Arc2012gen001-Nuovo Dialogo

GENNAIO 2012 - N° 01


Attualità

La visita di mons. Santoro 

alla Casa circondariale di Taranto

Emanuele Ferro


È stato uno dei primi desideri di monsignor Filippo Santoro, insediatosi da appena dieci giorni a Taranto,  quello di vistare, domenica scorsa, la casa circondariale quale luogo prioritario delle sue attenzioni pastorali. Anche nel capoluogo ionico, come in tutta Italia, è particolarmente grave il problema del sovraffollamento e del degrado; nella struttura tarantina sono circa 600 i detenuti a fronte dei 300 posti disponibili.

Prima la Santa Messa, poi un incontro informale con i detenuti: tutti hanno stretto la mano e hanno abbracciato don Filippo che non si è sottratto alle lacrime e agli entusiasmi di tutti, direzione, autorità giudiziarie e personale compresi. La struttura carceraria era stata tirata a lucido pur non volendo nascondere  in nessun modo i problemi gravi, non ultimo quello dell’assenza di riscaldamento dovuto al taglio delle risorse che non consente l’acquisto del combustibile necessario. Audacia nel proporre pene non detentive ha auspicato il nuovo arcivescovo di Taranto che, in linea con Benedetto XVI, ha deplorato lo sconto di una doppia pena, di una detenzione in condizioni che offendono la dignità umana. Infine un appello alla stampa, in considerazione del fatto che nel carcere di Taranto sono reclusi detenuti agli onori della cronaca nera nazionale ed estera: « Approfitto dell’occasione per rivolgere un invito agli operatori della stampa e dei vari mezzi di comunicazione, perché nel racconto dei fatti, nella ricerca della verità, non scoprano mai il fianco alle tentazioni dell’attuale mercato dell’informazione. Nella cronaca e nei commenti si sforzino di esercitare la professione secondo la misura deontologica più alta, perché si rispettino sempre le vittime dei crimini, le persone in attesa di giudizio e non si spettacolarizzi mai il male, che non fa altro che abbruttire e diseducare la nostra società. Meglio una copia venduta in meno a fronte di una coscienza morale migliore! Il giornalismo, voi me lo insegnate, può essere un canale privilegiato di Civiltà e di Evangelizzazione, intesa come diffusione della verità».




Omelia tenuta nella Santa Messa

celebrata presso la casa Circondariale di Taranto


Cari amici, da quando sono arrivato a Taranto uno dei miei primi desideri è stato quello di poter visitare la Casa Circondariale. Oggi il mio desiderio si realizza e per questo, in primo luogo, esprimo la mia gratitudine verso coloro hanno favorito, reso possibile e preparato l’incontro, il direttore dott.ssa Stefania Baldassari, il vice direttore dott.ssa Sonia Fiorentino, il Comandate degli Agenti di Polizia Penitenziaria Commissario Giovanni Lamarca, il Presidente del Tribunale di Sorveglianza dott. Massimo Brandimarte, i cappellani don Francesco Mitidieri e don Saverio Calabrese e tutti i miei collaboratori, gli agenti della sicurezza, i volontari. E ringrazio soprattutto voi, cari detenuti, per la vostra accoglienza. Vorrei potervi abbracciare uno ad uno. Ringrazio anche la stampa che sta seguendo i miei primi passi di Pastore di Taranto, e che oggi è presente per testimoniare la mia visita in uno dei luoghi in cui è più necessario un messaggio di speranza e di impegno, perché sia resa più umana la vita di quanti qui vivono e lavorano. Rivolgo un deferente saluto alle autorità civili e militari che ci onorano con la loro presenza. 

Carissimi, mi spinge ad essere qui in mezzo a voi l’amore di Gesù (2Cor 5,15). Lui sarebbe venuto a visitarvi, come ha fatto il Santo Padre Benedetto XVI , il 18 dicembre scorso, un mese fa, a Roma nella Casa Circondariale di Rebibbia. Gesù ci ha cercato e ci ha voluto bene nella nostra fragilità. Questo è vero in ogni momento, ma lo è in modo particolare quando il dolore e la sofferenza ci raggiungono per una malattia, per una colpa o per una disgrazia. Sono appena tornato dal Brasile e, durante la mia esperienza di pastore in quella terra, ho sperimentato la gratitudine di chi mi ha visto e sentito vicino in un momento di dolore. Una volta una ragazza mi ha detto: “Quando è morta mia madre sei venuto a trovarmi e mia hai tenuto per mano per tutto il tempo. Ho sentito che era la mano di Gesù e che non ero sola, c’era qualcuno con me. Ho perduto mia madre, ho trovato un padre”. Un’altra persona, dopo aver commesso un grave errore, è venuta da me con grande disagio. Temeva lo mandassi via ed invece dopo il nostro incontro mi ha detto: “Tu, dopo avermi ascoltato, non mi hai condannato, ma mi hai abbracciato. Poi mi hai fatto una “lavata di testa”, mi hai corretto”. Vorrei condividervi un’ultima esperienza vissuta in Brasile. Sono stato a trovare i bambini di una favela molto povera di Petropolis, città vicina a Rio de Janeiro, in Brasile. Quasi tutti hanno situazioni familiari molto difficili. Molte mamme sono ragazze madri ed io ho detto ai bambini “salutatemi i vostri genitori e dite che il vescovo vi vuole incontrare”. Quelle mamme sono venute ed hanno formato un Gruppo di mamme “Club das màes”, che è una piccola cooperativa di produzione di borse e camicie. Un semplice saluto è stato l’inizio del riscatto sociale di quelle donne. Quant’è vero che il Signore ci ama non solo quando tutto va bene, ma soprattutto quando facciamo la drammatica esperienza della nostra fragilità.

Il Signore vi vuole bene, cari detenuti qui presenti. E’ Lui che ci dà speranza. Come dice San Giovanni Battista nel vangelo di oggi: “Ecco l’agnello di Dio” (Gv 1,29). Lui ci purifica dal male, cancella col suo sangue i nostri errori, i nostri tradimenti e ci fa suoi amici. Sono venuto a garantirvi che Dio è vicino, perché anche Gesù ha fatto l’esperienza del carcere, anche se innocente. Egli, ci dice il Vangelo di Luca, “fu annoverato fra i malfattori” (Lc 22,36) proprio perché nessuno si sentisse trascurato dal suo abbraccio, dalla sua solidarietà. Nel volto di ciascuno di voi vedo e abbraccio il Suo volto. Nel Vangelo di Matteo, il Signore dice: “Ero in carcere e siete venuti a visitarmi” e  qualsiasi cosa fate al più piccolo dei miei fratelli lo avrete fatto a me” (cfr Mt 25, 36 ss.).

C’è una dignità della persona umana che deve essere salvaguardata sempre, in qualunque situazione. Nella visita a Rebibbia Papa Benedetto ci ha detto: “Cari amici, il sistema di detenzione ruota intorno a due capisaldi, entrambi importanti: da un lato tutelare la società da eventuali minacce, dall’altro reintegrare chi ha sbagliato senza calpestarne la dignità e senza escluderlo dalla vita sociale. Entrambi questi aspetti hanno la loro rilevanza e sono protesi a non creare quell’«abisso» tra la realtà carceraria reale e quella pensata dalla legge, che prevede come elemento fondamentale la funzione rieducatrice della pena e il rispetto dei diritti e della dignità delle persone. La vita umana appartiene a Dio solo, che ce l’ha donata, e non è abbandonata alla mercé di nessuno, nemmeno al nostro libero arbitrio! Noi siamo chiamati a custodire la perla preziosa della vita nostra e di quella degli altri”. Ed anche in questa realtà di Taranto faccio mie le parole del Papa: “So che il sovraffollamento e il degrado delle carceri possono rendere ancora più amara la detenzione: mi sono giunte varie lettere di detenuti che lo sottolineano. E’ importante che le istituzioni promuovano un’attenta analisi della situazione carceraria, verifichino le strutture, i mezzi, il personale, in modo che i detenuti non scontino mai una “doppia pena”; ed è importante promuovere uno sviluppo del sistema carcerario, che, pur nel rispetto della giustizia, sia sempre più adeguato alle esigenze della persona umana, con il ricorso anche alle pene non detentive o a modalità diverse di detenzione”. E’ una situazione davvero difficile, dolorosa. Dopo i recenti provvedimenti del Ministro della Giustizia la situazione ha dato segni di rasserenamento; sarebbe però auspicabile una maggiore audacia, soprattutto nel ricorso a pene non detentive per la riabilitazione delle persone e per un loro reinserimento nella società.

Al tempo stesso, per quanto mi dicono, dobbiamo riconoscere la dedizione con la quale la Direzione e gli Agenti penitenziari, che qui passano parte considerevole della giornata in un servizio molto impegnativo, svolgono il loro lavoro riuscendo a rispettare le persone pur operando in situazioni difficili e complesse. Anche a loro va la nostra solidarietà e il nostro rispetto.

Fratelli l’amore di Gesù, la sua misericordia, ci corre incontro, ci viene a cercare (cfr Lc 15), ci raggiunge anche nelle situazioni più difficili (Sal 138). La sua bontà ci abbraccia e ci spinge a desiderare di cambiar vita. Come è bello il vangelo di questa domenica. Due giovani uomini, Giovanni e Andrea, vanno per incontrare Giovanni Battista presso il fiume Giordano e questi indica Gesù, un altro giovane uomo, come “l’agnello di Dio” e questi subito lo seguono. Ad un certo punto “Gesù si voltò, e osservando che essi lo seguivano disse loro: “Che cosa cercate?” (Gv 1, 38).  Anche a voi Gesù domanda: ”cosa cercate?”. Ciascuno di voi dia a Gesù la sua risposta. Ma ancor prima di rispondere fermatevi ad ascoltare la domanda, perché la vostra risposta sia più vera. Forse direte: “cerco la mia famiglia, i miei figli, i miei genitori”. Tutti direte “cerco la libertà”. Spero diciate anche: “cerco la pienezza della vita, cerco il pane, l’amicizia e l’infinito; ma tu Maestro dove abiti?”. Se avrete il coraggio di rispondere così, Gesù  certo vi dirà: “Venite e vedrete”. Egli non ci fa discorsi, né ci dà spiegazioni su chi è lui; ci chiama a fare un’esperienza, non ci dà teorie. Questa esperienza sconvolge la vita e la cambia. Dopo quell’incontro Giovanni e Andrea non sono stati più gli stessi. Un Altro ha riempito la loro intelligenza e il loro cuore. L’ora in cui è accaduto l’incontro rimarrà incancellabile nella loro mente: “erano circa le quattro del pomeriggio” (Gv 1,39). Essi lo raccontano subito ai loro fratelli. Andrea incontra suo fratello Simone e lo porta a Gesù e questi gli cambia il nome e la vita: “sarai chiamato Cefa, che significa Pietro” (Gv 1,42). Questo è l’incontro della vita ed è possibile in ogni luogo, in ogni circostanza. Anche qui in carcere.

Il Signore spezza tutte le catene. Mentre le Istituzioni e tutta la società sono impegnate a fare ogni sforzo possibile per rendere più umane le condizioni di questo luogo, Gesù trasforma questo vostro tempo di reclusione in tempo di grazia facendosi vostro compagno, anche grazie alla dedizione dei vostri cappellani, e vi può liberare dalle catene che rendono schiavi molti uomini; le catene delle droghe, del male, dell’orgoglio e della morte.

A tutti, anche a chi ha commesso il peggiore dei delitti, è offerta la via della redenzione. C’è una libertà che nessun giudice potrà mai donarvi, se non Dio solo: la libertà dai peccati, dalla schiavitù del male. San Paolo dice: “Non c'è dunque più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù. Poiché la legge dello Spirito che dà vita in Cristo Gesù ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte. Infatti ciò che era impossibile alla legge, perché la carne la rendeva impotente, Dio lo ha reso possibile: mandando il proprio Figlio in una carne simile a quella del peccato e in vista del peccato, egli ha condannato il peccato nella carne, perché la giustizia della legge si adempisse in noi, che non camminiamo secondo la carne ma secondo lo Spirito”. (Rm 8, 1-4)

Cari detenuti, fratelli e sorelle, siate, con la grazia dell’ incontro col Signore, i primi attori del processo del vostro reintegro pieno nella società. Riscoprite la vostra dignità e pregate, secondo quanto ci dice il vangelo, per le persone alle quali, con una condotta di vita sbagliata, avete recato sofferenza o, chissà, anche la morte. Lasciatevi toccar il cuore da Dio, dal desiderio di emendarvi. Abbiate fiducia in Gesù che oggi vi viene incontro attraverso il vostro vescovo. Dio non cessa di avere fiducia in voi. Affido alla bontà del Padre, le vostre famiglie, i vostri genitori, magari anziani, le mogli, le sorelle, i fratelli, i vostri bambini, i giovani. La santa Messa di oggi è per ciascuno di voi e per quelli che portate nel cuore. Vorrei davvero incontrarvi uno ad uno e mettermi in ascolto della storia di ciascuno di voi, ma il poco tempo a disposizione non ce lo permette. Voi sapete, però, che in don Francesco e in don Saverio, potete trovare sempre la consolazione di Gesù amico e fratello.

Per questo, mentre ringrazio i cappellani di questa Casa Circondariale di Taranto, sostengo gli operatori, la direzione, i volontari e tutti coloro che qui svolgono il proprio lavoro. Siate promotori di dignità e di speranza, soprattutto al di qua dalle sbarre, perché la civiltà di una società si misura in maniera prioritaria dal modo, dalle risorse messe in campo e dagli sforzi con cui si affronta la sfida del recupero, della rieducazione dei reclusi. Approfitto dell’occasione per rivolgere un invito agli operatori della stampa e dei vari mezzi di comunicazione, perché nel racconto dei fatti, nella ricerca della verità, non scoprano mai il fianco alle tentazioni dell’attuale mercato dell’informazione. Nella cronaca e nei commenti si sforzino di esercitare la professione secondo la misura deontologica più alta, perché si rispettino sempre le vittime dei crimini, le persone in attesa di giudizio e non si spettacolarizzi mai il male, che non fa altro che abbruttire e diseducare la nostra società. Meglio una copia venduta in meno a fronte di una coscienza morale migliore! Il giornalismo, voi me lo insegnate, può essere un canale privilegiato di Civiltà e di Evangelizzazione, intesa come diffusione della verità.   

Invito tutti a non scoraggiarsi di fronte alle difficoltà e alla scarsità dei frutti: “ è Dio che fa crescere” (1Cor 3,7). In questo luogo, che certo non è un luogo felice ma che può essere un luogo di speranza, è in gioco il futuro della nostra città in termini di sicurezza e di civiltà. Vi ringrazio di cuore. Come vescovo di Taranto e successore di san Cataldo offro, a voi tutti e alle vostre famiglie, l’abbraccio di Cristo la benedizione del Signore. Sia lodato Gesù Cristo! 
S.E.R. 
    + Filippo Santoro
Arcivescovo Metropolita di Taranto

Vi porto l’abbraccio di Cristo

 

Il suono delle campane di tutta l’arcidiocesi di Taranto ha accompagnato l’ingresso canonico del nuovo arcivescovo S.E.R. monsignor Filippo Santoro. 

Le immagini della calorosa accoglienza delle autorità civili, militari e di tutti i cittadini


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Editoriale

RALLEGRIAMOCI  DELLA SUA LUCE

Emanuele Ferro 

Felice l’intuizione voler celebrare l’arrivo del nostro nuovo arcivescovo alla vigilia dell’Epifania del Signore. È il giorno in cui Dio si manifesta ai Magi, a quei cercatori di Dio nella Sua carne di bimbo. Viaggiatori provenienti da mondi ignoti i Magi hanno seguito la stella della Grazia e, quando questa non ha luccicato più davanti a loro, non si sono scoraggiati, hanno chiesto e richiesto, finché hanno rivisto la cometa brillare sulla capanna della Santa Famiglia.

Storie di uomini che diventano i grandi mentre s’incontrano sui sentieri di Dio che non sono le strade degli uomini! I tre re si rallegrarono perché la luce brillava sul Dio Uomo ed in questa umanità, semplice e vera, Dio si rivela a ciascuno di noi. Così ogni sorriso, ogni abbraccio, ogni volto umano, ci ricorda che Dio è vicino. Per questo la Chiesa di Taranto si è unita in un coro festoso e fiducioso intorno all’arcivescovo Filippo ed un entusiasmo diffuso e corale sembra aver travolto tutti. Dio non si è allontanato da noi, nella sua paternità ci abbraccia! La semplicità dello sguardo, del sorriso, i contenuti immediati ma molto impegnativi dei discorsi, l’affabilità di monsignor Santoro sono stati, nelle ultime luci di Natale, un grande dono e ci hanno ricordato la semplicità di Gesù Bambino. Che cosa c’è di più semplice di un bimbo nella culla? Eppure la bellezza, l’altezza e la profondità del mistero di Dio, sono lì, nascoste eppur visibili. Le parole del nuovo arcivescovo sono arrivate dritte al cuore, sollecitando la serietà del vivere il nostro cristianesimo e chiarificando un invito ottimista alla gioia.

Questo numero di Nuovo Dialogo raccoglie immagini e contenuti di un tratto della storia diocesana, è un numero da conservare.

Sono tanti gli scatti che ci ricorderanno l’inizio luminoso del 2012, personalmente ne scelgo uno: l’abbraccio di monsignor Papa e monsignor Santoro prima della Santa messa in concattedrale. In sacrestia questi due uomini stringendosi come due vecchi amici, si sono dati forza l’un l’altro esprimendo che la Chiesa è bella quando è unita, è vera se fa comunione.

Tutti momenti (la macchina organizzativa in tutti i suoi ambiti non ha conosciuto inceppamenti) sono stati resi possibili anche da chi ha spianato la strada, con discrezione e grande fiducia: monsignor Papa teneva a che con il pastorale di Paolo VI venisse consegnata a don Filippo una Sposa bella, la Chiesa di Taranto!

Dal canto nostro, ci lasciamo trasportare volentieri dall’entusiasmo e da questi brividi di cominciamenti che riescono a donare fiducia e giovinezza. Ringraziamo di cuore il Santo Padre che ha voluto davvero bene a questa terra di Puglia richiamando a casa dal Brasile monsignor Filippo Santoro, il vescovo sorridente e missionario. 


“Rendere possibile l’incontro  con Gesù”

L’'omelia della celebrazione di inizio del ministero episcopale a Taranto di monsignor Filippo Santoro

 

All´inizio di questa omelia desidero rivolgere un pensiero colmo di gratitudine al Santo Padre Benedetto XVI che mi ha designato successore di San Cataldo nella guida pastorale dell’Arcidiocesi di Taranto. A Lui il nostro saluto e il nostro caloroso applauso.

  Desidero salutare Sua Eccellenza Mons. Benigno Luigi Papa, che per 21 anni è stato arcivescovo e padre in questa sede con zelo, intelligenza e ardore apostolico.

  Saluto con gratitudine e rispetto Sua Eminenza il cardinale Salvatore De Giorgi, anche lui già stimato e amato Arcivescovo di Taranto.

  Saluto Sua Ecc. Mons. Orani João Tempesta, Arcivescovo di São Sebastião di Rio de Janeiro, grande amico, che ha voluto attraversare l’oceano per essermi vicino in questo inizio di ministero  come pastore di questa arcidiocesi. 

  Un saluto di benvenuto rivolgo a Mons. Luca Lorusso, figlio di questa Arcidiocesi, oggi Incaricato d’Affari nella Nunziatura Apostolica in Italia, che qui oggi rappresenta pertanto la Santa Sede ed il Santo Padre.

  Saluto anche i sacerdoti e il gruppo dei fedeli venuti dal Brasile, in particolarmente quelli della diocesi di Petropolis, che ho servito con cuore e con tutte le mie forze, e che mi hanno ricambiato con tanto affetto e gratitudine.

  Aproveito para saudar todos os amigos que no Brasil, no Rio de Janeiro e em Petrópolis nos acompanham pela TV Canção Nova e pela Internet no sito da arquidiocese de Taranto.

  Saluto Sua Ecc. Mons. Pietro Maria Fragnelli, Vescovo di Castellaneta e Sua Ecc. Mons. Vincenzo Pisanello, Vescovo di Oria, diocesi fanno parte della nostra Metropolia, e l’amico Sua Ecc. Mons. Vincenzo Orofino, Vescovo di Tricarico, che oggi mi onorano con la loro presenza.

  Saluto il Sig. Prefetto, il Sig. Questore, il Sig. Sindaco di Taranto, tutti i Sindaci delle città della nostra Arcidiocesi, il Presidente dell’Amministrazione Provinciale Jonica, come pure le Autorità giudiziarie, così autorevolmente rappresentate.

  Saluto gli onorevoli membri del Parlamento Italiano e i rappresentanti della Regione Puglia, i Signori consiglieri comunali, gli assessori e tutti coloro che hanno responsabilità pubblica nei Comuni, nella Provincia, nella Regione e nello Stato.

  Saluto gli Ordini Professionali, le categorie di lavoratori e le associazioni sindacali che hanno voluto prendere parte con loro rappresentanti a questa Celebrazione.

  Saluto tutte le autorità militari, particolarmente quelle della Marina Militare che hanno permesso il mio ingresso nella città di Taranto per via mare, così come avvenne per San Cataldo, nostro patrono. Taranto e il mare sono da sempre in un rapporto inscindibile. Dal mare per secoli la città ha tratto il necessario per vivere. Anche oggi il mare per Taranto è una grande risorsa economica e culturale fondamentale.  Ringrazio di cuore i pescatori che mi hanno accompagnato nel mio ingresso in città. Vederli in mare mi ha fatto come abbracciare in uno sguardo, in una suggestione, l’antica storia di questa città.

  Ringrazio anche gli operatori della comunicazione sociale che permettono a quanti sono costretti a rimanere a casa di unirsi a noi nella esperienza di grazia, che stiamo vivendo, e nella invocazione dell’aiuto di Dio per il cammino che insieme faremo.

  Saluto tutti i carissimi sacerdoti, in modo particolare i sacerdoti ammalati, i religiosi, le religiose, i diaconi e i seminaristi qui presenti. Saluto le comunità delle suore di clausura, le Clarisse di Grottaglie e le Carmelitane di Poggio Galeso, che mi stanno accompagnando con la loro preghiera. I Sacerdoti saranno i miei principali collaboratori, con loro desidero vivere una intensa fraternità sacerdotale in vista dell’annunzio di Gesù. Un caro saluto agli amici sacerdoti  e laici del nostro Corso ´71, miei compagni di seminario, come anche gli amici del Collegio Capranica di Roma.

  Ringrazio i miei familiari, in particolare mia sorella, mio cognato, mia cognata e i nipoti che mi accompagnano nelle mie avventure a servizio alla Chiesa. Allo stesso tempo riserbo uno speciale ricordo ai miei genitori e al mio compianto fratello.

  Ringrazio con affetto gli amici e i sacerdoti della terra di Bari e in particolare di Carbonara, paese nel quale sono nato, sono stato battezzato, e dove ho vissuto i primi anni del mio ministero sacerdotale.

  Saluto gli amici del Movimento di Comunione e Liberazione, i responsabili nazionali, della Puglia, del Brasile, di Rio de Janeiro, di Petropolis e di Taranto. Sono andato in Brasile per una intesa tra don Giussani, l’allora arcivescovo di Rio, il Cardinale Sales, e l´allora arcivescovo di Bari, Mons. Magrassi; li ringrazio tutti e tre per avermi fatto sperimentare la bellezza della disponibilità e della missione nella Chiesa. Anche senza avere incarichi strutturali nel movimento, il carisma di don Giussani è parte del mio rapporto con la realtà, perché mi insegna la passione per Cristo e per la felicità vera delle persone in ogni angolo della terra.

  E il mio abbraccio va adesso a tutti i fedeli della comunità diocesana di Taranto che mi hanno accolto con tanto calore; a tutti i fedeli laici, anche a quanti seguono questa liturgia per televisione e per radio.

  Saluto particolarmente le famiglie, gli ammalati, i poveri e gli emarginati. Saluto tutte le Parrocchie, le Associazioni, l´Azione Cattolica, i Movimenti e le Nuove Comunità, i Gruppi Ecclesiali, le Confraternite, i rappresentanti dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme e dell’Ordine di Malta e i giovani che, numerosi, mi hanno accolto in Piazza Castello e accompagnato lungo via Duomo, sino alla Cattedrale.

  Con tutti voi desidero portare la bellezza di Cristo e il Suo abbraccio all’intera società.

In questa solenne liturgia dell’Epifania, nella Concattedrale di Taranto dedicata alla Gran Madre di Dio, noi qui riuniti vogliamo adorare il Signore che si manifesta nella storia a tutti i popoli come salvatore e luce delle genti. Insieme ai magi adoriamo il bambino Gesù, nostra luce e nostra salvezza, Mistero eterno manifestatosi nella carne e presente in mezzo a noi. Nascendo dalla Vergine Maria, il Figlio di Dio è venuto per tutti i popoli, per l’intera umanità, rappresentata dai magi: “abbiamo visto splendere la sua stella e siamo venuti ad adorarlo” (Mt 12, 2).

  Perché questi sapienti si sono mossi? Cosa li ha spinti? Questi saggi erano uomini desiderosi del vero, in ricerca di una luce più bella di quella delle stelle, capace di illuminare tutta la loro vita, e l’hanno trovata in un bambino. Sono stati guidati da una stella che non è una semplice “supernova”, scoperta con un telescopio, ma è il segno di quella “luce” che illumina ogni uomo che viene nel mondo e che è eterna e carnale, avendo assunto un volto che, sia i semplici pastori sia i magi, hanno potuto contemplare: il volto di Dio che si fa nostro compagno ed abita in mezzo a noi.

  “Verbum caro factum – il Verbo fatto carne” è il mio motto episcopale. Un volto che si può vedere; un uomo che si può incontrare, come lo hanno incontrato e accolto Maria e Giuseppe, i pastori, i magi, Giovanni e Andrea, gli apostoli, i discepoli e i loro successori sino ad arrivare a Cataldo e dopo di lui a Guglielmo Motolese, a Salvatore De Giorgi e a Benigno Luigi Papa con tutto il popolo di Dio; un volto che permane e che salva: Gesù Cristo, Figlio di Dio e figlio di Maria.

  Questo sarà il principale obiettivo del mio ministero episcopale in continuità con i miei grandi e venerati predecessori: rendere possibile l’incontro con Gesù, condurre le persone a scoprire il Suo volto e a seguirLo, amandoLo come il valore supremo della vita, “vita della nostra vita” come dice sant’Agostino.

  Nell’'Epifania il Signore si rivela; l’accento principale è sulla Sua presenza che illumina e che cambia il cuore, i pensieri e le azioni.  Noi esistiamo per proclamare come testimoni questa Sua presenza. Questa è la profezia; non puro annuncio di qualcosa che verrà, ma manifestazione di ciò che è accaduto. I magi, che cercavano con curiosità, hanno visto l’eccezionalità della stella e si sono mossi. Hanno incontrato il bambino e questi ha cambiato il loro cammino. Hanno visto qualcosa di più grande, il disegno di Dio, e tutto ha cominciato ad essere vissuto in modo diverso.  L’aspetto profetico della vita è lo svelarsi di qualcosa di più grande, del piano di Dio; così la vita diventa vocazione e testimonianza.

  Dice Papa Benedetto: “È dono e compito imprescindibile della Chiesa comunicare la gioia che viene dall’incontro con la Persona di Cristo, Parola di Dio presente in mezzo a noi. In un mondo che spesso sente Dio come superfluo o estraneo, noi confessiamo come Pietro che solo Lui ha «parole di vita eterna» (Gv 6,68). Non esiste priorità più grande di questa: riaprire all’uomo di oggi l’accesso a Dio, al Dio che parla e ci comunica il Suo amore perché abbiamo vita in abbondanza (cfr Gv 10,10)” (cfr Verbum Domini, 2). E nella Lettera Apostolica Porta Fidei sempre Papa Benedetto afferma: “Capita ormai non di rado che i cristiani si diano maggior preoccupazione per le conseguenze sociali, culturali e politiche del loro impegno, continuando a pensare alla fede come un presupposto ovvio del vivere comune. In effetti, questo presupposto non solo non è più tale, ma spesso viene perfino negato. Mentre nel passato era possibile riconoscere un tessuto culturale unitario, largamente accolto nel suo richiamo ai contenuti della fede e ai valori da essa ispirati, oggi non sembra più essere così in grandi settori della società, a motivo di una profonda crisi di fede che ha toccato molte persone” (cfr Porta Fidei, 2).

  Come Chiesa diocesana ci mettiamo in continuità col Magistero dei nostri Vescovi predecessori; in piena comunione con la Conferenza Episcopale Italiana e, soprattutto, in fedele e totale unità con il successore di Pietro, Papa Benedetto XVI.

Di fronte alla grave crisi finanziaria economica e morale che ci ha raggiunti non vogliamo fare gli specialisti nell’analisi sociologica, vogliamo semplicemente condividere il dramma di tanti nostri fratelli a partire dalla novità della fede che cambia la vita. Questo è il punto di partenza per essere solidali con i nostri fratelli e sorelle più provati dalla crisi.

  La novità dell’incontro con Cristo muove diversamente ciascuno di noi, la mia persona e i miei atteggiamenti; genera un modo diverso di vivere la famiglia, il lavoro, la professione e tutta l’esistenza, rivelando qualcosa di più grande. Un uomo potrebbe fare benissimo il suo dovere, esercitare appieno la propria professione ma, non rendendo testimonianza, perderebbe il meglio del cristianesimo. D’altra parte uno non può rendere buona testimonianza se non facendo il proprio dovere.

  L’esperienza della fede ci spingerà alla carità, secondo la grande Tradizione della Chiesa tarantina. Ci spingerà anche ad una presenza amorevole nella società, nella scuola, nell’università, nella cultura, nell’arte, nello sport, valorizzando le risorse naturali, l’industria e il turismo. Vorremo essere allo stesso modo presenti nell’economia e nella politica, intesa come la grande politica, a servizio del bene comune.

  Ho già salutato le autorità civili; con loro desidero vivere un dialogo franco, ispirato al rispetto istituzionale, con una piena autonomia di giudizio.

  Da quello che vedo il quadro sociale, economico e politico nazionale è molto grave. Pur mancando dall’Italia da ventisette anni, da subito noto che qui siamo guidati dai mercati internazionali e dalla dittatura dello spread. Ma in questo clima di incertezza, come dice il card. Bagnasco, non possiamo vivere la logica della sfiducia e del “tutti contro tutti”. Questa è la cosa più estranea all’esperienza cristiana.

  Imparerò a conoscere la situazione di Taranto e Provincia, ma sin da ora mi sembra necessario difendere il valore della persona umana, della solidarietà, del posto di lavoro e dell’occupazione, lottando per un rispetto dell’ambiente che faccia sì che questo possa essere accogliente per l’uomo, che preservi il territorio dall’inquinamento e che ridoni al mare il suo ruolo di grande risorsa per la produzione, per la crescita umana e per l’incontro tra differenti culture e tradizioni. Salvaguardia del posto di lavoro e difesa dell’ambiente non sono in contraddizione. Proiettati dai nostri due mari di Taranto verso gli ampi spazi del mondo, la Marina Militare e le altre Forze Armate, che ho già salutato, siano fonte di difesa e di costruzione della pace.


In questa prospettiva di fiducia e di speranza un compito prioritario lo ha l’educazione in tutti gli ambiti in cui questa si compie: nella famiglia, nella Chiesa, nella scuola e nella società. Per questo compito ho fiducia negli educatori, e li esorto perché abbiano a cuore non solo la tecnica e il mercato, ma una visone integrale della persona umana aperta al Mistero e alla solidarietà.

  In tutto questo ho molto da imparare da voi, dalle tante esperienze già presenti nel tessuto sociale della terra tarantina. Confido particolarmente nell’opera dei sacerdoti, miei primi collaboratori, delle Parrocchie, dei Movimenti, delle Associazioni, delle Nuove Comunità, dei Gruppi Ecclesiali, delle Confraternite e di tutto il laicato. Ho una particolare fiducia nei poveri che nella mia esperienza brasiliana e latino americana, ho imparato a riconoscere come soggetto vivo della Nuova Evangelizzazione.

  Conto sulla preghiera e la testimonianza degli ammalati, dei carcerati e di tutti quelli che soffrono. Conto sui giovani, che già mi hanno accolto con entusiasmo nel mio arrivo all’aeroporto di Bari e che domenica 8, alle ore 16.30, incontrerò insieme a tutto il laicato diocesano. Tra i giovani conto particolarmente sui seminaristi e quanti, giovani e ragazze, stanno scoprendo la vocazione a donarsi totalmente al Signore.

  Ho fiducia soprattutto nell’azione dello Spirito e nella protezione di Maria Immacolata. Lo Spirito Santo infatti rende possibile la profezia, la valorizzazione di tutti i carismi e la missione. La Madre di Dio dà una dimensione più umana e non burocratica alla nostra opera di evangelizzazione. Maria dà un tono differente e del tutto familiare alla nostra Chiesa insegnandoci l’ascolto, l’accoglienza, il dono di sé e la missione. Alla Madre di Dio, qui a Taranto venerata come Madonna della Salute, consacro il mio nuovo ministero episcopale, chiedendo per me e per tutta l’Arcidiocesi di Taranto la fedeltà totale a Cristo Signore, l’entusiasmo della fede, la passione della carità, l’ardore della missione. Invoco anche la protezione dei santi della nostra Arcidiocesi: San Cataldo, San Francesco De Geronimo e Sant’Egidio Maria di S. Giuseppe.

  Carissimi sacerdoti e carissimi fedeli convenuti qui da molte parti dell’Italia, dal Brasile e da ogni angolo della nostra diocesi, vi offro oggi, come successore di San Cataldo, l’abbraccio di Cristo. Portatelo a tutti nelle vostre famiglie e nella società come fonte di pace e di speranza. Siate nel mondo la stella che illumina il cammino della vita per la salvezza del mondo e per la gloria di Cristo. Amen.

  Sia lodato Gesù Cristo!

+ Filippo Santoro         

Arcivescovo Metropolita

di Taranto



Benedetto Vescovo Servo Dei Servi Di Dio

 

Al Venerato Fratello

Filippo Santoro,

sinora Vescovo di Petropolis,

ed ora nominato Arcivescovo Metropolita di Taranto,

Salute ed Apostolica Benedizione!

  

Guardando con premura all’insigne Comunità Ecclesiale di Taranto, vogliamo che essa possa godere degli aiuti necessari affinché la vita della fede continui a svolgersi come è stato sinora.

 

Per tale ragione, poiché il Venerato Fratello Benigno Luigi Papa ha lasciato la guida di quella Comunità, che ha retto lodevolmente e fruttuosamente, abbiamo ritenuto Nostro dovere provvedere con saggezza all’elezione di un nuovo Pastore, così che quella Chiesa non patisse alcun nocumento.

 

Tu, Venerato Fratello, che meritatamente Ti sei mostrato a Noi adornato delle doti necessarie ed hai lodevolmente esercitato il Ministero Episcopale, Ci sei apparso del tutto idoneo ad assumere la cura di questo gregge e a pascerlo con frutto.

 

Udito pertanto il parere della Congregazione dei Vescovi, con la Nostra autorità, scogliendoti dal precedente vincolo con la Chiesa di Petropolis, ti costituiamo Arcivescovo Metropolita della Sede Tarentina con tutti i diritti ed i doveri, prescritti dai sacri canoni e connessi alla tua condizione e al tuo stato. Della tua elezione darai notizia a quella Comunità, che amabilmente esortiamo ad accoglierti con gioia in qualità di maestro e di dottore. Null’altro rimane, Venerato Fratello, se non esprimerti la Nostra fiducia nell’atto di consegnare alle tue mani questo gregge del Signore, che dovrai pascere e al quale, con la forza di Dio, mostrerai come camminare per la retta via e manifesterai la benignità del nostro Salvatore.

 

Dato a Roma, presso San Pietro, il giorno 21 del mese di novembre dell’anno del Signore 2011, VII del Nostro Pontificato

 

Benedetto Xvi Padre dei Padri    


“San Cataldo benedica la città”

Il saluto al sindaco di Taranto ed alla giunta comunale

 

Signor sindaco,

signori membri della giunta comunale!

Sono davvero lieto di vivere il mio incontro con la città di Taranto in questa piazza così significativa. Essa, infatti, racchiude in sé la storia ed il presente di questo popolo: le colonne doriche di un antico tempio ci ricordano che Taranto è una città che vanta una vetusta origine, mentre il Palazzo di città – che è come la casa di tutti i tarantini – evoca il fatto che questa storia richiede di essere calata in un quotidiano e comune impegno per la vita sociale della città stessa.

  Ringrazio cordialmente il sindaco Ippazio Stefàno per le cortesi espressioni di benvenuto che mi ha appena rivolto e la giunta che, con la propria presenza, arricchisce questo incontro. Saluto e ringrazio con affetto particolare tutti voi, carissimi giovani, che siete qui convenuti dall’intera Arcidiocesi.

  Questo incontro mi offre un’occasione per condividere alcune riflessioni circa il modo in cui la comunità cristiana vive il proprio servizio in favore della città, attraverso rapporti di corretta collaborazione con la società civile, guidata dalla pubblica amministrazione. Gli ambiti di impegno sono differenti, ma il fine è unico e convergente: la persona umana e la sua integrale promozione.

  Come ho appena detto, la città di Taranto porta con sé un passato glorioso. Tuttavia, per avere un presente ed un futuro altrettanto floridi è necessario che, all’interno della società, ognuno viva secondo alcune fondamentali direttrici: la costante ricerca del bene comune, il superamento di ogni individualismo ed una ritrovata passione per la vita cittadina.

  La tradizione religiosa di questo nostro popolo potrà fare la propria parte. È sotto gli occhi di tutti che essa, infatti, ha dato vita a infinite espressioni culturali e artistiche che hanno arricchito il nostro territorio. Da ciò comprendiamo quanto fecondo sia l’incontro tra fede e cultura. La cultura, animata dalla fede, porta l’uomo ad espressioni persino geniali delle proprie potenzialità.

La religiosità popolare – tanto diffusa a Taranto – ha sempre dato origine a momenti determinanti di identità culturale, di condivisione e di solidale fraternità ed ha prodotto espressioni artistiche di esemplare bellezza. Anche attraverso questa religiosità – custodita e sempre più ancorata al Vangelo – la comunità cristiana può offrire un servizio alla cittadinanza, mostrando che trovare Cristo vuol dire trovare l’uomo, che aderire al Vangelo significa scoprire la bellezza della vita, la forza della verità, della giustizia ed il motivo della vera gioia.

  Voi, cari giovani, che avete avuto la grazia di incontrare ed amare il Signore Gesù, potete e dovete mettere a servizio dell’uomo la vostra intelligenza, il vostro entusiasmo ed il vostro generoso impegno. Nessuno di noi può disimpegnarsi dall’offrire il proprio contributo e voi siete una meravigliosa risorsa, piena di speranza, per la Chiesa e per le città in cui vivete.

  Infine, un altro compito importante che la comunità cristiana svolge all’interno della comunità civile è quello di ricordare la centralità del servizio ai più deboli. La difficile situazione economico-finanziaria in questi anni farà sentire la sua gravità.  Sarà necessario che a pagarne le conseguenze non siano i più indifesi.

L’esperienza del mio ministero episcopale in Brasile mi ha sempre portato a privilegiare i poveri, colpiti anche da disastri naturali, ed a servirli con cura prioritaria. Essi nel Vescovo hanno sempre trovato la propria voce!

Signor sindaco, confido che – pur nel rispetto delle specifiche competenze e nella reciproca autonomia – la comunità cristiana e la comunità cittadina possano proficuamente collaborare per il bene di tutti ed essere così portatrici di speranza.

  San Cataldo, patrono della città e dell’intera arcidiocesi, benedica questa nostra bella e già amata Taranto!

Grazie ancora per questo gradito incontro.

   + Filippo Santoro         

Arcivescovo Metropolita

di Taranto


Consumar la suola delle scarpe

Mons. Filippo Santoro, in prima linea per la dignità delle persone, a difesa dei deboli

 

Al termine del mandato episcopale di monsignor Fiilippo Santoro, il giornalista brasiliano Rogerio Lima Tosta ha tracciato un bilancio interessante dell’opera del vescovo barese.

 Nel giorno 1° di gennaio, mons. Filippo Santoro ha lasciato la Diocesi di Petropolis, viaggiando per l’Italia, quando Il giorno 5 di Gennaio, entrerà in carica nell’Arcidiocesi di Taranto. È stato 27 anni in Brasile, dei quali sette vissuti nella Região Serrana, dove ha svolto un ruolo fondamentale l’anno scorso, quando in prima persona si è impegnato in difesa delle vittime dell’alluvione del 12 Gennaio del 2011, le quali hanno richiesto il suo appoggio per il dialogo con le istituzioni pubbliche.

“Ho pubblicato un manifesto per la ricostruzione urbanistica e umana delle città colpite dalla pioggia, poi le persone mi cercavano e mi dicevano della difficoltà nell’ottenere risposte dal governo”, sottolinea il vescovo. Questa non è stata la prima volta che Monsignor Filippo Santoro ha preso le difese del popolo. Nella discussione sulla ‘Lei da Ficha Limpa’ (legge della fedina pulita), nello Stato di Rio de Janeiro ha avuto un ruolo determinante, quando ha mobilitato le parrocchie della Diocesi per la raccolta delle firme, ottenendo più di 20 mila firme.

Per Mons. Filippo Santoro la “Lei da Ficha Limpa” è uno strumento importante per la società brasiliana, “che per diverse volte ha preso posizione contro la corruzione nel paese”. Nel ringraziare per l’omaggio nella Camera Municipale, quando ha ricevuto la Medaglia Koeler, la maggiore onorificenza della città di Petrópolis, nel giorno 22 di Dicembre, Don Filippo ha chiesto che i politici agiscano in favore del bene comune e non per i propri interessi.

L’opera di Mons. Filippo Santoro insieme ai politici dello Stato di Rio, proviene da molto tempo, quando, con nomina del Cardinale emerito dell’Arcidiocesi di Rio, Mons. Eugenio Araujo Salles, ha preso la Pastorale dei Cattolici in Politica. Nel momento in cui ha consegnato una mozione di felicitazioni al vescovo, il deputato statale, Bernardo Rossi ha raccontato che “il governatore Sergio Cabral ha detto che per diverse volte Mons. Filippo Santoro gli ha telefonato per criticare determinate posizioni”, affermando che il governatore non è stato l’unico ad avere una “tirata d’orecchie” dal vescovo.

La sua partecipazione nella società petropolitana e in quella di Rio de Janeiro, aveva come obiettivo fare come se Dio stesse presente attraverso la sua azione, messaggi e anche con la partecipazione dei laici. In uno dei congressi della gioventù, realizzato nel Ginnasio in Pedrão in Teresópolis, Mons. Filippo Santoro ha detto: “La Chiesa deve stare nel mondo, non per essere cambiata, ma per cambiare e trasformare il mondo”, sottolineando che, il cristiano cattolico nel testimoniare l’amore di Dio nella vita quotidiana,  trasforma la realtà in cui vive.

“Consumare la suola delle scarpe”, dice il vescovo.

Fin dall’inizio del suo ministero episcopale, a fine del 2004, quando cominciò a realizzare il suo disegno di implementare nella Diocesi il Piano Pastorale Sociale, Mons. Filippo Santoro ha detto che era necessario consumare le suole delle scarpe, andando incontro alle persone e non rimanendo dentro la chiesa. Su questo tema, nel 2005, nel Congresso Diocesano di Catechesi, Mons. Filippo Santoro ha detto ai catechisti: “che tutti voi possiate utilizzare quest’anno per riflettere e accettare la missione  per la quale Cristo vi ha chiamati, non per una catechesi di fine settimana, ma per essere catechisti nella vita quotidiana di ognuno di voi, iniziando dentro le vostre famiglie, perché anche la testimonianza della vita, dell’amore a Cristo, può  evangelizzare”.

Queste parole echeggiano in tutto il lavoro del Piano Pastorale Sociale, perché una delle affermazioni del vescovo è che ogni cristiano cattolico deve essere missionario e discepolo di Cristo, andando di casa in casa, formando piccole comunità, far sì che tutti ricevano la parola di Dio. Queste parole del vescovo anticipano alcune delle decisioni della Conferenza Episcopale Latinoamericana e dei Caraibi, tenutosi nel 2007 nel Santuário di Aparecida.

Il consumare la suola delle scarpe per il vescovo, non è soltanto visitare le case e pregare, ma abbracciare la famiglia visitata, impegnandosi con lei e facendo proprie le loro sofferenze. In sette incontri del Piano Pastorale Diocesano, ogni volta che poteva, Mons. Filippo affermava: “nell’entrare in una casa per portare la Parola di Dio, il missionario deve stare attento alle necessità delle persone che vivono in quella casa. Se c’è un ammalato, orientarsi per una pastorale della salute, se ci sono bambini senza catechesi, orientarsi per la catechesi, se i genitori disoccupati, cercare di aiutarli, non solamente con un cesto di prima necessità, ma cercando di orientarli verso organi pubblici dove possono trovare un lavoro”.

Per il vescovo, non è possibile che un Cristiano cattolico possa entrare in una casa, pregare, fare un lettura biblica e uscire indifferente ai problemi sociali di quella famiglia. Lui ricorda che Gesù nel curare una persona, coinvolgeva tutta la persona, non era solo una guarigione spirituale o fisica, ma guardava la persona nella sua interezza. Fin dall’inizio ha sostenuto che la Chiesa Cattolica nella Diocesi doveva essere “Chiesa accogliente e missionaria, promuovendo la comunione nella ricerca della santità”.

Forte presenza nell’episcopato brasiliano

Nato a Bari, nel sud dell’Italia, Mons. Filippo Santoro, 63 anni, brasiliano di adozione, è stato nominato vescovo nel 1996 e nel 2004, nominato per la Diocesi di Petrópolis, Nei 15 anni come vescovo in Brasile, Mons. Filippo Santoro per la sua forte posizione sui temi della religione e della società si è distinto come uno dei leader dell’episcopato  brasiliano.

In questi 15 anni, Mons. Filippo Santoro è stato membro del Consiglio Permanente della Conferenza dei Vescovi del Brasile (CNBB) e membro della Commissione della Dottrina per la Fede. Mons. Filippo ha partecipato ai principali incontri nazionali e internazionali, come rappresentante della CNBB, del Movimento Comunione e Liberazione e come inviato del Vaticano nel Sinodo dei Vescovi sulla Parola di Dio, avvenuto nel 2007, nel Vaticano, dove è arrivato per presentare una delle parole.

Come vescovo di Petrópolis, Mons. Filippo Santoro ha avuto cinque incontri con il papa Benedetto XVI e in tutti, è riuscito a scambiare qualche parola con il Sommo Pontefice e sempre parlando della Diocesi di Petrópolis. In uno degli ultimi incontri, avvenuto nella Visita Ad Limina, Mons. Filippo ha avuto l’opportunità di parlare con Benedetto XVI e rispondere alle domande specifiche sulla Diocesi.

“Il papa – ha detto Santoro - ha dimostrato che conosce Petropolis e mi ha fatto molto felice ”.

Rogerio Lima Tosta

(giornalista di Petropolis) 

Traduzione di Thiago Do Nascimento


Tra la città e mons. Santoro è subito grande affetto

La cronaca del suo arrivo col “battesimo” del mare, definito dal vescovo “importante risorsa di Taranto”. Un popolo in festa sul canale e in piazza Castello. Il festoso corteo dei giovani lungo via Duomo 

Angelo Diofano

 

Una grande “X” nel cielo di Taranto, a sovrastare il castello aragonese. Scie di qualche aereo o fenomeno atmosferico? C’è chi lo interpreta come un segno, un’indicazione, quasi a indicare che “è qui la festa”, come il refrain di una vecchia canzone di un noto rapper italiano. Una festa carioca-tarantina per l’accoglienza del nuovo arcivescovo Filippo Santoro, in un cerimoniale antico (l’arrivo dal mare) con la colonna sonora dei canti dei giovani e degli inni della fanfara della Marina Militare che scandiscono l’attesa.

Il forte vento di scirocco spazza impietoso il canale, facendo pentire d’aver lasciato a casa il cappotto, da tenere magari con il bavero ben alzato. Fa freddo, certo che fa freddo, ma non tanto da far pensare di mollare i primi posti dietro la balaustra di corso Due Mari. Le campane a distesa delle chiese (ma non di tutte, come auspicato da cerimoniale) annunciano la partenza dal porto del corteo d’imbarcazioni, soprattutto pescherecci. Il moto ondoso è tale da provocare il mal di mare anche a chi sta guardando dall’alto. I mezzi navali dei vigili del fuoco lanciano in aria festosi getti che il forte veto distribuisce equamente nonché copiosamente su tutto il corteo. L’ulteriore battesimo dell’acqua per il nuovo arcivescovo è così assicurato, ma con un impermeabile sarebbe stato senz’altro meglio.

L’arrivo di mons. Santoro (ma per tanti è don Filippo, così da sentirlo più familiare) è alle 16,20 alla banchina del castello aragonese, in un certo anticipo a causa delle condizioni del tempo. L’attracco è un po’ complicato per il mare agitato, ancor di più lo scendere a terra: ma che sollievo poggiare i piedi su qualcosa di stabile. Risuonano l’inno pontificio e quello italiano, mentre da corso Due Mari, che è tutto uno sventolio di fazzoletti, parte l’applauso caloroso. Nel suo primo discorso, consensi per il suo ribadire l’importanza del mare per la città dal punto di vista storico ed economico (il pensiero subito corre ai “giardini” delle cozze, ormai smantellati, che chissà quando, e se, torneranno a Mar Piccolo).

Il picchetto dei marinai rende gli ultimi onori al successore di San Cataldo, che guadagna così piazza Castello, affollata di giovani in attesa e che riscaldano l’ugola con cori da stadio e popolari motivi sudamericani, adattati alla bisogna. Predominano le rappresentanze dalla provincia, con gli striscioni indicanti i comuni (anche i più piccoli) di provenienza. Il saluto e l’incoraggiamento di mons. Santoro riscaldano ulteriormente gli animi, consolidando un feeling instaurato già dall’arrivo delle prime notizie del suo operato in Brasile. Molti appaiono conquistati dalla sua semplicità e soprattutto dal sorriso. “Assomiglia a papa Luciani”, fa qualche accompagnatore, più avanti negli anni, nel ricordo del predecessore di Giovanni Paolo II. Dopo il saluto delle autorità cittadine, con le quali è subito intesa per l’operato a favore della rinascita della città, ci si prepara per il corteo fino alla Cattedrale, il cui sagrato è raggiunto in anticipo dai giovani di Grottaglie per essere i primi ad accogliere l’arcivescovo. Via Duomo appare con l’asfalto nuovo, seppur con i tombini pericolosamente infossati, a rischio d’inciampo. Nell’attesa del corteo, i cavalieri dell’Ordine di Malta, pur con l’uniforme di gala, s’improvvisano volenterosi netturbini per spazzar gli spazi antistanti la loro chiesa, San Michele, i cui interni, con la statua della patrona, la Vergine Immacolata, appaiono scintillanti di luci. Per il resto, è deserto.

La “Taranto più giovane”, come l’apprezzò il famoso poeta Ungaretti, è lontanissimo ricordo, deserta, colma solo di chiacchiere e con le prospettive di un recupero sempre più lontane. Nessuno alle finestre. Taluni vicoli che sbucano sull’antica Via Maggiore si presentano con vecchi elettrodomestici in abbandono, chissà da quanto tempo sono lì. Per fortuna il corteo colorato e chiassoso dei giovani ridona prezioso smalto di vita all’Isola. I canti delle ultime Gmg uniscono tutti i movimenti e le associazioni, in uno sventolio di striscioni e bandiere. L’ultimo tratto di via Duomo (così come il sagrato della cattedrale) è al buio. I residenti dicono che c’è un problema di regolazione del timer dell’impianto di illuminazione. Da anni non si riesce a risolverlo. Forse saranno in grado di farlo… i tecnici della Nasa. Sta di fatto che i lampioni si accenderanno solo quando il corteo sarà da un pezzo entrato in San Cataldo. Bella figura per i nostri amministratori, che accompagnano, gonfalone in testa, l’arcivescovo!

Ci vuol tempo prima che una parte dei giovani (tanti!) riesca ad entrare in Basilica; gli altri, a seguire i momenti della celebrazioni attraverso gli altoparlanti. C’è innanzitutto un breve momento di adorazione eucaristica e poi l’omaggio alle spoglie del suo illustre predecessore, Cataldo di Rachau, che risollevò Taranto dal paganesimo in cui era ricaduta. A far da corona all’altare principale, una rappresentanza delle confraternite della Città vecchia.

Dopo un breve discorso, mons. Santoro si sottopone in Episcopio al fuoco di fila delle domande dei colleghi della carta stampata e delle emittenti televisive. Il nuovo arcivescovo loda la buona capacità organizzativa mostrata dallo staff della Curia e non nasconde la soddisfazione per l’entusiasmo dei tarantini per la sua venuta. Ciò è di buon auspicio per la risoluzione dei problemi che man mano si presenteranno: “Sarà facile affrontare il teorema, sapendo che c’è la soluzione”- dice. Accenna i tanti problemi di sofferenza umana che ha incontrato (e che incontrerà ancora) nel suo ministero, quali la solitudine, la povertà, la droga, l’abbandono, cui la Chiesa ha sempre offerto una chance. C’è spazio per il rapporto industria-lavoro-inquinamento.

Un accenno alla nostalgia del Brasile, subito ben stemperata dall’allegria “carioca” dei nostri giovani, ai quali mons. Santoro rivolgerà un’attenzione particolare, instaurando un rapporto privilegiato. Rivolge un pensiero di gratitudine a mons. Papa, da lui definito “patrimonio storico della nostra città”, anche per il fatto, ricorda, di essere stato da lui inserito nell’insegnamento teologico a Santa Fara.

Del suo predecessore, ribadisce, resterà imperituro il ricordo per lo zelo pastorale, il senso spiccato di paternità e l’amore per le Sacre Scritture, che continuerà a coltivare nella nuova residenza a Casa San Paolo. Infine un pensiero alla Madonna, in particolare a quella della salute, cui dedica il suo ministero (un buon auspicio per il completamento dei lavori di restauro all’antico santuario gesuita di Monteoliveto?), con la speranza di imitarla nei suoi doni, specialmente la dolcezza, la bontà e il dono di sé.

Momenti di commozione, alla fine, con il saluto di una signora napoletana, volontaria dei giuseppini del murialdo, che augura al nuovo arcivescovo e a tutto il popolo di Dio affidatogli di farsi santi.

Un caloroso abbraccio suggella l’incontro. Il tempo stringe. Una folla ancora maggiore è in attesa in Concattedrale, da ore gremita. La tabella di marcia è in sofferenza, causa il traffico della vigilia dell’Epifania, con l’ingorgo all’incrocio viale Magna Grecia-corso Italia per via delle bancarelle del tradizionale mercatino. L’attesa è ripagata dai sorrisi di mons. Santoro e dai suoi ampi gesti di saluto ai fedeli. Il feeling è ulteriormente consolidato. Non resta che il passaggio di consegne (leggi, pastorale) con mons. Papa, che, in verità, appare alquanto sollevato di sentirsi chiamare, come una volta, padre Benigno. Un vescovo buono come un papà, che i tarantini non smetteranno di amare.