Arc2012feb006-Nuovo Dialogo

ARCHIVIO N° 6 - 2012

EDITORIALE

Con i nervi saldi

Federico Lombardi


“Oggi dobbiamo tenere tutti i nervi saldi perché nessuno si può stupire di nulla. L’amministrazione americana ha avuto Wikileaks, il Vaticano ha ora i suoi leaks, le sue fughe di documenti che tendono a creare confusione e sconcerto e a facilitare una messa in cattiva luce del Vaticano, del governo della Chiesa e più ampiamente della Chiesa stessa”. Comincia così la nota diffusa ieri sera da padre Federico Lombardi, direttore della dala stampa vaticana, “sulla circolazione di documenti che tendono a screditare il Vaticano e la Chiesa”. “Chi pensa di scoraggiare il Papa e i suoi collaboratori – afferma padre Lombardi – si sbaglia e si illude”. Pubblichiamo il testo integrale della nota del direttore della sala stampa vaticana.

Oggi dobbiamo tenere tutti i nervi saldi perché nessuno si può stupire di nulla. L’amministrazione americana ha avuto wikileaks, il Vaticano ha ora i suoi leaks, le sue fughe di documenti che tendono a creare confusione e sconcerto e a facilitare una messa in cattiva luce del Vaticano, del governo della Chiesa e più ampiamente della Chiesa stessa. Quindi, calma e sangue freddo, e molto uso della ragione, cosa che non tutti i media tendono a fare. Si tratta di documenti di natura e peso diversi, nati in tempi e situazioni diverse: altro sono le discussioni sulla migliore gestione economica di una istituzione con molte attività materiali come il Governatorato; altro sono appunti su questioni giuridiche e normative in corso di discussione e su cui è normale che esistano opinioni diverse; altro sono memoriali farneticanti che nessuna persona con la testa sul collo ha considerato seri, come quello recente sul complotto contro la vita del Papa. Ma tant’è; mettere tutto insieme giova a creare confusione. Una informazione seria dovrebbe saper distinguere le questioni e capirne il significato differente. E’ ovvio che le attività economiche del Governatorato devono essere gestite saggiamente e con rigore; è chiaro che lo IOR e le attività finanziarie devono inserirsi correttamente nelle norme internazionali contro il riciclaggio. Queste sono evidentemente le indicazioni del Papa. Mentre è evidente che la storia del complotto contro il Papa, come ho detto da subito, è una farneticazione, una follia, e non merita di essere presa sul serio.

Certo c’è qualcosa di triste nel fatto che vengano passati slealmente documenti dall’interno all’esterno in modo da creare confusione. La responsabilità c’è dall’una e dall’altra parte. Anzitutto da parte di chi fornisce questo tipo di documenti, ma anche di chi si dà da fare per usarli per scopi che non sono certo l’amore puro della verità. Perciò dobbiamo resistere e non lasciarci inghiottire dal gorgo della confusione, che è quello che i malintenzionati desiderano, e restare capaci di ragionare. In certo senso – è un’antica osservazione della saggezza umana e spirituale – il verificarsi di attacchi più forti è segno che è in gioco qualche cosa di importante.

Alla grande serie di attacchi alla Chiesa sul tema degli abusi sessuali è giustamente corrisposto un impegno serio e profondo di rinnovamento lungimirante. Non una risposta di corto respiro, ma di purificazione e rinnovamento. Ora abbiamo ripreso in mano la situazione e sviluppiamo una forte strategia di guarigione, rinnovamento e prevenzione per il bene di tutta la società.

Allo stesso tempo si sa che vi è in corso un impegno serio per garantire una vera trasparenza del funzionamento delle istituzioni vaticane anche dal punto di vista economico. Si sono pubblicate nuove norme. Si sono aperti canali di rapporti internazionali per il controllo. Ora, diversi dei documenti recentemente diffusi tendono proprio a screditare questo impegno.

Paradossalmente ciò costituisce una ragione di più per perseguirlo con decisione senza lasciarsi impressionare. Se tanti si accaniscono, si vede che è importante. Chi pensa di scoraggiare il Papa e i suoi collaboratori in questo impegno si sbaglia e si illude.

Quanto alla questione delle pretese lotte di potere in vista del prossimo conclave, invito ad osservare che i Pontefici eletti in questo secolo sono stati tutti personalità di altissimo e indiscusso valore spirituale. E’ chiaro che i cardinali hanno cercato e cercano di eleggere qualcuno che meriti il rispetto del popolo di Dio e possa servire l’umanità del nostro tempo con grande autorità morale e spirituale. La lettura in chiave di lotte di potere interne dipende in gran parte dalla rozzezza morale di chi la provoca e di chi la fa, che spesso non è capace di vedere altro. Chi crede in Gesù Cristo per fortuna sa che – checché se ne dica o se ne scriva oggi sui giornali – le vere preoccupazioni di chi porta responsabilità nella Chiesa sono piuttosto i problemi gravi dell’umanità di oggi e di domani. Non per nulla crediamo e parliamo anche di assistenza dello Spirito Santo.              F.L.


TRACCE

Sentenza ETERNIT: traguardo di giustizia


“Si tratta di una sentenza che restituisce ai cittadini la percezione di una giustizia attenta e vicina e sottolinea anche una precisa via da seguire: è la persona, ogni persona, il centro della vita sociale; e tutelare questo valore nell’ambiente di vita e di lavoro non può mai essere soltanto un costo e un obbligo”. Così mons. Cesare Nosiglia, arcivescovo di Torino e presidente della Conferenza episcopale piemontese, ha commentato la sentenza del Tribunale di Torino, che ieri ha condannato a 16 anni di reclusione i due proprietari della Eternit, Stephan Schmidheiny e Louis De Cartier, per disastro doloso permanente e rimozione di cautele, per le condizioni di lavoro negli stabilimenti di Cavagnolo e Casale Monferrato, dove si produceva la fibra di amianto.

“Le tante persone morte a causa dell’amianto e della superficialità e incuria con cui nel passato si è gestito questo problema sono un peso troppo grande – ha aggiunto mons. Nosiglia -. Anche per questo, oggi, ci sentiamo vicini alle famiglie e comunità che hanno lottato in questi anni per avere giustizia e in particolare a quelle che, anche se confortate da questa sentenza favorevole, vivono oggi con rinnovato dolore la mancanza dei propri cari”.

a concluso l’arcivescovo: “Prego per loro il Signore affinché dia conforto e forza per guardare avanti con rinnovata speranza in Lui e per continuare a impegnarsi insieme per una società più giusta e solidale nelle fabbriche come nella politica e nei confronti di chi chiede giustizia”.


Traguardo di giustizia

“È una sentenza di giustizia, una decisione dovuta, un modo, per quanto umanamente possibile, di rendere giustizia a quanti hanno perso la vita e a quanti, parenti e familiari, hanno sofferto accanto ai malati”, ha dichiarato al SIR il vescovo di Casale Monferrato, mons. Alceste Catella.

“Questa sentenza - ha detto mons. Catella - si deve all’impegno di coloro a cui spetta il compito di amministrare la giustizia, ma anche all’unità di tutti i casalesi, grazie alla cui determinazione è stato possibile raggiungere questo traguardo di giustizia, affinché vicende analoghe non abbiano a ripetersi”. “Mi auguro - ha affermato il vescovo - che ne venga una lezione: ricercare al di sopra di tutto l’unità della comunità casalese per andare avanti, continuando a sostenere chi soffre, proseguendo nello studio e nella ricerca contro il mesotelioma, attuando le opere di bonifica di cui la città di Casale ha bisogno. Deve rimanere alta l’attenzione di tutti, da parte del governo che si è interessato alla questione, dell’amministrazione regionale, locale, di ciascuno”.


La vita dei lavoratori

Secondo il presidente nazionale delle Acli, Andrea Olivero, ieri è stata “una giornata memorabile per il mondo del lavoro, perché si è affermato in maniera drammatica ma incontrovertibile che il diritto alla vita e alla salute dei lavoratori non è un valore negoziabile, da nessuno e per nessuna ragione”. La sentenza del Tribunale di Torino “non può risarcire il passato - ha affermato Olivero - ma può farci guardare al futuro con più fiducia; perché rafforza nel Paese la consapevolezza che il diritto alla vita e alla salute dei lavoratori è inalienabile, e non può essere messo a repentaglio per ragioni di profitto, neanche con l’alibi della crisi economica”: “troppi rischi - ha concluso il presidente delle Acli - permangono ancora nel mondo del lavoro segnato tragicamente da incidenti mortali, infortuni e malattie professionali”.


L’ARGOMENTO

Arriva una carrettata di “cose” che sanno di vigilia elettorale

L’attivismo eccessivo, e un po’ scomposto, del Comune rischia di essere controproducente. E se vietassimo per legge, negli ultimi mesi di mandato, patrocini, progetti, sovvenzioni e cose del genere?

Silvano Trevisani


Abbiamo più volte sottolineato, in queste pagine, come il Paese abbia vissuto, negli ultimi anni, in un permanente clima di campagna elettorale, perché la politica è diventata l’unico sbocco lavorativo per milioni di connazionali che ovunque riuscissero a ritagliarsi un posto (in Parlamento, nelle Regioni, Province, Comuni, Circoscrizioni, enti consortili, municipalizzate, ecc…) vedevano garantito un reddito fisso. Gli scandali di questi giorni (vedi caso Lusi) e l’enorme mole di dati diffusi, dai quali apprendiamo, per esempio, che il presidente della provincia autonoma di Bolzano guadagna il doppio del presidente degli Stati Uniti d’America, ci danno conferma e rinnovano l’urgenza di riportare la politica a quella dimensione di servizio che dovrebbe caratterizzarla.

La città di Taranto sta vivendo, ormai da molti mesi, questo fastidioso clima di campagna elettorale che emoziona solo che vi si pone da protagonista, ma infastidisce la città che diviene persino intollerante nei confronti delle continue sollecitazioni a cui è sottoposta e che potrebbe sortire un clima di sfiducia dannoso, dopo che più volte si era lasciata sedurre dalla speranza nel personaggio taumaturgico di turno.

Quello che si coglie, nelle ultime settimane, è un attivismo del tutto fuori luogo, anche se umanamente comprensibile, da parte dell’ente locale che, così come aveva fatto Rossana Di Bello nella chiusura del suo primo mandato, e sullo stesso modello di quasi tutte le compagini amministrative, a partire dalla Provincia, sta sfornando quotidianamente iniziative, conferenze stampe, progetti manifestazioni col chiaro intento di convincere l’elettorato.

Ci chiediamo, prendendo a prestito i concetti espressi dal presidente del Consiglio Monti (per quanto riguarda il comportamento dei ministri, i patrocini da eliminare, i regali da ridurre), se non sarebbe opportuno vietare per legge ai singoli enti locali, negli ultimi mesi di mandato, di dare patrocini, finanziare certi tipi di manifestazioni e progetti che, tra l’altro, sono quelli che in genere seminano poi i debiti fuori bilancio.

Anche questa giunta si è caratterizzata, quindi, per una vera e propria raffica di progetti, richiami, di quotidiane conferenze stampa, di inaugurazioni, tavole rotonde, iniziative, annunci, non tutti opportuni, non tutti apprezzabili, comunque macchiati dal sospetto di elettoralismo.

Facciamo qualche esempio, partendo proprio da una delle più recenti iniziative: l’inaugurazione di Palazzo Pantaleo. Non disconosciamo il merito della Giunta di aver promosso la ristrutturazione del Palazzo che ci auguriamo definitiva (in quanto, a partire dagli anni ’80, è stato già ristrutturato e inaugurato almeno tre o quattro volte, segno che qualcosa non va in ciò che è stato fatto). Ebbene, lo scorso 10 febbraio il palazzo è stato inaugurato assieme al Museo Majorano, allestito al secondo piano, ma non sarà aperto al pubblico perché mancano ancora autorizzazioni e agibilità. Ma si è messa al sicuro una “inaugurazione” che rischiava di essere lasciata in eredità alla prossima giunta.

Sempre per rimanere nel settore culturale, nel gennaio scorso è stato insediato il comitato che dovrebbe occuparsi della candidatura della Città vecchia a rientrare tra i siti che l’Unesco ha dichiarato patrimonio mondiale dell’Umanità.

Sorvoliamo sui sistemi con i quali sono stati reclutati i componenti della commissione, non proprio chiarissimi, anche se aver posto alla presidenza Fossimo Damiano Fonseca (e una consulente esterna) ha fatto recuperare autorevolezza scientifica che alla commissione rischiava di mancare. Ma proprio l’accademico dei Lincei ha detto, più o meno chiaramente, a seconda delle orecchie d chi lo ha ascoltato, che non c’è da farsi illusioni sulla possibilità che il progetto venga coronato da successo. Noi diremmo chiaramente che Taranto non ha nessuna possibilità. Del resto se tutto ciò che si fa per la città vecchia è trasformarla, di tanto in tanto, in una babele invasa da una mare di curiosi che cercano solo un posto per mangiare, lasciando più squallore e sporcizia di prima, attraverso l’”Isola che vogliamo” (che, ahimè, tornerà il 18!) e intanto si consente una nuova, progressiva acquisizione da parte della malavita, non avremo mai vere speranze di riscatto.

Il 18 gennaio, ancora per rimanere nella sfera turistico-culturale, il Comune, assieme alla Provincia, hanno presentato alla città alcune idee di utilizzo di aree demaniali, trasformando la presentazione dell’elenco dei beni che la Marina deve vendere, imposto dal ministero, in una ipotesi progettuale, per fare di necessità virtù. Non entriamo nel merito delle idee (ci riserviamo un approfondimento), che sono semplici esercizi, scarsamente plausibili e non fondamentali nel processo di recupero della “città nascosta” dalla Marina (che avevano già sentito ventilare da Legambiente e da un ex amministratore). Il problema è, semmai, quello di intavolare una trattativa vera e propria con il Governo per ottenere la restituzione di aree gratuitamente, secondo gli accordi stipulati già nel 1991 col ministero della Difesa.

Questo ci dà lo spunto per venire a un argomento “di fondo”: il confronto con il governo che avrebbe avuto una prima tappa in un incontro sui temi del risanamento ambientale e dello sviluppo dell’area ionica, che il sindaco e il presidente della Provincia hanno avuto il Mario Torsello, che è il capo di gabinetto del ministro dello Sviluppo, Corrado Passera, il quale non si è presentato. Questo incontro è stato salutato dai due protagonisti come un fatto positivo perché avrebbe aperto la strada a un tavolo di confronto. Noi che per lavoro abbiamo assistito a decine di incontri con vari governi per il prosieguo della vertenza Taranto tra gli anni Ottanta e Novanta, rivelatisi improduttivi, (ci abbiamo anche scritto un libro), sappiamo che non si è partiti col piede giusto e che, forse, bisogna attrezzarsi meglio.

L’elenco sembra lungo ma è stato solo accennato. Che dire dell’inaugurazione affrettata delle Cripta del Redentore, nella quale piove e che, secondo lo stesso ex assessore promotore, andrebbe ripensata? E della plurima inaugurazione dell’ex Convento San Francesco, che ancora mancarebbe dell’agibilità?

E che dire degli annunciati viaggi per anziani, sui cui costi e modalità bisognerebbe tornare? E sull’idea, lanciata con entusiasmo ma subito eclissata, dei parcheggi nella rotonda del Lungomare? Che dire del “nutritissimo” programma per il Carnevale che vorrebbe far dimenticare la “tristezza” dei quattro Carnevali precedenti? E dell’ultimissima idea di realizzare una fontana a piazza Castello, senza nessuna autorizzazione della soprintendenza? Ma, anche se andiamo a memoria senza consultare i giornali, ci balzano alla mente i titoli roboanti letti nell’autunno scorso, che giuravano pressappoco così: “L’idrogeno è il futuro di Taranto!”, che era poi l’annuncio del Comune. Andando in profondità: se anche questo fantasioso progetto andrà in porto, il Comune risparmierà, a regime, poche decine di migliaia (o centinaia!?) di euro, ma di sicuro non sarà quello il futuro di Taranto.

Che ne dite? L’elenco, ve lo assicuriamo, potrebbe continuare a lungo ma ormai ci manca lo spazio e il concetto lo riteniamo chiarito. Sappiamo di far torcere il naso a qualcuno ed è quello che ci proponevamo, perché non riteniamo corretto questo comportamento e non possiamo far sconti a nessuno. Anche perché abbiamo imparato già al catechismo che “L’albero si riconosce dai frutti”. E non dalle “aspettative”. Tanto meno dalle promesse dall’ultima ora.


Promessa e promossa la raccolta differenziata rimane ‘un bidone’
Ancora troppo bassa la percentuale della raccolta nella città di Taranto

Elena Modio


Quella della raccolta differenziata è, tra le altre, una delle attività che più di ogni altra è stata oggetto di annunci da parte dell’amministrazione Stefàno e del presidente della municipalizzata Amiu, Pucci, che si occupa della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti. Svariati i progetti lanciati che poco o nulla hanno contribuito a migliorare la percentuale di rifiuto differenziato della città capoluogo che la vede tristemente fanalino di coda nella classifica di quelli italiani. A fronte di un dato, già di per sé pessimo, del 11,6% di raccolta al sud d’Italia, Taranto si attesta intorno ad un dubbio 8,7%. Sperimentale, e approssimativa aggiungiamo noi, è ancora la raccolta ‘palazzo a palazzo’ nel quartiere Solito Corvisea. Tutto è ancora affidato alla buona volontà dei cittadini che non sono nemmeno ben informati su come suddividere i rifiuti e questo inficia la qualità della raccolta. Nulla è la collaborazione degli esercizi pubblici: pizzerie e fruttivendoli, ne siamo testimoni, smaltiscono abitualmente umido e vetro nei contenitori del tal quale.

La tante volte annunciata raccolta differenziata nelle contrade di Lama e San Vito pare sia partita da una decina di giorni, ma i residenti non ne sanno granché. In città i cassonetti adatti allo scopo sono pressoché spariti; di tanto in tanto è possibile individuarne qualcuno per la raccolta indiscriminata di carta, alluminio e plastica. Nemmeno la raccolta differenziata più facile da gestire è stata organizzata. Bar, pizzerie, ristoranti, supermercati, fruttivendoli, smaltiscono tutto nei normali cassonetti ed è un dolor di cuore vedere tutto quel materiale sprecato e destinato alla discarica.  Basta fermarsi davanti ad uno dei mercati rionali per avere conferma di quanto descriviamo: plastica, legno, umido e perfino scarti di macelleria, tutto nello stesso cassonetto. Altro discorso per le isole ecologiche che devono raccogliere quello che pochi cittadini volenterosi differenziano.

Poche e alcune, come quella del quartiere Salinella che appare come un indegno cumulo di rifiuti ingombranti, difficilmente raggiungibili a piedi, sono spesso in attesa di ‘nuove disposizioni’ e non consentono con continuità lo smaltimento di pile o olio esausto. Una nostra anziana lettrice ci ha chiamato per denunciare che, avendo portato un contenitore di olio esausto all’isola ecologica del quartiere Tamburi, invece di essere accolta come una buona cittadina, le sia stato detto che non potevano più accettarlo e che avrebbe dovuto recarsi in quella di via Crispi al Borgo!

Bene la formazione dei bambini nelle scuole che l’Amiu e l’amministrazione comunale hanno avviato nelle scuole con il progetto RI-CICLO-NE, ma gli alunni ‘puliziotti’ e le loro famiglie dovranno pur essere messi nelle condizioni, prima, e obbligati, poi, di onorare il loro diritto/dovere. Ma è proprio tanto difficile organizzare un progetto virtuoso? Come si legge nel dossier che Legambiente ha prodotto per il 2011, il comune di Salerno ha raggiunto il 70% di raccolta differenziata in meno di due anni, grazie al sistema domiciliare esteso a tutta la città per i suoi 140mila abitanti, una percentuale impensabile fino a qualche tempo fa per un capoluogo di provincia, soprattutto in una regione difficile come la Campania. Stesso discorso per le raccolte domiciliari secco/umido attivate con ottimi risultati in una parte delle città di Napoli e Palermo. 
Al nord, nella città di Torino la raccolta domiciliare integrata ha raggiunto la quota di oltre 400mila abitanti serviti, con una percentuale di differenziata compresa tra il 43% ed il 71%, e una media del 61%. Nelle Marche dove il consorzio Cosmari gestisce il ciclo dei rifiuti per 300mila abitanti in 57 comuni maceratesi, la percentuale di raccolta differenziata per tutto il bacino ha raggiunto il 70%. Più vicino a noi, il comune di Statte ha intrapreso una strada che consentirà a breve di eliminare tutti i cassonetti dalla strada e di portare a regime la raccolta differenziata.

“La strada per avviare il ciclo dei rifiuti di tutto il Paese verso gli standard europei è ormai tracciata – ha dichiarato Stefano Ciafani, responsabile scientifico di Legambiente -. Gli obiettivi della nuova direttiva europea sui rifiuti e della legge italiana di recepimento sono chiari: entro il 2013 occorre varare un programma nazionale di prevenzione ed entro un anno si deve raggiungere il 65% di raccolta differenziata da avviare a riciclaggio.

Per raggiungerli serve promuovere le politiche di prevenzione, la raccolta domiciliare e la tariffazione puntuale in tutte le città italiane, completare la rete impiantistica per il recupero, soprattutto della frazione organica, e il trattamento dei rifiuti per minimizzare lo smaltimento in discarica, i cui costi dovranno essere aumentati anche rivedendo lo strumento dell’ecotassa regionale.

Solo così riusciremo a voltare pagina una volta per tutte rispetto all’immagine del Paese delle emergenze rifiuti che ci ha contraddistinto più volte negli ultimi anni anche a livello internazionale”.


Anziani, in gita a spese del Comune ma pochi servizi per quelli non autosufficienti

Ne abbiamo parlato con Tommaso Bruno, segretario dei pensionati della Cisl

Annarita Palmisani


«L’assessorato ai servizi sociali del comune di Taranto, nell’ambito delle attività ricreativo-culturali programmate in favore di 50 cittadini anziani, ha organizzato un viaggio a Roma dal 6 all’8 marzo, per i cittadini anziani che abbiano compiuto 60 anni per le donne e 65 per gli uomini.

Il viaggio consisterà nella partecipazione, giorno 7 marzo, all’Udienza Generale del Santo Padre in Vaticano.

Gli interessati devono presentare domanda corredata dalla certificazione ISE entro il 20 febbraio alle ore 12:00 e saranno ammessi a partecipare entro i limiti dei posti disponibili sulla base di una graduatoria di priorità delle domande formulate in base al modello ISE”.

Questo è l’oggetto del bando redatto dal comune di Taranto, per permettere ad un gruppo di tarantini anziani, di fare un viaggio a Roma. Bando non molto gradito dai sindacati dei pensionati.

Dei 50 posti messi a disposizione, 15 sono disponibili, con un contributo di 30 euro, per chi ha un reddito ISE da 0 a 10.000euro; 25 sono messi a disposizione di chi ha un reddito ISE da 10.000 a 30.000 euro, con un contributo di 75 euro; e 10 posti sono destinati al prezzo di 150 euro a chi ha un reddito ISE da 30.000 euro in su.

«L’organizzazione di questo viaggio da parte dall’amministrazione comunale di Taranto – ci ha detto il segretario della Federazione nazionale pensionati della Cisl, Tommaso Bruno – ha il sapore di essere più che altro propaganda pre elettorale. Anche i criteri, come spesso accade, sembrano tarati su persone già in “elenco”. Amici di amici che vengono privilegiati a discapito di chi realmente non ha possibilità economiche».

La critica di Bruno nei confronti dell’amministrazione comunale di Taranto, ente definito molto distratto quando si parla delle problematiche degli anziani, è dura.

«Anche i Piani sociali di zona – ha ricordato – stanno andando a singhiozzi. Non si organizzano più tavoli per definire la destinazione dei fondi regionali. Le notizia, ormai, le apprendiamo dalla stampa».

E sono diversi i progetti che avrebbero dovuto partire con i fondi dei Piani sociali di zona. Fra questi, ci sono i servizi per gli anziani non autosufficienti che sarebbero partiti, grazie all’intervento dell’Asl, solo per poche decine di anziani, quando l’obiettivo regionale era quello di coprire il 3,6% di loro. Percentuale che a Taranto, corrisponderebbe a qualche decina di migliaia.

Un altro progetto, che fa da esempio di ciò che le associazioni sindacali stanno ancora attendendo che venga realizzato, riguarda i centri di aggregazione sociale, o centri polivalenti che dir si voglia.

«Siamo costretti troppo spesso – ha denunciato Bruno – ad elemosinare di poter mettere in campo attività per gli anziani.

Anche le strutture di questi centri sono ormai fatiscenti, ma nessuno fa nulla per risistemarle».

E questi sarebbero solo due esempi di ciò che ci sarebbe da fare per gli anziani del capoluogo jonico.

Tutto ciò, nonostante la Regione abbia stanziato dei fondi, rientranti all’interno dei Piani sociali di zona, sui quali l’amministrazione comunale di Taranto non avrebbe ancora relazionato. Non si sa, infatti, come e se questi fondi sono stati utilizzati. Intanto, stanno per arrivare altri fondi dei Piani sociali di zona che, molto probabilmente, faranno la stessa fine.

I sindacati dei pensionati sono tutti in attesa che qualcosa si muova e che, finalmente, il tavolo dei Piani sociali di zona, venga convocato.


I giovani tarantini per il sindaco? Fantasmi!
Mario Panico

Il mio augurio è che questo silenzio sia dovuto ad una pausa di riflessione: insomma sono sicuro che non sia una vera assenza di passioni sociali e di  distanza dal “bene comune”.

Gli studenti, i giovani sono la speranza della comunità, tra i giovani vi sono tanti talenti, tante risorse, tante energie, menti fresche ed idee innovative che daranno forma e costrutto al futuro della nostra società.

Tutto questo si prepara oggi anche con le giuste richieste degli autotrasportatori, dei pescatori o di altre categorie, ma senza una partecipazione attiva, corretta,propositiva, propulsiva dei giovani poco di nuovo si potrà programmare.

Dunque, vi è l’urgenza di unirsi. Un invito, uno stimolo a tutti gli studenti, ai giovani ad impegnarsi per sostenere chi reclama giusti diritti e condizioni migliori di lavoro con metodi civili e in piena legalità, per dare forza alla democrazia al fine di far prevalere le scelte migliori per il maggior numero di persone.

In questo ben più ampio scenario, un impegno particolare deve essere profuso dai giovani per una ambiziosa risurrezione di Taranto e per contribuire a costruire, tappa dopo tappa, il loro futuro.

Il Sindaco

Dott. Ippazio Stefàno


Le parole del sindaco di Taranto non hanno lasciato indifferenti i giovani concittadini che da più fronti hanno risposto a questa accusa di sedentarietà. Stando alle parole del primo cittadino, la nuova generazione non ha un ruolo nella rivalutazione della città, non riesce ad associarsi per mirare verso un orizzonte comune.

Un giudizio miope, considerate le innumerevoli iniziative in piazza e i tanti seminari nelle facoltà organizzati dalle associazioni studentesche, che in questi anni hanno mirato a rendere gli under 25 i veri protagonisti del cambiamento.

Basta andare scorrere il calendario, arrivare allo scorso inverno, per ricordare il fiume di ragazzi che ha manifestato per le vie della città gridando forte il suo ‘’No’’ alla riforma Gelmini, che stava (sta) impedendo loro di limare la spada della cultura, unico strumento rimasto per provare a combattere la crisi. Hanno occupato aule universitarie, mobilitato l’intera città, erano al fianco dei lavoratori precari che scioperavano contro la dicotomia tipica di questa città: salute-lavoro.

Dinamismo mosso da passione e da rabbia che la politica cieca non ha avvertito.

‘’Eppure tutti questi anni abbiamo sempre coinvolto l’amministrazione comunale in ogni nostra richiesta di miglioramento delle condizioni della vita degli studenti universitari e medi all’interno della città.

Abbiamo proposto ad esempio dei miglioramenti per il bando di borse di studio del Comune di Taranto; abbiamo presentato il progetto di Student Card (probabilmente rimasto in qualche cassetto) e siamo stati gli unici interlocutori dell’amministrazione per quanto riguarda i problemi del Polo Universiario Jonico – basta considerare che nella consulta degli studenti universitari, istituita su nostra proposta, si può contare solo sulla nostra presenza ed elaborazione. Siamo stati gli unici a pretendere che venissero migliorate le condizioni della biblioteca comunale Acclavio, chiedendo ed ottenendo l’istituzione della rete wi-fi, il riscaldamento (ora purtroppo nuovamente non funzionante), l’estensione dell’orario di apertura affinché gli studenti avessero un luogo dove studiare dopo la chiusura delle facoltà.’’- si legge nella lettera di risposta scritta dai ragazzi e dalle ragazze del sindacato studentesco Link.

Esaminando la questione da un punto di vista demografico, negli ultimi dieci anni la popolazione tarantina fra i 14 e i 34 anni è diminuita di trentamila unità (senza considerare i tantissimi che, pur lontani da Taranto, continuano a conservare la residenza) e nell’ultimo triennio in tutta la provincia si sono persi 12 mila posti di lavoro nella fascia d’età che va dai 25 ai 34 anni. In risposta alla lettera del sindaco, le organizzazioni giovanili hanno prontamente riesumato le richieste di spazi condivisi, di centri culturali, di sistemi industriali che rispettino l’ambiente, che non hanno mai ricevuto risposta.

Come se l’urlo del malessere non fosse arrivato. Ecco come si sono sentiti i giovani tarantini, dopo aver letto le parole del sindaco della loro città.

A scuola, sin dalle classi elementari insegnano che la generalizzazione è l’anticamera dell’errore.  Stona leggere una lettera del proprio rappresentante politico che si riferisce ‘’a tutti giovani’’.

Un disegno sbagliato, che è stato subito smentito dalla prontezza delle risposte. C’è un sostrato della città che crede ancora nei due mari (meno nella sua classe dirigente, qualsiasi sia il colore), lo stesso sostrato che è stanco di respirare accuse controproducenti, basta e avanza la diossina.


ECCLESIA

Credere Oggi

Il messaggio del convegno internazionale “Gesù nostro contemporaneo”


Non c’è libertà senza verità

S eparare Cristo dalla sua Chiesa è operazione che conduce alla falsificazione sia dell’uno che dell’altra”. Così ha detto il card. A. Bagnasco, introducendo i lavori del convegno “Gesù nostro contemporaneo”, svoltosi a Roma dal 9 all’11 febbraio. “La storia del cristianesimo, pur con tutte le sue contraddizioni e i suoi fallimenti è stata giustamente qualificata come storia della libertà”. Parole del card. C. Ruini, chiudendo il medesimo convegno. Cristo e Chiesa, cristianesimo e libertà sono due legami, che meritano di essere stabiliti e approfonditi, perché la loro negazione è oggi più o meno latente.

“Cristo senza la Chiesa – ha proseguito Bagnasco – è realtà facilmente manipolabile e presto deformata a seconda dei gusti personali, mentre la Chiesa senza Cristo si riduce a struttura solo umana e in quanto tale struttura di potere”. Chi dice di credere in Cristo, ma non di credere la Chiesa può facilmente costruirsi un’immagine molto soggettiva: Gesù sarebbe un maestro tra i tanti apparsi nella storia dell’umanità, più uomo che Dio, avrebbe fatto i suoi sbagli e per questo capirebbe i nostri. La sua missione sarebbe stata quella di fare del bene, impegnandosi nelle emergenze del suo tempo, così che oggi chi vuole seguirlo dovrebbe impegnarsi al punto da perdersi nel sociale. E deformazioni simili ne esistono molte. Che cosa manca a questo Gesù terreno? Tutto quello che gli viene dal suo essere Dio. Egli è Maestro di una parola che, talvolta, non esige compromessi. Egli è la piena e definitiva rivelazione del Padre, al punto che chi vuole conoscere chi sia Dio realmente, deve passare attraverso di lui. Non solo. Egli è il Salvatore, che è venuto a liberare l’uomo dalla vera malattia: quella del peccato.  Ora, l’immagine piena e vera di Gesù ci è consegnata dalla Chiesa, che custodisce le parole del Maestro, le parole di coloro che hanno scritto del Maestro e le parole di coloro che hanno interpretato le une e le altre. La verità di Gesù e su Gesù è quella che appare dalla Scrittura e dalla Tradizione vivente, che nei secoli conserva, accresce e trasmette la verità di Cristo. La Chiesa è custode dell’una e dell’altra, ma non lo è come un guardiano del museo. La parola di Cristo è viva ed efficace, interpella l’uomo e gli comunica la salvezza, attraverso l’azione sacramentale della Chiesa. Non è esagerato dire che, se Cristo fa continuamente vivere la sua Chiesa, la Chiesa rende vivo ed operante il Cristo, in quanto animata essa stessa dallo Spirito.

E la Chiesa senza Cristo? Si riduce ad una struttura solo umana, perché le manca quell’orizzonte soprannaturale, che conferisce la misura e il giusto peso alla dimensione umana. Senza Cristo ci si apre al potere, al carrierismo, all’efficienza dei propri mezzi, ai programmi troppo umani e, talvolta, al peccato. No: non è possibile separare Cristo dalla Chiesa, come non si può separare la testa dal corpo (cfr. 1Cor. 12,12).

Proprio perché Cristo è legato alla sua Chiesa, il cristianesimo è necessariamente una storia di libertà. La Chiesa rende Cristo contemporaneo, rende efficace l’azione del mistero pasquale, che continuamente rinnova l’esistenza, conducendola verso la pienezza del bene. L’evento pasquale nel suo dinamismo di morte e risurrezione, di passaggio dal vecchio alla condizione di colui che fa nuove tutte le cose (cfr. Ap. 21,5), è la fonte di operosità del cristianesimo. Dirige la storia, orientandola verso la crescita del genere umano, realizzando un’autentica storia di libertà. Da quando il cristianesimo, nella pienezza del tempo della Pasqua, ha cominciato il suo cammino molte cose nel mondo sono cambiate in bene. È cresciuta, ad esempio, la concezione della dignità della persona, che ha portato alla condanna e all’abolizione della schiavitù; è cresciuta la sensibilità verso il debole, così che associazioni laiche di solidarietà vivono, in realtà, valori cristiani. Si ricordi ancora la cura dei malati: per tanto tempo è stata svolta da organizzazioni religiose e, solo in un secondo momento, assunta dalla comunità civile; questi ed altri esempi documentano che il cristianesimo ha aiutato l’umanità a migliorare se stessa. Esempi che conducono a toccare quasi con mano come “oggi – ha rilevato Ruini – Gesù sia in realtà molto più presente nella vita e nella cultura di quanto noi stessi siamo consapevoli”. E la Pasqua non ha ancora perso la sua efficacia! La presenza di Cristo nella storia e l’incontro personale con lui, riconosciuto come il Maestro e il Salvatore, che non cessa di educare e di salvare, sono le condizioni per tendere ad una umanità nuova e piena. Egli parla all’intelligenza ed agisce nel cuore di ciascuno, raggiungendo tutti gli uomini di buona volontà. Questo è il Cristo annunciato dalla Chiesa e donato dal cristianesimo nei secoli. Come è lontana l’immagine sfuocata di un Gesù che nulla esigerebbe, che mai rimprovererebbe, che tutto accoglierebbe e in ogni scelta ci approverebbe! Lontana e poco coinvolgente.

Marco Doldi


OTIUM
Meno male che c’è Sanremo

Dal 14 al 18 febbraio la 62° edizione del Festival della canzone italiana

Massimiliano Padula


Partim dolore, partim verecundia. Cita Cicerone l’ultimo rapporto Censis del 2011 sulla situazione sociale di un’Italia che appare sempre più fragile, isolata e in affanno. E al povero cittadino non resta che prendere atto «un po’ con dolore e un po’ con vergogna», della «retrocessione» del suo paese dovuta – cita ancora il Rapporto Censis – «alla caduta del nostro peso economico e politico nelle vicende internazionali ed europee». Ma il tempo passa e, se il dolore rimane (la crisi economica persiste per non parlare di altre criticità come la recente emergenza meteorologica), alla vergogna sembra sostituirsi un circospetto e fragile ottimismo visti i risultati, seppur affannosi e tremolanti, del nuovo governo tecnico. Dall’era dell’eccesso si è passati a quella della sobrietà. Per questo motivo appare distonico il compenso che il servizio pubblico televisivo ha scelto di concedere ad Adriano Celentano, che, per ogni presenza alle serate del Festival di Sanremo, porterà a casa 250 mila euro. L’entourage del Re degli ignoranti (lui stesso non perde occasione per definirsi così), ha subito precisato con un comunicato che l’intero «compenso ricevuto sarà devoluto per Emergency e Famiglie italiane, un’iniziativa di partecipazione al momento di gravi difficoltà che le famiglie del nostro Paese stanno vivendo». Tutto è bene quel che finisce bene, anche se il timore che tutto sia edulcorato dalle luci della ribalta televisiva e dal circo mediatico rimane. Non a caso il Festival della canzone italiana ha sempre vissuto su scandali e scandaletti, su polemiche e alterchi di quart’ordine che lo hanno reso un fenomeno di costume inimitabile ancora oggi dove gli ascolti televisivi languono a vantaggio di nuove forme mediali come il web.

La prima edizione del Festival risale al 29 gennaio 1951 ed è ricordata per lo storico presentatore Nunzio Filogamo e per il suo proverbiale saluto “Cari Amici, vicini e lontani...”. Filogamo era un avvocato palermitano con esperienze teatrali e radiofoniche morto centenario nel 2002. Clamorosa fu la gaffe di colui che ne ha raccolto insieme a Mike Bongiorno l’eredità. Pippo Baudo nel 1997 infatti, durante la trasmissione Rai “I Cervelloni”, annunciò la scomparsa di Filogamo che poi lo contattò dalla casa di riposo dove viveva reguardendolo aspramente. Quella prima edizione del Festival fu vinta dall’indimenticabile Nilla Pizza con “Grazie dei fior” che bissò il successo anche l’anno successivo con “Vola Colomba”. Erano gli anni del boom economico e anche la musica raccontava di amori, speranze e di sentimenti positivi. Nel 1958 il primo posto andò a Domenico Modugno che vinse con “Nel Blu dipinto di blu”, canzone che forse meglio rappresenta la storia della musica leggera italiana. Gli anni sessanta si caratterizzano per motivi entrati nell’immaginario collettivo come “Romantica” (Tony Dallara, 1960), “Non ho l’età”, (Gigliola Cinquetti, 1964), “Se piangi, se ridi” (Bobby Solo, 1965), Zingara (Iva Zanicchi, 1969) e si conclusero nel 1970 con il manifesto sentimental-impegnato della coppia più bella del mondo Celentano-Mori che si aggiudicarono la kermesse con “Chi non lavora non fa l’amore”.

Gli anni settanta rappresentano, secondo gli storici del Festival, il decennio buio. Accanto ad artisti intramontabili come Nicola Di Bari (vinse nel 1971 con “Il Cuore è uno zingaro”) e Peppino di Capri (primo nel 1976 con “Non lo faccio più”), primeggiarono meteore come Gilda (La ragazza del sud, 1975), gli Home sapiens (nel 1977 con la splendida “Bella da morire”) e Mino Vergnaghi (“Amare”, 1979).

Ma è dagli anni ottanta che il Festival di Sanremo sveste i panni della mera e austera competizione canora per diventare più pop e glamour in linea con le esagerazioni del momento.

Sono gli anni dei primi posti di Toto Cotugno, Romina e Albano, Ricchi e Poveri, Eros Ramazzotti, Morandi/Ruggeri/Tozzi, Massimo Ranieri, Leali/Oxa e dei loro indimenticati classici “Solo Noi”, “Ci sarà”, “Se m’innamoro”, “Si può dare di più”, “Adesso tu”, “Perdere l’amore”, “Ti lascerò”. Gli ultimi venti anni sono storia recente e consacrano un Sanremo postmoderno dove trovano spazio artisti di livello come Cocciante, Giorgia, Elisa e Avion Travel, sconosciuti come i Jalisse e prodotti delle scuderie De Filippi come Marco Carta e Valerio Scanu. L’ultima edizione condotta dal sempiterno Gianni Morandi è stata vinta da Roberto Vecchioni. Anche quest’anno al timone ci sarà il cantautore di Monghidoro alle prese con un Celentano che alla vigilia si prevede inarrestabile (attenzione alle delusioni come Benigni da Fiorello) e con il motto che lo ha caratterizzato lo scorso anno: “Stiamo uniti!”