Arc2012gen002-Nuovo Dialogo

GENNAIO 2012 - N 02



Editoriale

FIGLI DI DIO ANCHE DIETRO LE SBARRE

Emanuele Ferro

 

C’è ancora, nella recente memoria, l’immagine di Benedetto XVI nel carcere di Rebibbia che conversa con dolcezza e paternità con i detenuti riuniti in assemblea. Possiamo sovrapporla a quella di monsignor Filippo Santoro, che domenica scorsa ha varcato i cancelli della casa circondariale di Taranto. Il Papa, il 18 dicembre scorso, ha aperto il suo cuore con sincerità e familiarità, rendendosi prossimo e amico; ha ricordato, con schiettezza anche i problemi del carcere, facendosi portavoce e interprete di una realtà difficile, complicata.

Anche quello di domenica è stato un appuntamento atteso, soprattutto dallo stesso arcivescovo che, accanto alla sua prima visita all’ospedale Santissima Annunziata, ha voluto affiancare questa visita in un luogo denso di fragilità e più che mai bisognoso di misericordia. Terreno dissestato quello del carcere, dove il giudizio degli uomini, con la presenza di un vescovo, fa inevitabilmente i conti col giudizio di Dio. In una chiesa tirata a lucido dagli stessi detenuti presenti in gran numero, i carcerati insieme alla direzione del carcere, autorità civili, militari, giudiziarie, la voce del nuovo arcivescovo è risuonata colma di fiducia per ciascuno, tutti fratelli, l’uno accanto all’altro. In un luogo infelice che può aprirsi alla speranza. È sembrato che il gioco di sguardi raccontato nel Vangelo di domenica (Gv 1,35-42), la vocazione dei primi apostoli, gli entusiasmi e i ricordi del primo seguito del Signore, si riverberassero sotto le volte di cemento armato e le infinite cancellate azzurre della casa circondariale. Ed intorno a questo inizio, di cui Giovanni ha memorizzato addirittura l’orario («Era circa l’ora decima») è stato predicato un nuovo inizio per tutti coloro che hanno commesso degli sbagli, anche i più gravi. Nell’intensa omelia di monsignor Santoro, sono stati toccati tutti i punti  nevralgici della realtà carceraria.


 Tracce

Giorni di passione

Grandi attese per il Consiglio europeo del 30 gennaio

Gianni Borsa

 

La crisi ha raggiunto “dimensioni sistemiche”, la situazione è “gravissima”, eppure l’Europa ha le potenzialità per far fronte all’emergenza, purché si passi dalle parole ai fatti, in particolare per quanto riguarda il rafforzamento del fondo salva-Stati, la governance condivisa, le azioni per la crescita. Mario Draghi, da poco alla guida della Banca centrale europea, intervenendo il 16 gennaio all’Europarlamento nella sua altra veste di presidente dello Esrb (European Systemic Risk Board), ha messo in guardia i politici Ue: “Bisogna attuare tempestivamente le decisioni che sono state assunte al vertice europeo di dicembre”, soprattutto per quanto attiene il fondo per la stabilità finanziaria dell’Eurozona. Draghi ha insistito sulle misure per il rigore e il controllo dei bilanci nazionali, e più ancora ha premuto l’acceleratore su quelle per “favorire la crescita e l’occupazione”, perché “stabilità e crescita devono procedere assieme e sostenersi reciprocamente”.

Draghi – che è più volte entrato negli aspetti tecnici delle questioni sollevate dai membri della commissione affari economici del Parlamento di Strasburgo – ha messo in guardia da una sopravvalutazione dei pronunciamenti delle agenzie di rating (“non possono essere il nostro unico metro di giudizio”), rimarcando inoltre le ricadute sull’economia reale delle decisioni assunte, e di quelle mancate, a livello nazionale e comunitario. Nel suo intervento, il presidente del Comitato per il rischio sistemico ha sostanzialmente ricalcato le posizioni assunte lo stesso giorno da Herman Van Rompuy, presidente del Consiglio europeo, e da Mario Monti, premier italiano, che si sono incontrati a Roma. Anche in questo caso le preoccupazioni per il debito sovrano e la stabilità dell’euro si sono accompagnate al binomio rigore-crescita; e, sullo sfondo, è affiorato il tema della governance insufficiente per far fronte, insieme, a sfide di portata globale. I prossimi giorni saranno determinanti per verificare la capacità di risposta dell’Europa, e la prima “cartina al tornasole” è legata alla definizione del “patto di bilancio” deciso a dicembre da 26 paesi dell’Unione (il Regno Unito si è autoescluso), il quale passa questa settimana al vaglio del Parlamento europeo, la prossima settimana approderà all’Eurogruppo per poi giungere al centro delle trattative del Consiglio europeo del 30 gennaio.

Ancora 15 giorni di passione per l’Eurozona e, soprattutto, per le sorti di tante imprese, banche, lavoratori, famiglie e consumatori che da dieci anni hanno in tasca l’euro.


L’ARGOMENTO

“Ero in carcere e siete venuti a visitarmi” 

Il vescovo Filippo Santoro ha voluto abbracciare i detenuti ed il personale della casa circondariale. Tutta la sua vicinanza è espressa nelle parole dell’Omelia il cui primo concetto è alquanto rincuorante: Dio è vicino nell’ora della prova, in quella della difficoltà, della caduta. Il costante richiamo di monsignor Santoro sulla realtà brasiliana, scenario di grande povertà di mezzi ma non di cuore, rassicura tutti. Il tragitto è già tracciato. Il Vangelo è un annuncio vincente e sicuro. Oltretutto sgombra il campo da qualsiasi altra pretesa, dice in buona sostanza a questi fratelli che, siccome Gesù sarebbe sicuramente andato a trovarli, anche il vescovo compie questo gesto. Un gesto che dice in maniera inequivocabile una cosa: «Dio vi vuole bene cari detenuti». Gesù terrebbe a dire: «Il Padre stesso vi ama» (cfr. Gv 16,27).                

Commento a cura di Emanuele Ferro

 

Carissimi, mi spinge ad essere qui in mezzo a voi l’amore di Gesù (2Cor 5,15). Lui sarebbe venuto a visitarvi, come ha fatto il Santo Padre Benedetto XVI  il 18 dicembre scorso, un mese fa, a Roma nella casa circondariale di Rebibbia. Gesù ci ha cercato e ci ha voluto bene nella nostra fragilità. Questo è vero in ogni momento, ma lo è in modo particolare quando il dolore e la sofferenza ci raggiungono per una malattia, per una colpa o per una disgrazia. Sono appena tornato dal Brasile e, durante la mia esperienza di pastore in quella terra, ho sperimentato la gratitudine di chi mi ha visto e sentito vicino in un momento di dolore. Una volta, una ragazza mi ha detto: “Quando è morta mia madre sei venuto a trovarmi e mia hai tenuto per mano per tutto il tempo. Ho sentito che era la mano di Gesù e che non ero sola, c’era qualcuno con me. Ho perduto mia madre, ho trovato un padre”. Un’altra persona, dopo aver commesso un grave errore, è venuta da me con grande disagio. Temeva lo mandassi via ed, invece, dopo il nostro incontro mi ha detto: “Tu, dopo avermi ascoltato, non mi hai condannato, ma mi hai abbracciato. Poi mi hai fatto una “lavata di testa”, mi hai corretto”. Vorrei condividere un’ultima esperienza vissuta in Brasile. Sono stato a trovare i bambini di una favela molto povera di Petropolis, città vicina a Rio de Janeiro, in Brasile. Quasi tutti hanno situazioni familiari molto difficili. Molte mamme sono ragazze madri ed io ho detto ai bambini: “Salutatemi i vostri genitori e dite che il vescovo vi vuole incontrare”. Quelle mamme sono venute ed hanno formato un gruppo di mamme, il “Club das màes”, che è una piccola cooperativa di produzione di borse e camicie. Un semplice saluto è stato l’inizio del riscatto sociale di quelle donne. Quant’è vero che il Signore ci ama non solo quando tutto va bene, ma soprattutto quando facciamo la drammatica esperienza della nostra fragilità. Il Signore vi vuole bene, cari detenuti qui presenti. È Lui che ci dà speranza. Come dice San Giovanni Battista nel vangelo di oggi: “Ecco l’agnello di Dio” (Gv 1,29). Lui ci purifica dal male, cancella col suo sangue i nostri errori, i nostri tradimenti e ci fa suoi amici. Sono venuto a garantirvi che Dio è vicino, perché anche Gesù ha fatto l’esperienza del carcere, anche se innocente.

La solidarietà di Gesù è condivisione profonda, non un semplice atto di bontà, ma vera e propria presa in carico dell’uomo, tutto intero.

Egli, ci dice il Vangelo di Luca, “fu annoverato fra i malfattori” (Lc 22,36), proprio perché nessuno si sentisse trascurato dal suo abbraccio, dalla sua solidarietà. Nel volto di ciascuno di voi vedo e abbraccio il Suo volto. Nel Vangelo di Matteo, il Signore dice: “Ero in carcere e siete venuti a visitarmi” e “Qualsiasi cosa fate al più piccolo dei miei fratelli lo avrete fatto a me” (cfr Mt 25, 36 ss.).

Si è sempre uomini, figli di Dio, anche dietro le sbarre

 C’è una dignità della persona umana che deve essere salvaguardata sempre, in qualunque situazione. Nella visita a Rebibbia, Papa Benedetto ci ha detto: “Cari amici, il sistema di detenzione ruota intorno a due capisaldi, entrambi importanti: da un lato tutelare la società da eventuali minacce, dall’altro reintegrare chi ha sbagliato, senza calpestarne la dignità e senza escluderlo dalla vita sociale. Entrambi questi aspetti hanno la loro rilevanza e sono protesi a non creare quell’«abisso» tra la realtà carceraria reale e quella pensata dalla legge, che prevede come elemento fondamentale la funzione rieducatrice della pena e il rispetto dei diritti e della dignità delle persone. La vita umana appartiene a Dio solo, che ce l’ha donata, e non è abbandonata alla mercé di nessuno, nemmeno al nostro libero arbitrio! Noi siamo chiamati a custodire la perla preziosa della vita nostra e di quella degli altri”. Ed anche in questa realtà di Taranto faccio mie le parole del Papa: “So che il sovraffollamento e il degrado delle carceri possono rendere ancora più amara la detenzione: mi sono giunte varie lettere di detenuti che lo sottolineano. È importante che le istituzioni promuovano un’attenta analisi della situazione carceraria, verifichino le strutture, i mezzi, il personale, in modo che i detenuti non scontino mai una “doppia pena”; è importante promuovere uno sviluppo del sistema carcerario, che, pur nel rispetto della giustizia, sia sempre più adeguato alle esigenze della persona umana, con il ricorso anche alle pene non detentive o a modalità diverse di detenzione”. È una situazione davvero difficile, dolorosa. Dopo i recenti provvedimenti del Ministro della Giustizia la situazione ha dato segni di rasserenamento; sarebbe però auspicabile una maggiore audacia, soprattutto nel ricorso a pene non detentive per la riabilitazione delle persone e per un loro reinserimento nella società.

Al tempo stesso, per quanto mi dicono, dobbiamo riconoscere la dedizione con la quale la direzione e gli agenti penitenziari, che qui passano parte considerevole della giornata in un servizio molto impegnativo, svolgono il loro lavoro riuscendo a rispettare le persone pur operando in situazioni difficili e complesse. Anche a loro va la nostra solidarietà e il nostro rispetto.

L’amore del Signore, è inquieto, ci cerca, ci desidera. Ci circonda: “Dove andare lontano dal tuo spirito, dove fuggire dalla tua presenza? Se salgo in cielo, là tu sei, se scendo negli inferi, eccoti. Se prendo le ali dell’aurora per abitare all’estremità del mare, anche là mi guida la tua mano e mi afferra la tua destra” (Sal 138, 7-9).

Fratelli l’amore di Gesù, la sua misericordia, ci corre incontro, ci viene a cercare (cfr Lc 15), ci raggiunge anche nelle situazioni più difficili (Sal 138). La sua bontà ci abbraccia e ci spinge a desiderare di cambiar vita. Com’è bello il Vangelo di questa domenica. Due giovani uomini, Giovanni e Andrea, vanno per incontrare Giovanni Battista presso il fiume Giordano e questi indica Gesù, un altro giovane uomo, come “l’agnello di Dio” e questi subito lo seguono. Ad un certo punto “Gesù si voltò, e osservando che essi lo seguivano disse loro: “Che cosa cercate?” (Gv 1, 38).  Anche a voi Gesù domanda: ”Cosa cercate?”. Ciascuno di voi dia a Gesù la sua risposta. Ma ancor prima di rispondere fermatevi ad ascoltare la domanda, perché la vostra risposta sia più vera. Forse direte: “Cerco la mia famiglia, i miei figli, i miei genitori”. Tutti direte “Cerco la libertà”. Spero diciate anche: “Cerco la pienezza della vita, cerco il pane, l’amicizia e l’infinito; ma tu Maestro dove abiti?”. Se avrete il coraggio di rispondere così, Gesù certo vi dirà: “Venite e vedrete”. Egli non ci fa discorsi, né ci dà spiegazioni su chi è lui; ci chiama a fare un’esperienza, non ci dà teorie. Questa esperienza sconvolge la vita e la cambia. Dopo quell’incontro Giovanni e Andrea non sono stati più gli stessi. Un Altro ha riempito la loro intelligenza e il loro cuore. L’ora in cui è accaduto l’incontro rimarrà incancellabile nella loro mente: “Erano circa le quattro del pomeriggio” (Gv 1,39). Essi lo raccontano subito ai loro fratelli. Andrea incontra suo fratello Simone e lo porta a Gesù e questi gli cambia il nome e la vita: “Sarai chiamato Cefa, che significa Pietro” (Gv 1,42). Questo è l’incontro della vita ed è possibile in ogni luogo, in ogni circostanza. Anche qui in carcere.

Sua Eccellenza annuncia, in semplicità, che attraverso Gesù è donata la libertà, quella desiderata, dai luoghi della detenzione, può già cominciare anche adesso. C’è una schiavitù, una prigionia, ancora peggiore di qualunque casa circondariale, quella del peccato, del male. Monsignor Santoro non ha dato però una lettura buonista e accomodante delle opere malvagie che comunque sono state compiute. Ha invitato i detenuti a pregare per le vittime dei crimini, a chiedere loro perdono. Con tutto quello che il perdono cristiano richiede: cambiare vita, convertirsi, rieducarsi, reintegrarsi.

Il Signore spezza tutte le catene. Mentre le istituzioni e tutta la società sono impegnate a fare ogni sforzo possibile per rendere più umane le condizioni di questo luogo, Gesù trasforma questo vostro tempo di reclusione in tempo di grazia facendosi vostro compagno, anche grazie alla dedizione dei vostri cappellani, e vi può liberare dalle catene che rendono schiavi molti uomini; le catene delle droghe, del male, dell’orgoglio e della morte. A tutti, anche a chi ha commesso il peggiore dei delitti, è offerta la via della redenzione. C’è una libertà che nessun giudice potrà mai donarvi, se non Dio solo: la libertà dai peccati, dalla schiavitù del male. San Paolo dice: “Non c’è dunque più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù. Poiché la legge dello Spirito che dà vita in Cristo Gesù ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte. Infatti ciò che era impossibile alla legge, perché la carne la rendeva impotente, Dio lo ha reso possibile: mandando il proprio Figlio in una carne simile a quella del peccato e in vista del peccato, egli ha condannato il peccato nella carne, perché la giustizia della legge si adempisse in noi, che non camminiamo secondo la carne ma secondo lo Spirito”. (Rm 8, 1-4).

Cari detenuti, fratelli e sorelle, siate, con la grazia dell’ incontro col Signore, i primi attori del processo del vostro reintegro pieno nella società. Riscoprite la vostra dignità e pregate, secondo quanto ci dice il Vangelo, per le persone alle quali, con una condotta di vita sbagliata, avete recato sofferenza o, chissà, anche la morte. Lasciatevi toccare il cuore da Dio, dal desiderio di emendarvi. Abbiate fiducia in Gesù che oggi vi viene incontro attraverso il vostro vescovo. Dio non cessa di avere fiducia in voi. Affido alla bontà del Padre le vostre famiglie, i vostri genitori, magari anziani, le mogli, le sorelle, i fratelli, i vostri bambini, i giovani. La santa Messa di oggi è per ciascuno di voi e per quelli che portate nel cuore. Vorrei davvero incontrarvi uno ad uno e mettermi in ascolto della storia di ciascuno di voi, ma il poco tempo a disposizione non ce lo permette. Voi sapete, però, che in don Francesco e in don Saverio, potete trovare sempre la consolazione di Gesù amico e fratello.

Il carcere di Taranto da più di un anno è al centro della cronaca internazionale per il caso Scazzi. Si tratta di un’attenzione mediatica spropositata che senza dubbio segue le leggi del mercato dell’informazione, calpestando i criteri della più elementare deontologia giornalistica. Nelle ultime battute dell’omelia un appello importante e chiaro a tutti gli operatori della comunicazione.

Per questo, mentre ringrazio i cappellani di questa casa circondariale di Taranto, sostengo gli operatori, la direzione, i volontari e tutti coloro che qui svolgono il proprio lavoro. Siate promotori di dignità e di speranza, soprattutto al di qua dalle sbarre, perché la civiltà di una società si misura in maniera prioritaria dal modo, dalle risorse messe in campo e dagli sforzi con cui si affronta la sfida del recupero, della rieducazione dei reclusi. Approfitto dell’occasione per rivolgere un invito agli operatori della stampa e dei vari mezzi di comunicazione, perché nel racconto dei fatti, nella ricerca della verità, non scoprano mai il fianco alle tentazioni dell’attuale mercato dell’informazione. Nella cronaca e nei commenti si sforzino di esercitare la professione secondo la misura deontologica più alta, perché si rispettino sempre le vittime dei crimini, le persone in attesa di giudizio e non si spettacolarizzi mai il male, che non fa altro che abbruttire e diseducare la nostra società.

Meglio una copia venduta in meno a fronte di una coscienza morale migliore! Il giornalismo, voi me lo insegnate, può essere un canale privilegiato di civiltà e di evangelizzazione, intesa come diffusione della verità.  

Invito tutti a non scoraggiarsi di fronte alle difficoltà e alla scarsità dei frutti: “ è Dio che fa crescere” (1Cor 3,7). In questo luogo, che certo non è un luogo felice ma che può essere un luogo di speranza, è in gioco il futuro della nostra città in termini di sicurezza e di civiltà. Vi ringrazio di cuore. Come vescovo di Taranto e successore di san Cataldo offro, a voi tutti e alle vostre famiglie, l’abbraccio di Cristo la benedizione del Signore. Sia lodato Gesù Cristo!

+ Filippo Santoro

Arcivescovo Metropolita di Taranto 


Il saluto dei detenuti

“Carissimo vescovo, da poco tempo nell’istituto abbiamo iniziato un corso di giornalismo che si è trasformato nel tempo in un piccolo ‘laboratorio di pensiero’. Così quando ci è stato chiesto di scrivere alcune righe di saluto da rivolgerLe per l’occasione, abbiamo pensato piuttosto che potesse essere un momento per ‘andare oltre’. Vorremmo infatti che questo non fosse solo un incontro formale, o un’occasione sporadica.

L’auspicio è che diventi un prologo, il punto di partenza di un cammino ‘ comune e condiviso’, nel quale sia importante riuscire a conoscersi e guardarsi negli occhi. Perché è solo così che riconoscerà il dolore e la fragilità che ci accompagnano.

In ogni essere umano che soffre c’è un’anima e le anime non vanno giudicate o commiserate; le anime vanno solo ascoltate.

Questo il saluto dalla redazione di ‘AnnoDati’ e dalla popolazione tutta, nella speranza che Lei diventi un faro nella nebbia per noi naviganti erranti. Nella speranza di individuare una rotta comune, in grado di regalarci una direzione durante la nostra traversata nella vita. Spero che questa nostra preghiera rivolta alla Madre Santa illumini le menti di tutti coloro che quotidianamente ascoltano la nostra esistenza: “In questo nuovo giorno rivolgo il mio sguardo a Te, Madre Santa, ti prego placa il dolore del mio passato, perdona i miei peccati, dammi il coraggio di soffrire ed aiutami ad alzarmi ogni volta che cadrò. Insegnami la dignità nel dolore e la forza di amare sempre ad ogni costo. Fa che la Tua misericordia segua il mio cammino. Donami un presente sereno, per riflettere e pregare, insegnami ad ascoltare senza parlare, dare senza ricevere, amare senza pretendere, e fa che questa preghiera, anche se confusa in mezzo ai lamenti di tante voci, giunga alle tue orecchie come il canto del mio cuore”.

La redazione di AnnoDati


Ci aiuti a vivere con fede la nostra faticosa quotidianità

Eccellenza carissima, siamo ben lieti quest’oggi di ricevere la Sua visita pastorale in questo Istituto penitenziario.

È nella continuità con il Suo predecessore mons. Papa che Lei manifesta l’attenzione della Chiesa diocesana di Taranto verso questa particolare porzione di popolo di Dio. Nella familiarità e simpatia usavamo definire, negli ultimi anni, monsignor Papa “l’arcangelo” che veniva ad annunciare la nascita del Signore la mattina di Natale – come ebbe a definirlo il presidente Bruschi – o “l’angelo” del mattino di Pasqua, venuto in mezzo a noi per infondere speranza. Ecco, oggi accogliamo Lei come l’apostolo Andrea venuto a contagiarci col suo sorriso entusiasta e carico di speranza. Sì, Eccellenza, L’abbiamo vista arrivare nella nostra città con particolare gioia ed entusiasmo e questo ha destato subito in noi un certo interesse. La presenza così massiccia di autorità, volontari, amici dell’Istituto e giornalisti è il segno dell’attesa, che è in ciascuno di noi, di ascoltare cosa ha da raccontarci, quale così entusiasmante esperienza lei viene a condividere con noi. La Comunità che vive in questa Casa circondariale poi, è trepidante nella gioia di poter vivere questo incontro con Lei. Sono ancora forti gli odori delle vernici che in questi giorni, o meglio in queste ultime 48 ore circa, sono state spalmate per rendere più accogliente la nostra Cappella; gli occhi di chi frequenta abitualmente questo luogo sono forse straniti dalle attenzioni con cui è decorata e ben curata questa aula liturgica. Eccellenza, c’è stato un intenso lavoro da parte dei detenuti che hanno per tre giorni lavorato in maniera encomiabile, dalla mattina alla sera, cercando di concretizzare il delicato, femminile gusto estetico del nostro direttore che, con decisione e ferrea volontà, ha consumato i corridoi dell’Istituto accompagnata dal vice direttore e dal comandante della Polizia Penitenziaria. L’infaticabile agente Paolo Borraci,  i suoi colleghi e con il personale amministrativo hanno reso tutto questo possibile… Perché? Perché per noi oggi è un giorno di festa. Non stiamo fingendo che non ci siano i quotidiani problemi dei tagli ministeriali che ci hanno fatti vivere senza riscaldamento e acqua calda nei primi mesi invernali e che non ci permettono di riparare le celle dove entra acqua quando piove; non stiamo fingendo che non ci siano i quotidiani problemi della mancanza di personale che rende difficilissimo gestire il sovraffollamento dell’Istituto e che carica di eccessivo peso quanti qui lavorano nel delicatissimo ruolo di agenti della  Polizia Penitenziaria, di esperti nei percorsi educativi, di personale sanitario; non stiamo fingendo che non ci siano i quotidiani problemi di qualche testardo delinquente che ha rallentato la nostra illuminata magistratura nella concessione dei tanto sospirati benefici. Nonostante tutto questo e molte altre problematiche quotidiane, noi oggi Le chiediamo di aiutarci a vivere con fede, speranza e carità questa nostra faticosa quotidianità, senza cedere alla stanchezza, senza cedere alla tentazione di abbassare il livello delle aspettative, custodendo la situazione presente, senza perdere la voglia di reagire di continuare a credere che è possibile cambiare, che è possibile educare, che è possibile dar fiducia alle persone, che è possibile riconciliarci e vivere l’umanità nuova che il Signore Gesù è venuto a donarci. Grazie perché Lei oggi Eccellenza è venuto ad annunciarci, a celebrare, a testimoniare con la Sua graditissima presenza il Signore Gesù. Grazie Eccellenza a nome mio e di don Saverio, a nome della Direzione e del personale tutto di questo Istituto, dei volontari e delle autorità tutte per questa venuta in mezzo a noi.

Don Francesco Mitidieri

cappellano della Casa circondariale di Taranto


La crisi del commercio a Taranto

Il crollo demografico della città, che continua a perdere abitanti per lo più tra le giovani generazioni, rafforza gli effetti della crisi sul commercio ionico

Antonio Tucci

 

C’ è sempre un tempo in cui l’economia cresce, quello nel quale le comunità realizzano un disegno, più o meno ordinato, di sviluppo economico; ma dopo, a causa di processi che si rinnovano puntualmente e che la storia ci documenta sapientemente, come nelle memorabili epopee bibliche, al tempo delle vacche grasse segue per sistema quello del digiuno, dell’astinenza, delle privazioni, delle carestie. L’economia non gira più, lo sviluppo si blocca, il lavoro si ferma. Un impoverimento generale. Come quello che sta ora avvolgendo l’Occidente.  

Nel piccolo commercio, tuttavia, a Taranto più che nel resto del Paese, la crisi, iniziata sin dagli anni ottanta del secolo corso con l’avvento della grande distribuzione, morde maggiormente, sembra non conoscere quell’alternanza che le teorie economiche e la storia ci hanno insegnato, veste sempre di più i cenci dell’ineluttabilità con l’effetto di produrre conseguenze letali, apparentemente irreversibili, sul tessuto economico-sociale della nostra comunità. A centinaia, infatti, si contano oramai le chiusure degli esercizi commerciali, mentre quelli che ancora resistono non nascondono affatto le gravi difficoltà. Basta percorrere le vie secondarie del borgo per accorgersi di una marea di saracinesche definitivamente abbassate, da tempo impolverate, tristemente arrugginite. Anche lungo l’asse centrale Di Palma-D’Aquino ,  il più vocato commercialmente, ci sono botteghe oscurate da tempo. 

Come l’eco nelle valli alpine, un disperato grido d’allarme si leva dal mondo del commercio, si propaga sulla terra desolata suscitando moti di protesta, richieste di intervento, necessità di provvedimenti.

Analizzando solo il dato locale, le ragioni della crisi appaiono abbastanza chiare. Il crollo demografico della città, passata dai 250 mila abitanti del 1980 ai 190 mila del 2011, l’invecchiamento progressivo della popolazione di Taranto che vede espatriare i suoi giovani prima per l’assenza di un’offerta universitaria completa e competitiva, poi per la necessità di cercare lavoro. Non di poco conto la crisi dei comparti primario (agricoltura e pesca) e secondario (industria) dove le marginalità si sono annullate o fortemente ridimensionate comportando l’abbandono delle attività e la perdita di migliaia di posti di lavoro. Ci domandiamo come possa essere florido un comparto trainato (il terziario) quando quelli trainanti (primario e secondario) quasi non producono più? Il reddito pro-capite nella nostra città, negli anni settanta e ottanta il più alto del Sud, tra i primi in Italia, è precipitato nei bassifondi di questa speciale classifica. L’ Arsenale della Marina Militare, un tempo fonte di continue commesse per l’imprenditoria locale, ora langue tra ipotesi di dismissioni e progetti di rilancio che rimangono unicamente sulla carta. La grande industria, cementiera, petrolifera, siderurgica, si distingue soprattutto in un’opera di distruzione del territorio e della salute, inquina le coscienze ancor prima dell’ambiente, mentre i suoi lauti proventi finiscono totalmente altrove.

Inoltre, come già detto, a Taranto è in atto un processo precoce di invecchiamento della popolazione, sociologico ancor prima che biologico, anche a causa delle migliaia di prepensionamenti generati dal Sistema della grande industria. Inevitabilmente, questa circostanza impone un posizionamento dell’offerta commerciale su livelli e produzioni a basso valore aggiunto, corrispondenti alle limitate fasce reddituali generate da queste categorie. Basta trasferirsi nei mercati rionali della Salinella, dei Tamburi, di Talsano, per comprendere come, per alcune tipologie di spese (calzature, confezioni, intimo, cosmetica etc.), si opti sistematicamente per l’acquisto da ambulante piuttosto che nel negozio tradizionale. Non dimentichiamo, infine, che l’alto tasso di disoccupazione giovanile, a Taranto come altrove, ha prodotto un condizionamento sulle famiglie trasformandole in prime strutture di welfare. Cosa ne sarebbe dei tanti giovani disoccupati, a volte coniugati con figli, se non ci fosse la rete di protezione delle famiglie, fondata sui redditi dei padri, sulle pensioni dei nonni?

In questo contesto ogni querelle tra il mondo del commercio e le autorità politico-istituzionale lascia il tempo che trova. Ritenere che un provvedimento amministrativo o un nuovo regolamento tecnico, la lotta all’abusivismo, per quanto logici, giusti, attesi, possano rigenerare il mondo del piccolo commercio è, a nostro avviso, illusorio e mistificante.  

Così come è strumentale credere che la liberalizzazione degli orari di apertura degli esercizi commerciali, fortemente voluta dal governo in carica, possa generare un aumento automatico dei consumi. Piuttosto, oltre che in un favore per la grande distribuzione si tradurrà nella pratica in una penalizzazione ulteriore del commercio al dettaglio. La nostra, lo ammettiamo, è anche un’opposizione ideologica fondata sul convincimento che l’apertura continuata è un’inutile mortificazione del lavoro e sul principio cristiano che, almeno il giorno dedicato al Signore, al riposo, alla famiglia, non lo si debba trascorrere tra i lustrini di un grande magazzino. Rebus sic stantibus, è evidente che la crisi del commercio al dettaglio della nostra comunità non possa trovare soluzione se non si recupera un sistema economico-produttivo, dall’agricoltura alle attività di pesca e mitilicoltura, da nuove progettualità industriali al settore delle opere e dei servizi pubblici, dalla rigenerazione urbana alla salvaguardia dell’ambiente per finire con la valorizzazione delle risorse territoriali esistenti che restituisca valore aggiunto e produca nuova ricchezza. Solo che per fare tutto ciò occorre una diversa, innovativa progettualità politica. Risorsa di cui la nostra comunità sembra essere particolarmente carente.


Liberalizzazioni e commercianti

Claudia Spaziani

 

Un binomio che in tempi di crisi suscita dubbi e polemiche. È di qualche giorno fa la notizia della chiusura imminente di un negozio storico della nostra città, sito in via Battisti. I segni della crisi ci sono. E nonostante le buone intenzioni della manovra targata Monti che ha introdotto anche a Taranto la liberalizzazione degli orari dei negozi per cercare di migliorare la situazione, c’è scetticismo fra i commercianti stessi. “La crisi è profonda” ha commentato Giuseppe Spadafino, presidente della delegazione Confcommercio del quartiere Montegranaro/Salinella, nonché titolare di una nota merceria con varie sedi dislocate nella città. “Tutto nasce da un potere d’acquisto diventato sempre più ridotto.

Questo ha portato a una serie di problematiche come  la desertificazione delle strade. Basti pensare che alle 19-1930 c’è il coprifuoco. Si vedono molte meno macchine aggirarsi per le nostre vie. Le saracinesche si abbassano in fretta. C’è da dire poi che le vie periferiche hanno un appeal diverso rispetto al borgo”.

Quanto lei crede possa incidere sulla crisi la manovra di liberalizzazione?

“La liberalizzazione sta amplificando queste problematiche. Abbiamo la grossa difficoltà di dover diventare referenti per un pubblico più ampio, non solo riferito alla strada o al quartiere stesso. Stiamo predisponendo tavoli di marketing con il comune e l’amministrazione. Stiamo provando a dialogare perché le nostre strade siano più gradevoli, con più luci e più parcheggi. E poi occorre ripensare in termini di marketing le festività e le aperture domenicali. Sono in corso trattative con gli enti locali, Comune e Regione. Io credo che la liberalizzazione non dà la capacità ai piccoli commercianti di essere attrattori. Come delegazione Montegranaro-Salinella, assieme alle altre delegazioni, ci stiamo incontrando in una consulta, per ragionare e trovare soluzioni al problema. Se si continua di questo passo, le cose peggioreranno. Il credito si sta restringendo. Le banche hanno difficoltà di liquidità. Si parla poi di sentimento degli acquisti. Purtroppo bisogna dire che abbiamo livelli relativi alla volontà all’acquisto molto bassi. I dati nazionali sono sconfortanti”. Quali possibili soluzioni intravede per questa problematica? “Soluzioni? Rimboccarsi le maniche. Si può provare a tagliare i costi ma fino a un certo punto, perché poi non si ha nemmeno più la capacità di essere attrattori. Abbiamo avviato ormai un discorso di sistema che proveremo a rimodulare nelle prossime settimane”.


A Taranto sparite in un anno tantissime attività storiche

Di chi sono le responsabilità e quali sono le soluzioni possibili

Tecla Caforio

 

La crisi economica del nostro Paese è tangibile e non solo per le tantissime saracinesche abbassate in città, ma anche e soprattutto per i numeri riportati nero su bianco nell’ultimo anno dalla Confcommercio.

I negozi chiusi con su scritto ‘affittasi’, non sono più eccezioni nelle vie del centro per non parlare della periferia, dove attività decennali, chiudono i battenti. Le difficoltà economiche non riguardano solo i commercianti ma anche e soprattutto le famiglie, frenate nel tradizionale entusiasmo che accompagna i primi giorni di vendite promozionali.

I cittadini devono stringere la cinghia cercando di affrontare le difficoltà nel migliore dei modi.

Il perché di questa crisi generalizzata, che non tocca solo il commercio ma lo rende la punta dell’iceberg, è da ricercarsi in una molteplicità di motivi primo fra tutti l’incapacità, a detta dei commercianti, di far fronte al problema.

In un contesto di malcontento generale, ecco che riaffiorano problematiche che sembravano sopite da anni: Taranto sta vivendo un ritorno al fenomeno criminoso attraverso rapine e furti che preoccupano non poco. Addirittura per qualcuno è necessario chiudere.

Proprio a proposito di tali problematiche, abbiamo ascoltato Claudio Andriani, titolare dell’omonima boutique di abbigliamento, situata nel cuore del centro cittadino, via Di Palma.

In questi ultimi mesi a Taranto si è registrato un calo delle vendite da parte dei commercianti nonostante il periodo festivo appena trascorso. Ne ha risentito anche la sua attività?

Credo sia inutile nascondersi: la crisi ed il momento particolare che ci troviamo a vivere hanno colpito tutti. Dobbiamo rimboccarci le maniche e cercare di ripartire.

È da poco cominciato il periodo dei saldi. Come sono andate le prime giornate di vendita?

Hanno subito una flessione notevole. Ritengo si possa parlare di un 20-30% in meno rispetto allo scorso anno.

Si parla di liberalizzazione sia per gli orari di apertura e chiusura dei negozi sia per i giorni in cui aprire le proprie attività commerciali. Crede che possa essere una soluzione?

In merito alle liberalizzazioni ho le idee abbastanza chiare: non possono riguardare né le attività commerciali con pochi dipendenti né una città come Taranto. La nostra città potrebbe sfruttare questa proposta solo per le grandi superfici, ad esempio per gli ipermercati che hanno delle potenzialità di scelta del personale enormi. Se decidono di aprire notte e giorno ben venga ma, noi titolari di singole attività commerciali, non possiamo seguire questa logica. Le nostre scelte sono e restano diametralmente opposte alle loro. Una città strutturata come Taranto, non può attenersi a liberalizzazioni indiscriminate. Il consumatore finale ci vorrebbe sempre aperti ma, per noi che operiamo nel settore, sarebbe negativo perché avremmo dei costi spropositati rispetto ai guadagni. Si potrebbe pensare di aprire notte e giorno se avessimo dei flussi di gente straordinari in città ma il turismo è una realtà quasi del tutto inesistente. 

Ha in mente qualche strategia in particolare per affrontare l’anno appena cominciato?

In realtà non ho nessuna iniziativa da proporre. Ho bisogno, e come me credo altri colleghi, di fare il punto della situazione per capire come è meglio muoversi per rilanciare al meglio le attività.

Alcune attività storiche in altre zone della città, non parliamo solo del centro, hanno preferito chiudere. Da titolare di un’azienda del settore, come vede questa scelta?

Sono notizie e scelte dolorose. Qualunque ‘insegna’ venga oscurata è un segnale che qualcosa non va, anzi ne è conferma. La città è piena di locali che si fittano e non è assolutamente un segnale positivo. Credo che nei prossimi mesi la situazione peggiorerà.

A proposito di emergenza, la gente in questi ultimi mesi è preoccupata del ritorno della piccola criminalità. Le notizie di rapine e furti nelle attività commerciali, sono all’ordine del giorno. Come si può ovviare a questo problema?

Bisognerebbe avere a disposizione più garanzie. Sarebbe necessario un controllo del territorio maggiore da parte delle Forze dell’ordine. Solo così si può affrontare il problema. Noi da soli, possiamo ben poco.


LA PAROLA AI CONSUMATORI

I saldi nella Città dei due mari: ecco come ha speso il tarantino medio

Mario Panico

 

Dal 20 al 70%: tutte le vetrine dei negozi sono tappezzate degli sconti post-natalizi. Con la crisi incalzante, che attanaglia l’economia nazionale, abbiamo deciso di localizzare la nostra ricerca per capire come e cosa comprano i tarantini durante il periodo delle svendite.

Abbiamo scelto di investigare tra le vie che sono (o per lo meno erano) il fulcro del commercio tarantino: via di Palma, via D’Aquino e viale Liguria.

Camminando il centro, subito ci accorgiamo di come il passeggio dei tarantini non sia densissimo, solo qualche passante solitario. I negozi sono vuoti, i commessi al loro interno chiacchierano, sistemano più volte la stessa maglietta, spazzano, s’intrattengono come possono … il tempo passa lentamente.

Per consolidare questa prima impressione chiediamo ai passanti giudizi e considerazioni.

‘’Non si acquista come gli anni passati– ci spiega la signora Carmela – il periodo post-natalizio non attira la gente. Molti hanno già fatto la maggior parte degli acquisti. E poi, la situazione che si ripete ogni anno: molti negozi, in particolar modo quelli low cost, propongono capi della stagione passata e questo abbassa notevolmente la corsa all’acquisto. I tarantini sentono la crisi in maniera duplice: c’è chi non ha disponibilità economiche e quindi non dà molta importanza ai saldi e poi c’è quella fetta di città, quella bene, che spende, senza troppa parsimonia. Anche loro sentono il pericolo incombente della crisi, ma la tentazione a spendere molte volte ha la meglio’’.

Un disegno generale e chiaro, quello della signora Carmela che, in alcuni punti, è simile a quello di Vito e Marlene, una coppia che incontriamo in viale Liguria che condivide con noi il suo punto di vista:  ‘’Io ho avuto modo di confrontarmi con delle mie colleghe universitarie – ci spiega lei - e non tutte si lasciano condizionare dalla crisi, spendono e hanno intenzione di farlo ancora, tanto quanto gli anni passati. Possono essere delle mosche bianche, ma resta il fatto che una percentuale irrisoria della città la crisi non la sente. Io personalmente quest’anno ho acquistato l’indispensabile: degli stivali e un cappottino, 70 € in tutto. Mi aspettavo saldi più alti, in alcuni negozi del centro si sono limitati al 20-30%, anche se l’esperienza ci insegna che le ultime settimane arriveranno anche al 70%. Una manovra legata alla persuasione della clientela, ma che di questi tempi, secondo me, non facilita il rapporto già corroso tra cliente e spesa’’.

Palese è la distinzione tra chi la crisi già la sente e chi invece, quasi incoscientemente, preferisce godersi il sottocosto.  Nella nostra città sono stati presi di mira per lo più negozi sportivi, stock house e grandi magazzini. In calo, i piccoli negozi a conduzione familiare che si riferiscono a una clientela più di nicchia e di fiducia. Paradossalmente, non sentono grandi cali le boutique di lusso, che anche quest’anno hanno soddisfatto i loro clienti. Uno shopping essenziale: il tarantino medio sa già cosa deve acquistare, spesso deve solo sostituire un capo usurato, non si lascia travolgere dal vortice degli acquisti ‘’inutili’’.

La regola generale è ‘massimo risultato, minimo esborso’.

Continuiamo il nostro giro in cerca di testimonianze e il signor Michele, professore di storia e filosofia in pensione, ci racconta un aneddoto: ‘’ Il mercato di piazza Fadini è carico di tradizione per i tarantini, anche durante i saldi. Tra queste, il via vai che si creava, fino a qualche anno fa, alle prime ore del mattino. Oggi, invece la situazione è completamente capovolta. Il traffico si crea verso le 12.30, quando il mercato svende tutto, mezz’ora prima della chiusura. Queste svendite di fine giornata ci sono sempre state, ma nell’ultimo periodo tutti preferiscono usufruirne, per non parlare dei pensionati che frugano nei cassonetti della merce che gli ambulanti scartano. I saldi – conclude – quest’anno hanno sono stati appannaggio di pochi, se non di nessuno. Io per esempio ho comprato solo un maglione, 15 €, buono eh! A me l’ robbe durane vent’anne’’.


Ecclesìa

Con i passi del Concilio

Un’occasione propizia per comprendere la bellezza di essere cristiani

 

“L’'anno della fede vuol contribuire ad una rinnovata conversione al Signore Gesù e alla riscoperta della fede, affinché tutti i membri della Chiesa siano testimoni credibili e gioiosi del Signore risorto nel mondo di oggi, capaci di indicare alle tante persone in ricerca la porta della fede”. Lo ricorda la recente nota della Congregazione per la dottrina della fede, contenente le indicazioni pastorali per celebrare a livello universale e locale l’anno voluto da Benedetto XVI, in occasione dell’inizio del Concilio Vaticano II (1962) e della pubblicazione del Catechismo della Chiesa cattolica (1992). Sia il Vaticano II, sia il Catechismo annunciano la fede cristiana.

Giovanni XXIII volle il Concilio per trasmettere pura e integra la dottrina, senza attenuazioni o travisamenti, impegnando i Padri conciliari affinché l’insegnamento certo e immutabile, che doveva essere fedelmente rispettato, fosse approfondito e presentato così da corrispondere alle esigenze del mondo contemporaneo. E il Concilio, nel ripresentare la fede di sempre, la esprime in modo nuovo e nel confronto con le mutate condizioni.

Si pensi, ad esempio, alle grandi Costituzioni: quella sulla divina liturgia, quella sulla divina Rivelazione, quella sulla Chiesa e quella sul mondo contemporaneo. In esse è evidente la trasmissione della fede secondo la logica della riforma nella continuità; in questo senso non si può contrapporre un “prima” a un “dopo” Concilio, ma si deve cogliere una continuità nell’annuncio, nella celebrazione e nella testimonianza, seppure con modalità nuove.

Dopo il Concilio la Chiesa ha continuato a riflettere a livello universale sui grandi temi della fede cristiana: dalla parola di Dio ai sacramenti, dall’evangelizzazione alla testimonianza. Ciò è avvenuto nei Sinodi dei vescovi, convocati dai Pontefici, cui ha sempre fatto seguito un’esortazione con la quale il Papa riprendeva le conclusioni dei lavori sinodali e, continuando la riflessione, le riproponeva alla Chiesa con l’autorità del suo magistero petrino.

Proprio da uno di questi Sinodi – era quello del 1985, convocato a vent’anni dalla chiusura del Concilio – è nata la proposta di ripresentare la fede cattolica attraverso un Catechismo universale. Frutto autentico del Concilio, il Catechismo della Chiesa cattolica, favorisce la recezione del Concili, perché ne ripropone l’insegnamento, insieme a quello della grande Tradizione. Comprende cose nuove e cose antiche (cfr Mt 13, 52), poiché la fede è sempre la stessa e insieme è sorgente di luci sempre nuove. Redatto in collaborazione con l’intero episcopato della Chiesa cattolica, questo Catechismo esprime veramente la sinfonia della fede ed è norma sicura per l’insegnamento del Credo. In esso i contenuti della fede trovano la loro sintesi sistematica e organica. Qui, infatti, emerge la ricchezza d’insegnamento che la Chiesa ha accolto, custodito e offerto nei suoi duemila anni di storia. Dalla Sacra Scrittura ai Padri della Chiesa, dai Maestri di teologia ai Santi che hanno attraversato i secoli, il Catechismo offre una memoria permanente dei tanti modi in cui la Chiesa ha meditato sulla fede e prodotto progresso nella dottrina per dare certezza ai credenti nella loro vita di fede.

La Congregazione per la dottrina della fede offre, ora, alcune indicazioni per animare l’Anno, che comincerà l’11 ottobre 2012 e terminerà nella domenica di Cristo Re dell’anno successivo. Tra l’altro, è previsto un Sinodo dei vescovi sul tema dell’evangelizzazione; la Giornata mondiale della gioventù di Rio de Janeiro avrà come tema la fede dei giovani. Si chiede di organizzare pellegrinaggi alla Sede di Pietro, come anche di organizzare convegni a livello locale; si invita a far conoscere i documenti del Concilio e il Catechismo. Gli stessi docenti di teologia sono chiamati a far conoscere questi testi nell’ambito del loro insegnamento. Ancora, si chiede di valorizzare nuovamente l’apologetica, intesa come “risposta alle domande, che si pongono nei diversi ambiti culturali, in rapporto ora alle sfide delle sette, ora ai problemi connessi con il secolarismo e il relativismo, ora agli interrogativi che provengono da una mutata mentalità che, particolarmente oggi, riduce l’ambito delle certezze razionali a quello delle conquiste scientifiche e tecnologiche, così come ad altre specifiche difficoltà”.

L’Anno della fede sarà un’occasione propizia perché tutti i fedeli comprendano più profondamente che il fondamento della fede cristiana è l’incontro con un avvenimento, con una Persona che dà alla vita un nuovo orizzonte e le conferisce la direzione decisiva. Fondata sull’incontro con Gesù Cristo risorto, la fede potrà essere riscoperta nella sua integrità e in tutto il suo splendore, “perché – come ha detto il Papa – il Signore conceda a ciascuno di noi di vivere la bellezza e la gioia dell’essere cristiani” (omelia del 10 gennaio 2010).


OTIUM

Per una migliore coscienza morale

Spesso i media fagocitano i fatti del reale creando modelli e derive pericolose

Massimiliano Padula

 

«Meglio una copia venduta in meno a fronte di una coscienza morale migliore!».

Non ha dubbi l’arcivescovo Santoro quando sollecita i mezzi di comunicazione a «esercitare la professione secondo la misura deontologica più alta, perché si rispettino sempre le vittime dei crimini, le persone in attesa di giudizio e non si spettacolarizzi mai il male, che non fa altro che abbruttire e diseducare la nostra società».

Un monito che il pastore di Taranto ha voluto accludere all’intensa omelia proferita lo scorso 15 gennaio in occasione della sua visita presso la casa circondariale di Taranto e che offre numerosi spunti per una riflessione sul legame tra media e fatti di cronaca.

Che i flussi informativi incidano profondamente sulla percezione della realtà è ormai una consapevolezza acquisita. Ma che essi possano addirittura orientarne gli sviluppi e le decisioni a riguardo è una relativa novità. Purtroppo il territorio tarantino è stato protagonista l’estate del 2010 di un avvenimento che, con la sua complessità narrativa, rimarrà nei manuali dell’informazione. Il 26 agosto Sarah Scazzi, una ragazza di 15 anni che vive ad Avetrana con la sua famiglia, esce di casa per raggiungere a piedi l’abitazione di una cugina con la quale aveva intenzione di andare al mare. In quella casa non è mai arrivata. Qui si conclude il primo capitolo di un romanzo reale che ha conquistato gli spettatori di tutta Italia.

Non è necessario trascrivere i successivi paragrafi di una storia che, probabilmente, farà fatica a esaurirsi anche dopo il terzo grado di giudizio della magistratura.

Tutti conoscono le vicende di Zio Michele, Zia Cosima e di Sabrina, protagonisti involontari di una fiction caratterizzata da una sceneggiatura mai scritta ma che ha appassionato gli spettatori di tutta Italia.

Una delle spiegazioni di questa singolare quanto drammatica vicenda è nella sua fagocitazione mediatica. I media hanno immediatamente fiutato l’affare e si sono precipitati su un territorio fino ad allora anonimo per elevarlo a set televisivo. Poi serviva la storia. La sparizione di Sarah rappresentava, come nella migliore tradizione “noir”, il miglior prologo possibile.

Suspance e interrogativi si sono avvicendati fino alla confessione dello zio, fino a quel momento innocuo contadino e, in pochi istanti, trasformato nel mostro brutto, sporco e cattivo che per di più, si cela nella (apparente) tranquillità familiare. Caso chiuso? Neanche per sogno. La storia assume contorni ancora più torbidi quando entrano in gioco le donne della famiglie, “dark ladies” improvvisate e accusate dell’atroce delitto. Il personaggio dello zio cambia immediatamente connotati. Non più creatura orribile ma vittima incosciente, da non prendere assolutamente sul serio. Nell’intreccio entrano ed escono comprimari come il potenziale movente, l’uomo ambito, l’oggetto potenziale della contesa amorosa tra la vittima e il carnefice. Una volta sbrogliata la matassa dell’omicidio, ecco che il genere narrativo cambia: non più “noir” ma dramma carcerario.

E i media cosa fanno?

Continuano a indugiare sul gossip: sul colloquio tra le galeotte che si professano innocenti e lo zio che si autoaccusa goffamente e sul dimagrimento della cugina.

Questo è solo uno degli esempi di come la dimensione mediatica possa affiancarsi e, in alcuni casi, superare la realtà. Costruire mostri, affibbiare etichette, insistere su particolari morbosi e raccapriccianti diventano armi pericolose nelle mani dei professionisti (lo sono davvero?) dell’informazione.

Nell’epoca della televisione di flusso e di internet dove nulla si dimentica ma rimane indelebile negli archivi digitali (e in quelli della memoria degli individui), armeggiare con la realtà è un compito sempre più difficile da gestire. Demonizzare non serve a molto, perché se qualcuno smette ci sarà qualcun altro che fa. È necessario investire sul senso critico e sulla propria, personale capacità di scegliere e decidere cosa pubblicare (se si è comunicatori) e cosa leggere e guardare (nel caso dei lettori e spettatori). A questo proposito vengono in aiuto le parole di Benedetto XVI che il 5 luglio scorso in occasione della sua visita all’Osservatore romano per i 150 dalla sua fondazione così disse: «La giustizia che rispetta ognu¬no e la speranza che vede anche le cose negative nella luce di una bontà divina della quale siamo sicuri per la fede», aiutano «a offrire realmente un’informa¬zione umana, umanistica, nel senso di un umanesimo che ha le sue radici nella bontà di Dio. E così non è solo informazione, ma realmente formazione culturale».