Arc2012feb004-Nuovo Dialogo

Archivio Febbraio N4

 

Editoriale

Fabio  Zavattaro

Lo slancio degli apostoli



Centosettantasette proposte raccolte nel periodo preparatorio del Concilio Vaticano II, per stendere quello che sarebbe poi diventato il testo sulle missioni. Una Commissione “De missionibus” presieduta dal cardinale Gregorio Pietro Agagianian, il porporato armeno che, nel 1958, è stato uno dei candidati alla successione di papa Pio XII, in quel Conclave che vedrà eletto il patriarca di Venezia, Angelo Giuseppe Roncalli. Cinque sottocommissioni nate dalla originaria Commissione, per elaborare sette schemi. Inizia così l’iter del decreto conciliare che vedrà la luce il 7 dicembre 1965 con il titolo “Ad gentes”: 2.394 voti positivi e solo 5 contrari.

Nella situazione attuale delle cose, si legge nel documento, “in cui va profilandosi una nuova condizione per l’uomo, la Chiesa, che è sale della terra e luce del mondo, avverte in maniera più urgente la propria vocazione di salvare e di rinnovare ogni creatura, perché tutte le cose in Cristo siano ricapitolate e gli uomini in lui costituiscano una sola famiglia e un solo popolo di Dio”. Il Concilio, proprio grazie alla presenza di vescovi provenienti da ogni angolo della terra, assumeva un respiro molto più universale e le storie, le difficoltà, i problemi di Asia, Africa, America Latina e Oceania trovavano espressione nelle voci di testimoni che “si facevano interpreti delle complesse realtà dell’allora cosiddetto terzo mondo”, scrive Benedetto XVI nel messaggio per la 86ª Giornata missionaria mondiale (21 ottobre 2012). È stato, il Concilio, il luogo in cui il Nord ricco si è reso conto della ricchezza di cultura, tradizioni, esperienze che proveniva dal Sud del mondo.

L’attenzione missionaria della Chiesa sempre presente, tanto che siamo alla ottantaseiesima Giornata, con il Vaticano II trova nuovo slancio proprio nella presenza di vescovi e pastori che dalle terre di missione, come si diceva, portavano la loro appassionata testimonianza di evangelizzatori in una realtà in cui la Chiesa cattolica è minoranza e, spesso, Chiesa priva di mezzi.

Benedetto XVI nel messaggio ricorda proprio la sua esperienza di giovane sacerdote presente ai lavori del Concilio per dire che proprio quell’esperienza di “essere pastori di Chiese giovani e in via di formazione” – portata fra i seggi conciliari dai presuli dell’Africa e dell’America Latina, dell’Asia e dell’Oceania – contribuì “in maniera rilevante a riaffermare la necessità e l’urgenza dell’evangelizzazione ad gentes”. Nei 50 anni successivi al Concilio questa “visione”, afferma il Papa, “non è venuta meno”, anzi ha stimolato “una feconda riflessione teologica e pastorale”. Tutti i Pontefici dell’epoca contemporanea l’hanno sempre rilanciata come una “priorità”. Il mandato missionario di Cristo, scrive ancora Benedetto XVI nel messaggio per la Giornata del prossimo ottobre, mandato affidato per primo agli apostoli e dunque oggi ai vescovi, non si esaurisce “nell’attenzione alla porzione di popolo di Dio” loro affidata, ma “deve coinvolgere tutta l’attività della Chiesa”, dalle parrocchie agli istituti religiosi, dai movimenti ecclesiali ai singoli cristiani. Per questo tanto i piani pastorali quanto l’organizzazione diocesana devono adeguarsi alla vita della Chiesa radicata nella quotidianità di un “mondo – osserva – in continuo cambiamento” e in larga parte, non solo a Occidente, “in crisi di fede”.

Ed ecco che il messaggio trova una seconda attenzione nell’Anno della fede che papa Benedetto ha voluto indire proprio per accompagnare la memoria dell’evento conciliare che si è aperto 50 anni fa, l’11 ottobre 1962. Ma torniamo al messaggio e al decreto “Ad gentes”. Cosa ha significato per la vita della Chiesa questo testo?

icuramente ha dato vita a un impegno missionario di cui oggi si possono cogliere i frutti anche nei volti di sacerdoti e religiosi che troviamo nelle nostre Chiese locali e che sempre più ci mostrano come la Chiesa sia viva e vivace in Africa, in America Latina. In un certo senso i viaggi dei Papi nel cosiddetto terzo mondo sono figli di quel testo del Concilio: Paolo VI che va in Uganda, in India, primo Papa a mettere piede in quei continenti. E poi l’ansia missionaria di Giovanni Paolo II che ha voluto raggiungere anche le più estreme latitudini per portare la parola del Vangelo a popoli che assai difficilmente avrebbero potuto compiere il viaggio fino a Roma.

Papi messaggeri di una Chiesa attenta ai poveri, agli ultimi; testimoni di un Cristo che parla all’uomo di oggi. Annunciatori di un Vangelo che diventa “intervento in aiuto del prossimo – scrive il Papa nel messaggio per la Giornata missionaria – giustizia verso i più poveri, possibilità di istruzione nei più sperduti villaggi, assistenza medica in luoghi remoti, emancipazione dalla miseria, riabilitazione di chi è emarginato, sostegno allo sviluppo dei popoli, superamento delle divisioni etniche, rispetto per la vita in ogni sua fase”. Abbiamo bisogno, scrive ancora il Papa, “di riprendere lo stesso slancio apostolico delle prime comunità cristiane che, piccole e indifese, furono capaci, con l’annuncio e la testimonianza, di diffondere il Vangelo in tutto il mondo allora conosciuto”.

Tracce

Emanuele Carrieri

Seppe difendere, da presidente della Repubblica, i valori della Costituzione che aveva contribuito a definire da costituente.


Della vita di Oscar Luigi Scalfaro si potrebbero rievocare tante circostanze. Una su tutte è impressa nella memoria di simpatizzanti e avversari: la sua indignazione nel momento in cui, fra il 2005 e il 2006, prese sempre più piede una ipotesi di riforma della Costituzione che, nata in uno chalet del Cadore fra speck, salsicciotti, polenta, formaggio e qualche assaggio di grappa, stravolgeva 53 articoli su 139. L’indignazione lasciò subito spazio libero al suo consueto dinamismo e, nonostante gli ottanta anni passati, si assunse la responsabilità di presidente dell’Associazione Salviamo la Costituzione. Venne alla luce così un movimento di grande potenza vitale con lo scopo di approdare a una consultazione popolare, a un referendum costituzionale.

Il suo titanico sforzo di opporre resistenza a quella ipotesi di riforma aveva origine nella sua profonda convinzione che era – e forse lo è ancora – molto difficile fare di più e meglio dei padri costituenti, in termini di conoscenze tecniche e di visione complessiva, ma anche di capacità di accantonare i propri interessi.


eputava inammissibile l’ipotesi che al capo dell’esecutivo fosse attribuito il potere di sciogliere il Parlamento, liquidando di fatto il potere legislativo: non esitò a definire questa eventualità una “autentica follia di incostituzionalità”.

Ciò che lo turbava era, non la crisi della politica in quanto tale, ma l’impostura di aggiudicarne le cause alle imperfezioni della Costituzione e cercarne la soluzione nella sua modificazione. Espresse questa posizione, con la abituale chiarezza del suo linguaggio, durante un’intervista televisiva rilasciata nei mesi che precedettero il referendum costituzionale del giugno del 2006: “Una buona Costituzione è importante, ma non cruciale, perché una cattiva classe politica può fare arrugginire la migliore delle Costituzioni e, al contrario, una buona classe politica può far funzionare bene anche una Costituzione difettosa”.  Quella campagna referendaria fu una straordinaria battaglia di civiltà per la difesa della Costituzione e l’esito di quel referendum fu una vittoria travolgente. Non possiamo, però, non evocare un legame non molto noto con la nostra Puglia. Tanti, tantissimi terziari francescani del Salento parteciparono, il 9 marzo del 1994 nella chiesa di San Sebastiano di Galatina, ai funerali di Beniamino De Maria, terziario francescano, medico chirurgo, professore universitario, componente dell’Assemblea Costituente, deputato al Parlamento, presidente della Commissione Sanità della Camera prima, sottosegretario alla Sanità poi, legato a Oscar Luigi Scalfaro da una antica amicizia, nata nel Terz’Ordine e consolidatasi nella militanza politica. Nonostante il peso degli impegni istituzionali di presidente della Repubblica, quel giorno, in quella chiesa, a quel funerale, all’estremo saluto all’amico fraterno, non volle mancare.            E.C.

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L’ARGOMENTO

Chi garantisce i cittadini onesti?

Chi non paga l’acqua obbliga i condomini a farsi carico a proprie spese, se non vuole correre il rischio di rimanere a secco. Ogni anno, poi, arrivano a esecuzione circa 370 sfratti. Ne parliamo con l’assessore ai Servizi sociali, Mario Pennuzzi

Silvano Trevisani

La crisi economica e la voglia di legalità sono due concetti che, negli ultimi tempi, vediamo molto spesso coniugati: la battaglia all’evasione fiscale e all’illegalità, infatti, è sicuramente figlia anche dell’acuirsi di una crisi che chiede risposte efficaci, a partire dalla capacità di bloccare gli abusi che hanno consentito a molti di lucrare in tempi di vacche grasse…o presunte tali.

In questo contesto, naturalmente, cozzano con quest’atmosfera di “moralizzazione e risanamento” le difficoltà economiche di molte famiglie che devono fare i conti, giorno per giorno, con difficoltà economiche che divengono insormontabili.

Questa premessa ci serve a mettere subito “le carte in tavola” per un argomento molto delicato eppure decisivo come quello della “casa”, che riguarda, in modo diverso, migliaia di famiglie.

Ci occupiamo della questione, alla luce dei problemi che molte famiglie stanno vivendo: sfratti in crescita, moltissimi anche da parte dell’Istituto autonomo case popolari, esso pure costretto dalla necessità di risanare i conti, chiudendo l’epoca del permissivismo, e sospensione dei servizi, soprattutto dell’erogazione idrica da parte dell’Acquedotto pugliese, sia nelle case Iacp che in quelle del Comune, causata da morosità “antiche”.

Della questione abbiamo parlato con l’assessore ai Servizi sociali, Mario Pennuzzi, che ne è quotidianamente investito e che, per quanto riguarda il delicato capitolo dell’acqua, ha svolto un ruolo di mediazione, sottoscrivendo anche un accordo, che si credeva risolutivo, ma che tale non è stato.

Partiamo con la questione sfratti, che sono una delle note dolenti dell’attività amministrativa.

“Posso dire – ci spiega Pennuzzi - che il Comune vede scaricarsi sull’istituzione una media di 370 casi all’anno, molti dei quali si sommano a quelli che negli anni precedenti sono rimasti irrisolti”.

Come interviene il Comune?

“Noi interveniamo, in caso di morosità, secondo i termini previsti dal regolamento, che ci consente, in presenza di acclarato bisogno, di pagare il fitto per la durata di un anno. Questo intervento non è ripetibile, per il semplice fatto che, se si assommassero ogni anno i nuovi e i vecchi casi, non ci basterebbe il bilancio comunale per far fronte alle spese”.

Negli ultimi anni anche l’Iacp sta intensificando gli sfratti.

“È conseguenza, in genere, della diffusa illegalità che, per l’ente, è ormai insostenibile. In particolare, sono tantissimi i casi di abusiva occupazione o persino di “vendita” impropria di una casa assegnata ad altre persone. In questo caso, mi pare che lo sfratto sia inevitabile, poiché l’Istituto deve agire nella piena legalità e pretendere questa anche dai cittadini”.

Ma non vi sono nuovi programmi di edilizia pubblica?

“No! Credo che sarebbe assolutamente sbagliato continuare a costruire case quando in città ce ne sono oltre 12.000 vuote! È più vantaggioso sia dal punto di vista economico sia da quello ecologico, cercare di utilizzare il patrimonio esistente, invece di continuare a costruire e a invadere col cemento nuove fette di territorio”.

E il problema dell’interruzione dell’erogazione idrica da parte dell’Acquedotto a tante famiglie?

“In questo caso riscontriamo un atteggiamento non proprio lineare da parte dell’Acquedetto.

È pur vero che l’azienda si era trovata a fare i conti con morosità insostenibili da parte di tante famiglie allocate di case del Comune e dell’Iacp, ma per mettere una pietra tombale sulla questione ed evitare il rischio che centinaia di famiglie non potessero più ricevere l’erogazione, sottoscrivemmo, nel 2010, un accordo con Eaap e Iacp.

In virtù di questo accordo, l’Acquedotto rinunciava agli interessi di mora, tutte le famiglie si impegnavano a versare un acconto di 100 euro, poi tutti i condomini predisponevano un piano di rientro, per effetto del quale, si sarebbe risanato il pregresso con rete di 20 euro al mese. Comune e Iacp si impegnarono a pagare 380mila euro, mentre noi ci impegnavamo anche, in presenza di dimostrata impossibilità, di pagare da parte delle famiglie povere, di farci carico del rateo mensile…”.

Ma le cose non sono andate come dovevano…

“Ecco: è vero che molte famiglie non hanno mantenuto l’impegno minimo, ma è anche vero che lo stesso Acquedotto ci ha ripensato, sostenendo di aver sbagliato i calcoli: 380mila euro erano insufficienti e ne occorrevano altro 600mila…

E quindi si è ripreso a tagliare l’acqua”.

Quello della morosità è, però, un malcostume diffuso.

“Esiste, effettivamente, una diffusa illegalità, che va combattuta. Ma esiste anche un diffuso stato di bisogno, per molte famiglie”.

Molti condomini sono penalizzati dal comportamento di alcune famiglie che, non pagando la propria parte di consumi, costringe tutte le altre a far fronte di tasca propria, per evitare di restare all’asciutto. Ma non si può risolvere il problema, attraverso l’installazione di contatori individuali?

“È pressoché impossibile. Tutti i condomini della città ricevono un’unica fattura da ripartire poi in proporzione ai consumi individuali. Da questo punto di vista non c’è via d’uscita: Né si può pensare di gravare sul Comune…”.

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Fin qui la conversazione con Pennuzzi. Ci ha sorpreso positivamente poi verificare che, poche ore dopo il nostro colloquio con Pennuzzi, è giuto in redazione il seguente comunicato da parte dell’Amministrazione comunale di Taranto, che pubblichiamo integralmente: “La massiccia richiesta di alloggi da parte di tanti nuclei familiari, che giornalmente si rivolgono al Comune di Taranto nella speranza di poter trovare una sistemazione abitativa, induce  a formulare un accorato appello ai singoli proprietari ma anche e soprattutto  all’Associazione dei Piccoli Proprietari per concorrere, con vincoli di solidarietà, a collaborare con il Comune per la sistemazione di famiglie senza alloggi o prossimi al rilascio delle abitazioni.

Il Comune attraverso i suoi vigenti strumenti normativi sarà in grado di sostenere mediante la erogazione di contributi alloggiativi tutte quelle soluzioni che l’Associazione dei Piccoli Proprietari sarà in grado di mettere a disposizione”.

In assenza di queste preziose forme di collaborazione il Comune non è in grado di affrontare e risolvere questa che ormai può definirsi una vera e propria condizione di emergenza cittadina”.


“La legge non è uguale per tutti”


La testimonianza di un cittadino sfrattato dall’Istituto autonomo case popolari

Smuoverò mari e monti. Questa la promessa d del signor G.G. , residente da più di 40 anni in uno degli appartamenti assegnati dallo Iacp (Istituto autonomo per le case popolari). Si è presentato nella nostra redazione con la lettera di sfratto. Timidamente e con dignità ha tenuto subito a precisare che non aveva intenzione di chiedere nulla se non di essere ascoltato, di raccontare a noi la sua storia perché noi la raccontassimo tramite le pagine del nostro giornale ai nostri lettori. Purtroppo, da giugno del 2011 sono cominciati i suoi problemi con l’ufficio responsabile delle assegnazioni degli appartamenti: il signor G.G. , pittore ed artista a tempo pieno che vive uno stato di forte indigenza, deve obbligatoriamente lasciare l’appartamento per occupazione abusiva. Assegnato nel 1974 a suo padre, l’appartamento è poi passato di diritto alla madre che ci ha vissuto per i successivi vent’anni provvedendo regolarmente al pagamento del fitto di 27euro mensili. Deceduta la madre, poco più di tre anni fa, il signor G.G. ha dovuto fare i conti ben presto con le procedure di sgombero dell’appartamento. C’è qualcosa che non torna però nei meccanismi previsti: avvisato per mezzo di una raccomandata nel giugno dello scorso anno, con soli 15 giorni di tempo per liberare l’appartamento, G.G. si rende conto che rischia la sua casa affidata 40 anni prima al padre. Rivolgersi ai servizi sociali non basta.

Il punto fondamentale di questa storia che ha spinto l’uomo a venirci a raccontare la sua storia, non è lo sfratto in sé ma il fatto che le procedure di sollecito di pagamento per le case dello Iacp siano rivolte solo alle brave persone degli stabili e non a quel buon 60% di residenti che vivono di espedienti e che nessuno penserebbe mai di ‘disturbare’.

“Sono pronto a rivolgermi alle istituzioni per cercare di fare chiarezza sulla mia situazione e non solo. Vivo lì da 40 anni,  pagando di tasca mia quei piccoli lavori di ristrutturazione che rendono dignitosa una casa. Lo Iacp pretende e basta senza rendersi conto che il momento è difficile per tutti non di meno per me che sono un precario. La cosa vergognosa è che solo la brava gente deve pagare nei tempi previsti, gli altri possono fare ciò che credono dimostrando di avere un reddito pari a zero ma in realtà fanno ben altro. Sono stanco- continua G.G.- ma questa volta intendo andare avanti.”

A gennaio 2012 è arrivata la seconda lettera di sfratto e non ci sono scuse che tengano. Si legge chiaramente che neppure uno stato di forte indigenza potrà evitare il decorso delle procedure. Ci sono dei casi come questo, in cui non si può ritardare né i tempi né trovare soluzioni alternative per chi ha realmente bisogno perché, mai come in questo caso, secondo il signor G., la legge non è uguale per tutti. C’è una parte, però, della comunicazione di sfratto che lo ha indignato più di tutte, di cui il signor G. vuole  a tutti i costi che si parli, quella in cui l’Istituto fa riferimento alle condizioni particolari che, seppur riscontrate, non avrebbero interrotto la procedura di sgombero. Si legge testualmente che non costituiscono titolo giustificativo da parte degli occupatori abusivi dell’immobile lo stato di indigenza; la presenza di gravidanze in corso; la convivenza con minori; handicap anche totalmente invalidanti o stati di malattie anche gravi. Sappiamo bene che occorre far rispettare le leggi, ci auguriamo, però, che tutto sia effettuato con estrema trasparenza. Per il nostro amico, così non è.


La storia di ‘Anna’, eroina dei nostri giorni

Mario Panico

Quella di Anna, come chiameremo la protagonista, è una storia di periferia. Una di quelle vite coraggiose che sembrano uscite da un film neorealista, che dedicano la propria esistenza al sacrificio e all’educazione dei figli. È una macchina da guerra: il suo sole sorge la mattina all’alba e da quel momento inizia una maratona, di casa in casa, fa la collaboratrice domestica, perché  ‘’deve portare il pane a casa’’. Però, come in ogni film che si rispetti sono gli ultimi a subire le ingiustizie di una società spesso ingiusta, troppo spesso guardati dall’alto da chi è chiuso al sicuro del proprio ufficio.  La vita di Anna non è frutto di uno sceneggiatore appassionato, è la storia di chi quotidianamente vive nell’anonimato e combatte contro i pregiudizi: abitare alle case popolari, per i più, è sinonimo di connivenza con la delinquenza.

Ogni mese si ripropone la stessa situazione, le staccano l’acqua perché nel suo condominio, di 26 inquilini, una decina non possono o non vogliono pagare la loro percentuale. A subirne le conseguenze sono gli onesti. Una film antico del quale nessuno riesce a girare la scena finale.

‘’È una lotta quotidiana contro le istituzioni che ci hanno abbandonato e non s’impegnano in alcun modo per stabilizzare la situazione. Ci sentiamo presi in giro, l’indifferenza dell’acquedotto e del Comune è scandalosa’’.

Parole cariche di rabbia e indignazione, quelle di Anna. Lei abita in uno stabile I.A.C.P  da circa trent’anni, ma è da tutta la vita che tutela la sua famiglia per evitare che delinquenza e corruzione superino la soglia della sua porta.

La causa di ogni male è il contatore unico, che incoraggia il parassitismo degli ingiusti. Anna ci spiega che gli inquilini non potranno sostituirlo fino al 2018 perché, oltre ad essere in una condizione di totale abbandono, qualche anno fa sono stati truffati dalla società che al tempo si occupava della riscossione e che non ha mai versato i soldi all’acquedotto. Oltre il danno anche la beffa, il condominio è costretto a pagare la bolletta (che spesso si aggira intorno ai 5.500 €) più 20€ mensili, che servono ad estinguere questo debito maturato illecitamente .

‘’Io personalmente sono andata a lamentarmi al Comune, ma l’indifferenza e la superficialità del personale mi ha amareggiata e umiliata. Non ci mettono molto a mortificarti perché abiti nelle case popolari, come se fosse una macchia indelebile sulla mia vita. In poche parole il ritornello è sempre lo stesso: signora, avete ragione ma non possiamo far nulla’’.

E i giusti chi li tutela? Viene spontaneo domandarsi. La storia della signora Anna non è appannaggio esclusivo del suo condominio. La Città dei due mari propone quotidianamente questi casi di mala  gestione del bene comune.

Agguerrita e con tanta voglia di denunciare, Anna ci racconta un episodio sconcertante:  ‘’Qualche mese fa, nel nostro condominio è morto un cinquantenne. Negli ultimi giorni della sua vita, staccarono l’acqua e chiedemmo ai Carabinieri di denunciare la cosa al Comune. Anche in questo caso non siamo stati ascoltati e per di più le forze dell’ordine ci hanno invitato a non approfittare della loro pazienza. Un uomo malato di tumore che non ha l’acqua in casa: dove è finita la dignità umana?’’- si domanda retorica Anna.

Truffati, abbandonati e vittime della criminalità che, parassita, decide di vivere a spese dei più onesti.  Le dinamiche familiari sono diverse e tutte complesse, molte sono in stato di disagio, tra le prime cause la crisi e la disoccupazione, ma tanti coloro i quali, con grandi sacrifici, onorano le proprie pendenze.

‘’ Siamo abbandonati da tutti, non importa a nessuno della nostra salute e del nostro benessere. Inizio a pensare che i veri delinquenti non siano gli evasori ma le autorità e le istituzioni che preferiscono far sprofondare nel silenzio le nostre storie. È una vita che Taranto preferisce percorrere la via più semplice, aiutare chi ha le disponibilità economiche, magari non dichiarate, i prepotenti, a scapito della brava e povera gente. I veri disonesti sono i politici’’. Si scusa con noi per i toni, ha un senso del rispetto profondo, Anna. Più dei suoi rappresentanti politici.

 

Capriulo, “Equità, regole, e solidarietà: la morosità è un bubbone, e non si può estirparlo con l’improvvisazione”


L’ex assessore interviene sulla questione case popolari, ricordando come la riforma innovativa da lui elaborata non sia stata presa in considerazione dall’amministrazione


Dott. Capriulo, è a conoscenza delle segnalazioni e lamentazioni di alcuni residenti degli alloggi Iacp? Le insolvenze di alcuni danneggiano i cittadini onesti: acqua tagliata a tutti i condomini, assegnazioni poco limpide, sfratti legittimi e, per contro, indulgenza verso la morosità di alcune “famiglie”

Innanzitutto il Comune di Taranto ha un proprio patrimonio di circa 1.500 abitazioni, con caratteristiche simili a quelle dello IACP, mentre non ha diretta competenza su quelle dello IACP, anche se i problemi sono simili. Per esperienza conosco bene i problemi delle case di proprietà del Comune di Taranto ed avviene proprio come detto nella sua domanda: i furbi ed i disonesti non pagano ed i cittadini onesti sono danneggiati. Purtroppo, servirebbe un’azione più decisa ed incisiva degli enti gestori: essere intransigenti con i furbi ed i disonesti e comprensivi con gli onesti e quelli in difficoltà. Molto spesso accade il contrario. Inoltre, credo che la situazione sia molto da migliorare sulla intera gestione e sulle assegnazioni; per la verità più al Comune di Taranto che allo IACP.

A partire dalle assegnazioni. Bisogna rispettare la legge regionale invece di fare assegnazioni fuori dalle regole, come purtroppo accaduto di recente alla nostra amministrazione. La morosità è un vero e proprio bubbone, frutto del lassismo e delle politiche clientelari degli anni precedenti. Anche in questo caso serve il coraggio di intervenire.

Che cosa si può fare per risolvere finalmente la questione? E quindi qual è stato l’impegno preso da lei in precedenza, avendo avuto competenza nella carica di assessore?

Nella mia breve esperienza da assessore al Patrimonio del Comune di Taranto (poco più di 7 mesi), insieme ad un gruppo di coraggiosi funzionari comunali, abbiamo cercato di avviare una riforma radicale della gestione delle case di Edilizia Residenziale Pubblica  (cosiddette case popolari). In particolare, oltre alla costruzione di una struttura comunale apposita ed adeguata, abbiamo elaborato ed approvato nuove regole ed innovative procedure per la gestione delle case di Edilizia residenziale pubblica e per la regolarizzazione delle situazioni pregresse.

Questo processo è sfociato in un atto deliberativo del consiglio comunale: il n. 59 dell’11 luglio 2011. In sintesi sono state approvare le procedure e le regole per la gestione della manutenzione delle case ERP e la ripartizione degli oneri tra comuni ed inquilini; il rapporto di locazione e di uso degli immobili; la gestione delle morosità pregresse; le regole del bando per le assegnazione delle case comunali.

Il tutto è stato fatto con la fondamentale partecipazione attiva e collaborativa dei sindacati degli inquilini Sunia, Sicet, Uniat,Unione inquilini e Federcasa Confsal, e nel pieno rispetto della legislazione nazionale e regionale. Basterebbe applicare quel programma e quelle regole per ristabilire correttezza e certezze nella gestione delle case comunali a Taranto. Purtroppo, credo che dopo quella ventata di riforme positive tutto si sia fermato per ritornare ad agire “alla giornata”.

Qual è stata la risposta del sindaco?

Bisognerebbe chiederlo al sindaco, perché le modalità di gestione del patrimonio e delle case comunali è stato uno dei punti forti di divergenza tra lui e me. La mia personale impressione è che a certa parte politica sia più conveniente gestire queste cose con l’improvvisazione perché è più flessibile e si può accontentare meglio quello che grida di più, invece di rispettare le regole che sono meno flessibili ma sicuramente più eque ed imparziali. Quindi se il sindaco fossi io direi qualcosa di diverso rispetto a come si agisce attualmente: equità, regole e solidarietà.        

Paolo Arrivo

L’ ACR in festa con il suo pastore

Oltre mille ragazzi e ragazze hanno partecipato alla tradizionale marcia per la pace


Avolte gli adulti pensano che costruire la pace sia uno sforzo, un sacrificio o una missione impossibile da realizzare e che non li riguardi direttamente, invece la Festa diocesana della Pace organizzata dall’equipe diocesana dell’Acr è stata l’occasione per invogliare tutti a rimboccarsi le maniche, per cominciare a promuovere la pace partendo dalle proprie interazioni quotidiane, prendendo esempio dai più piccoli.

Domenica 29 gennaio resterà una giornata memorabile per circa un migliaio di bambini, genitori ed educatori, poiché l’Acr si è riunita per far festa intorno al suo pastore: Sua Eccellenza mons. Filippo Santoro, che per la prima volta ha incontrato l’associazione tutta attraverso i bambini e i ragazzi che l’hanno atteso e accolto con il calore e l’entusiasmo di cui sono capaci.

La mattinata si è svolta presso la parrocchia S. Rita dove abbiamo avuto la possibilità di riflettere insieme ai  ragazzi sulla tutela dei diritti dei minori attraverso giochi a tema organizzati dagli educatori delle circa 25 parrocchie partecipanti.

I bambini con la loro semplicità ci insegnano che per costruire la pace c’è bisogno di piccoli gesti concreti di amore, di attenzione e di solidarietà nei confronti di chi ci sta intorno.

Tra canti, slogan, musica e striscioni la tradizionale marcia della pace si è snodata per le vie del quartiere in festa, fino a giungere presso la parrocchia Beato Nunzio Sulprizio dove Sua Ecc. mons Filippo Santoro ha celebrato la S. Messa in una chiesa gremita e festante che con grande partecipazione ha atteso di incontrare Gesù che si dona a noi con immenso amore.

Un incontro gioioso che ha dato valore all’intera giornata, quello con Gesù che si è sempre speso per la tutela dei diritti dei più piccoli, dei più poveri e dei bisognosi e per la costruzione della pace.

L’arcivescovo nella sua omelia ci ha aiutati a riflettere, anche attraverso aneddoti della sua infanzia, sull’importanza del rispetto delle regole e sul concetto di libertà intesa come la possibilità di crescere bene insieme agli altri senza ricercare solo il proprio interesse, ma promuovendo la collaborazione e il benessere di tutti.

I bambini dell’Acr hanno voluto donare al proprio Pastore una maglietta in ricordo della bella giornata vissuta insieme.

Alla fine della celebrazione l’arcivescovo, con alcuni bambini, ha fatto volare due colombe bianche, simbolo di pace che, partendo dai più piccoli, si diffonde in tutto il mondo; in continuità con il Santo Padre Benedetto XVI che, nella stessa giornata di domenica, aveva liberato due colombi ricevendo una delegazione di bambini dell’Acr della diocesi di Roma.

I sorrisi, gli sguardi gioiosi, le voci dei bambini dell’Acr di Taranto insegnano a noi adulti che è possibile impegnarsi per la pace nella collaborazione, poiché solo insieme è possibile camminare diritti alla pace, nel nome di Gesù.

Gabriella Iaia


«Ragazzi, datevi da fare!»


L’invito della docente Giuliana Martirani

«Voi giovani dovete costruire la fiducia nel mondo. Fiducia deriva dalla parola fede. Noi adulti possiamo solo passare il testimone ma datevi da fare nel realizzare quel patto di solidarietà con le nuove generazioni che si perpetua nel tempo».

Così Giuliana Martirani, docente presso l’Università Federico II di Napoli, sprona i giovani dell’Ac tarantina a diventare protagonisti del presente e del futuro. La professoressa è intervenuta sabato pomeriggio, nell’istituto “Maria Immacolata” di via Mignogna, alla “Festa della Pace”, la due giorni organizzata dall’Ac diocesana.

Durante la prima serata i giovani e gli adulti di Ac hanno riflettuto su «“Giustizia e pace si baceranno” (Sal 85,11). Educare i giovani alla giustizia e alla pace» grazie alla testimonianza della professoressa. Al tavolo dei relatori anche la presidente dell’Ac tarentina, Angela Giungato, l’assistente diocesano unitario dell’associazione don Giuseppe Costantino Zito e Chiara Alessio del movimento cattolico per la pace “Pax Christi”.

Durante l’incontro, al quale hanno partecipato moltissimi giovani ed adulti, la prof.ssa Martirani ha citato il messaggio di papa Benedetto XVI in occasione della XLV Giornata mondiale della Pace ed ha discusso della primavera araba.

«Azioni non violente – ha specificato la docente – divenute aggressive per i pastrocchi degli occidentali e le brutalità dei dittatori locali. Le proteste sono state ispirate dai libri di due “arzilli studiosi”, Stephane Hessel e Gene Sharp, che con il loro pensiero hanno mutuato il patto generazionale di fiducia».

Parole di speranza, riprese dalla docente, sono anche quelle scritte da Benedetto XVI che, nel suo Messaggio, chiede alla Comunità «di essere attenta al mondo giovanile, saperlo ascoltare e valorizzare».

Con l’esortazione del Santo Padre è d’accordo anche la presidente di Ac Angela Giungato.

«La vera ingiustizia – ha detto – è scippare il futuro alle giovani generazioni. Per evitare ciò è fondamentale un’educazione che si basi sulla consapevolezza che questo è un periodo difficile ma che attraverso lo studio e valori come il merito e la solidarietà si può costruire un futuro migliore».

Per la dirigente dell’associazione «questa è una società apparentemente violenta. La mia esperienza quotidiana di insegnante mi spinge a dire che l’aggressività è amplificata dai media. Ci sono ragazzi che non lavorano e non studiano ma tanti altri sono maturi ed in loro è forte il senso della pace».

Al termine dell’incontro, i giovani e gli adulti di Ad hanno partecipato al silenzioso cammino per la pace, che si è snodato tra le vie del centro cittadino fino alla chiesa di S. Pasquale. Nell’antico tempio, l’assistente diocesano unitario dell’Associazione, don Giuseppe Costantino Zito, ha presieduto una Veglia di preghiera per la pace.

«Questo evento diocesano è stato organizzato proprio per riunire tutti gli associati, affinché offrissero una salutare cristiana provocazione alla nostra città – ha affermato – ed è il culmine di un intero mese dedicato alla Pace. L’Ac diocesana è impegnata, attraverso i suoi percorsi educativi, a formare i propri soci ai valori della Giustizia e della Pace. In prospettiva cristiana – ha aggiunto – la Giustizia apre il varco all’esercizio concreto della Carità».

L’evento Pace si è concluso domenica con la marcia degli acierrini e la Messa celebrata dall’arcivescovo.

Luca Caretta


L’intervista

«Conto molto sul lavoro che l’Ac potrà fare per supplire alla grave emergenza educativa che stiamo vivendo». Questo il mandato che il neo arcivescovo di Taranto, monsignor Filippo Santoro, consegna, in questa intervista, a tutti i soci dell’Azione Cattolica diocesana, a margine della festa della pace.

Eccellenza in questi primi giorni di ministero che idea si è fatto del laicato tarantino? Quali sono i suoi punti di forza?

«Ho visto un grande entusiasmo, una buona organizzazione ed un capacità lodevole di essere presenti sul territorio e nelle parrocchie. Ho notato che l’esperienza associativa in ogni parrocchia è viva, in piena comunione con il vescovo. È un segno di speranza per l’emergenza educativa che stiamo vivendo».

A questo proposito, dall’inizio del suo mandato ha detto che il cardine del suo ministero sarà l’educazione. L’Azione Cattolica quanto può aiutare in questo senso?

«L’Ac ha una grande tradizione educativa. Ha formato tante generazioni ed ha una presenza attiva nella scuola, nel mondo del lavoro, nella società. Il suo insegnamento abbraccia tutte le fasi della vita, quindi corrisponde alla prospettiva di un’educazione integrale che reagisce bene ai tempi che ci troviamo a vivere. Io conto molto sul lavoro che l’Ac potrà fare».

La due giorni sulla pace viene a conclusione di un mese che l’Ac dedica ogni anno a questo tema. Come si può veicolare un messaggio di pace, al di là di singoli momenti o iniziative?

«L’unico modo è farne esperienza. Quando il messaggio è radicato nella fede, che ci portiamo addosso in ogni posto, in ogni momento, allora possiamo essere portatori di pace. Se seguiamo il Signore saremo costruttori della pace non sporadicamente, ma come dimensione di vita. Ed è così che si offre davvero un grande contributo alla nostra società».

In questa occasione Le chiediamo infine di inviare un messaggio agli animatori ed educatori di Azione Cattolica, che si impegnano tutti i giorni volontariamente nelle parrocchie per portare avanti l’insegnamento di Cristo.

«Incontrare il Signore significa rendere più umana la società. Vivete l’entusiasmo della fede che spinge a comunicare con la vita e con la testimonianza la bellezza dell’incontro con Gesù e ad essere portatori di speranza».

Marina Luzzi


Il saluto di don Giuseppe Zito

Eccellenza carissima!


Con grande affetto e deferente ossequio, a nome di tutta l’associazione – ed in particolare degli amici dell’Acr – La saluto cordialmente e La ringrazio vivamente per il gradito dono della Sua presenza: L’accogliamo, infatti, tra noi con grande e corale gioia filiale! Sono qui presenti circa 1.000 nostri associati – tra bambini, ragazzi, educatori ed aiuto-educatori Acr, provenienti dalle parrocchie della nostra Arcidiocesi – che con animo gioioso hanno vissuto un’intensa mattinata di fraternità, di formazione associativa e spirituale sul tema della Pace, giungendo fin qui, in marcia festosa, dalla vicina parrocchia di S. Rita.

Gennaio, Eccellenza – il “mese della pace”, posto a metà del cammino associativo – vuole essere per tutti i soci di AC occasione propizia per riflettere, pregare e cooperare per la costruzione di un mondo più giusto e fraterno: è questo il senso intrinseco della “Festa della Pace”, una “due giorni” diocesana, che ha visto protagonisti ieri i giovani e gli adulti, oggi i bambini e i ragazzi e che si pone – per i tutti nostri gruppi parrocchiali – quale conclusione di un lungo itinerario, ispirato all’annuale Messaggio del Santo Padre per la Giornata Mondiale della Pace.

Eccellenza, in questo nuovo decennio dedicato dalla Chiesa Italiana alla “sfida educativa”, l’Acr diocesana – unitariamente inserita e vitalmente collegata con i settori diocesani dei Giovani e degli Adulti – si sente fortemente interpellata nella tensione al compito “urgente” dell’educazione, ribadendo il proprio impegno ad accompagnare e sostenere la crescita integrale delle nuove generazioni nell’incontro vivo e vero con il Signore Gesù, singolare evento di grazia, generatore di gioia, di verità e di vita piena ed abbondante.

In questa occasione, Eccellenza, mi preme pure evidenziare come tutta l’Ac diocesana – nelle Sue diverse componenti – sia seriamente impegnata nell’ambito della cura educativa. Illuminata e salutarmente spronata dall’icona biblica dell’Anno del cieco di Gerico (cfr. Mc 10,46-52), la nostra benemerita associazione è consapevole di essere di fronte ad una crisi educativa societaria, che è “cecità” di valori, ma sa pure che perseguendo, come Bartiméo, la “via” del Suo Signore può ricevere “luce” e forza e fare così esperienza di “risurrezione”, nonostante tutte le difficoltà, nelle quali si dibatte oggi l’opera educativa.

Sappiamo, infatti – come scrive il nostro presidente nazionale – che «l’educazione non può limitarsi alla trasmissione di “nozioni” […]. È prima di tutto e fondamentalmente una scelta di speranza, che investe sulla libertà della persona; una scelta, operata da testimoni e maestri, capaci di scorgere in ogni essere umano la scintilla di Dio. In tal senso, è una risposta del cuore, animata da una profonda passione per l’uomo. Ed è un’impresa comunitaria, che passa per uno scambio affettuoso tra generazioni».

Questo – Eccellenza – è il Suo primo incontro con l’Ac diocesana, oggi realizzatosi con i suoi soci più piccoli, gli acierrini! I nostri occhi sono rivolti verso di Lei, nostro nuovo ed amato Pastore, brillando per quell’emozione, che nasce da una fede personale ed associativa, marcatamente ecclesiale!

Eccellenza carissima, noi saremo sempre al Suo fianco! Conti pure sulla Sua numerosa Azione Cattolica e ci benedica! Benedica i desideri e gli impegni di questi bambini e ragazzi, dei loro educatori e delle loro famiglie, di tutta l’Ac diocesana, insieme alle nostre parrocchie e alle nostra amata città! E nel ringraziarLa ancora di cuore per il gradito dono della Sua presenza, ci predisponiamo ora a celebrare fruttuosamente il divino Sacrificio eucaristico, desiderosi di accogliere quanto vorrà donarci con la Sua sapiente e paterna parola.

don Giuseppe Costantino Zito

assistente ecclesiastico

diocesano unitario


Oscar Luigi Scalfaro - il ricordo

“Fieramente portava il distintivo dell’Ac”


“Con profonda commozione la presidenza nazionale e l’Azione Cattolica italiana tutta rendono omaggio alla figura di Oscar Luigi Scalfano, indimenticato presidente della Repubblica italiana e da sempre socio dell’associazione, di cui fieramente portava il distintivo. È stato un grande protagonista della vita politica democratica della nazione italiana – ha affermato il presidente nazionale dell’Ac, Franco Miano –. Vogliamo ricordarlo soprattutto come cristiano, uomo dalla fede limpida e dalla testimonianza coerente e rigorosa. Nella sua lunga vita ha avuto due riferimenti costanti: il Vangelo e la Costituzione. Proprio alla luce di questi punti fermi del suo cammino di credente e di politico, ha vissuto la sua esperienza di uomo delle istituzioni fronteggiando con fermezza coerente e lineare momenti tra i più difficili della storia italiana. L’Azione Cattolica ricorda la sua vicinanza alla vita dell’associazione, che si è manifestata più volte in incontri al Quirinale e nella partecipazione ad alcuni appuntamenti nazionali e locali dell’associazione. E ricorda, ancora, la sua grande umanità, il suo rispetto per l’altro, il suo amore per gli ultimi. Alla figlia Marianna l’amicizia e la vicinanza, nella preghiera, di un’associazione che non dimenticherà mai il suo illustre socio”


ecclesia

L’inviolabilità della vita si celebra Il 5 febbraio la 34a giornata

Antonio Tucci


La “Giornata per la vita” venne indetta per la prima volta dalla Chiesa cattolica nel 1979, poco tempo dopo l’approvazione della Legge n.194 che introduceva per la prima volta nel nostro ordinamento la possibilità di interrompere volontariamente la gravidanza. Gradualmente, nel corso delle successive edizioni, la celebrazione ha inteso abbracciare i principali argomenti attinenti il rispetto della vita umana, focalizzandosi di volta in volta su tematiche di attualità (eutanasia, violenza sulle persone), mentre per il prossimo appuntamento, già fissato per il 5 Febbraio p.v., è stato adottato un taglio di grande attualità, “Giovani aperti alla vita”, con l’intento di approfondire una traccia molto cara alla Pastorale cattolica degli ultimi anni che ha voluto assumere sulle sue spalle il tema, di fondamentale importanza, dell’emergenza educativa. Tema che, in più occasioni, lo stesso Benedetto XVI ha già segnalato sottolineando che “alla radice della crisi dell’educazione c’è una crisi di fiducia nella vita”.

I destinatari di questo progetto educativo sono naturalmente i giovani, la risorsa più importante per il futuro dell’umanità. Ma lo sono anche gli adulti in quanto protagonisti e responsabili, diretti e indiretti, della deriva etica e delle storture economico-sociali della società contemporanea, i cui effetti peseranno, come appare a tutti evidente in quest’epoca di crisi planetaria, sugli adulti di domani. Sul difficile, a volte drammatico, presente del mondo giovanile, si addensano nubi sempre più stratificate; annunciano un futuro carico di incertezze e disagi, avaro di soddisfazioni. Del resto, la categoria semantica che fotografa al meglio la condizione giovanile attuale è soprattutto una e si chiama precarietà: dagli affetti alle relazioni, dai principi alle convinzioni ideali, dal lavoro ai progetti di vita. Non occorre spolverare dati statistici. L’evidenza è sotto gli occhi di ciascuno al punto che il futuro dei giovani è diventato problema centrale persino nell’agenda di lavoro del governo attuale.

Dalla certezza di un lavoro non si può prescindere se si vuole dare progettualità alla propria vita, raggiungere una dignitosa condizione sociale, porre fiducia nel futuro. L’autosufficienza economica appare inoltre una condizione necessaria per mettere su famiglia, togliersi qualche soddisfazione personale, pianificare un figlio, pensare alla sua educazione e istruzione. Sotto questo profilo, c’è da augurarsi che anche in Italia vengano introdotte politiche di sostegno alla famiglia meno fragili, più attente rispetto a quelle fin qui sperimentate.

Sappiamo, tuttavia, che, da sola, la certezza economica, l’agiatezza consumistica non sono condizioni sufficienti per essere felici, per conquistare serenità, per approdare nelle acque della tranquillità affettiva. Se così fosse non assisteremmo allo sfasciume che investe da tempo il mondo familiare con l’effetto di produrre disastri relazionali anche laddove le condizioni economiche appaiono floride, materialmente rassicuranti. Al contrario e per fortuna, c’è ancora una fetta dell’umanità che, pur vivendo nella sobrietà e a volte nell’indigenza, sull’esempio evangelico, ha saputo comunque dare un senso alla propria vita, facendo germogliare l’amore in modo da raggiungere e mantenere equilibrio affettivo e serenità relazionale.

Non è da sottovalutare inoltre la circostanza che il lavoro oggi venga offerto quasi sempre fuori dalla propria realtà, lontano dalle proprie radici, dalla rete di sostegno della solidarietà familiare. In queste condizioni il progetto di vita si complica perché mettere al mondo uno o più figli richiede più coraggio, appare oggettivamente più impegnativo e rende ancora più evidente la necessità di una formazione continua, permeata del senso di Dio.

Per recuperare alla società attuale la dimensione di Dio occorre che la Chiesa, ancor più che in passato, mobiliti tutte le sue risorse riportando nell’umanità, nella sua pienezza, il comandamento dell’amore , come il Signore ce lo ha insegnato.

è Dio che, da buon pastore, in un atto profondo d’amore, ha donato all’uomo la vita e, attraverso il sacrificio del suo unico figlio, gli ha rinnovato la promessa di salvezza ponendo l’uomo e la sua inviolabilità al centro dell’universo. Della straordinaria bellezza e della particola grandezza di questo lascito occorre essere consapevoli, proprio come il Re Davide del salmo 23 il quale, memore dei doni ricevuti, decide di abitare per sempre nella casa del Signore.

Ecco, fare un figlio è uniformarsi alla volontà del Signore. Significa compiere un grande gesto d’amore mescolando due anime nella stessa coppa. Ma ciò può non bastare perché, come suggeriscono esperienza e buon senso, il vero impegno sta nel crescerlo responsabilizzandolo alla vita; questa è la missione quasi impossibile che tocca ai genitori, nella quale, al di là della condizione economica, il cuore conta più di qualsiasi altro fattore.

Con l’aiuto di Dio.


Il fenomeno Twitter

Storia del social network che tenta di oscurare Facebook


MASSIMILIANO PADULA


Hanno solo a disposizione 140 caratteri eppure oltre cento milioni di donne e uomini nel mondo non sembrano poterne farne più a meno. È il social network del momento e si chiama “Twitter” che in italiano significa “colui che cinguetta”. Infatti, il suo logo è proprio un uccellino bluastro che ben simboleggia il senso del social network: quello di condividere, e scoprire, che cosa sta succedendo nel mondo in tempo reale

Chiunque, infatti, può spedire un tweet, cioè un messaggio di 140 lettere e altre persone (amici, o chiunque sia interessato) possono seguire ciò che viene scritto. Viceversa si possono creare tutti i tweets che parlano di un certo argomento realizzando una sorta di microforum istantaneo.

Ma il successo del social network nato nei laboratori della Obvious Corporation, negli Stati Uniti cinque anni fa, è evidente. Lo dimostrano non solo il numero degli iscritti ma soprattutto le sue molteplici modalità di uso che forse neanche i suoi fondatori, i genietti dell’informatica Evan Williams e Jack Doersey, avrebbero mai immaginato.

Certamente quella di originaria di inviare “short message” a un ristretto numero di persone, è stata oltrepassata. Così come quella di condividere pensieri, idee, parole varie a una comunità più vasta. Twitter è molto di più. Senza dubbio sta influendo e influirà sempre più in una professione – quella giornalistica – che sembra cambiare connotati sempre più spesso e in modo parallelo all’avanzare della tecnologia.

In particolare, a detta di molti, Twitter reinventa la figura del giornalista, promuovendo quella pratica sempre più diffusa del “citizen journalism”, del giornalismo di strada, praticato cioè da chiunque abbia voglia di raccontare qualcosa.

Questa dimensione, che i sociologi della cultura digitale chiamano “grassroots” (letteralmente radici arboree cioè qualcosa prodotto da chi non è un professionista) crea sicuramente un duplice vantaggio: un aggiornamento della situazione in tempo reale, dettato dalla testimonianza diretta degli utenti-giornalisti da un lato, e una fruizione delle comunicazioni a costo zero, dall’altro. Due prerogative che potenzialmente potrebbero annullare la leadership dei media tradizionali e che, in alcune (e sempre più) occasioni hanno fatto. È il caso delle proteste iraniane post-elettorali del 2009-2010 che hanno avuto origine come contestazione contro l’irregolare rielezione del presidente Mahmud Ahmadinejad durante le votazioni del 12 giugno 2009 e che sono proseguite come moto di protesta contro il suo governo. La protesta, nonostante si sia sviluppata materialmente nella capitale iraniana, ha ottenuto la solidarietà di diversi gruppi e associazioni nazionali e sovra-nazionali in tutto il mondo e si è sviluppata notevolmente sulla Rete. Alcuni osservatori l’hanno soprannominata Twitter Revolution proprio perché le informazioni riguardanti la protesta hanno spesso raggiunto la stampa internazionale grazie alla comunicazione di singoli utenti tramite i milioni di cinguettii inviati dagli oppositori.

Ma è soprattutto con la presenza di utenti famosi che Twitter ha raggiunto la sua definitiva consacrazione nel variegato universo del “social networking”. Tra questi Barak Obama che con i suoi oltre 12 milioni di followers (nella nomenclatura di Twitter sono gli amici) si piazza dietro Lady Gaga (18 milioni e seicento) mentre sorpassa di gran lunga il Dalai lama (“solo”3 milioni e mezzo).

In Italia sono i cantanti (Jovanotti, Pausini tra gli altri) e gli sportivi (come Valentino Rossi) ha ricoprire i primi posti mentre si registra sempre più un’attenzione della Chiesa verso questo social network.

Non a caso Benedetto XVI così scrive nel Messaggio per la 46ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali (che sarà celebrata il prossimo 20 maggio): «Nella essenzialità di brevi messaggi, spesso non più lunghi di un versetto biblico, si possono esprimere pensieri profondi se ciascuno non trascura di coltivare la propria interiorità». È di certo questo un esplicito riferimento a Twitter e alle sue potenzialità che il Presidente del Pontificio consiglio della cultura, cardinale Gianfranco Ravasi, sembra aver colto ormai da tempo. Con i suoi quasi diecimila seguaci, il porporato crede molto alle nuove strategie digitali per far conoscere la Bibbia, «anche – spiega in un’intervista recente – utilizzando gli strumenti comunicativi dei giovani».



La nascita di Twitter

La nascita di Twitter risale al 2006. Un giorno, seduto su un’altalena al parco mentre mangiava cibo messicano, Jack Dorsey ebbe l’idea di un servizio che permettesse a un individuo di comunicare con un ristretto numero di persone attraverso degli SMS. Il primo nome del progetto fu twttr, nome ispirato all’allora già fortunato Flickr ed ai 5 caratteri di lunghezza dei numeri brevi per l’invio degli SMS negli USA. Gli sviluppatori scelsero inizialmente il numero “10958” come codice breve per l’invio dei messaggi, numero che fu presto rimpiazzato dal più semplice “40404”. Lo sviluppo del progetto iniziò ufficialmente il 21 marzo 2006 quando Dorsey alle 21.50 PM (PST) pubblicò il primo tweet: “just setting up my twttr”. Il primo prototipo della piattaforma è stato testato internamente fra gli impiegati di Odeo, mentre la versione finale è stata lanciata e aperta al pubblico il 15 luglio 2006. A ottobre del 2006 Biz Stone, Evan Williams, Jack Dorsey e alcuni altri membri di Odeo hanno creato la Obvious Corporation, hanno assorbito Odeo e riscattato tutti i suoi progetti, inclusi Odeo.com e Twitter.com, dagli investitori e dagli azionisti della precedente società. Nell’aprile del 2007 Twitter si è costituita come società indipendente.