Arc2011dic032-Nuovo Dialogo

DICEMBRE 2011 - N° 32


EDITORIALE

Oltre l’indignazione


Fanno notizia le manifestazioni in Russia, dopo le elezioni legislative che avevano consegnato lo scorso 5 dicembre al partito egemone, “Russia Unita”, la maggioranza assoluta dei seggi.

Il 15% dei voti persi dal partito di Putin e Medvedev, che non ha raggiunto la maggioranza assoluta dei voti, si è spalmato tra il partito comunista, che sfiora il 20%, “Russia Giusta” che cresce quasi di cinque punti al 13,22%, e così supera il partito Liberal democratico di destra, guidato da Vladimir Zhirinovsky, all’11,66%. Questi dati sono contestati, viene avanzata una traversale richiesta di ripetere le elezioni e Putin ha offerto ai manifestanti una risposta decisa, ma sembra avere avvertito il messaggio, anche in vista delle prossime presidenziali, alle quali è ufficialmente candidato per la terza volta.

Sia pure nel peculiare quadro russo, giusto a vent’anni dalla dissoluzione dell’Urss, il profilo d’instabilità e di contestazione che le manifestazioni mostrano, segna un malessere che percorre ormai tutto il mondo “globalizzato”.

Le leadership si mostrano deboli, la politica sembra non reggere il peso delle attese che si affollano in modo contraddittorio, di fronte ai gravi problemi di governo dell’economia globale. Non a caso la parola trasversale che sintetizza questi fermenti è “indignazione”, che è un movimento etico e non politico.

E questo è forse il dato fondamentale. L’accelerazione dei processi economici e, dunque, sociali che stiamo vivendo reclama nuove sintesi, nuove prospettive di democrazia, che peraltro sono lungi ancora dall’essere definite. Nei Paesi dell’Africa settentrionale le “rivoluzioni” danno esiti politici contraddittori, ancora tutti da decifrare, dopo che si era a caldo parlato di affermazione della democrazia.

Così in Europa si producono le alternanze, come in Spagna, o si formano coalizioni allargate di tipo transitorio, come in Grecia e in Italia, mentre in Francia e Germania (e negli Stati Uniti) è in corso una lunghissima campagna elettorale.

Gli orizzonti nazionali peraltro appaiono, come si è ben visto nella crisi dell’euro, troppo ristretti e dunque dall’urgenza dei fatti viene rilanciato il quadro sovranazionale e comunitario, l’Unione europea, ormai a 28, con l’ingresso della Croazia, sfatato definitivamente il tabù delle diverse velocità.

L’“indignazione” insomma, deve essere seguita e accompagnata dall’elaborazione, dalla proposta, dal progetto. È una sfida per tutti. E forse anche dall’inverno russo potrà venire qualche indicazione.


 Tracce

Il New York Times ha ‘incoronato’ Giorgio Napolitano

Emanuele Carrieri


incoronazione è avvenuta absente rege, cioè “assente il re”, qualche giorno fa, al di là dell’Oceano Atlantico: è un omaggio a tutto campo, un riconoscimento di altissimo prestigio, quello fatto pervenire dalle colonne del New York Times, il più importante quotidiano degli Stati Uniti di America, al nostro capo dello Stato, soprannominato addirittura King George, ossia “re Giorgio”. Partenopeo autentico, ottantasei anni portati benissimo, undicesimo presidente della Repubblica, primo appartenente al Partito Comunista Italiano a salire lo Scalone d’Onore del Palazzo del Quirinale, Giorgio Napolitano, nel difficilissimo periodo di crisi attraversato dal nostro Paese, durante il quale ha avuto puntati su di sé gli occhi di tutto il mondo, si è rivelato essere un solidissimo baluardo delle nostre istituzioni democratiche, il cardine attraverso il quale si è snodato il passaggio dal governo di Silvio Berlusconi a quello di Mario Monti. Secondo il principale giornale statunitense, che mai si era compromesso in così grande misura per un esponente politico italiano, Giorgio Napolitano “rimane un importante garante della stabilità politica” in stagioni tempestose come quella attuale. Lo abbiamo visto tutti, lo hanno visto tutti: nessuna esitazione, nessun rinvio, nessun timore, nessuna paralisi istituzionale.

Nel momento in cui c’è stato il tracollo sui mercati finanziari, Giorgio Napolitano ha preso coraggiosamente in mano le redini della situazione, per tranquillizzare i mercati e i più che preoccupatissimi partner economici d’Europa e d’Oltreoceano, con alcuni imperativi categorici: fare in fretta, riacquistare presto dignità e fiducia, venire subito fuori da una stretta molto pericolosa, assumere decisioni orientate verso una rinnovata responsabilità e una coesione nazionale.

Poi ha chiamato a prendere parte alla salvezza del nostro Paese sia i vincitori delle elezioni politiche del 2008, rammentando loro che, in questi quasi tre anni, la maggioranza si è frammentata e si è trasformata nei numeri, sia l’opposizione: nessun ribaltone, nessuna cancellazione con il matitone rosso sul risultato elettorale, ma un governo di emergenza, per mettere in salvo l’Italia, per far partire di nuovo il confronto a tutto campo fra i partiti, fra la politica e la nazione, per mettere il Paese in condizioni di sicurezza. Indubbiamente sono molti, moltissimi gli elementi che possono aver sollecitato la direzione e la redazione del New York Times: certamente appaiono il suo essere capace di tenere le fila della complessa realtà italiana, la sua dedizione alla causa della democrazia parlamentare, il suo avere a cuore la sorte delle giovani generazioni.

A cui aggiungere il fatto che Giorgio Napolitano, in occasione delle commemorazioni dei centocinquanta anni dell’Unità d’Italia, ha rappresentato il crocevia attraverso il quale passa ancora adesso, nel nostro Paese, il legame fra storia e avvenire.

Nel momento in cui c’è stato il tracollo sui mercati finanziari, nel difficilissimo periodo di crisi attraversato dall’Italia, la sua immensa autorevolezza ne ha fatto la roccia a cui si è ancorato il Paese: difficoltoso, davvero molto difficoltoso, prendere in seria considerazione che cosa sarebbe avvenuto senza la sua granitica fermezza.

Una fermezza da re.


L'argomento

Il Politecnico di Taranto sceglie la strada dello sviluppo

Ne parliamo col preside di facoltà, Gregorio Andria, che ci illustra l’importanza della nascita del centro interdipartimentale. Ecco come saranno spesi quasi dieci milioni di euro per il potenziamento dei laboratori

Silvano Trevisani


Le università rappresentano un elemento straordinario per la crescita dei territori nei quali si trovano a operare.

E’ anche questo uno dei motivi del ritardo del Sud, il cui sistema universitario è ancora impegnato a recuperare il suo ritardo “storico” tra mille difficoltà di varia natura. Non ultime quelle di natura economica. In questo senso, la situazione di Taranto è del tutto paradigmatica: basti pensare che la nostra città è la più grande tra quelle ancora prive di un suo polo autonomo, nonostante la sua battaglia fosse iniziata molti anni prima di quella di molte altre città italiane.

Solo venti anni fa, grazie al progetto presentato dall’allora sottosegretario alla Pubblica Istruzione, Domenico Amalfitano, furono avviati i primi corsi universitari gemmati da Bari e il primo corso del “comune” Politecnico Bari-Taranto, il terzo dopo Milano e Torino.

Ma per un ventennio questo polo “decentrato” ha vivacchiato, con uno sviluppo lento e non sempre improntato alla qualità: non hanno giovato le varie riforme del settore che si sono susseguite in questi anni, mentre la nota sempre dolente per Taranto è quella dei fondi. Sembra, infatti, che Taranto sia l’unica realtà italiana a dovere sborsare, a livello locale, fondi che altrove sono garantiti dallo Stato.

Su un piano leggermente diverso sembra muoversi il Politecnico, che ha una sua autonomia operativa, che sembra aver deciso di consentire a Taranto quel salto di qualità indispensabile. Ne abbiamo parlato con Gregorio Andria, che è il preside della facoltà di Ingegneria del Politecnico di Taranto, che ha accettato ben volentieri di tracciarci le linee di sviluppo.

Professor Andria, può spiegarci come si evolverà il Politecnico a Taranto?

“Il Politecnico, che a Taranto è presente da vent’anni con la Facoltà di Ingegneria, presenta ora ben sei offerte formative: tre triennali e tre magistrali, nelle classi dell’Ingegneria Civile e Ambientale (curriculum Ambiente e Territorio), Industriale – Meccanica (curriculum Sistemi industriali), dell’Informazione - Elettronica (curriculum Elettronica per l’industria e l’ambiente). Se si pensa che all’inizio la Facoltà presentava il solo corso di laurea in Ingegneria per l’ambiente e il territorio, è evidente come si sia sviluppata la formazione scientifica e tecnologica del Politecnico  in terra jonica, grazie anche al sostegno degli enti territoriali (prima fra tutti la Provincia di Taranto).

Oggi il Politecnico e in particolare la facoltà di Ingegneria sono conosciuti e richiesti dal territorio, non solo per la formazione d’eccellenza, ma anche per le collaborazioni professionali e di ricerca nei diversi campi dell’ingegneria: basti pensare alle diverse convenzioni stipulate con enti pubblici e privati, ad esempio nel campo sismico, in quello della sicurezza e del controllo ambientale, in quello delle energie alternative, in quello del miglioramento dell’efficienza e della qualità degli impianti e così via. Il futuro prossimo vedrà sempre più coinvolto l’intero Politecnico, non più il solo Dipartimento Diass esistente, grazie all’apporto di più risorse e più competenze dedicate allo studio e alla risoluzione dei problemi di questo territorio, soprattutto con l’attivazione del nuovo Centro Interdipartimentale del Politecnico”.                                                       

Il centro interdipartimentale favorirà “l’identità” del polo, finora tutt’altro che evidente?

“Come ho già evidenziato sopra, la nuova strategia del Politecnico, che non potrà non essere condivisa dagli stakeholder del territorio, verterà sul potenziamento delle strutture e delle competenze del Centro Interdipartimentale, immettendo nuova “linfa”, ossia nuovi ricercatori universitari, assegnisti e dottorandi di ricerca, tecnici, nel tessuto formativo, scientifico e di servizio, determinando ulteriori e più significativi risultati nel rapporto con la provincia jonica, soprattutto nel campo del trasferimento tecnologico e di know-how alle piccole e medie imprese ed anche alla grande industria.

Il Centro contribuirà certamente alla definizione dell’identità e della valenza strategica, al funzionamento e allo sviluppo del “Polo Scientifico Tecnologico Magna Grecia”, pensato inizialmente proprio dalla facoltà di Ingegneria e poi condiviso da tanti enti pubblici e privati il 5 novembre 2008, allorquando venne firmato il protocollo d’intesa per la sua realizzazione, nell’ambito della Programmazione strategica di Area Vasta tarantina, tra il Comune di Taranto, ente capofila, la Provincia di Taranto, il Politecnico di Bari, l’Università di Bari, l’Arpa Puglia, il Cnr, la Confindustria (e successivamente la Camera di commercio), l’Asl, il Consorzio Asi. In seguito, per quanto concerne i soli enti di ricerca, è stato formalizzata una Ats, avente come obiettivo la realizzazione di tale Polo.

Il Polo scientifico tecnologico si propone infatti di stabilire intense sinergie ed interazioni tra il sistema scientifico ed il sistema imprenditoriale locale, regionale, nazionale ed internazionale, promuovendo l’innovazione tecnologica nel settore ambientale, come uno dei motori principali dello sviluppo, allo scopo di accrescere significativamente la competitività del sistema produttivo, in coerenza con il Quadro strategico nazionale e con la Programmazione comunitaria nazionale e regionale”.

Abbiamo appreso che sono stati finalmente stanziati cospicui finanziamenti per Taranto. Come saranno spesi?

“I finanziamenti Pon (9,5 milioni) ottenuti dal Miur congiuntamente dall’Università “Aldo Moro” e dal Politecnico, a fronte di un megaprogetto valutato secondo nella graduatoria nazionale, rispetto a oltre 400 progetti presentati, saranno, nello spirito delle prescrizioni del bando, spesi per il potenziamento dei laboratori, in particolare quelli che possono erogare servizi di elevato contenuto scientifico-tecnologico al sistema delle imprese, non soltanto locali ma nazionali e internazionali, in modo particolare alle PMI operanti nel settore ambientale, e al contempo operare per l’individuazione di processi produttivi eco-sostenibili in aziende industriali di altri comparti, soprattutto di quelle che presentano un forte impatto ambientale, tanto in fase di cantiere che di esercizio.

In particolare, saranno potenziati i laboratori di: Chimica ambientale, in cui sarà possibile analizzare in maniera esaustiva campioni di diverse matrici (aria, acqua e suolo), al fine di diagnosticare il loro grado di contaminazione; Tecnologie e Misure per l’ambiente, in cui si studieranno le modalità tecnologiche con cui abbattere il potenziale inquinante di tali rifiuti e/o quelle con cui poterli riciclare, nonché le modalità con cui effettuare un efficace e tempestivo monitoraggio e controllo di tutte le grandezze costituenti impatto dannoso all’ambiente e/o alla salute, con importanti aspetti legati a inquinamento elettromagnetico, oggetto di continua domanda di conoscenza e di approfondimento da parte di aziende operanti prevalentemente nel settore delle telecomunicazioni, nonché a tecniche a basso costo di bonifica di siti contaminati; Osservazione della Terra per indagini geologiche, geomorfologiche, geofisiche e sedimentologiche in grado di effettuare misure in loco per l’individuazione di discariche di rifiuti e, in generale, dello stato di contaminazione dei suoli; Scienze del Mare (biologia ed ecologia marina, oceanografia fisica e chimica,  geologia, geomorfologia geofisica marina, tecnologie marine ecc.); Informatica: Modellistica Ambientale e Open Innovation che dovrà disporre di un Centro di calcolo a servizio del sistema di ricerca e in connessione telematica con i vari centri di supercalcolo nazionali e internazionali, il tutto a servizio anche delle imprese”.

Qual è il rapporto con gli enti locali? In che modo il Politecnico può e “intende” collaborare allo sviluppo del territorio?

“Il rapporto del Politecnico e della Facoltà di Ingegneria con gli enti locali è già, per quanto detto sopra, ottimo, e si spera di svilupparlo ulteriormente, anche se questo periodo contingente di crisi non è certo l’ideale. Sono tuttavia convinto che proprio in un periodo di crisi bisogna puntare sulla competenza, sulle capacità organizzative, sul “saper fare”, in una parola, sulla “qualità”.

E su questo siamo ogni giorno a combattere in prima linea, essendo questa la nostra “mission”.

Il territorio deve, per parte sua, sia dal punto di vista politico, sia da quello economico-finanziario, sia sociale, sia produttivo, essere consapevole di questa forte presenza e sentirla come sua importante risorsa, su cui far leva per la crescita e lo sviluppo, pertanto deve contribuire, ciascuno per quanto compete, a sostenere decisamente questa risorsa, soprattutto nell’interesse di questa grande terra”.


‘Fuga dei cervelli’: così Taranto affronta il problema

Abbiamo ascoltato Carmine Carlucci, presidente del Cqv -Comitato qualità della vita- che, sin dal 1983 opera sul nostro territorio per un recupero delle radici e tradizioni ioniche

Tecla Caforio 


L'obiettivo fondamentale del comitato in questi ultimi anni, è stato lo sviluppo ed il recupero dell’università e della scuola a Taranto. Dopo l’approvazione della Legge n. 240/10, meglio conosciuta come riforma Gelmini, tutto il sistema universitario è cambiato penalizzando soprattutto i piccoli poli in crescita come il nostro. L’attuazione della riforma modificherà, nel tempo, l’intero sistema universitario e la posizione dei ricercatori che avranno solo contratti a tempo determinato. I ricercatori svolgono quasi il 40% delle attività didattiche nelle università e sono alla base delle attività di ricerca e crescita del futuro di migliaia di giovani.

Carlucci, con il comitato che rppresenta, intende farsi promotore di una serie di incontri per fare il punto della situazione e chiarire quale possa essere il futuro delle facoltà di Taranto.

Qual è l’obiettivo che si pone in questo preciso momento il Cqv?

A Taranto e non solo, in questi giorni viviamo momenti difficili, dovuti ad una crisi diffusa. La riforma Gelmini comporterà la cancellazione delle quattro facoltà che da anni sono insediate nel nostro territorio: Giurisprudenza, Economia, Ingegneria e Scienze.  Questo perché la cancellazione dei dipartimenti di ricerca, porterà ad  un impoverimento di personale tale da rendere Taranto un semplice esamificio o lezionificio. Senza l’avanzare della ricerca l’università non ha senso né valore.  800 docenti vincitori di concorso nella nostra città, dopo aver assunto la cattedra, anziché asserire ai dipartimenti che dovevano costituirsi a Taranto, hanno preferito prendere posto nei dipartimenti di Bari dato che qui le prospettive lavorative, tendono ad assottigliarsi sempre più.

Il comitato ha fatto in modo che arrivassero fondi per bandire i concorsi e per creare un politecnico di tutto rispetto. Oggi, gli stessi docenti che hanno contribuito a questo progetto, preferiscono andare via. Il nostro obiettivo è quello di convincere i ricercatori in questione a tornare a Taranto.

Come intendete operare?

Abbiamo indetto una ‘moral suasion’. Tramite quest’opera, cercheremo di fare leva sul peso etico che avrebbe la scelta per questi professori nominati a Taranto, di tornare nella nostra città dissuadendoli dall’allontanarsi verso Bari. Non possiamo costringerli di certo ma, congiuntamente a diversi rettori e presidi, come il prof. Antonio Uricchio, vorremmo che tutti assumessero un comportamento corretto non determinato direttamente da una normativa ma che sia comunque vincolante per il raggiungimento degli obiettivi che erano a base della nomina a Taranto.

Quali sono gli enti o gli organi che possono in qualche modo intervenire per la crescita dell’università a Taranto?

Nei prossimi giorni, tramite il comitato, incontreremo il prefetto della città, Carmela Pagano, e chiederemo l’intervento delle imprese importanti presenti sul territorio come l’Eni o l’Ilva.

In passato gli enti locali hanno contribuito in maniera consistente al finanziamento dell’università ora occorre che intervengano anche le imprese e che ci sia un’unione tra pubblico e privato che possa porre le condizioni per la ricerca.

Qual è la situazione degli studenti del territorio ionico?

Un’università necessita di tanti mezzi per andare avanti: ad esempio, a Taranto sono totalmente inesistenti le strutture come le mense, le case degli studenti e tanto altro. Oltre la ricerca, anche questo contribuisce ad evitare  la così detta ‘fuga dei cervelli’. Vorremmo sviluppare la competitività del sistema economico ionico che punti al futuro dei laureandi e dei laureati a Taranto.


La Lumsa inaugura l’anno accademico e ricorda monsignor Nicola Di Comite

Antonio Tucci

 

la sede tarantina della Libera Università Maria SS. Assunta ha celebrato l’inaugurazione del suo tredicesimo anno accademico. Per una volta ancora alla presenza di Monsignor Benigno Papa che, prima di congedarsi dalla nostra diocesi, non ha voluto mancare a quest’annuale appuntamento per salutare con il consueto affetto rettore, corpo docente e studenti dell’importante struttura universitaria del nostro territorio.

Prima di raccogliersi nell’auditorium per ascoltare le relazioni programmate per la circostanza, anche alla presenza del Pro-Vicario diocesano monsignor Emanuele Tagliente, è stata scoperta una targa in memoria di monsignor Nicola Di Comite, già vicario diocesano, deceduto nel corso del mese di ottobre. Come noto, nella sua qualità di presidente dell’Edas, mons. Di Comite ha contribuito in prima persona allo sviluppo di questo importante insediamento universitario. Oggi presso la sede tarantina della Lumsa è presente un dipartimento di scienze della formazione all’interno del quale operano due corsi di laurea, uno di primo livello, in Scienze del servizio sociale e del no-profit, uno magistrale; in Programmazione e gestione delle politiche e dei servizi sociali.

Nel corso della serata inaugurale abbiamo ascoltato la relazione della prof. Stefania Cosci la quale ha intrattenuto il pubblico sui cambiamenti intervenuti nel sistema universitario italiano dopo la riforma Gelmini. Ci siamo inoltre incontrati con lo stesso rettore della sede di Taranto, don Antonio Panico che ha affabilmente risposto ad alcune domande.

Anzitutto i numeri di questa importante realtà universitaria locale.

Con le 68 immatricolazioni di quest’anno, ai due corsi di laurea attivati presso la sede di Taranto, risultano attualmente iscritti 213 studenti, dei quali 26 provenienti da altre province. Il corpo docenti comprende invece 34 insegnanti in tutto.

Quali sono i rapporti della Lumsa con il nostro territorio?

I rapporti sono particolarmente buoni come si può evincere dall’insieme dei progetti realizzati negli anni precedenti che, senza la collaborazione degli enti territoriali, delle aziende locali, dell’associazionismo, non avrebbero potuto essere portati a compimento.

In particolare, ce ne ricordi uno.

Il progetto promosso dal Cepess (Centro per la promozione e l’educazione alla salute e alla sicurezza del cittadino) ospitato proprio qui nella nostra sede e nato da una collaborazione tra l’assessorato ai Servizi sociali del Comune di Taranto, la Asl TA/1, l’Inail, il Csv, Cgil, Cisl, Uil, la Confindustria, l’Arci “Solidarietà” e l’Anmil. La ricerca sul campo condotta attraverso 15 interviste somministrate a soggetti che hanno subito un incidente sul luogo di lavoro ha consentito la produzione di un report che è stato messo a disposizione della rete delle istituzioni preposte al sostegno degli infortunati e delle loro famiglie. Da questa collaborazione è scaturita un’importante sinergia con l’INAIL che offrirà nel corrente anno accademico un seminario di formazione per i nostri studenti, nel quale saranno approfondite le tematiche correlate alle strategie di prevenzione ed intervento relative all’infortunistica sul lavoro.

E per il futuro?

Nell’ambito dei Prin (Progetti di ricerca di interesse nazionale) continuerà la collaborazione con le università di Pavia, Milano Bicocca, Cosenza, Parma, Palermo relativamente alle indagini sulle violenze di prossimità e sulle politiche sociali volte alla prevenzione, al contenimento del danno e alla cura delle persone vittime di condotte lesive sia sul piano fisico che morale. In quest’ottica abbiamo celebrato nei giorni scorsi anche nella nostra sede la giornata mondiale di sensibilizzazione contro la violenza a danno delle donne grazie all’intervento delle operatrici del Centro antiviolenza “Alzaia” che opera con successo nel nostro territorio provinciale.

C’è da essere molto soddisfatti per questi risultati.

Certamente, ma rimane il problema più importante: la sistemazione post-laurea, la ricerca del posto di lavoro per i giovani laureati; un’impresa che nel nostro territorio s’è fatta particolarmente ardua. È vero che molti studenti trovano collocazione nel terzo settore, ma i concorsi pubblici e quelli nei servizi sociali gestiti dagli enti locali latitano da anni. Fortunatamente molti dei laureati della nostra sede trovano sistemazione, anche a buoni livelli dirigenziali, presso le strutture di altre regioni. Rimane, tuttavia, il nostro principale obiettivo quello di innestare un circuito più virtuoso tra esperienza e studi universitari e mondo del lavoro.


Chiesa e Ici: un segnale chiaro

Non c’è nessun privilegio e nessun arroccamento

Silvano Trevisani


Si è riparlato di Ici (tra poco Imu) e Chiesa cattolica, in un dibattito nervoso, segno di una situazione ancora tesa. È necessario fare chiarezza e portare serenità. I termini della questione sono evidenti. La Chiesa cattolica gode dell’esenzione, come la altre Confessioni e un’ampia sfera di organizzazioni ed enti “laici”, pubblici o privati, non commerciali e riconducibili al no profit, per le attività istituzionali. L’esenzione dall’Ici è riconosciuta solo per gli immobili non commerciali. Per gli altri la Chiesa o gli enti religiosi proprietari sono assoggettati, come tutti, a tassazione.

Nessun privilegio, come ha sottolineato lo stesso presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco: “La normativa vigente è giusta, in quanto riconosce il valore sociale delle attività svolte da una pluralità di enti no profit e, fra questi, degli enti ecclesiastici. Questo è il motivo che giustifica e, al tempo stesso, delimita la previsione di una norma di esenzione”.

Sul piano tecnico le cose sono chiare. La Chiesa cattolica paga quello che c’è da pagare, non paga quello che è previsto, come tutti, e non gode di nessun privilegio. Atteniamoci dunque ai fatti, che sono uguali per tutti e parlano chiaro.

Se ci sono stati abusi nell’interpretazione della legge, “casi concreti nei quali un tributo dovuto non è stato pagato, che l’abuso sia accertato e abbia fine”. E comunque – ha concluso il cardinale Bagnasco – “non vi sono da parte nostra preclusioni pregiudiziali circa eventuali approfondimenti volti a valutare la chiarezza delle formule normative vigenti, con riferimento a tutto il mondo dei soggetti no profit, oggetto dell’attuale esenzione”.

Su questa solida base si possono fare due considerazioni.

Prima di tutto evitiamo di buttarla in politica. In una situazione oggettivamente grave, sollevare polveroni, ricorrere a vecchi schemi laicisti, giova solo a chi alimentando risse ideologiche, vuole dimostrare di esistere, o vuole sviare l’attenzione da altro.

Ecco, allora, il secondo punto, la richiesta cioè che la Chiesa dia un segnale. Basta guardare il calendario: il prossimo anno si ricorderanno i cinquant’anni dal Concilio. Fu allora che, a partire dal “triregno” del Papa, tutte le pompe sono state abolite. Le numerose iniziative d’intervento per le famiglie e per tutti coloro che la crisi sta mettendo in difficoltà sono scrupolosamente documentate e non solo quando sono messe in opera con fondi pubblici. D’altra parte le porte delle case della carità, delle aule di catechismo, dei gruppi parrocchiali, delle associazioni e dei movimenti, degli ospizi, delle parrocchie, degli oratori, dei musei diocesani, delle biblioteche, delle case-famiglia e di migliaia di opere e iniziative che animano da sempre la nostra vita sociale, culturale e civile, sono sempre aperte per chi voglia toccare con mano e magari dare una mano.

Perché di questo c’è bisogno: certo, di una rendicontazione puntuale e scrupolosa sui soldi, ma anche di quelli che gli economisti chiamano “beni immateriali”, che sono un patrimonio prezioso per tutti e che tutti siamo chiamati a salvaguardare e far crescere sempre di più.


  Ecclesìa

La grande Domanda

Dal 9 all’11 febbraio il convegno “Gesù nostro contemporaneo”


Dopo il grande incontro su “Dio oggi. Con lui o senza di lui cambia tutto” del dicembre 2009, il Comitato per il progetto culturale della Cei torna a lanciare un messaggio forte e una provocazione al dibattito pubblico.

Lo fa con l’evento internazionale “Gesù nostro contemporaneo”, attraverso il quale si vuole sottolineare “la contemporaneità di Gesù, il suo carattere di persona viva, reale, portatrice di una luce e di una speranza capaci di orientare il cammino di un’umanità che è entrata in un tempo di grandi cambiamenti e di scelte di enorme portata”. “Sta qui - si legge infatti nella presentazione dell’iniziativa - la specificità che conferisce a Gesù un significato assoluto e universale, capace di toccare il cuore, di far sentire tutti ugualmente uomini, esaltati nella propria umanità e unicità”

Il programma

Il secondo evento internazionale, promosso dal Comitato per il progetto culturale, si terrà dal 9 all’11 febbraio 2012 a Roma, presso l’Auditorium della Conciliazione e alcuni luoghi limitrofi. Giovedì 9 febbraio 2012, introdotta dall’intervento del card. Angelo Bagnasco, si aprirà la prima sessione: “Accadde a Dio in Palestina”, con la relazione di Klaus Berger, un’intervista al card. Joseph Zen e gli incontri su Gesù e Gerusalemme (con Sandro Magister, David Rosen, Romano Penna, Paolo Mieli), le rappresentazioni del corpo di Gesù (con Eugenia Scabini, Alain Finkielkraut e il card. Gianfranco Ravasi).

A discutere sul libro “Gesù di Nazaret” di Benedetto XVI saranno Massimo De Angelis, il card. Angelo Scola, Thomas Soeding. Nel pomeriggio verrà anche inaugurata una mostra fotografica di Monika Bulaj, presentata dall’autrice insieme ad Antonio Paolucci e Dino Boffo. Venerdì 10 febbraio 2012 è in programma la sessione “Ha unito a sé ogni uomo”, con la relazione di Pierangelo Sequeri e la presentazione dell’opera Xfiction dell’artista italo-argentino Raul Gabriel. Negli eventi in contemporanea si parlerà di Gesù e le donne (con Paola Ricci Sindoni, Emma Fattorini, Liliana Cavani, Ermenegildo Manicardi), Gesù e i poveri (con Andrea Riccardi, Armand Puig i Tarrech, Ignazio Sanna, Cariosa Kilcommons) e Gesù nella letteratura contemporanea (con P. Ferdinando Castelli, Marco Beck, Franco Scaglia). La sessione pomeridiana - “Noi predichiamo Cristo crocifisso” - prevede le relazioni di Piero Coda e Jean-Luc Marion, e la testimonianza di Maydi Bayyat, direttore del Centro “Our Lady of Peace” di Amman. A confrontarsi su Gesù e il dolore degli uomini saranno Francesco D’Agostino, mons. Rino Fisichella, Manfred Luetz, Tony Capuozzo. Il rapporto tra Gesù e i giovani sarà al centro dell’incontro con Alessandro Zaccuri, Roberto Vecchioni, Armando Matteo, Alessandro D’Avenia. Il programma prevede anche la discussione del libro di René Girard “Prima dell’apocalisse”, ad opera di Fiorenzo Facchini, Sergio Belardinelli, mons. Sergio Lanza, Giuliano Ferrara. Sabato 11 febbraio 2012 si terrà la sessione conclusiva su “Il Risorto Signore della storia”. Le relazioni principali sono affidate a Henning Ottmann e Nicholas Thomas Wright, mentre le conclusioni saranno proposte dal card. Camillo Ruini.

Fede e cultura

“Agli uomini del nostro tempo - spiegano i promotori dell’incontro - è riproposto Gesù, il Cristo crocifisso e risorto, di cui parlano da secoli le grandi opere della cultura e la fede umile e operosa di tanti fedeli”. Il percorso offerto si snoda “nei termini della cultura attuale, con rigore critico e confrontandosi in maniera intellettualmente onesta con coloro che hanno di Gesù opinioni molto diverse”. Proprio questo confronto, “condotto non solo sul piano delle argomentazioni, ma su tutto l’arco dell’esperienza umana”, costituirà il “sale” dell’evento, che poi nei percorsi formativi e nelle diverse proposte della comunità cristiana potrà servire a riflettere e confrontarsi sulla “dimensione culturale” della “questione di Gesù”. Spesso Benedetto XVI ha riproposto la “grande domanda” su Gesù di Nazaret: che cosa egli ha portato veramente nel mondo, se non ha portato la pace, il benessere per tutti, un mondo migliore? La risposta, per il Papa, è molto semplice: Dio, Gesù “ha portato Dio”, quel Dio che le genti avevano intravisto sotto molteplici ombre e che, grazie a lui, “scopriamo così vicino da poterlo incontrare”. La figura di Gesù è anche il punto in cui si rende manifesto quanto la “questione antropologica” e la “questione di Dio” si richiamino vicendevolmente: secondo Benedetto XVI, la vita, e in particolare la risurrezione, di Gesù Cristo pongono inesorabilmente alla ragione umana la domanda su Dio e sul suo intervento nella storia: se, infatti, Cristo è soltanto un uomo, e soprattutto non è risorto, siamo costretti, alla fine, a ridurre la portata della sua vicenda, confinandola in un lontano passato. 

Contemporaneità e adorazione

La contemporaneità del cristiano con il Cristo è uno dei temi centrali del pensiero del filosofo danese dell’Ottocento Soeren Kierkegaard, che in “Esercizio del cristianesimo” scrive: “In rapporto all’Assoluto non c’è che un solo tempo: il presente; per colui che non è contemporaneo con l’Assoluto, l’Assoluto non esiste affatto. E poiché Cristo è l’Assoluto, è facile vedere che rispetto a lui, è possibile solo una situazione: quella della contemporaneità”. E nel “Diario”: “Ciò che in diversi scritti ho svolto sulla ‘contemporaneità’, che cioè essa costituisce il criterio di misura, è assolutamente vero sotto l’aspetto poetico, storico ed etico, e conserva quindi il suo valore; e in un certo senso vale anche rispetto a Cristo come persona storica. Ma Cristo è allo stesso tempo la realtà dogmatica. Qui sta la differenza. La Sua morte è la Redenzione”. Così, conclude, “importa soprattutto l’adorazione, e solo attraverso l’adorazione si può voler imitare”.


Otium

Fiorello convince a metà

La Rai rifiuta di sperimentare e ripropone il vecchio varietà

Massimiliano Padula 


Tredici milioni di spettatori incollati alla Tv a guardare un simpatico cinquantenne siciliano. Il varietà tradizionale è tornato e ha fatto il botto. “Il più grande spettacolo dopo il week end” ha colto nel segno almeno dal punto di vista del pubblico. Molti i punti di forza del programma a partire dal titolo azzeccato che, a parte evocare il famoso brano di Jovanotti, è scritto con la nomenclatura di Twitter, social network non da tutti conosciuto, ma che rappresenterà il futuro prossimo del panorama digitale. Altro valore aggiunto per il successo senza dubbio è stato il budget (stratosferico) che ha permesso la presenza di ospiti di caratura internazionale. Tra questi un Benigni di serie B che nell’ultima puntata, annunciato a gran voce, ha deluso monologando a sproposito sui soliti temi e cantando un improbabile “inno del corpo sciolto”. Ma l’attore toscano non è stato l’unico a deludere. Anche il conduttore, osannato da un pubblico trasversale (amato da grandi e piccini, da intellettuali e nazionalpopolari), non ha mostrato nulla di nuovo. Sono passati trenta anni dai tempi dei villaggi turistici eppure il Fiorello nazionale sembra essere quello di sempre. A parte il look e la consapevolezza delle sue virtù artistiche, il repertorio è rimasto lo stesso: gag comiche improvvisate, duetti canori e quella straordinaria spontaneità che lo ha sempre contraddistinto.

Fiorello sarebbe uno spasso durante una serata tra amici, in una festa di piazza ma in televisione risulta datato alla luce delle nuove prospettive della visione che il digitale sembra sempre più affermare. È questa una affermazione smentita dai numeri e dalla godibilità e divertimento che le quattro puntate hanno garantito. Eppure la convinzione (personale) è che alla lunga il varietà di Fiorello avrebbe perso per strada ciò che lo ha reso vincente. Oltre tre ore di trasmissione in un’epoca in cui la visione è sempre più frammentata, immediata, estemporanea, caotica e psichedelica non sono più sostenibili. Almeno per i più giovani che al testo audiovisivo breve sono sempre più abituati. Il riferimento è a YouTube e ai micro video che, i così detti nativi digitali guardano sui loro dispositivi portabili. La televisione, infatti, perde terreno innervandosi in smartphone e tablet e andando a comporre il mosaico della visione convergente. Ed ecco che la televisione non condiziona più l’esistenza degli individui. Preistorici i tempi in cui si andava a letto dopo Carosello, paiono lontani anche quelli in cui una trasmissione era una sorta di evento da mettere nella propria agenda settimanale. Ora la replicazione dei contenuti attraverso i molti canali a disposizione è realtà e prassi consolidata. Per questi motivi la soglia delle quattro puntate sembra essere il limite massimo entro il quale non andare. Varcarlo significa esporsi a un rischio alto: quello dello sfibramento di un pubblico che ha input molteplici e diverse strade da percorrere. Fiorello e il suo modo di fare televisione, quindi, sono una parentesi positiva ma transitoria di un servizio pubblico che fatica a scrollarsi di dosso le etichette (e i format) del passato. Un servizio pubblico in cui i giochi di potere politico e la mentalità burocratica impediscono di svecchiarsi e di stare al passo dei concorrenti che, seppur ad alterne fortune, provano a innovare. Tentativi a orari impossibili ce ne sono ma la fetta di pubblico è irrilevante per una Rai che dovrebbe puntare a quanti più spettatori possibili. Almeno a tutti quelli che il canone lo pagano regolarmente.

Il coraggio in televisione non sempre paga. In agguato ci sono gli ascolti e i conseguenti investimenti pubblicitari che spesso, impediscono sperimentazioni e creatività. Ma un servizio pubblico dovrebbe rappresentare il luogo innovativo per eccellenza. “Servire” televisivamente il pubblico, infatti, ha una valenza sociale fondamentale: significa incontrarlo e accompagnarlo anche attraverso la giungla dell’offerta che, se da un lato, garantisce pluralità e vastità di scelta, dall’altro può nascondere insidie e disorientare.

Lo esprime efficacemente Ettore Bernabei nella sua lectio magistralis proferita lo scorso maggio in occasione dei suoi 90 anni celebrati presso la Pontificia Università Lateranense: «La tecnologia digitale permette oggi la irradiazione di innumerevoli canali TV e pertanto l’emissione di programmi di ogni tipo, cultura, genere e tendenza. Chi ha buone idee e buoni modelli di comportamento li potrà proporre in forme artisticamente valide e con la dichiarata convinzione di essere nel giusto. Ogni paese che vuole non solo conservare le sue tradizioni, ma garantire alla sua popolazione un adeguato benessere fisico e culturale, deve curare, assieme alla Scuola, alla Sanità, e alla Energia, un efficiente servizio pubblico in TV. Un paese deciso a difendere i propri legittimi interessi da inevitabili aggressioni di altrettanti legittimi e contrastanti interessi di paesi terzi, deve oggi dotarsi di un efficiente servizio pubblico televisivo, così come per secoli si è dovuto proteggere con efficienti organismi militari. È quello che ha fatto e che fa l’Inghilterra con la BBC».