Arc2011dic033-Nuovo Dialogo

DICEMBRE 2011 - N 33


SPECIALE NATALE 2011

“Chi accoglie voi accoglie me”

Fratelli e sorelle carissimi,

vi invito a celebrare con gioia e gratitudine la festa del Santo Natale, sempre memori del grande regalo che Dio ha fatto all’umanità rendendosi visibilmente presente nel volto umano di Gesù.

Non poteva farci un dono più grande, tanto più che Egli è venuto tra noi per non abbandonarci mai più, anzi Egli, risorto dalla morte, vive in noi con il dono dello Spirito che riceviamo nel Battesimo.

La nostra Chiesa di Taranto ha un motivo in più per vivere con riconoscenza il Santo Natale.

Nella nomina del mio successore alla guida dell’Arcidiocesi possiamo cogliere un segno della presenza di Gesù che viene a porre la sua tenda tra noi, Lui che ha detto agli apostoli e ai loro successori: “Chi accoglie voi accoglie me; chi ascolta voi ascolta me e Colui che mi ha mandato”.

Rivolgo il mio più cordiale e paterno augurio a tutti gli uomini e le donne che vivono nel territorio della nostra Archidiocesi. Sentitevi sempre amati e amate da Dio che, attraverso vie a volte a noi sconosciute, riesce sempre a farci sentire la tenerezza del suo amore misericordioso che ci induce a continuare a vivere con speranza.

Vi benedico tutti con affetto paterno

                                                                                                         + Benigno Luigi Papa


Editoriale

Natale amaro, Natale vero 

Emanuele Ferro


Non consentiamo che il periodo particolarmente difficile offuschi il mistero del Santo Natale: il Signore, divenuto uomo, viene tra noi sempre, soprattutto per chi ha più bisogno, incurante dello sfavillio delle luci che illuminano la festa consumistica. Cristo Gesù continua a venire per il mondo in crisi. Lo dice nel Vangelo di essere venuto come medico per i malati e non per i sani. Non per i giusti ma per i peccatori!

La paglia della mangiatoia, sotto la schiena di Gesù Bambino, porta i rovi e le spine che tante famiglie patiscono, afflitte dalla mancanza  del necessario, in ansia per un lavoro che non c’è o che si teme vada perduto. A Taranto in special modo, la serenità del Natale è stata squarciata da un evento terribile, sintomo della malattia che mina la società. Francesco Malcore, giovane lavoratore, marito e padre di due bambini, ha perso la vita per mano di un rapinatore senza scrupoli. Dolore grande per questa famiglia alla quale vogliamo manifestare la nostra solidarietà, presagio tremendo per questa città che torna a rivelare il suo volto oscuro di violenza e di degrado.

Il Natale, mai come quest’anno, si propone come l’occasione per riconsiderare i nostri stili di vita, di invertire una tendenza che ci ha visto inseguire effimere soddisfazioni, trascurare l’attenzione per le nostre coscienze. Che ognuno di noi senta l’urgenza di essere esempio di vita giusta. Non rischiamo che sia un’occasione perduta! La cassetta della posta è piena di bigliettini di auguri – quanti ancora quelli ‘istituzionali’ inviati a spese dei cittadini – che riportano le solite belle parole, magari sincere, ma alle quali ci auguriamo seguano impegni concreti, atti coerenti con le intenzioni che in questo periodo dell’anno ‘ci lasciamo sfuggire’. Non dobbiamo desistere dall’andare a Betlemme proprio nel momento in cui ne abbiamo maggiore bisogno. Abbiamo bisogno di Dio! Abbiamo bisogno che Gesù dica una parola nuova e buona per ciascuno di noi. Abbiamo bisogno di imparare dalle poche righe del Vangelo di Luca che descrivono la venuta del Signore, la sobrietà, l’essenzialità, l’accoglienza. Sentiamo il bisogno di sottolineare con fede che l’evento che ha cambiato il mondo è avvenuto tramite coppia di sposi poveri, senza una casa. Maria e Giuseppe hanno camminato sul sentiero di Dio nei tempi bui del dominio romano di Cesare Augusto. Hanno creduto alle promesse dell’angelo e hanno messo un piede avanti all’altro sostenuti da fede limpida e forte. Anche noi, se avremo il coraggio della fede non saremo travolti dalle difficoltà ma salvati, redenti, non vacuamente  allegri ma beati. 

Buon Natale davvero a tutti!


L'ARGOMENTO

A colloquio con il sindaco di Taranto Ippazio Stefàno, all’'ultimo scorcio di mandato

Non ero “l’uomo della provvidenza”, se ho sbagliato non l’ho fatto per principio

I troppo assessori cambiati e la sensazione di muoversi in un campo minato. “Cosa non rifarei? Attribuire le deleghe seguendo il sentimento”

Silvano Trevisani


Con il 2011 si chiude un capitolo decisivo per la storia della giunta Stefàno: a partire dai primi giorni del nuovo anno, infatti, saremo proiettati nella lunga campagna elettorale che si chiuderà con le amministrative di primavera. Ci pareva giusto, prima di entrare nella bagarre, intervistare il primo cittadino per saggiare il suo modo di pensare al proprio ruolo, non evitando qualche provocazione, evitando, invece, argomenti di attualità amministrativa che trovano ampio spazio nelle cronache quotidiane. 

Il risanamento dopo il dissesto è stato il primo impegno che la sua giunta si è trovata ad affrontare. Così ha dovuto fare i conti con la mancanza di risorse e la necessità di rispondere spesso “no” alle richieste provenienti dalla base. Qualcuno direbbe: chi gliel’ha fatta fare? Oppure: ne è valsa la pena?

C’è un senso di responsabilità che viene prima di tutto quando si parla di valore fondamentali, come la vita della propria città, dei propri concittadini, del Mezzogiorno. Per questi valori vale la pena di fare dei sacrifici. Il risanamento ci ha impegnati e frenati solo in parte.

Quello che mi ha veramente stressato e portato via gran parte delle energie, invece, è stato affrontare i disastri che ogni giorno si sono presentati nella nostra città “a mani nude”, cioè senza una macchina amministrativa all’altezza della situazione.

Naturalmente anche questo per colpa del dissesto perché quando tutti i dirigenti sono stati azzerati, non certo per nostra responsabilità, noi abbiamo iniziato a lavorare con dirigenti nominati temporaneamente dal commissario. È stato come guidare un treno in corsa senza macchinista. Abbiamo dovuto svolgere anche quel ruolo movendoci in un terreno minato.

Minato da chi?

Beh! Abbiamo trovato di fronte persone che ancora non si erano rassegnate al fatto che il malaffare fosse finito, ci venivano tesi trabocchetti e dovevamo stare attenti a questo e nonostante tutto amministrare la città. Secondo la legge Bassanini, i politici danno le indicazioni ma sono i funzionari ad attuare. Ma ora siamo molto tranquilli, anche se il dissesto ci ha costretti a pagare 6.500 creditori. L’unica cosa che ci rimane è di sistemare la vicenda dei Boc con la banca: anche lì abbiamo tentato di difendere la città. Siccome non ci è stata offerta la possibilità di fare una transazione a netto vantaggio della città, abbiamo preferito affidarci alla magistratura.

Lei accennava alla difficoltà di gestire i problemi amministrativi. Si spiega anche così il ritiro delle deleghe a una quindicina di assessori, da quattro anni a questa parte? Non le sembra un numero sconcertante?

No. Il cambiamento di tanti assessori rientra in una logica di servizio assoluto alla città. Il che obbliga ad avere delle persone che siano indispensabili e utili in questo momento particolare. Ci possono essere divergenze, rallentamenti nell’attività… è comprensibile. Ma quando c’è una continua emergenza, quando ci sono i riflettori accesi sulla città, è evidente che ci deve essere un ritmo di lavoro e una volontà comuni, altrimenti non si va da nessuna parte. La nostra città è la prima in Italia che ha fatto della sobrietà la sua regola. Abbiamo azzerato i privilegi per primi nella storia della nostra nazione. Dovevamo mantenere una sintonia e una scala di priorità, mettendo da parte le visioni personali, anche plausibili, quando perdevano di vista il prioritario interesse della città. In altri casi sono stati i partiti che ci hanno invitati a fare marcia indietro. Voglio ricordare che uno dei motivi personali che hanno allontanato il segretario Voccoli dalla maggioranza fu la richiesta di togliere la delega all’assessore Pennuzzi, solo perché aveva aderito al Sel, seguendo Vendola dopo la scissione di Rifondazione. In quel caso ho dovuto dire di no. Riepilogando: ci sono state scelte politiche, valutazioni personali, disarmonie nelle cose da fare.

Sembra che una caratteristica di Taranto sia stata, da 30 anni a questa parte, quella di privilegiare il “personaggio” rispetto alla politica, un po’ per sfiducia nella politica tradizionale un po’ quasi confidando in suoi poteri taumaturgici. Non crede che anche nel suo caso, dopo Cannata, Cito, Di Bello, ci sia stata questa scelta personalistica? Anche da lei si attendevano miracoli?

Nel mio caso credo di no. Credo che nel mio caso abbia prevalso, nei tarantini, il desiderio di vedere difesi alcuni valori e comportamenti, che erano stati traditi e che noi sentiamo di aver difeso. Di certo la scelta di privilegiare i cittadini rispetto alle cordate era alla base della mia candidatura e della scelta della gente. Noi abbiamo messo in primo piano i bisogni della città. I cittadini hanno voluto votare la correttezza amministrativa, la sobrietà, che in questo momento è una valore indispensabile conclamato.

Lei non crede che la gente prediliga pensare all’uomo della provvidenza?

Può darsi, ma credo che la grande popolarità di cui hanno goduto i personaggi che mi hanno immediatamente preceduto fosse dovuta a moventi diversi. In Cito cercavano la persona forte in un momento di quasi anarchia dovuta, però, più alla vecchia legge che non alle incapacità. Cito, infatti, è stato fortunato in quanto è diventato sindaco proprio quando entrava in vigore la Bassanini che consegnava al sindaco poteri efficaci, consentendogli finalmente di amministrare. Prima, per spostare una sedia occorreva il parere di quattro assessori e di una maggioranza sempre instabile. Cito è stato visto, allora, come l’antipolitico del tempo ed è stato abile a interpretare il momento. La Di Bello, invece, ha interpretato il potere della destra, in quel momento montante a livello nazionale e in lei hanno visto l’esatto opposto di Cito, che li aveva delusi: la persona che presentava il salotto buono, la borghesia cittadina. Siamo tre persone assolutamente diverse.

Direi, piuttosto, che i tarantini hanno mostrato la capacità di prevedere il futuro, anticipando le mosse. Io ho vinto contro la destra e contro la sinistra: quello che è successo, ma solo quattro anni dopo, anche a Milano e a Napoli.

Lei ha ribadito la sua volontà di rifiutare le primarie del centrosinistra. Non teme che possa portare alla rottura di un fronte?

No. Il fronte che rappresenterò nelle prossime elezioni è quello che mi ha espresso la prima volta, quando sia il Pd che la destra erano all’opposizione. Il nucleo fondamentale che mi ha sostenuto, ha saputo poi attrarre le energie dei cittadini, che sanno distinguere i valori di alcuni dagli interessi personali di altri, che occupano i partiti dei quali tradiscono gli ideali. I voti che abbiamo ottenuto, quasi l’80%, è impensabile che siano voti personali. Erano dei voti che volevano dare un messaggio ai partiti: siamo in grado di giudicare e premiamo una persona senza un partito alle spalle, ma con un ideale chiaro.

Se le chiedessi: le cose di cui più va orgoglioso di questi quattro anni di amministrazione.

Abbiamo risanato le casse e abbiamo ridato dignità. Errori ne abbiamo potuti fare certamente, ma non abbiamo sbagliato per principio, puntando a ridare la speranza nel futuro della nostra città. Abbiamo dovuto pagare una montagna di debiti, ma ora possiamo mettere a disposizione molte risorse per il futuro della città. E nonostante il risanamento, abbiamo fatto tante cose. Voglio ricordare, poi, che nella storia di Taranto le tasse non sono state pagate in maniera giusta, noi siamo invece riusciti a stabilire questo: mentre dal 1° gennaio in tutta Italia aumentano le tasse, a Taranto diminuiranno. Continueremo ad avere una classe amministrativa senza diritti, perché oggi i nostri assessori sono gli unici in Italia a non possedere l’auto blu: si muovono con mezzi propri e quando parcheggiano nelle strisce blu pagano per motivi di lavoro come gli altri.

Giudichi se stesso: c’è qualcosa che non farebbe, se potesse?

Sì e prendo da ora un impegno per il futuro: nell’attribuzione delle deleghe metterò da parte i sentimenti.


Confessio Laudis

Il 27 dicembre, alle ore 19 in Concattedrale, la comunità diocesana ringrazierà nella concelebrazione eucaristica l’Arcivescovo metropolita di Taranto, S.E. mons. Benigno Luigi Papa, a conclusione del suo ministero episcopale nell’arcidiocesi di Taranto

Emanuele Ferro


Sua Eccellenza monsignor Papa, ha insegnato che gli eventi ecclesiali, come le celebrazioni giubilari, non rispettano lo Spirito della Chiesa se non partono dalla Parola di Dio e se ad essa non ritornano. Non la Parola scelta per gusto o per il nostro arbitrario senso di pertinenza, ma la Parola del pane quotidiano, quella che tutta la Chiesa spezza nella liturgia eucaristica del giorno.

Il 27 dicembre ricorre la festa dell’Evangelista Giovanni, il discepolo che Gesù amava. È l’apostolo che nella lunga Tradizione della Chiesa, è stato associato al segno dell’aquila che raggiunge le altezze e da lì’ scruta fin nelle profondità. Giovanni è un giovane pescatore, fratello di Giacomo, che si accende di entusiasmo, che nell’esuberanza che passa nel cuore dei neofiti cerca di guadagnare, anche con la raccomandazione della sua mamma (Mt 20,21), un posto d’onore in un ipotetico regno di Gesù che, però, non corrisponde esattamente a quello pensato dal Maestro, un regno di servizio la cui legge è l’amore che si dona tutto intero, senza riserve.

Giovanni è il ragazzo che poggia il suo orecchio sul petto di Gesù la sera dell’Ultima Cena, la cena delle grandi rivelazioni, delle consegne, del sacerdote…

Giovanni è l’apostolo imprudente che, sprezzante del pericolo, a differenza dei suoi amici, non abbandona Gesù durante la Passione, ma è lì, sul Calvario (Gv 19,25), a reggere Maria, la madre del Signore. È accanto a lei, quando nel dolore accoglie la seconda annunciazione dalle vive labbra del Verbo fatto carne, è l’annuncio di diventare la madre di tutti gli uomini.

Il Santo Natale riporta al centro della contemplazione di  ognuno il Verbo di Dio, sostanza di ogni cosa, che ha il volto e la voce di un bambino. Natale è la celebrazione di Dio finalmente vicino. Pur tuttavia è la luce della Pasqua che illumina il presepe. Il mistero della Passione e Morte di Gesù può farci sgorgare lacrime di fede di fronte alla mangiatoia. Il mistero dell’abbassamento di Dio fino a diventare servo obbediente (Fil 2,7), piegandosi alla morte di croce, perché il Padre lo esalti nella risurrezione e con lui tutti i credenti, conferisce a quel fieno un peso vero, al legno della mangiatoia e alle bende del piccolo Gesù non un cattivo presagio, ma il segno di un destino ardentemente desiderato (Lc 22,15)  per la salvezza degli uomini. Per questo, il giorno dopo il 25 dicembre, la Chiesa celebra il primo seme dei cristiani, il sangue del capofila dei testimoni, il protomartire Stefano. Il 27, nel Vangelo proclamato, si contempla già il primo giorno dopo il sabato, la Pasqua, la tomba vuota.

«Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala corse e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: “Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!”. Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro.

Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette» (Gv 20,2-8).

Nel ritmare su questo brano, il triplice movimento della confessio laudis, della confessio vitae e della confessio fidei, è possibile offrire una conclusione di questo ringraziamento all’amato arcivescovo Benigno, ma sempre ad moiorem Dei gloriam. 

Confessio laudis

Quella dei passi veloci dell’apostolo amato verso il sepolcro è l’immagine di chi riesce a correre perché attirato dalla Parola viva, che nessuno può seppellire. Chi gode della Parola di Dio guarda, come l’aquila, in profondità dall’altitudine e può scrutare, lungimirante l’orizzonte. È colui che precede gli altri fratelli nella scoperta di un mondo nuovo e la Risurrezione è la novità assoluta per sempre. Il Signore per farci ripartire, per redimerci, cerca in noi quella originaria firma del Creatore, che di fronte all’uomo continua ad esclamare “è cosa molto buona”, prima di entrare insieme con lui nel settimo giorno, il giorno del riposo. Così, anche nella storia degli uomini è necessario cercare quel principio di bontà, di bene, che ci rivela che ognuno di noi ha in sé un dono unico. Per questo la Chiesa di Taranto, in primo luogo, rende lode per il dono dell’arcivescovo Benigno, perché non si è stancato mai di condurla sulla soglia di quel mattino di Pasqua. Quello fatto, detto, scritto e testimoniato e condiviso ora fra noi, viene a dirci che è meraviglioso che i fratelli vivano [un dono] insieme! (Sal 132).

Confessio Vitae

La Chiesa è fatta di uomini che sollecitati dallo Spirito cercano di rispondere alla chiamata di Salvezza, seppur con il peso della fragilità, dell’insufficienza delle forze e la zavorra tremenda del peccato.

La Chiesa diviene santa quando si professa penitente. Per questo è necessario ribadire che è sempre il Signore che fa, che la Grazia recupera gli errori.

L’umiltà di Giovanni che cede il passo a Pietro perché entri il primo papa a constatare l’assenza di morte nel sepolcro, ci mette un po’ a parte dell’imparare l’umiltà e la mitezza di chi vuol seguire Gesù cercando solo il bene della Chiesa e non l’interesse personale. Anche questo abbiamo potuto imparare dal nostro arcivescovo, che qui certo non viene canonizzato, ma ricordato come colui che con noi rimane un fratello e per noi è stato un pastore 

Confessio Fidei

Ogni cosa deve portarci ad un progresso nella nostra fede, nel nostro amore per Dio. Questo interessa al Signore e questo deve interessare a noi. Ecco perché riusciamo a comprendere, dalla pietra sepolcrale rotolata via, dalle bende per terra, dal sudario piegato, che il Signore è vivo, presente, manifesta la sua bontà e ci fa ascoltare la sua voce attraverso chi ci guida.

Grazie Eccellenza per essere stato un segno del Buon Pastore per tutti noi. 


OTIUM

Se il cinema non fa sognare

In tempi di crisi la settima arte ritorni ad aprire le porte al futuro


«Verso un regno dove buongiorno vuol dire veramente buongiorno». Si chiude con questo afflato di speranza “Miracolo a Milano”, capolavoro neorealista di Vittorio De Sica del 1951. Cinquanta anni dopo, il finlandese Aki Kaurismäki dirige “Miracolo a Le Havre”, dipingendo un convincente affresco dove la gioia si manifesta anche nella disgrazia e nella malattia. Il miracolo è anche al centro dell’omonima pellicola del salentino Edoardo Winspeare tutta girata in una Taranto posta ai margini dove la gratuità diventa il motore privilegiato del mondo.

Tre pellicole nel segno di un cinema che fotografa prima ancora di raccontare. Lo ha fatto il neorealismo nel dopoguerra con film in bianco e nero che rappresentano ancora oggi l’emblema di una società malandata ma speranzosa. “Ladri di biciclette”, ad esempio, si chiude con i due protagonisti (padre e figlio) che camminano dove aver vissuto il dramma della vergogna. Quell’avanzare profuma di futuro e di speranza. Succede anche né “I quattrocento colpi” (1959), manifesto della Nouvelle Vague di François Truffaut. Sono proprio le ultime scene a rappresentare l’inizio di qualcosa di nuovo e più bello. Il protagonista, il bambino Antoine, dopo aver superato la rete del campo da gioco del riformatorio (i suoi genitori, disinteressandosi di lui, lo avevano costretto ad andarci), attraversa prima i campi, poi i boschi per arrivare infine su una spiaggia deserta che argina il mare che egli non ha mai visto prima. Antoine si ferma, si guarda intorno spaesato, la telecamera zooma sul suo viso, e poi quel magnifico stop-frame che ferma per sempre la disperazione del suo sguardo. Non tutti saranno d’accordo, ma il film di Truffaut può essere considerato uno dei finali più intensi della storia del cinema per quel desiderio di rivalsa e fiducia nel domani che ogni spettatore non può non percepire. Quel cinema apriva le porte del boom economico e delle sue derive violente ed edonistiche. La tradizione filmica degli anni ’70 in Italia si caratterizza per il cinema politico mentre gli anni ’80 annoverano pellicole “leggere” e disimpegnate. Ma il desiderio di raccontare la realtà rimane e, in questi ultimi anni sembra ritornare con prepotenza a occupare idee e sceneggiature. Non succede soltanto in paesi in via di sviluppo (basti pensare alla recente tradizione cinematografica esteuropea o sudamericana) ma anche in territori occidentali apparentemente opulenti ma che celano in una labile profondità drammi e disagi nuovi. Ed ecco che la settima arte inizia a occuparsi di integrazione, interculturalità, conflitti etnici e religiosi, povertà, disoccupazione, violenza metropolitana, atti di solidarietà e quant’altro allude alle criticità sociali. Nelle sale, in questi giorni, c’è un piccolo film dal titolo incomprensibile per chi non vive nella capitale e non è giovane. Si chiama “Scialla” che nel gergo giovanile romano vuol dire “Stai tranquillo, non preoccuparti”. Ebbene, in quella parola è racchiuso un universo simbolico stratosferico, un micromondo di persone e comportamenti dove “sciallarsi” vuol dire rimanere immobile, non reagire, aspettare gli eventi senza preoccuparsi di alcunché. È il manifesto di una certa gioventù che sul disinteresse totale al circostante costruisce il proprio emblema esistenziale. Giovani senza speranza e senza futuro si potrebbe dire, parafrasando una delle tante ricerche sociologiche che tentano, spesso asetticamente, di descrivere la realtà dell’oggi. È questo certamente un momento complesso che sembra non avere più spazio per speranza e futuro. Qualche giorno fa un esponente importante del governo da poco insediato diceva, a proposito della necessità di approvare una manovra economica da molti considerata iniqua: «Vogliamo evitare che i nostri ragazzi diventino, in un prossimo futuro, badanti dei nipoti di coloro che oggi accudiscono i loro nonni».

È una frase che annienterebbe qualunque propensione al domani eppure assume i contorni di una verità devastante.  Il cinema, come la letteratura e le arti in genere, si trovano a essere megafoni di un tempo che sembra aver perso una delle sue tre dimensioni costitutive: il futuro. Accontentarsi del passato e del presente non basta ma almeno il cinema torni ad essere quella “valigia dei sogni” (è un film di Comencini del 1953) e non un amplificatore di un dissesto sociale che almeno, per il tempo di una proiezione, si vorrebbe dimenticare.