Arc2011nov002-Nuovo Dialogo

NOVEMBRE 2011 - N° 28

EDITORIALE

LO SPECCHIO
DI UN PAESE  

Emanuele Ferro

Difficile per tutti realizzare quanto è accaduto nella politica del nostro paese. Complicato anche aggiungere considerazioni a margine dei fiumi d’inchiostro, di parole, di propositiÉ certo è che si è conclusa un’era. Immagini indimenticabili quelle della berlina scura del presidente Berlusconi che sfila fra i fischi e la gioia di un popolo festante. Una liberazione. Mesi difficili, durante i quali tracciare un’analisi politica asettica, che prescindesse dalla persona del premier, era impossibile. Impossibile riscattarlo. Rocambolesco salvare il salvabile. E dov’era la parte buona? Il pubblico, il privato, l’immagine istituzionale, gli interessi dell’impero aziendale di Silvio Berlusconi, in un tragicomico rond» che se non fosse stato tragico sarebbe stato comico, sono andati in un corto circuito grottesco. Era da tempo, per», che all’estero ridevano dell’Italia. In un attimo, almeno nella sensazione dei comuni cittadini, l’onta del discredito e l’asfissia dei mercati. Siamo in super saldo, svenduti, in vendita, un disastro. Questa è la mia foto, nessun giudizio. Si eviti di sfidare l’evidenza. I giornali domenica accanto alla foto della ressa intorno a palazzo Grazioli e al Quirinale, riportavano, a margine, le immagini di un altro epilogo altrettanto imbarazzante, quello della prima Repubblica, che si concludeva con il lancio di monetine a Bettino Craxi. Altre grida liberatorie, altri cori, ma troppe similitudini. Cosa è cambiato da allora? Da che cosa ci siamo sdoganati? In cosa ci siamo emancipati? La storia, e quella vissuta è una pagina di storia, a suo tempo distribuirà meriti e affibbierà torti. Bisogna dire, anche se impopolare, che quando la piazza esplode contro un uomo non è mai un bel segnale. Oltre al perdente e l’umiliato di turno, la vera sconfitta, in Italia rimane la Democrazia. Il popolo sovrano, che non ha potuto e saputo selezionare una classe dirigente idonea a governare: ecco chi ha perso. Una classe dirigente che ha avuto tempo e modo di realizzare ci» che oggi tutti a gran voce invocano: il bene comune. E non lo ha fatto. Altro che scatto di orgoglio, invocato dai più all’indomani del crollo, per far ripartire l’Italia, ci vuole uno scatto di umiltà. Tolto Berlusconi, almeno da quella sedia, messo con le spalle al muro non dalla politica ma dai mercati che avrebbero dovuto fidarsi di un miliardario, non è tangibile, od ora, un’inversione di tendenza, da nessuna parte politica, non ci sono passi indietro, non è ancora l’inizio della ripresa, non illudiamoci, ancora non si è voltata pagina. Dobbiamo bonificare le coscienze, da lì dobbiamo ritrovarci. 


TRACCE

Una società equa e solidale

di Emanuele Carrieri

Sabato sera Berlusconi si è dimesso, messo alle strette, non dalle contestazioni, non dalla minoranza degli indignati, non dai partiti dell’opposizione, non dalla protesta della piazza, non dalle inchieste dei mezzi di comunicazione di massa, non dalle sentenze pronunciate nelle aule di giustizia, non dalla crisi economica in cui versa il Paese, ma dallo spread, sempre più alto, e dalla Borsa, sempre più in basso. Adesso, anche Berlusconi potrà dire e con tutta ragione che il mercato finanziario e le borse valori sono mostruose bestie sanguinarie oppure macchine della verità che mettono il re in mutande. Sabato sera abbiamo visto in televisione scene di festa e sentito cori rivolti contro il premier, abbiamo assistito a scene di allegria e di esultanza, ma anche di appoggio e di sostegno, davanti al Quirinale, davanti a Palazzo Grazioli. Rimane il fatto che alcuni aspetti cruciali della politica italiana non rovesceranno l’attuale orientamento: si pensi alla politica estera, alle missioni e agli impegni militari all’estero, alle risorse destinate a salvare le banche, al settori militare, alle grandi opere. Rimane il fatto che i comuni mortali sono sempre e comunque destinati a pagare i debiti fatti da altri, le grandi opere e la distruzione sistematica dell’organizzazione della società, leggasi la scuola, l’università, i trasporti, la sanità, la giustizia. No, non è vero che la speranza è sempre l’ultima a morire, perché, per chi ha fede, la speranza non muore mai. Adesso la speranza passa attraverso la costruzione dal basso di una nuova organizzazione politica della società che si fondi su alcuni fondamentali criteri di effettiva democrazia, partendo dalla partecipazione popolare. Ma per una organizzazione della società equa e solidale, occorre cominciare con lo smantellamento delle logiche liberiste dell’apparato dello Stato che ha privilegiato il profitto dei privati a discapito dell’effettivo interesse pubblico, producendo anche sprechi, aumento del debito e operazioni finanziarie dannose. Si potranno anche eliminare le auto blu, le scorte, i privilegi delle varie caste, ma si dovrà e, volendo, si potrà risanare il trasporto pubblico, la gestione dell’acqua, dei parcheggi, delle case popolari, si potranno rivitalizzare le periferie e le zone degradate, si dovrà dare priorità al controllo della compravendita di beni immobili per evitare manovre speculative, alla lotta all’evasione fiscale, alle economie sommerse, al lavoro nero, agli affitti in nero. Una società equa e solidale è possibile e potrebbe migliorare moltissimo le condizioni e la qualità della vita e di lavoro di tutti. Non piacerà a chi è ossessionato dalla corsa spasmodica al profitto, ma se si persegue questa strada forse i giovani si salveranno.


L'ARGOMENTO

La certificazione del fallimento della politica


Le regioni meridionali languono senza risorse e senza strumenti d’intervento. La provincia italiana abbandonata a se stessa

di Silvano Trevisani

La politica, quella vera, rivendica un ruolo. Ma è costretta a farlo mettendo in cattedra di personalità che alla politica sono sempre state collaterali. L’incarico di formare il nuovo governo al neosenatore a vita, Mario Monti, significa proprio questo: la politica, com’è stata finora rappresentata dai politici e dalle scelte “emozionali” degli italiani, ha fallito. E ha fallito sia non assumendo le decisioni giuste, sia anteponendo gli interessi della classe politica a quella di tutti i cittadini. I privilegi che i parlamentari si sono autoassegnati, primi fra tutti, sono un cattivo esempio per tutti i cittadini, che dovrebbero contribuire alla vita dello Stato nel primo e principale modo previsto dalla Costituzione: pagando le tasse. Come ebbe a dire uno dei Padri della Repubblica Italiana, Luigi Einaudi, liberale: perché i cittadini siano onesti è necessario che innanzitutto lo Stato sia onesto. Ma di questo abbiamo parlato più volte, negli ultimi mesi e nelle scorse settimane. Ora, se è vero che si comincia a voltar pagina, è necessario riavvicinare lo “Stato” ai cittadini. Per questo, bisogna mettere mano innanzitutto alla riforma elettorale, poi alla modifica dei privilegi che accompagnano la vita dei parlamentari, il cui numero va ridotto e la cui scelta va riconsegnata ai cittadini elettori e tolta ai padroni dei partiti. Nei giorni scorsi, sul “Corriere della sera”, la deputata del Pdl Gabriella Carlucci, una delle primissime donne del jetset proiettata da Berlusconi nella politica, ha spiegato il suo cambio di orientamento politico con l’esperienza, pur recente, di sindaco di Margherita di Savoia, sostenendo che il suo nuovo ruolo di sindaco, proiettandola tra la gente, le ha fatto toccare con mano la drammatica situazione in cui versano molte famiglie e la distanza tra politica e cittadini. Non possiamo dare un giudizio sulla sincerità di tali affermazioni, ma segnalare comunque la percezione di una diversità dei ruoli politici, tra un governo arroccato nei suoi privilegi e istituzioni periferiche (che non sono certo scevre da peccati e sperperi – vedi il caso Taranto. E qui veniamo al punto: la provincia italiana è stata abbandonata a se stessa, privata di una “capacità di mediazione” che faceva la forza della politica di un tempo. Da qualche anno questa mediazione è stata “abolita”, anche a causa del sistema elettorale che vieta ai parlamentari di portare le istanza del proprio elettorato all’attenzione del governo. In questo modo, le vertenze territoriali, le crisi settoriali e locali, sono state svilite, completamente uscite dall’agenda politica. Ne è una dimostrazione lo sciopero regionale della Sardegna, una regione che era già negletta quando ancora dava il proprio nome (Regno di Sardegna) alla prima porzione del futuro Regno d’Italia, e che ha visto frustrati tutti gli sforzi di mantenere vitali i suoi settori produttivi: la pastorizia, le industrie estrattive e quelle manifatturiere. E il cui destino è stato chiaramente indicato nella ripresa della via dell’emigrazione. Nel contesto della deriva della provincia italiana, e soprattutto meridionale, la situazione di Taranto spicca in particolar modo. Il nostro territorio, in questo senso, svetta sempre nelle classifiche negative: quella del lavoro inquinante, della ripresa dell’emigrazione, anche intellettuale, mostrando una fragilità assoluta. Le scelte che è costretta a operare sotto “ricatto occupazionale”, sulla lotta alla diossina e all’Ilva che la produce, sulle proposte di ampliamento industriale avanzate da un lato dall’Eni e dall’altro dalla Cementir (che comporterebbero accanto a un modesto aumento dell’occupazione un notevole aumento dell’inquinamento), sono sintomatiche di un modo di essere dell’industria moderna in relazione al territorio. Su questi argomenti si sta svolgendo, in queste settimane, un’indagine giornalistica da parte del “Corriere del giorno”, che evidenzia in maniera marcata il timore della gente per il peggioramento della qualità della vita, pur di fronte a opportunità occupazionali. Eppure sul fronte del lavoro “esistente” si continuano a registrare arretramenti preoccupanti: il licenziamento da parte della Tct di 160 dipendenti conferma i sospetti che noi abbiamo da sempre espresso su queste pagine, sulla reale consistenza delle prospettive di crescita del porto, se affidato a un semplice servizio di transhipment, l’ondivago comportamento di Teleperformance, che alterna licenziamenti di massa a nuove previsioni di lavoro, rafforza i dubbi sulla gestione di un settore produttivo che pure è vitale nella società tecnologica, ma che fa della precarietà la sua vera forza. Gli effetti della crisi sulla produzione dell’acciaio sono già noti, ma quello che preoccupa forse di più è l’ombra che cresce su un settore che dovrebbe essere vitale per la nostra economia e diviene invece sempre più marginale, terra di penetrazione silenziosa del malaffare: l’agricoltura. Nei giorni scorsi le 35 braccianti, dipendenti di un’azienda agricola di Massafra, che pure non percepivano un grande salario (solo 40 euro al giorno), sono state lasciate a casa: a loro sono state preferite lavoratrici proposte da un’azienda interinale. Perché costano ancora meno. Una guerra tra poveri che conferma la fragilità di un’economia che vive di rendita, ma in molti casi “sopravvive”. Ecco: sarebbe necessario riprendere un’interlocuzione tra governo centrale e istituzioni amministrative locali, com’è accaduto, ad esempio, negli anni della Vertenza Taranto. Una partita che il presidente Florido ha dichiarata, tempo fa, di voler rilanciare ma che, come ogni buona partita, non si può giocare… da soli.


ECCLESIA

Il grande esempio di Egidio verso i poveri e i sofferenti


Un concetto ribadito nella “tre giorni” di celebrazioni. Incessante pellegrinaggio nella chiesa di San Pasquale per l’arrivo delle nuove reliquie, che resteranno esposte nel sacello 


di Angelo Diofano

“Egidio, gloria di Taranto”, ebbe a esclamare Giovanni Paolo II nella storica visita a Taranto. E il santo figlio del funaio è tornato a dare lustro alla sua città natale venerdì 11 con l’arrivo di importanti reliquie donate dal convento di S. Pasquale a Chiaia, a Napoli. In un prezioso reliquiario donato dalla nobile famiglia Vaccari di Napoli sono contenuti frammenti dell’osso sacro e dell’omero, pezzi di clavicola, corpi vertebrali, frammenti ossei imbruniti dal sangue. In un altro prezioso contenitore del 1700, opera di cesellatori fiorentini, vi si trova parte dell’osso cranico. Infine, in un moderno ostensorio dorato, c’è un pezzo di cingolo con il quale il frate operava i miracoli e che è servita nel corso della “tre giorni” della festa del patrocinio, organizzata dal reale convento di San Pasquale, per la benedizione dei fedeli e in modo particolare degli ammalati. E’ stato un momento storico per la città, ha avuto modo di dire il ministro pr. dei frati minori p. Tommaso Leopizzi, che ha celebrato venerdì sera la Messa in apertura dei festeggiamenti, e che è servita a ribadire la figura di questo umile ma nel contempo grande figlio di S. Francesco, chiamato “il consolatore di Napoli” dal cuore grande così nell’incontro con i sofferenti e i poveri. Amati e soccorsi particolarmente dal frate tarantino, a questi ultimi, ha ribadito p. Leopizzi, egli non raccomandava altro che di amare Dio e di avere fiducia nella Divina Provvidenza. Le reliquie sono state accolte solennemente venerdì sera in piazza Garibaldi dai fedeli, dopo aver sostato brevemente nella casa di pendio La Riccia, con successiva benedizione al mare. Un tono particolarmente solenne alla cerimonia di accoglienza davanti alla chiesa è stato dato dall’esecuzione dell’”Inno a Sant’Egidio” eseguito dalla banda “Santa Cecilia”, che ha dato ulteriore tono di festa al momento. In attesa, in S. Pasquale, c’erano il gonfalone del Comune, assieme all’assessore Nistri in rappresentanza del sindaco, membri dell’associazione carabinieri in congedo e rappresentanze delle confraternite in forma privata, fra cui quella intitolata al santo tarantino, guidata dal priore Gino Buonocore. Ai lati dell’altare, i I Cavalieri del Sacro Militare Ordine Costantiniano di S. Giorgio. Assieme a padre Leopizzi, hanno concelebrato i frati di S. Pasquale e don Arturo Messinese della Concattedrale. Numerose le iniziative nella “tre giorni”, durante la quale la chiesa è rimasta aperta fino a mezzanotte per permettere l’omaggio dei fedeli, presenti in gran numero a tutte le celebrazioni. Sabato sera, dopo il concerto dell’”Ensemble” per il Festival Barocco, si sono dati appuntamento in chiesa i gruppi carismatici di Taranto, Lecce e Brindisi per una veglia di preghiera. Domenica sera la S. Messa è stata celebrata dal ministro prov.di Bari, Foggia e Campobasso, p. Pietro Carfagna. Dopo il concerto di una orchestra da camera con l’omaggio a Rossini e una fiaccolata in piazza Garibaldi, i reliquiari sono stati riposti nel sacello egidiano, dove resteranno esposti per sempre. Quale appropriata appendice dei festeggiamenti, per mercoledì 16 il comitato per la qualità della vita ha organizzato per gli studenti una visita ai luoghi cittadini legati alla vita di Sant’Egidio. Il programma delle iniziative dell’anno egidiano proseguirà con la visita al convento tarantino di fedeli provenienti da Capurso e soprattutto da Napoli (previsto dal capoluogo campano l’arrivo di ben tre pullman) e il coinvolgimento in ulteriori date di comitive che giungeranno dalla provincia minoritica di Foggia. A febbraio, inoltre, sarà in San Pasquale da Capurso l’immagine della Madonna del Pozzo, alla quale Sant’Egidio era particolarmente devoto.

OTIUM


Cari Maestri 

Nell’ultimo libro di Dario E. Viganò un viaggio nel legame profondo tra cinema ed educazione  


di Massimiliano Padula


Non si può non partire dall’evocativo e suggestivo titolo per elaborare una riflessione sull’ultimo libro di Dario Edoardo Viganò. “Cari maestri”, infatti, rimanda alle due grandi questioni trattate nel testo. In primo luogo il tema dell’emergenza 
educativa sempre più pressante nella contemporaneità; dall’altro il riferimento al cinema (“maestro” è il titolo attribuito ai registi riconosciuti). La settima arte, inoltre, rappresenta il principale interesse professionale e scientifico dell’autore. Viganò, infatti, oltre ad insegnare cinema attraverso l’affascinante e complessa prospettiva semiotica, lo vive ogni giorno come presidente della “Fondazione Ente dello Spettacolo” e come direttore de “La Rivista del Cinematografo” che, con i suoi 74 anni di età (nacque proprio nel 1928) rappresenta la più antica pubblicazione italiana del settore. Sono molti gli studi sul cinema di Viganò. Quest’ultimo scritto edito da Cittadella, però, rappresenta un tentativo nuovo e riuscitissimo di legare il cinema all’educazione. Come evidenzia l’autore nell’introduzione, infatti, il volume si rivolge «non soltanto a chi ha un rapporto privilegiato, immediato e quotidiano con i più giovani, ma anche ai cineasti, che rivestono oggi un ruolo fondamentale nell’universo educativo. Esso – spiega l’autore – vuole essere un attraversamento trasversale della storia del cinema nel tentativo di cogliere le modalità di rappresentazione dei tre universi educativi: scuola, famiglia e territorio ». Il libro si struttura in tre macro sezioni. Nel primo capitolo (Educazione e ri-figurazioni cinematografiche . Dal piccolo al g rande s c h e r - mo), la l e n t e di ingrandimento è posta non solo sul cinema italiano e internazionale ma anche sul piccolo schermo. Da “I liceali” a “Fuoriclasse” fino a “Provaci ancora Prof.”, l’autore osserva i prodotti televisivi che hanno come territorio privilegiato la scuola ed il rapporto spesso conflittuale tra insegnanti ed allievi. Nello stesso tempo non trascura pellicole straordinarie che esprimono tematiche educative: tra queste “Rosetta” dei fratelli Dardenne o l’indimenticato “Kramer contro Kramer”, pietra miliare della storia del cinema. Il film del 1979 diretto da Robert Benton, tratto dal romanzo omonimo di Avery Corman, racconta la storia di un divorzio e del suo impatto sulle persone che vi sono coinvolte, a cominciare dal figlio della coppia. Nel secondo capitolo (La scuola al cinema. Studenti in cerca di riferimenti educativi, tra professori eroici e bullismo). Viganò entra metaforicamente nelle aule scolastiche, «scenario dei primi palpiti d’amore ma anche delle manifestazioni di disagi relazionali e incomprensioni familiari che possono condurre alle soglie della microcriminalità e della delinquenza». E lo fa attraverso film importanti. Tra questi Nel nome del padre di Marco Bellocchio e Come te nessuno mai di Gabriele Muccino fino a Elephant di Gus Van Sant (2003), pugno nello stomaco sul grande schermo ispirato ad un tragico fatto realmente accaduto, il massacro della Columbine High School avvenuto il 20 aprile 1999. È una riflessione sui territori difformi dell’educazione a caratterizzare, invece, l’ultimo capitolo (L’educazione nel tessuto urbano. La parrocchia, l’oratorio, lo sport e il quartiere tra amicizie edificanti e pericoli latenti), in cui si esamina – si legge ancora dall’introduzione – «il tessuto delle relazioni sociali esperite sul territorio. Luoghi fondamentali di aggregazione vengono raccontati sul grande schermo attraverso le biografie dei grandi pedagoghi, come don Giovanni Bosco o don Lorenzo Milani che, con i loro innovativi progetti e metodi d’insegnamento, hanno cambiato il modo di educare i giovani, ma anche con film come “Alla luce del sole” di Roberto Faenza, in cui viene ricordato il coraggio di don Pino Puglisi, sacerdote che ha rifiutato di arrendersi alle prepotenze della mafia». Il libro si conclude con un’interessante appendice che comprende quattro interviste ad altrettanti registi che si interrogano (come recita il sottotitolo del libro) sull’educazione. Susanne Bier, Gianni Amelio, Giovanni Veronesi, Riccardo Milani hanno accettato – rivela Viganò – di riflettere sull’universo educativo, mediante la condivisione di esperienze personali e cinematografiche che costituiscono un ottimo spunto di riflessione nella loro coralità». Tra queste si segnala l’intervista all’unica regista non italiana, la danese Susanne Bier. La cineasta ha diretto, tra l’altro, “In un mondo migliore” (2010), storia di un’amicizia tra bambini che rischia di sfociare in un episodio di violenza e vendetta a causa di un torto subito. Quando Viganò chiede alla Bier se è possibile praticare il perdono affidandosi alla sola responsabilità umana la cineasta così risponde: «Al di là della religione, io credo che si possa saper usare il perdono considerandolo come un semplice “valore umano”. Si può avere lo stesso un’intera gamma di valori morali provenienti da istruzione, pensiero, lavoro, studio, e naturalmente si può possedere un personale senso di responsabilità. Siamo tutti diversi l’uno dall’altro e alcuni di noi hanno dentro di sé una profonda forza morale. Quindi, in fondo, credo che ciascuno possa affidarsi alle proprie energie interiori per trovare la strada del perdono».