Arc2012feb005-Nuovo Dialogo

Archivio Febbraio N 5

 Editoriale

Emanuele Ferro

Boicottare i negozi aperti alla domenica

Una provocazione su cui credo sia utile riflettere. Non un anatema, ma un segnale nella direzione della riaffermazione del senso della vita.

Una riaffermazione per la quale volentieri non frequenterei, anche durante la settimana, gli esercizi commerciali che lavorano di domenica, a partire dai grandi centri commerciali, fino ai mercati rionali, alle boutique, eccetera…

Tanti chiedono il parere della Chiesa in merito a questo argomento. Certamente il mio non è quello più esaustivo ma vale la pena avventurarci in qualche considerazione. Chi nega ormai che la tenaglia della crisi economica sia diventata stringente? Eppure sappiamo che non c’è crisi sociale che non affondi le sue radici nel degrado di carattere etico e morale. Quello che stiamo vivendo è uno smarrimento. Non si risolvono certo i problemi economici continuando a spendere e facendo girare quei quattro spiccioli rimasti, creando occasioni virtuali che non fanno altro che allargare la ferita: pensate anche alla sorte dei commessi sottopagati, costretti a rimanere dietro i banconi a veder sfilare sparuti pellegrini dello shopping annoiati, che non hanno bisogno di niente se no che di impiegare il tempo e di acquistare qualcosa che possa riempire, almeno per un po’, quel vuoto fastidioso che non riescono a colmare. Il paragone è macabro e me ne scuso, ma questo atteggiamento è simile a quello di una bestia che mangia dalle sue viscere. La sobrietà tanto invocata è il valore che abbiamo bistrattato, snobbato, vivendo abbondantemente al di sopra delle nostre possibilità e inseguendo uno stile di vita che troppo presto ci ha deluso presentandoci un conto salato per la cifra e per il tempo che ci servirà per saldarlo.

Questo per quel che attiene ad un po’ di sano realismo. Mentre per noi cristiani far finta di nulla, lasciare che alla domenica si vada in giro a fare shopping ha un significato più grave. Sì, perché non soltanto dovremmo assolvere un impegno che potrebbe sembrare di carattere religioso rituale, quale quello di andare a messa con la propria famiglia, ma, essendo il cristianesimo non una religione del tempio ma la vita stessa  tutta radicata in Gesù Cristo e nel suo Vangelo, il riposo domenicale riguarda una dimensione della vita fondamentale. La festa è il digiuno dalle attività di commercio e dagli altri impieghi che, seppur necessari, non ci devono rendere mai schiavi. Il Paese che dobbiamo ricostruire val bene la pena farlo a partire dalla famiglia, dedicando il tempo giusto ai rapporti, alla condivisione: spendere tempo in famiglia non è uno spreco. ‘Costruire’ persone migliori che non siano vittime dalla frenesia del mercato è l’investimento necessario. Già abbastanza il declino morale su più fronti ci ha impoveriti e abbruttiti, non facciamo sì che anche la frenesia dei negozi aperti alla domenica, che certamente non rialza le sorti economiche, asfissi ancora una volta il buon senso di rimanere insieme. Concediamoci delle domeniche ‘a costo zero’, magari dedicate alla solidarietà, che ci facciano sperimentare il dono cristiano del poter vivere gratuitamente. 


Tracce

Emanuele Carrieri

Con i soldi nostri

La vicenda del senatore Luigi Lusi, inquisito per appropriazione indebita dell’astronomica cifra di tredici milioni di euro dai conti della Margherita di cui è stato tesoriere fino alla iscrizione sul registro degli indagati, ripresenta – ancora una volta e senza che mai se ne venga davvero a capo – il problema del finanziamento pubblico ai partiti e getta luce sui difetti e sugli errori della legge sul rimborso delle spese elettorali. Il referendum abrogativo dell’aprile del 1993 spazzò via con oltre il novanta per cento dei voti il finanziamento pubblico ai partiti ma, nel dicembre dello stesso anno, il Parlamento – alla stessa stregua di chi esce dalla porta e rientra dalla finestra – riformò la legge sul rimborso delle spese elettorali. Nel 1997 fu varata una legge che reintrodusse di fatto il finanziamento pubblico ai partiti: i radicali, promotori del referendum, tentarono invano il ricorso per tradimento dell’esito referendario. Seguirono altri due colpi di mano: prima, l’abbassamento del quorum per ottenere il rimborso delle spese elettorali e, poi, l’estensione della erogazione per tutta la legislatura, indipendentemente dalla sua durata reale. Tutto ciò premesso, forse è davvero il caso di avviare un ragionamento: se Lusi ha potuto sottrarre al partito di cui era tesoriere la iperbolica cifra di tredici milioni di euro, quale somma avrà mai avuto nelle proprie casse la Margherita se è stata possibile una ruberia di questa consistenza? A quanto ammonta il saldo nelle casse di ciascun partito politico? È possibile impadronirsi di un importo di tale entità senza che nessuno se ne accorga? È possibile che, nella Margherita, nessuno mai abbia mai controllato gli estratti conto, quei documenti che riepilogano le operazioni bancarie effettuate e permettono di avere delle informazioni dettagliate e aggiornate?

Se è stato fatto, è possibile che, nella Margherita, nessuno mai abbia notato che mancavano tredici milioni di euro? È possibile sgraffignare tanti soldi al proprio partito e passarli sui propri conti correnti bancari? Non stiamo parlando di bustarelle o di mazzette cioè di disonesti che rubano nelle case di altri, ma di disonesti che rubano nella propria casa. C’è da perdere le staffe, visto che è denaro pubblico, cioè nostro. Si, sono soldi nostri, dei contribuenti, le loro casse sono piene di soldi dei contribuenti, la cui gestione è un terreno di proliferazione per comportamenti eticamente inaccettabili. La vera notizia è questa e alla luce di questo fatto il sipario dovrebbe aprirsi sulle rendite dei partiti e i loro leader dovrebbero riflettere sull’insufficiente efficacia dei meccanismi di controllo interno e sull’inquinamento di cui è ormai preda la politica a causa del troppo denaro che gira. È chiaro che da questa vicenda emergono troppe cose che non funzionano in termini di meccanismi istituzionali: c’è prima di ogni altra cosa da riconsultare la volontà popolare, già manifestata nell’esito referendario; c’è poi, nell’eventualità di un ribaltamento dell’esito, l’esigenza di una legge che garantisca la democrazia interna ai partiti e che introduca norme stringenti sui finanziamenti pubblici e sui meccanismi di controllo della loro gestione; c’è la necessità di assicurare delle modalità di erogazione e di funzionamento dei partiti in modo che questi siano delle case con i muri di vetro, anzi senza muri. È ora di finirla con questo dilavamento che sta erodendo sempre più la cultura democratica, ormai depressa, del nostro Paese. Non possiamo, non dobbiamo, non vogliamo assolutamente rassegnarci a passare per un Paese di corrotti e di corruttori, in cui la cattiva politica, con i soldi nostri, estromette quella buona.


Niente si crea tutto si distrugge

L’emergenza occupazione è tanto più allarmante nel nostro territorio, oggetto di scelte sbagliate e di occasioni mancate

ANTONIO TUCCI

Ricordate Tremonti, l’ex superministro dell’economia? In uno dei suoi frequenti intermezzi filosofici, due anni fa, ebbe a fare l’elogio del posto fisso evidenziandone la particolare valenza sotto il profilo della coesione sociale e familiare. Ragionamento del tutto condivisibile.

Al contrario, il suo successore nello stesso dicastero, nonché premier dell’attuale governo, nel corso di una recente intervista televisiva, ha fatto una battuta ironizzando sulla monotonia del posto fisso. Non diamogli la croce, ma proviamo a puntualizzare partendo dalla realtà in cui viviamo.

A Taranto e, più in generale, in tutto un Sud sempre più in disarmo, dove l’occupazione è diventata un miraggio, che senso ha differenziare il lavoro in fisso e non fisso? Il lavoro semplicemente non c’è ed occorre cercarselo disperatamente, spesso lontano e a costo di sacrifici e umiliazioni. Non è dato sapere se il lavoro nobilita per davvero l’essere umano, ma quale dignità compete all’uomo cui, negandogli la possibilità di esprimere la propria personalità attraverso il lavoro, si impedisce di affrancarsi economicamente? In questa ottica, poiché il lavoro non c’è, tramontando la possibilità di dar luogo a un progetto di vita, distinguere ancora tra lavoro fisso o flessibile, non fa alcuna differenza.

Potremmo chiudere qui il nostro intervento se non fosse che le cifre sul tasso di disoccupazione nel nostro territorio appaiono talmente drammatiche da indurre a qualche altra riflessione.

Al 31/12/2011 la popolazione attiva della nostra provincia, su di un totale di 580mila residenti, ammontava a 240mila unità circa. Di questi risultavano occupati 129mila persone (54%) contro 39mila inoccupati (16%) e 72mila disoccupati (30%), con una netta prevalenza, tra inoccupati e disoccupati, di donne e di giovani.

Pur immaginando, nella popolazione attiva come in quella, almeno ufficialmente, non attiva, un’alta percentuale di persone impiegate nel lavoro nero, il dato ufficiale appare oggettivamente preoccupante e si traduce, in termini reddituali, in una ricchezza annua pro capite di 8901 €. a livello provinciale, di €.11.164, il terzo della Puglia, a livello di comune capoluogo.

Una situazione bella per niente.

Ma come si è arrivati a tanto, malgrado Taranto presenti il più articolato sistema industriale del Mezzogiorno?

Intanto, è evidente, il sistema industriale quale quello impiantato a Taranto non produce ricchezza, quanto, piuttosto, povertà e inaridimento. O, per dirla in un altro registro senza che il risultato cambi, la ricchezza che viene prodotta trasloca completamente verso altri lidi e non dà ricadute sul territorio eccezion fatta, è ovvio, per il monte salari. In compenso, evviva!, l’attività della grande industria ha un impatto robustissimo sul territorio, sull’ambiente, sull’aria che respiriamo, sulla nostra salute e, da ultimo, in base a recenti risultanze cliniche, anche sulla nostra genetica. Il PIL di segno positivo generato da quella parte dei salari che finiscono nelle tasche dei tarantini che lavorano nell’industria, dovrebbe essere nettato dal PIL negativo riveniente dalla molteplicità degli effetti contrari che abbiamo evidenziato. Purtroppo, nessuno ha fin qui prodotto uno studio in tal senso.

Inoltre, osservando a 360 gradi il nostro territorio, valutandone l’economia nel suo insieme, si potrebbe cadere nello sconforto. La cronaca è satura del lamento quotidiano degli agricoltori per un’attività che non presenta più marginalità con l’effetto di un abbandono progressivo, ma sempre più frequente delle campagne. La zootecnia e la mitilicoltura vivono enormi difficoltà connesse, come noto, alle emissioni di diossina da parte della grande industria. L’artigianato non ha mai una grande tradizione nel nostro sistema produttivo. L’edilizia ha già dato, ben oltre quello che era lecito attendersi. Il porto appare l’eterno incompiuto. Anche il tessile, l’unico segmento di pmi di un certo rilievo, concentrato nel territorio di Martina Franca, vive tempi difficili a causa della concorrenza asiatica e dei sempre più accentuati processi di delocalizzazione. Per non parlare del senso di smarrimento che ci prende quando si discute di turismo in terra jonica, una carta sulla quale non siamo neppure in grado di barare.

Per concludere, un quadro fosco, nel quale, in antitesi con il logos eracliteo, nulla si crea, tutto si distrugge. Con effetti evidenti sul pianeta occupazione.

Che fare?

Intanto, come la febbre per le malattie, anche per le sorti della nostra economia ci vorrebbe una risposta di tipo fisiologico, prodotta dal territorio stesso. Uno scatto d’orgoglio da parte di tutti, ma in primo luogo dai giovani, da parte di quei pochi che hanno deciso di restare. Tocca a loro prendere in mano il destino della comunità, è loro diritto quindi pretenderne la gestione per tentare di risollevarla. Le attuali classi dirigenti si facciano da parte; nel bene e nel male hanno già dato.

Occorre poi un’innovativa progettualità politica non disgiunta da una più completa dimensione culturale. Risultato al quale si può pervenire soprattutto dotandosi di un polo universitario più articolato ed autonomo, responsabile, partecipe della vita e delle istanze della comunità e che, non per ultimo, ci aiuti a cassare la monocultura industriale. Passando dall’agricoltura all’artigianato, dall’allevamento alla pesca, è importante recuperare quelle quote di lavoro manuale che un malinteso modernismo ha accantonato.

Non ci sono bacchette dalle quali far scaturire, in un artifizio di magia, nuovi posti di lavoro. Quelli che ci hanno già provato hanno combinato sfracelli favorendo, tra l’altro, l’attecchimento di una mentalità assistenzialistica.

È importante comprendere che nessuno ci rialzerà dal punto in cui siamo caduti; le condizioni storiche sono completamente mutate, ma, nello stesso tempo, oltre la desolazione attuale, l’orizzonte prepara nuovi scenari, nuove opportunità da cogliere.


Il posto fisso è una monotonia

Abbiamo chiesto a tre universitari, Alessia, Francesco e Fabiola, quali siano le loro aspirazioni e le loro considerazioni a riguardo, alla luce dell’affermazione del presidente del Consiglio, Mario Monti :‘’Il posto fisso è una monotonia’’. Parto – ci dice Alessia - dalla considerazione che ha fatto Monti: “Una frase come quella, presa fuori dal contesto, può prestarsi a un equivoco, se intendiamo per  fisso un posto che ha una stabilità e tutele, certo è un valore positivo. La mia frase serviva a dire che i giovani devono abituarsi all’idea di non avere un posto fisso per tutta la vita, come capitava alla mia generazione o a quelle precedenti. Un posto stabile presso un unico datore di lavoro o con la stessa sede per tutta la vita o quasi”.

Io credo che in un momento come questo, gli adulti, i politici e tutti coloro che hanno il beneamato posto fisso non riescano a comprendere appieno la  vera difficoltà dei giovani nell’inserirsi nel mondo del lavoro. Difficile dire cosa dovrebbe e/o potrebbe fare il Governo per migliorare questa situazione; da ciò che vedo nel mio piccolo so che quanto meno dovrebbe esserci un senso di responsabilità maggiore da parte di chi sta ai vertici. La preoccupazione principale di un Paese dovrebbe essere offrire lavoro ai giovani. Si potrebbe semplicemente stilare una sorta di elenco suddiviso in ambiti e categorie in cui le aziende o i privati cercano lavoratori. Non so cosa aspettarmi dal futuro, i sogni e le ambizioni sono tante ma molte volte vengono soffocate dalla paura di non sapere se un giorno mai riuscirò a raggiungere e mettere in pratica i miei obiettivi. La cosiddetta fuga dei cervelli la vivo anche sulla mia pelle avendo casi in famiglia di ragazzi che sono dovuti espatriare necessariamente pur di non restare, come si suol dire, con le mani in mano in un paese che di certezze ne offre veramente poche. La speranza fortunatamente è l’ultima a morire, la mia è quella di poter trovare un posto fisso a prescindere dal fatto che potrebbe risultare monotono o meno

Per Fabiola il precariato non si può eliminare, diminuirlo sarebbe già un primo passo. Passo che non crede verrà fatto.

“Il futuro è la cosa che più mi preoccupa.  Ho paura che tutti i sacrifici di questi anni non saranno ripagati. Sarò l’ennesima laureata, l’ennesima ‘’cercalavoro’’. Espatriare sarebbe una soluzione,  ma ora come ora penso a studiare e a cercare di coltivare esperienze che mi possano portare, un giorno, a non essere una precaria, anche se una parte di me sa che sarà questo il mio amaro destino.

“Purtroppo – per Francesco - sono un ventenne, con sogni da bambino e, per di più, sono disoccupato.  E di ventenni che sognano da bambini e disoccupati ce ne sono davvero tanti. Credo che l’affermazione del mio presidente del Consiglio sia stata fatta nel modo sbagliato al momento giusto, andava senza dubbio contestualizzata. Al momento giusto perché in questo periodo di crisi l’adattabilità è uno degli elementi essenziali per continuare a non sprofondare: se perdo un lavoro, se perdo il posto fisso, devo essere capace e pronto a cercarne un altro, anche totalmente diverso. Devo farlo per soprav/vivere.

Nel modo sbagliato perché in questo periodo di crisi se perdo il posto fisso difficilmente riuscirò a trovarne un altro, anche di livello minore. Ecco quel che ha fatto più scalpore. Sono convinto che, mettendoci l’impegno e la determinazione e la volontà di proseguire verso la meta, posso io, e può l’Italia, raggiungere un livello di stabilità da posto fisso”.

M.P.


“I miei sogni hanno sbagliato generazione’’

“I miei sogni hanno sbagliato generazione’’: ne è convinto Carlo, ventiquattro anni, laureato in Scienze politiche e delle relazioni internazionali all’Università del Salento. Durante una passeggiata pomeridiana, in una Taranto infreddolita e deserta ci racconta di come sia difficile essere un sognatore appassionato in Italia.

‘’Il mio sogno è sempre stato quello di fare il professore. Insegnare ai ragazzi la storia e la filosofia, vivere nella scuola. Mi ha sempre affascinato l’idea di non smettere mai di apprendere e di studiare, di ricercare’’.

Inizialmente laconica, la conversazione si trasforma, dopo i primi convenevoli, in un flusso di coscienza, arrabbiato. ‘’Mi sono laureato con 110 dieci e lode con una tesi sul Diritto internazionale dal titolo ‘’Lo sviluppo dell’economia internazionale dopo la nascita dell’euro’’, una tesi statistica che prendeva in esame il crollo dell’economia internazionale, in particolar modo dell’Europa, all’alba della globalizzazione del consumismo; poi  mi sono iscritto alla specialistica in Diritto internazionale, un altro 110 dieci e lode. Tutto in tempo, ho solo 24 anni e per il mio Paese sono solo l’ennesimo terrone laureato a pieni voti con la valigia piena di aspettative ma senza biglietto del treno’’.

Carlo si accende una sigaretta, ha bisogno di smorzare la tensione e la rabbia che lo invade ogni volta che tocca questo tema. ‘’ Ho presentato la domanda per l’abilitazione, che al momento non è possibile conseguire. Potrò farlo solo se supererò una prova di selezione a numero chiuso, frequentando il Tirocinio formativo attivo, il TFA. Non si sa ancora quando sarà attivato e come avverrà il reclutamento. Mi hanno detto di tutto! Per non parlare del fatto che i laureati in Scienze politiche sono tantissimi. Una probabilità di farcela irrisoria’’.

Non ha solo studiato in questi anni. Barista, cameriere, assistente fotografo e edicolante. Carlo si è pagato gli studi per non pesare sul bilancio dei suoi genitori. Ora chiede solo di riscattarsi, quasi per una giustizia divina, come se tutto il sacrificio fatto in questi anni dovesse valere più di ogni altra raccomandazione. ‘’ Sono un romantico: credo ancora nella meritocrazia tricolore’’. E raggiunge la sua auto parcheggiata vicino la Prefettura.

Quella di Carlo è una storia tutta italiana comune a tanti neo-laureati che ogni giorno sono costretti a fare i conti con il precariato e la disoccupazione.

Mario Panico


Un lavoro per i giovani? Torniamo all’apprendistato

È una delle proposte avanzata dal sindacato che, nelle scorse settimane, ha presentato un quadro sconfortante della crisi nel tarantino. Ne abbiamo parlato col segretario generale della Cgil, Gino D’Isabella

Silvano Trevisani

Lavoro, questa utopia! Mentre si disquisisce stucchevolmente sul posto fisso e si decide se sia noioso, auspicabile o piacevole, il lavoro resta per molti un miraggio. Ma lo resta soprattutto al Sud, dove la situazione è enormemente più grave che nel Centro Nord. Nelle scorse settimane, nella conferenza d’inizio anno, le segreterie provincia di Cgil Cisl Uil hanno presentato alla stampa una valutazione analitica dell’andamento della disoccupazione nel territorio di Taranto. I dati diffusi sono allarmanti e dimostrano, sostanzialmente, che nel decennio 2001-2010, in un bacino di crisi già accentuata, la situazione non solo non è migliorata ma è addirittura peggiorata, mentre nello scorso anno si è fatto un ricorso notevole agli strumenti di ammortizzazione sociale, a testimonianza dell’ulteriore acuirsi della crisi che vede il numero degli occupati attestarsi attorno al 50% della popolazione “attiva”. Secondo i dati forniti dai centri per l’impiego, infatti, il totale dei disoccupati, al  31 dicembre 2010 era di 70.966 unità, ugualmente ripartite tra i due sessi, per una percentuale del 30%, mentre gli inoccupati erano 39.290 (il 16,93%). Ragion per cui i 121.888 occupati rappresentano appena il 52,50% della popolazione in condizione di lavorare. Se si confronta il dato della disoccupazione con l’8,6% nazionale ci si renderà conto di come sia difficile la situazione di Taranto (e di gran parte del Sud). Se si considera, poi, che è il dato fortemente negativo del Sud a far abbassare la media nazionale, se ne deduce che al Nord le cose vanno molto meglio.

 Della situazione abbiamo parlato con il segretario generale della Cgil, Gino d’Isabella.

Partiamo dai temi generali in discussione col governo. Il confronto decolla?

Al governo abbiamo offerto tutta la nostra disponibilità a fare un confronto vero sul lavoro. Ma si deve partire dalle politiche di crescita, dalle politiche fiscali. Decisiva può la riforma del mercato del lavoro se è indirizzata a rimuovere la flessibilità cattiva che genera solo precariato. Pensare di incentivare l’occupazione eliminando le garanzie per coloro che hanno un lavoro a tempo indeterminato, è un grave errore.

Ma perché, ogni volta che si parla di occupazione, si torna a parlare dell’articolo 18, sul quale per altro si è anche svolto anni fa un referendum?

È una sorta di totem, evocato da chi vorrebbe, con la scusa di rendere più appetibili le assunzioni, indebolire le tutele e affievolire ancora di più la sicurezza. Invece l’articolo 18 non è un tabù ma solo un mezzo per evitare i licenziamenti indiscriminati, che colpirebbero moltissimi lavoratori che, anche per via dell’età anagrafica, oltre che per la crisi che investe il Paese, non avrebbero nessuna possibilità di trovare un’altra occupazione. Di lavoro se n’è già perso molto e altre se ne perderà quest’anno, perciò non possiamo condividere politiche che pesino solo sui lavoratori e sui ceti deboli. Stiamo assistendo ai drammatici avvenimenti della Grecia, ma anche altri paesi, come l’Italia e la Spagna rischiano un grave arretramento.

Cosa bisogna fare per incentivare l’occupazione?

Per quanto riguarda i giovani, noi pensiamo che si possa partire positivamente incentivando e valorizzando l’apprendistato. Di conseguenza: incentivando l’assunzione definitiva degli apprendisti. Poi bisognerebbe usare gli sgravi Irap e il credito d’imposta per chi assume al Sud, dando la priorità a chi investe sulle professionalità medio alte. Le risorse intellettuali sono di livello molto alto nel Sud e le imprese devono poter investire su di esse. Ma accanto a questo, bisognerebbe pensare ai contratti di inserimento per i disoccupati di lungo periodo e per i lavoratori ultracinquantenni rimasti senza lavoro, che sono i più deboli: occorre studiare il modo di estendere lo stato sociale a queste fasce.

E le proposte accennate dal governo? Le liberalizzazioni, le semplificazioni che consentono a un giovane di aprire un’attività con un euro?

Sembrano provvedimenti spot. Quale banca finanzierebbe un’impresa con un euro di capitale? Per quanto riguarda le liberalizzazioni, vi sono degli elementi positivi, come la decisione di scardinare i privilegi di alcune categorie, ma altre norme, come quella dell’abolizione degli orari di chiusura dei negozi, non fanno che aggravare le condizioni dei lavoratori dipendenti. Avverrà com’è già avvenuto per le aperture domenicali: i lavoratori saranno costretti a orari di lavoro massacranti senza che questo si tramuti in un aumento delle entrate delle imprese. Del resto sono i soldi a mancare e non il tempo per spenderli.

E veniamo a Taranto. Lo sviluppo da tempo è inceppato e i giovani non hanno più neanche gli sbocchi tradizionali nell’industria.

Il fatto è che l’industria, l’Ilva in primo luogo, rivolge la sua produzione ai mercati internazionali, mentre il mercato interno si è ridimensionato. Guardiamo al mercato degli utilizzatori: anche l’edilizia è ferma, così come sono fermi altri settori, vedi quello del legno a Mottola. Tra il 2009 e il 2010 abbiamo perso 13.000 posti di lavoro. Nel 2011 vi è stato qualche timido segnale d’inversione, è diminuito il ricorso alla cassa integrazione, ma a questo non ha corrisposto a una ripresa. Vi sono, anzi, tante piccole imprese che hanno i dipendenti in cassa integrazione senza alcuna aspettativa.

E le prospettive?

Questo deve essere l’anno del “riscatto”. A cominciare dal porto che, grazie alle risorse stanziate e alle procedure più snelle, può finalmente puntare alla crescita. Anche gli investimenti di Eni e Cementir possono essere un’occasione di crescita. Ricordiamo, poi, che in questi giorni si sta discutendo della proposta di un’impresa che vuole realizzare un polo logistico industriale nell’aeroporto di Grottaglie, la Aerotecsys. Ma tutto deve muoversi in un quadro europeo che dia fiato finalmente a un mercato interno asfittico e sfiduciato.


L’Italia che ‘’twitta’’ - Mario Panico

Quando si parla di giornalismo partecipato ci si riferisce al flusso di notizie che si scambiano tramite  i social network.

Abbiamo raccolto alcuni twitt sulla frase del presidente del consiglio, Mario Monti, ‘’I giovani si abituino all’idea di non avere più il posto fisso a vita. Che monotonia.

È bello cambiare’’.

 

Nicola Andrucci

Professor Monti, il posto fisso sarà (per lei) monotono, ma il lavoro flessibile allora dovrà essere pagato molto..

 

Claudio Coccoluto

posto fisso: rigurgito settantesco insieme a “prenditi una laurea” a “fatti una famiglia” e “comprati una casa”, retaggi del secolo scorso

 

Elisa Serafini

33% disoccupazione giovanile. E questi ancora aspettano a fare la riforma sul #lavoro? Noi non vogliamo il posto fisso, vogliamo lavorare!

 

ItaliaRialzati

Monti “che monotonia il posto fisso”. Ok rinunciamo al posto fisso,ma gli stipendi devono aumentare di almeno due terzi. Come la mettiamo?

 

Alessandro Mura

#monti “I giovani devono abituarsi all’idea che non avranno un posto fisso per tutta la vita. E poi, diciamolo, che monotonia” PAROLE SANTE

 

Michele Grimaldi

Chissà se #Monti fosse nato in un paese di periferia del sud, nel 2000, in una famiglia monoreddito, penserebbe la stessa cosa del posto fisso.

 

Federico Mello

A molti non piacerà che #Monti dice: “Che monotonia il posto fisso”. Ma di prepararmi a cambiare lavoro, me lo diceva mia madre

 

Luca Cifoni

Per #Monti il posto fisso è monotono. Vero, come è vero che c’è un sacco di gente che il rischio di annoiarsi non lo corre proprio

 

Ylenia Berardi

#Monti: “I giovani non avranno posto fisso. Tra l’altro, che monotonia il posto fisso. Bisogna accettar le sfide”. Su questo tutti zitti?

 

Sara Rocutto

Monti: “Che monotonia il posto fisso Spread è sceso e scenderà ancora” repubblica.it/politica/2012/… Qualcuno dica a Monti che a volte tacere è sano


Aerotecsys: occasione da non perdere

Un insediamento da 300 posti di lavoro che non deve mettere, però, in pericolo il futuro dell’aeroporto Arlotta di Grottaglie

Si innesterebbe all’interno della Piattaforma logistica integrata del Mediterraneo – denominata Log-in-Med - l’insediamento industriale nell’area aeroportuale di Grottaglie-Monteiasi-Carosino della società Aerotecsys.

Si tratta di un’azienda che si occupa della manutenzione e della demolizione di aeromobili. Un investimento da 100milioni di euro che potrebbe portare alla provincia di Taranto 300 posti di lavoro, offrendo un po’ di respiro alla critica situazione occupazionale jonica.

La localizzazione del progetto, presentato già diverso tempo fa dalla Aerotecsys, sarebbe l’unico intoppo all’insediamento dell’azienda sul territorio provinciale.

Durante l’ultimo vertice, convocato in Provincia e al quale hanno preso parte l’amministratore unico di Aeroporti di Puglia Domenico Di Paola, il vice presidente della Provincia Costanzo Carrieri e i sindaci dei comuni interessati Ciro Alabrese (di Grottaglie), Salvatore Prete (di Monteiasi) e Biagio Chiloiro (di Carosino), è stato infatti richiesto che lo stabilimento venga delocalizzato per non compromettere il futuro dell’aeroporto Arlotta. La vicinanza dello stabilimento alla pista di atterraggio, infatti, potrebbe pregiudicare la vocazione cargo e passeggeri dell’aeroporto. Destinazione necessarie anche per dar vita all’asse interportuale (aeroporto – porto) di Taranto. Inoltre, spostandolo di soli 100 metri l’insediamento non andrebbe a sovrapporsi all’area già occupata da Alenia.

La proposta è stata accettata dai responsabili dell’Aerotecsys i quali, durante la conferenza sui servizi tenutasi in Regione e alla quale hanno partecipato gli stessi attori del vertice provinciale oltre che i responsabili regionali e i rappresentanti della stessa Aerotecsys, hanno dato piena disponibilità ad accordarsi. Fra una decina di giorni, nella sede romana dell’Enac, dovrebbe tenersi un tavolo di confronto, per trovare la quadra sull’insediamento Aerotecsys e al quale parteciperanno tutti gli enti locali interessati.

Ciò che gli enti locali vogliono evitare, però, è di defocalizzare l’attenzione dagli investimenti sull’aeroporto di Taranto/Grottaglie, necessari per farlo partire sia come aeroporto cargo, che come scalo passeggeri. Allo stesso tempo, non ci si può permettere di perdere un’occasione occupazionale come quella offerta dall’Aerotecsys.

L’insediamento dell’azienda aeronautica sul territorio jonico, infatti, avrebbe ripercussioni favorevoli sull’intera area provinciale, non solo per i posti di lavoro che offrirebbe, ma anche per l’indotto che potrebbe creare.

Nell’area jonica, se tutto andrà bene, l’azienda costruirà un capannone con un diametro di 180 metri. Il più grande del mondo.

Tardare troppo con il rilascio delle autorizzazioni, potrebbe indurre gli investitori internazioni a spostare il loro investimento nel Quatar, dove stanno completando l’aeroporto più grande del mondo.

È scampare al pericolo “Medio Oriente” che la risposta definitiva al progetto, dovrebbe arrivare entro la fine del mese.

ANNARITA PALMISANI


Giovani, laureati e senza futuro

Situazione critica per i giovani tarantini: troppo qualificati per le poche prospettive di lavoro che offre la città

di Tecla Caforio

Continua ad aumentare la disoccupazione tra i giovani laureati italiani. Quei pochi che hanno avuto la fortuna di trovare un’occupazione, non hanno uno stipendio soddisfacente e si trovano a confrontarsi con lo spettro della precarietà. Contrariamente a quello che si può pensare, il tasso di disoccupazione e il numero dei precari è aumentato anche per le lauree ritenute più solide e con maggiori sbocchi lavorativi.

I dati sono allarmanti: i laureati che ad un anno dalla laurea ancora non hanno trovato lavoro sono passati in Italia, dallo scorso anno, dal 16,5% al 22%.

Anche la situazione di chi è riuscito a trovare lavoro, non è così rosea: la precarietà e le buste paga di basso importo sono all’ordine del giorno. Taranto non è da meno. Qualcuno ha definito i giovani precari di oggi ‘bamboccioni’: forse, in parte è colpa loro,  ma non solo. Come si fa a poter pensare di lasciare la casa dei genitori con uno stipendio di 500 euro magari con contratto a scadenza ogni tre mesi?

È il caso di P.L. (preferisce che il suo nome non sia scritto per evitare ripercussioni sul posto di lavoro), impiegata da poco meno di un anno presso un organismo di mediazione familiare.

P.L ha 27 anni ed è laureata già da 2 e il primo posto di lavoro è arrivato solo dopo un anno dalla discussione della tesi di laurea in Giurisprudenza.

Qual è la tua posizione lavorativa oggi?

Lavoro da 9 mesi in un organismo di mediazione familiare, 8 ore al giorno e percepisco uno stipendio di 700 euro al mese. Ho un contratto di lavoro come apprendista della durata di 36 mesi. Il lavoro mi piace, è anche attinente agli studi universitari che ho scelto, ma sicuramente non mi permette di essere indipendente o almeno, non del tutto. Più che altro il vero problema è la precarietà. Chi mi garantisce che terminati i 36 mesi mi sarà riconfermato il contratto? Nessuno, nemmeno i miei datori di lavoro che fanno finta di nulla.

È il tuo primo lavoro?

No, poco prima di questa occupazione ho lavorato per due mesi in un’agenzia di servizi. Avevo un contratto di lavoro co.co.pro, part-time. Ero l’unica segretaria dell’ufficio ma non è stata una bella esperienza ed ho lasciato ancora prima che scadesse il contratto. Il titolare dell’agenzia non era puntuale nei pagamenti né negli orari d’ufficio. Mi sono sentita mortificata e ho preferito andar via.

Ma a quanto ne so, sono in tanti a comportarsi così soprattutto con noi giovani.

Come hai vissuto i primi tempi post-laurea? Hai avuto difficoltà nel trovare lavoro?

Ho cercato di laurearmi nei tempi giusti e ci sono riuscita con non poche difficoltà. Pensavo che con la laurea le offerte lavorative sarebbero state di più. Scontrarmi con la realtà è stato duro: ho passato quasi tutto il primo anno ad inviare curricula senza mai ricevere risposta. Ho scelto di non seguire la strada della libera professione e mi è toccato di passare l’estate da disoccupata.

Come vedi il tuo futuro nell’epoca del precariato?

In realtà non lo immagino. Vorrei vivere da sola ma non mi è possibile mantenere le spese di una casa, per non parlare del mio fidanzato. Ha scelto la libera professione e i guadagni sono più miseri dei miei. Ci tocca restare a casa dei nostri genitori chissà per quanto altro tempo. Continua a fare corsi di specializzazione nella speranza di qualificarsi sempre più ma è arrivato a pensare che non ne valga la pena. Alle volte come risposta ad un colloquio di lavoro, ti dicono di che sei troppo qualificato. È assurdo.

Sono tanti i giovani nella vostra situazione?

Troppi. Quasi tutti i nostri amici sono in queste condizioni. Bloccati e costretti a casa a fare i ‘bamboccioni’. Magari lavorano 8 o 9 ore al giorno per una miseria per poi essere licenziati a scadenza di contratto. Qui a Taranto non esiste una vera e propria classe imprenditoriale che investa sui giovani, supportando i sacrifici e la qualificazione raggiunta. Tutt’altro. Si fa a gara per sfruttare al meglio le giovani risorse.

Ci dobbiamo accontentare di lavoretti che avremmo potuto fare anche senza laurea per trovarci disoccupati alla soglia dei 30 anni. Ho sempre immaginato che alla mia età avrei avuto un bel lavoro, una casa, una famiglia e forse anche dei figli…oggi mi accontenterei di un lavoro decentemente retribuito e a tempo indeterminato. Non sarebbe male.


Michela e Ettore: laureati in cerca di fortuna

L’Italia è una fucina di giovani talenti, che, quotidianamente e nell’anonimato, cercano di conquistarsi il loro spazio nel mondo. Non amano lamentarsi o, se lo fanno, controbattono con il loro impegno. Sono tanti e sono giovani, con la pesante eredità l’eredità dei loro padri: la crisi, che li accompagnerà per ancora un bel po’ di anni. L’ennesimo 30. Michela ha sostenuto l’esame di lingua inglese, l’ultimo prima della laurea. Vuole fare la giornalista, anche se conosce bene le difficoltà del mondo dell’informazione: ‘’I giornali non li compra più nessuno’’. Da circa due anni scrive per un periodico locale, per riuscire a guadagnarsi il tesserino da pubblicista. ‘’ Ho sempre voluto fare la giornalista, so che non sarà per niente semplice. La crisi dei giornali è palese. Se prima il giornalista era una figura professionale autorevole, da intellettuale, oggi è la metafora del precariato. Arrendersi, però, ancor prima di averci provato mi sembra limitato. ’’Ogni giorno, oltre che per l’università, s’impegna in inchieste che riguardano la sua città, Taranto. Intervista, rincorre, non si spaventa delle porte chiuse.  Nella sua redazione non è l’unica under 25, i suoi colleghi sono giovani e volenterosi come lei. Ogni settimana tirano fuori delle inchieste interessanti e appassionanti. Non lo fanno per soldi, non ancora. ‘’ La gavetta l’hanno fatta tutti, a noi forse durerà un po’ di più. Ma ogni periodo storico fa pagare dei prezzi, più o meno alti, alla sua società’’.

Mi piace pensare, che i giovani di questa Italia nascosta, possano essere paragonati ai mille garibaldini che risalirono l’Italia per conquistarla e darle il lustro che meritava. Noi siamo i nuovi mille, pronti a far sentire la nostra voce, a dimostrare le nostre competenze.

Ettore, ha solo 24 anni ma ha viaggiato tanto. La scorsa settimana è tornato dall’Africa per un progetto europeo di formazione continua.  È stato in Francia, Portogallo, Russia e Armenia. Non sono state delle vacanze, ma degli incontri organizzati dalla Comunità europea che permette a dei giovani selezionati di entrare in contatto con le comunità bisognose. Ettore, in particolare conosce la lingua Lis, la lingua italiana dei segni, e lavora con i bambini sordi, insegna storia e geografia, ma non è professore. Insieme ad un suo collega ha iniziato a scrivere un progetto per introdurre nelle scuole un metodo di studi differente, l’educazione non formale,  che negli altri paesi del mondo è già una realtà. Ettore ha un’idea diversa d’insegnamento, il suo sogno è coinvolgere i ragazzi iperattivi e con disturbi dell’apprendimento in maniera globale con il supporto delle tecnologie.  Superare le barriere burocratiche non è semplice, in Italia le novità fanno sempre paura. ‘’Si preferisce ‘routinizzare’ la propria vita. L’Italia crede di essere un Paese sviluppato. È un’illusione puramente geografica perché la concezione europocentrica del mondo le ha dato una serie di garanzie che non ha’’.  Storie di periferia che ogni giorno animano la nostra penisola. Storie che nessuno conosce, ma che hanno il sapore romantico della sfida, che danno speranza e allontanano (almeno per qualche momento) l’ombra della crisi.

Mario Panico


La fede che guarisce

XX Giornata Mondiale del Malato

claudia spaziani 

Alzati, la tua fede ti ha salvato” (Lc 17, 19). La grazia speciale dei sacramenti della guarigione» è il tema della XX Giornata Mondiale del Malato (GMM), che la Chiesa cattolica celebrerà il prossimo 11 febbraio. Il testo biblico di riferimento scelto quest’anno è l’episodio della guarigione dei dieci lebbrosi (Lc 17,11-19). “I sacramenti di guarigione” costituiscono l’argomento di riflessione, celebrazione e testimonianza. Una tematica proposta per la prima volta dal 1992, anno in cui tale appuntamento fu istituito da Giovanni Paolo II. Così commenta l’episodio biblico scelto don Filippo Urso, docente di Nuovo Testamento e Incaricato Regionale della Conferenza Episcopale per la Pastorale della Salute: “Gesù decide di entrare nel villaggio per farsi vicino a quegli uomini e donne lontani. Gesù vuole condividere con amore un tempo della sua vita con chi è messo da parte ed è lontano. Gesù vuole farsi partecipe della storia degli uomini, condividere la loro vita, avere compassione delle loro infermità, camminare insieme con coloro che, come i discepoli di Emmaus, sono delusi nelle loro speranze”. L’episodio biblico dei dieci lebbrosi purificati, di cui solo uno torna a ringraziare Dio, ci mostra una fede capace di guarire. Quanto è importante la fede per un malato? “Nell’episodio citato, Gesù non rimane indifferente dinanzi alla richiesta di aiuto degli ammalati. Non si avvicina ai lebbrosi, ma li guarisce senza neppure toccarli (cf. Mc 1,40-41), dicendo loro semplicemente di andare a farsi vedere dai sacerdoti. I lebbrosi dopo aver pregato Gesù si abbandonano fiduciosamente alle sue parole, hanno fede in Lui prima di vedere esaudita la loro preghiera, e di conseguenza vengono risanati. La lebbra nel suo significato simbolico era considerata come una situazione di peccato e di lontananza da Dio. Ora, la sua scomparsa è segno dell’avvenuta riconciliazione con Dio e con gli uomini. La fede nella parola di Gesù e nell’efficacia dei sacramenti è foriera di guarigione interiore. La riconciliazione, mediante il sacramento della confessione, ristabilisce i rapporti di pace e comunione con Dio e con gli uomini tra di loro. Il sacramento dell’unzione degli infermi ridona la salute dell’anima, la forza per andare avanti, la grazia del sollievo pasquale”. Gesù vuole risollevare l’umanità dalla sua condizione di prostrazione e sofferenza, di lontananza e tristezza”. Quale significato assume la malattia nella vita del cristiano? “La malattia è sempre una esperienza di limite e spesso anche di marginalità. È esperienza di solitudine e alle volte di esclusione, perché non si è più in grado di fare ciò che si faceva prima e si messi da parte. Perfino viene esorcizzata, pur di tenerla a debita distanza. Eppure Gesù, anche se talvolta l’uomo sofferente si ferma lontano da Lui, entra dentro queste esperienze, vi passa attraverso (diêrcheto dia: v. 11), le raggiunge e le visita con la grazia della sua presenza nei sacramenti di guarigione”. Che ruolo e peso hanno i sacramenti quando si parla di malattia? “Nell’incontro con Dio mediante i sacramenti – vissuti con fede e amore – la malattia è trasformata e la sofferenza diventa offerta e occasione di maggiore comunione con Dio. È poi il ringraziamento che permette ai doni di Dio di produrre i suoi frutti, primo fra tutti la salvezza. La gratitudine, l’amore riconoscente ha, infatti, un valore salvifico. Non si può avere una relazione personale con Dio – anche nella malattia – senza il rendimento di grazie. È, dunque, fonte di salvezza rendere grazie a Dio anche apparentemente senza via d’uscita: così ci si relaziona con Dio, si riconosce la sua presenza nei sacramenti di guarigione, si accoglie il suo conforto e sostegno in ogni momento, specialmente nel dolore. Il dono della salvezza – e talvolta della guarigione fisica – giunge così attraverso l’incontro di fede con Gesù, arriva quando il cuore si apre alla conoscenza di Lui che rinnova e dice: «Alzati e va’»”. La celebrazione della XX Giornata mondiale del malato offre, dunque, alla comunità cristiana l’opportunità di far conoscere in tutta la loro fecondità i sacramenti di guarigione della Riconciliazione e dell’Unzione degli infermi e quello dell’Eucaristia quale medicina che salva e farmaco di immortalità.

 


Taranto e la neve

Rarissime le precipitazioni nella storia della Città dei due mari

MASSIMILIANO PADULA

 

E' in corso la tradizionale ondata di maltempo annuale. Febbraio sembra essere ormai il mese deputato a vento, piogge e, in alcuni casi, nevicate. È il caso del centro Italia colpito dai fiocchi bianchi che hanno creato piccoli o grandi disagi. Nonostante la neve si sia abbattuta per poco meno di un giorno su Roma, la bella capitale sembra essere andata in tilt. Si sa. Il problema non è la neve (o la pioggia o qualunque altra emergenza atmosferica o non) se Roma è inadeguata nella gestione delle criticità. A novembre 2011 le piogge continue hanno creato enormi disagi sino ad arrivare a causare un tragico paradosso: è morto annegato nella sua abitazione, un cittadino del Bangladesh, paese noto per alluvioni devastanti. Al di là dei casi isolati, è certo che l’Italia (e chi la governa) non sia preparatissima nel gestire eventi atmosferici così imprevisti (sempre meno!) da diventare dei classici nell’immaginario collettivo. Un esempio è la canzone “La nevicata del ’56” che uno dei principali cantori della romanità popolare, Franco Califano scrisse nel 1992. A interpretarla fu Mia Martini e vale la pena ricordare l’ultima strofa carica di malinconia che descriveva una “Roma tutta candida, tutta pulita e lucida” e che si chiedeva se si sarebbe rivista mai così chiosando con un nostalgico “Che tempi quelli!”.

Non sappiamo se un cantautore scriverà della nevicata del 2012 ma ciò che è certo è che rimarranno milioni di istantanee e di video reali o caricaturali dell’evento. Tra i personaggi più ripresi (in giro) il sindaco capitolino Gianni Alemanno. Pugliese di origine (nato a Bari da padre salentino per la precisione), è romano d’adozione avendo percorso tutta la carriera politica nella capitale. Tante le vignette satiriche e i video di attacco al sindaco “incapace” – a detta degli accusatori – di gestire l’emergenza neve. Tra questi un video con oltre 80 mila visualizzazioni dal titolo “Alemanno regala la neve a Roma”, una vera e propria parodia dei documentari fascisti dell’Istituto Luce in cui si esaltavano, in termini propagandistici e ridondanti, le azioni del duce come, ad esempio, la trebbiatura. Questo video non è stato realizzato adesso ma ben due anni fa quando a Roma ci fu una modesta spolverata di neve. Ma è ritornato (grazie ai perversi meccanismi del web) in modo prepotente ed è stato ripreso anche da molti giornali online.

Il web viene in aiuto (è l’unica fonte mancando, al momento in cui si scrive, la possibilità di reperire testimonianze dirette) anche per capire se e quando a Taranto ha nevicato. Nella navigazione ci si imbatte in una foto (sperando sia autentica, la si trova in pagina) datata 18 gennaio 1923 e fotografa un tram che passa per via D’Aquino all’altezza di piazza Castello. Nonostante i quasi cento anni passati, il veicolo pare non avere problemi di viabilità a causa della neve. Su You Tube, invece si scova un video che riprende una storica nevicata datata 3 gennaio 1979 attraverso una veduta del Mar piccolo (arsenale, muraglione e Ponte Punta penna pizzone) ripreso da via Cugini e via Marco Pacuvio. Sempre sul sito di file-sharing si trova un video di una nevicata (pare l’ultima significativa in ordine di tempo) avvenuta nel febbraio 2006. La zona dovrebbe essere periferica, probabilmente il quartiere Paolo VI. Su un forum meteorologico un utente sostiene di aver saputo “da parenti che nel 1968 (o cmq in un altro anno del decennio 1960-1969) a Taranto nevicò molto più di Martina. Evento rarissimo – si legge – se non unico. Tant’è che in quell’episodio – continua l’internauta – ci furono 40 cm a Taranto che si sciolse dopo una settimana”. Ma la fonte non è certa tanto che, cautamente, l’autore aggiunge un post scriptum: “Ciò che ho scritto – ribadisce – prendetelo a beneficio di inventario, poiché è frutto di racconti di gente che non ha passione meteo, quindi i dati che ho scritto sono da prendere con le pinze”. Sullo stesso forum si citano altri anni ma probabilmente si sarà trattato di nevischi mordi e fuggi che fanno di Taranto una città più propensa al sole e al vento. Grazie a Dio!