici sulla prima casa, anche se chiamata con altro nome. L’aliquota su di esse sarà dello 0,4%, con la possibilità da parte dei Comuni di abbassarla; sulle seconde case sarà flessibile: dallo 0,46% all’1,06%. In più, sarà rivalutata del 60% la base imponibile dei fabbricati su cui calcolare l’imposta dovuta. A mitigare la stangata, i 200 euro di detrazione previsti per l’abitazione principale.

La quarta bastonata è più selettiva: riguarda i possessori di auto con potenza superiore a 170 kw (superbollo di ben 20 euro ogni kw eccedente); di barche più lunghe di 10 metri, di elicotteri e jet privati. Un mix di imposte giuste e sbagliate (che comunque daranno poco gettito, più simboliche che altro): la soglia per le barche è molto bassa e rischia di cancellare la cantieristica italiana e con essa migliaia di posti di lavoro. 

Una spremutina pure per fondi, polizze e titoli che oggi non pagavano l’imposta di bollo: un “privilegio” destinato a terminare.

Queste le lacrime. Sul fronte del cosiddetto “sviluppo”, tre le misure più interessanti: chi lascia gli utili in azienda o la ricapitalizza, avrà un aiutino dal Fisco; che aiuterà le aziende pure nelle neo-assunzioni di “donne e giovani” (ancora non è stato specificato chi rientrerà nella categoria e con quali modalità) con uno sgravio dell’Irap; infine dovrebbe essere riconfermata l’agevolazione del 55% o giù di lì per gli interventi edilizi che favoriscono il risparmio energetico. 

Il ministro delle Infrastrutture, Corrado Passera, ha promesso che si sbloccheranno alcuni grandi lavori pubblici, vuoi con normative più snelle, vuoi con qualche alchimia finanziaria per smuovere un settore fondamentale per l’economia italiana. Infine lo Stato garantirà le emissioni bancarie dai 3 mesi ai 7 anni: un salvagente di fronte all’imminente crac che poteva travolgere le banche, alle prese con un innalzamento dei tassi micidiale.

Viene quindi liberalizzato ovunque l’orario degli esercizi commerciali: finisce in soffitta il dibattito se sia più o meno opportuno tenere i negozi aperti di domenica. E tutti gli ordini professionali entro il 13 agosto dovranno riformarsi (ad esempio: addio alle tariffe minime e ai blocchi negli accessi), pena la soppressione degli ordini stessi. 

C’è dell’altro ancora (effettivo svuotamento delle Province, ad esempio), in una manovra studiata in soli 17 giorni per rastrellare un bel po’ di soldi da gettare sull’altare del debito pubblico. Ora si sperano due cose: che i “mercati” la considerino roba buona, allentando la presa sui nostri titoli di Stato (più il loro valore crolla, più interessi sul debito dobbiamo pagare); e che certe misure facciano ripartire un’economia che si appresta ad affrontare il quinto anno consecutivo di recessione. Solo così si potranno creare lavoro, redditi, consumi, entrate fiscali... insomma allentare la cinghia di almeno un buco.


L'ARGOMENTO

Legge ingiusta umana follia

Una proposta di legge per modificare il diritto di cittadinanza

e garantirlo ai figli degli immigrati nati in Italia


di Antonio Tucci


Nel parlare del diritto di cittadinanza per sottolinearne, sul filo dell’emozione, l’inattualità della legislazione italiana, Giorgio Napolitano, il Presidente gentiluomo, il nonno d’Italia, ha esternato nuovamente il suo pensiero dando una scossa al mondo politico, come, peraltro, sempre più spesso gli accade da qualche tempo, in diretta correlazione con la deriva etica e sociale, ancor prima che economica, in cui si avvince il Paese.

Ma è giusto attribuire la cittadinanza italiana ai bambini, figli di genitori stranieri, nati in Italia? 

A questa domanda, legittima, ne segue un’altra: è opportuno provvedervi proprio ora, viste le stringenti priorità di un Paese coinvolto nella più grave crisi economico-finanziaria della sua storia a causa della quale vengono imposti sacrifici mai chiesti in passato alla generalità degli italiani? Infatti, la riforma del diritto di cittadinanza, come tutte le riforme che impattano sui diritti civili e sociali, non è una riforma a costo zero; pertanto, nella proposta di legge che dovrebbe tradursi in un disegno di iniziativa popolare, sono state previsti anche idonei capitoli di spesa.

Prima di provare a rispondere soffermiamoci sullo stato del diritto e sulle circostanze di fatto.

In Italia e, sia pur con diversificazioni da una nazione all’altra, nella maggior parte delle legislazioni europee, vige il così detto ”ius sanguinis”, il principio per il quale la cittadinanza spetta a chiunque nasca da un genitore italiano, dovunque l’evento nascita si realizzi. Questa è la regola che ha consentito, per esempio, di mantenere la nazionalità italiana a tutti coloro che sono nati all’estero da genitori italiani, pur non avendo, paradossalmente, mai messo piede in Italia e non parlando –spesso accade- la nostra lingua. Si pensi ai figli dei tanti emigranti italiani in Argentina, Brasile, Stati Uniti, Canada, Australia. Oltre che in applicazione dello “ius sanguinis” la cittadinanza italiana può essere acquisita a seguito di matrimonio con un cittadino italiano oppure, in presenza di determinate condizioni, secondo un processo di naturalizzazione.

Accanto allo “ius sanguinis” esiste lo “ius soli” per il quale la cittadinanza è collegata al territorio, si attribuisce per il sol fatto d’essere nati in un determinato posto. E’ il principio che, per esempio, è stato accolto nella legislazione francese sin dal 1515; è la regola fatta propria dagli ordinamenti degli stati americani (Usa, Brasile e Argentina) e che ha consentito loro, attraverso l’attribuzione automatica della cittadinanza ai “nati lì”, di creare le condizioni per aggregare più facilmente etnie diverse di immigranti provenienti dall’Europa e dall’Asia fidelizzandole verso la nuova entità nazionale.

Proprio in questi giorni è stata avviata una campagna per la raccolta di firme per un disegno di legge di iniziativa popolare che prevede anche l’introduzione nella legislazione italiana del principio dello “ius soli”, secondo le sollecitazioni avanzate dal capo dello Stato. Un comitato di diciannove associazioni, tra cui anche la Caritas italiana e la Fondazione Migrantes, riunite sotto il logo “L’ITALIA SONO ANCH’IO”, si sta organizzando con l’obiettivo di raccogliere le adesioni entro il prossimo Febbraio.”

Ci sono dati importanti sulla presenza di stranieri in Italia. A inizio 2010 l’Istat censiva quasi 5 milioni di residenti stranieri su 60 milioni di abitanti, tra cui circa 1 milione di minori. Di questi ben 572.720 nati in Italia. Bambini, ragazzi che frequentano le scuole italiane, parlano la nostra lingua e, a volte, si esprimono addirittura nel dialetto della Regione in cui vivono. Vestono come i loro compagni, hanno scelto la squadra del cuore, cantano le canzoni di successo, studiano la nostra storia, si emozionano e sognano non diversamente dai nostri figli e nipoti. Il Paese dei loro genitori non l’hanno mai visto, forse mai lo vedranno, la lingua delle origini la masticano punto o niente. Le loro radici sono già qui, il loro futuro si chiama Italia. Se ne può dubitare?

Eppure, per la legge, non sono italiani né potranno esserlo se non dopo i 18 anni d’età a condizione che provino, solo entro i dodici mesi successivi, una serie di concordanze amministrative e anagrafiche, non sempre pacifiche, spesso una beffa. Così prevede la legge attuale, approvata nel lontano 1992, quando il fenomeno immigratorio certo non conosceva le dimensioni attuali. Questa è la legge che molti, soprattutto gli esponenti della Lega Nord e una parte del PDL, non vorrebbero cambiare. Proprio la norma che il Presidente Napolitano ha definito una follia.

Che l’Italia sia un paese di vecchi, non ci piove; l’anagrafe è inconfutabile. Preoccupa piuttosto che stia diventando un paese di matti. Infatti, come si fa ad ignorare il contributo fornito da gran parte dei cinque milioni di persone alla Società italiana?

Gli stranieri lavorano, pagano le tasse, versano i contributi previdenziali, alimentano i consumi, contribuiscono all’economia del Paese. Fanno figli, la materia prima più preziosa di una collettività, molto più che gli italiani. Figli che oggi popolano scuole e università, ma domani li troveremo nelle fabbriche, nelle banche, al comando di aziende. Italiani nel cuore e di fatto; che, nella migliore delle ipotesi, se non cambia la legge, avranno dovuto attendere i diciotto anni e l’esito favorevole di un complesso procedimento amministrativo per il riconoscimento della cittadinanza. Legge ingiusta, umana follia, appunto.


ECCLESIA
La salvezza nascosta
Un volume a più voci affronta la questione della gratuità

 di Mario testi

“La sfida che la Caritas in Veritate ci invita a raccogliere è quella di battersi per restituire il principio di gratuità alla sfera pubblica”. 

Il pensiero dell’economista Stefano Zamagni esprime molto chiaramente la posizione del mondo cattolico riguardo all’azione del dare senza pretese di riavere, all’interno di un libro curato da Francesca Brezzi e Maria Teresa Russo, “Oltre la società degli individui. Teoria ed etica del dono” (Bollati Boringhieri, 216 pagine), davvero prezioso per conoscere il pensiero di alcuni esperti (di economia, bioetica, teologia ed altro) sulla nostra situazione attuale. Siamo di fronte ad un passaggio cruciale: l’economia continentale - e non solo - vacilla, e le soluzioni prospettate sanno di sudore e lacrime. 
Ma tra gli errori (perché è probabile che, se siamo arrivati a questo punto, siano stati fatti anche errori) compiuti nel percorso di costruzione dell’Europa unita e più in generale dell’economia planetaria, ve ne è uno di cui si parla qui: quello di aver scisso la persona umana dall’economia, di aver creato una scienza che non tiene conto della specificità umana, che è fatta anche di dono, di spirito, di passione, di povertà. Si è creata una scienza economica che ha assunto come valore assoluto una logica di scambio assolutamente meccanicistica e impersonale. Gli specialisti qui presenti attaccano questo Leviatano da diverse posizioni, tenendo conto soprattutto di una dimensione, appunto quella della gratuità, che non solo è auspicabile moralmente, ma a quanto pare anche capace di muovere l’economia di un Paese. Come ha mostrato già Amartya Sen, dare un’occasione gratuita ai poveri mette in moto la macchina del lavoro e dell’economia, basata non più solo sul profitto in sé e per sé, ma solidale, parola di fronte alla quale molti economisti rabbrividiscono. Ma senza solidarietà e senza gratuit&agra ve;, dicono gli estensori dei saggi presenti in questo volume, non usciamo più dal vicolo cieco nel quale ci siamo andati a infilare. 

Un altro economista, Luigino Bruni, affronta il problema delle “cure” di Hobbes e di Adam Smith contro la supposta asocialità dell’uomo: cure che hanno portato alla completa spersonalizzazione del progetto economico e alla convinzione che sia un bene tenere lontani gli affetti - quasi fossero elementi legati alla animalità - dall’amministrazione dei beni. C’è un rimedio? Quello di un nuovo ethos del mercato, afferma Bruni, che “non potrà evitare la tensione drammatica tra interessi e dono, comunità e immunità, éros e agàpe, perché è questa tensione che alimenta la vita, anche quella economica”. 

L’invito è di accettare il rischio del dono, anche se esso mette in gioco la possibilità dell’incomprensione o della derisione. A questo proposito, mette conto qui parlare dell’altra faccia del dono, quella degli studi che cercano di notomizzarlo, di decostruirlo e di analizzarlo come se fosse una parte meccanica o puramente materiale. Siamo nel contesto esorcizzato profeticamente da Kant nelle “Lezioni di etica”, giustamente ricordate qui da Maria Teresa Russo nel suo saggio “Donare il corpo”: “È impossibile essere una persona e una cosa”. 

Alcuni studiosi, partendo da elementi sociologici, filosofici, antropologici decretano l’impossibilità del dono. Come se esso potesse essere oggetto di studio e di analisi, invece che punto di incontro senza ritorno, foriero di progresso civile e morale. 

Un’economia da ricostruire, quindi, ripartendo dalla dimensione della famiglia e dei suoi affetti, come sottolinea la filosofa morale Paola Ricci Sindoni nella sua interpretazione del libro di Tobia, che rimanda ad altro cammino nella privazione e nella donazione di sé: “Dio sacrifica suo Figlio e tramite lui diventiamo figli; ancora un modo per dire co me il paradigma della filialità, oltre che rifondare i legami generativi della famiglia, può rappresentare l’ethos compiuto per ogni uomo”.

Libro davvero utile, questo, per capire come - nonostante alcuni affermino il contrario - quella fondata sul profitto senz’anima e pietas non sia l’unica forma di gestione del bene comune. 

La gratuità non appare qui solo come filantropia eccentrica di ricchi presi da rimorsi o astratti amori per i poveri sfruttati, ma come forza capace di rimettere l’uomo al centro di un discorso che da troppo tempo ne ha fatto una variabile secondaria.


OTIUM

La storia di Lucia

Nel giorno più corto dell’anno si festeggia la santa amata dai bambini

di Lucia Sofia

Siamo affezionati a questo nome, era anche il nome della nonna e, anche in sua memoria, vogliamo ripercorrere la storia di questa santa. 

Si racconta che Lucia fosse una bella fanciulla siciliana appartenente ad una ricca famiglia di Siracusa e che fosse stata promessa in sposa ad un pagano. 

Un giorno Lucia e sua madre, Eutichia, poiché quest’ultima era molto malata, decisero di andare in pellegrinaggio al sepolcro di sant’Agata per pregare e intercedere per la guarigione della donna. Durante la preghiera Lucia si assopì, sant’Agata le andò in sogno e le disse: “Lucia, perché chiedi a me ciò che puoi ottenere tu per tua madre?”. Accertata la guarigione di Eutichia, Lucia decise allora di dedicare la sua vita al Signore. 

Il suo pretendente, preoccupato nel vedere la promessa sposa vendere tutto il suo patrimonio per distribuirlo ai poveri, la denunciò come cristiana. Correva l’inizio del IV secolo d.C. ed erano ancora in vigore i decreti di persecuzione dei cristiani emanati dall’imperatore Diocleziano. Durante il processo, Lucia non smise mai di proclamarsi cristiana e minacciata di essere esposta tra le prostitute rispose: “Il corpo si contamina solo se l’anima acconsente”. Il giudice allora ordinò che la donna fosse costretta con la forza, ma lei diventò così pesante, che decine di uomini non riuscivano a spostarla. Alla fine fu sottoposta a pesanti tormenti. 

Lucia uscì però illesa da ogni tortura (perfino il fuoco non la scalfì!) fino a quando, inginocchiatasi, venne decapitata (in molte sue raffigurazioni viene rappresentata con un pugnale conficcato nella gola perché si narra che Lucia in realtà morì per jugulatio e non per decapitazione). 

Sembrerebbe quindi privo di fondamento ciò che si racconta, ovvero che durante il martirio Lucia si fosse strappata gli occhi. Come si spiega quindi la raffigurazione della santa con in mano un piattino (o una coppa) dove sono riposti i suoi stessi occhi e l’invocazione della stessa quale protettrice della vista? L’origine di tale patronato, che risale al XV secolo, è probabilmente da ricercare nell’etimologia dello stesso nome: lux, luce. 

È considerata dai devoti la protettrice degli occhi, dei ciechi, degli oculisti, degli elettricisti e degli scalpellini e viene spesso invocata nelle malattie degli occhi.

La sua festa ricorre il tredici dicembre. È curioso il fatto che prima dell’introduzione del calendario moderno (1582) la festa cadesse in prossimità del solstizio d’inverno che è il giorno dell’anno in cui nell’emisfero nord della terra il sole tramonta prima (da qui il detto “Santa Lucia, il giorno più corto che ci sia”). 

Tra le città in cui la festa di santa Lucia è particolarmente sentita, vi è, in primis, Siracusa. Qui i festeggiamenti durano otto giorni ed iniziano il dodici dicembre. 

Il tredici la statua della santa viene portata a spalle dall’isola di Ortigia (la parte più antica di Siracusa) fino alla chiesa di Santa Lucia al Sepolcro. Molto suggestivo è il momento in cui la processione giunge nel porto dove i marinai e militari la salutano facendo suonare a festa le sirene delle loro navi. 

In Puglia, ad Erchie, in provincia di Brindisi, oltre che il tredici dicembre, la santa viene festeggiata il secondo giovedì dopo Pasqua. La leggenda racconta che un pastore che vedeva puntualmente una delle sue mucche allontanarsi dal resto della mandria, decise un giorno di seguirla: scoprì che quella andava ad abbeverarsi ad una sorgente presso la quale vi era un’effigie della santa. I fedeli costruirono proprio in quel punto il santuario di santa Lucia che si sviluppa su tre piani. In quello più basso sgorga l’acqua ritenuta miracolosa. 

Molti vi accorrono da tutta Italia, generalmente il giovedì, per venerarla e approvvigionarsi dell’acqua santa, per devozione, voto o ringraziamenti per grazie ricevute.

Santa Lucia è poi molto amata dai bambini di diverse regioni dell’Italia settentrionale, dove è lei a portare i doni. I bambini le scrivono una lettera elencando i doni che vorrebbero ricevere. Nelle sere precedenti la mistica data è uso poi che i ragazzi più grandi percorrano le strade suonando un campanello per ricordare ai più piccoli che è loro dovere andare subito a letto così che Lucia possa vedere quanto sono buoni. Per ringraziamento si lascia del cibo, in genere arance, biscotti, mezzo bicchiere di vino rosso e del fieno per l’asinello che trasporta i doni. Al mattino i bambini trovano il piatto con le arance e i biscotti consumati e, al loro posto, caramelle e monete di cioccolato. Per casa, nascosti, i doni che hanno richiesto. 

Pertanto, sarà facile ascoltare, in alcune zone d’Italia, una dolce invocazione dei bambini prima di andare a dormire: “Questa è la notte di santa Lucia, senti nell’aria la sua poesia. Lei vola veloce col suo asinello, atterra davanti ad ogni cancello. 

Ad ogni finestra un mazzolin di fieno e l’asinello ha già fatto il pieno. Santa Lucia con il suo carretto lascia a tutti un gioco e un dolcetto. Porta a noi bambini tanti regali tutti belli, tutti speciali”.