Arc2012gen003-Nuovo Dialogo

ARCHIVIO N 3 - 2012

 
EDITORIALE
46a Giornata delle Comunicazioni Sociali
Quel silenzio, bussola dell’esistenza
Massimiliano Padula
 
E cosistema. Non poteva essere più carica di significato l’espressione con cui Benedetto XVI indica quell’ambiente che i media tendono sempre più a costruire. «Un ambiente propizio, quasi una sorta di “ecosistema” – auspica il Pontefice – che sappia equilibrare silenzio, parola, immagini e suoni». Ed ecco che il Messaggio per la 46ª Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali (divulgato lo scorso 24 gennaio nel giorno della Festa di san Francesco diSales, protettore dei giornalisti) assume immediatamente il ruolo di una bussola preziosa per orientare un individuo spesso confuso nel (e dal) baccano della contemporaneità. In queste parole traspare l’essenza di un pontificato che ha fatto di un apparente paradosso linguistico (“ossimoro”, puntualizzerebbero i leziosi della linguistica) una delle sue istanze principali. Si percepisce già dal titolo del Messaggio, – “Silenzio e Parola: cammino di evangelizzazione” –, l’intenzione di armonizzare quei «due momenti della comunicazione – ribadisce il Papa – che devono equilibrarsi, succedersi e integrarsi per ottenere un autentico dialogo e una profonda vicinanza tra le persone» e che non possono escludersi, pena il deterioramento della comunicazione, lo stordimento e la freddezza.
Benedetto però non si ferma in superficie: sfida i massmediologi più aggiornati quando scorge nel silenzio la chiave per reagire a una società dove “il non sapere” sembra non esistere più. A ogni domanda, dubbio, richiesta c’è una risposta. Ma quali sono le domande veramente importanti che molti si fanno? «Chi sono? che cosa posso sapere? che cosa devo fare? che cosa posso sperare?»
Anche il motore di ricerca con l’algoritmo più sofisticato non può soddisfare «l’inquietudine dell’essere umano sempre alla ricerca di verità, piccole o grandi, che diano senso e speranza all’esistenza». Per questo il Papa ribadisce la forza conciliante e rassicurante di un dialogo «fatto di parola, di confronto, ma anche di invito alla riflessione e al silenzio, che, a volte, può essere più eloquente di una risposta affrettata e permette a chi si interroga di scendere nel più profondo di se stesso e aprirsi a quel cammino di risposta che Dio ha iscritto nel cuore dell’uomo».
Educarsi al silenzio vuol dire, quindi, educarsi alla Parola di Dio. Vuol dire ascoltare l’altro e riflettere l’essenza di una comunicazione che trova nel silenzio una sua dimensione costitutiva che genera, a sua volta, quello spazio che ogni credente abita quando ha bisogno di “parlare” (e gridare) con Dio: la preghiera.

TRACCE
Il Paese del paradosso
Emanuele Carrieri
 
Siamo il Paese del paradosso. Sono decenni che si discute di deregolamentazioni, di liberalizzazioni, di privatizzazioni, di trasferimenti dalla disciplina di diritto pubblico a quella di diritto privato, ma l’unico traguardo concretamente conquistato è la liberalizzazione, incontrollata e sempre più incontrollabile, del mercato del lavoro, con l’introduzione di una quantità incommensurabile di flessibilità, di instabilità, di precarietà e di contratti di lavoro: formazione e lavoro, inserimento, interinale, intermittente, ripartito, a progetto, a tempo determinato, a tempo parziale. Adesso il vento, anzi una leggera brezza, della concorrenza sta per accarezzare l’Italia. Il Consiglio dei Ministri ha approvato un pacchetto di liberalizzazioni che ha limitati casi analoghi nella storia del nostro Paese. Va indubitabilmente apprezzato il fatto che si è intervenuti su numerosi settori: assicurazioni, gas, servizi pubblici, distribuzione di carburante, professioni, farmacie, notai, giustizia, diritto societario, taxi e così via. Si poteva fare di più? Si è fatto tanto, più di quanto i precedenti governi abbiano fatto. Ed ecco il primo paradosso. Il centro destra, liberista per antonomasia, ha sempre azionato molto energicamente il freno sulle liberalizzazioni mentre vari governi del centro sinistra, che non possiede nel proprio dna la libera iniziativa e il libero mercato, hanno concretizzato un ragguardevole numero di privatizzazioni, preavvertimenti di future liberalizzazioni: Iri, Ina, Eni, Imi, Stet, Seat, Sme, Enel, Agip, Anas, Poste, Snam, Alitalia, Ferrovie, Telecom, Fincantieri, Autostrade, Finmeccanica.
Nel corso degli anni, si sono rivelate essere delle autentiche prese in giro per tutti. Una dimostrazione? È il caso della finta conclusione del monopolio del servizio postale assegnato a Poste Italiane che, nata come azienda autonoma che gestiva il servizio di invio e di recapito con annessi e connessi, oggi è una società per azioni. Originariamente destinata a svolgere un servizio a favore di tutti i cittadini, oggi fa di tutto e di più: servizi bancari, finanziari, economici, tributari, assicurativi, shopping, operatore virtuale di telefonia mobile, trasporto di merci e di passeggeri via aerea. Il tutto, sempre e comunque, a favore della propria clientela. Il risultato conclusivo è che il servizio fondamentale, quello di invio e di recapito a favore anche dei meno abbienti e dei non clienti, ancora in mano a Poste Italiane, viene curato poco e male, anzi peggio. Ulteriore esempio. Telecom non dovrebbe continuare a gestire la rete delle infrastrutture telefoniche: non è solamente il concorrente più importante per tutti gli operatori di telefonia ma è anche il principale fornitore di ciascuno. Telecom non deve poter governare la rete non solo sul piano formale ma proprio sul piano societario, azionario. L’intero controllo sulla conduzione della rete dovrebbe passare a un gestore, al di sopra delle parti, della rete telefonica nazionale – c’è? non c’è? perché non c’è? ci sarà? quando ci sarà? – e Telecom dovrebbe diventare un semplicissimo operatore di telefonia come tutti gli altri e stare sul mercato. Stare sul mercato, per le imprese, significa abbandonare le certezze, le sicurezze e le stabilità, sperimentare le stesse flessibilità, le stesse instabilità e le stesse precarietà dei propri lavoratori, assumersi con molta serietà il rischio di fare impresa cioè prendere su di sé la responsabilità sulle decisioni operate e sulle scelte compiute, correre il rischio di essere scaraventati fuori dal mercato, dalle spietate leggi impietosamente dettate dal mercato. In altre parole, significa gareggiare correttamente, come un boxeur galantuomo, con le altre imprese per accaparrarsi un cliente, un consumatore, un utente. Solo così si potrà scrivere la parola fine alla presa in giro, all’evidente e gigantesco paradosso che vede i pugili allearsi e prendere a pugni gli spettatori. Cioè noi.   

L'ARGOMENTO

Al servizio dei malatie dei sofferenti
La visita di monsignor Santoro alla Cittadella della Carità 
Gabriella Ressa

 
Un caldo sole invernale ha accolto l’Arcivescovo mons. Santoro in visita alla Cittadella della Carità. Tutti attendevano con gioia il pastore venuto a conoscere di persona l’opera creata da mons. Guglielmo Motolese; dei poster di benvenuto hanno accolto l’auto all’ingresso. Subitole mani accoglienti di mons. Franco Semeraro e del notaio Mimmo Vinci, componenti del Consiglio di Amministrazione della Fondazione, hanno stretto quelle dell’Arcivescovo. Poi il benvenuto è arrivato dai revisori dei conti,da Vito Santoro, direttore generale e neo vice-presidente della Fondazione, da Giuseppe Russo, direttore sanitario e da Suor Iginia Cicala, Provinciale delle Suore Missionarie del Sacro Costato.  Il nuovo Presidente della struttura, dott.ssa Gianna  Zoppei, recentemente eletta dopo la scomparsa di Don Luigi Verzè, non ha potuto essere presente ma si è ripromessa di scendere a Taranto per onorare il pastore della Chiesa di Taranto.
Le prime visite di mons. Arcivescovo, nel suo inizio di visite pastorali,sono state dedicate ad  ammalati e carcerati.  “Persone che soffrono e che hanno bisogno di cure, caratteristiche della Cittadella.
Poi il ricordo di mons. Motolese.  “A Luisono legato da un’antica venerazione, l’ho conosciuto  quando don Gino, oggi mons. Gino (Romanazzi)  mi portava da lui.  Auspico chel’opera continui  la  sua funzione originaria, che sia al servizio dell’evangelizzazione, degli indifesi, della nostra città. Questa visita eradesiderata, importantissima, perché quest’opera  è nata dal cuore di un pastore”.
Sua Eccellenza ha visitatoi Padiglioni L’Ulivo e Arca, il Poliambulatorio, la Cappella  Tabor, la 13 maggio.      “ Sono molto contento dell’accoglienza che mi è stata riservata da tutta la Comunità della Cittadella della Carità,desideravo conoscere quest’opera ben nota oltre i confini di Taranto e dell’Arcidiocesi”. Salutato gioiosamente dagli anziani della Residenza Sanitaria Assistenziale e dai pazienti dei reparti di riabilitazione cardiologica e neuromotoria, oltre che di cardiologia, mons. Arcivescovo ha apprezzato la grande opera della Cittadella della Carità, che sorge su un terreno di ventidue ettari e che ha 200 dipendenti. “Una struttura così grande deve crescere, svilupparsi, continuare ad essere al servizio della persona, essere  un’opera di evangelizzazione attraverso l’abbraccio alla persona sofferente, alla persona malata, che ha bisogno, ponendosi sempre più al servizio della provincia e della regione”.
Nella visita Mons. Santoro è stato accompagnato dai medici responsabili di reparto, Girolamo CatapanoMinotti, Paolo D’Arcangelo, Alessandro Zizzo, Mirko Parabita, dai coordinatori infermierisitici.  Mons. Santoro ha salutato gli ospiti della Casa Protetta, Ciccio, nella struttura da 23 anni, e Vito, da 18. Ha dispensato sorrisi, ha pregato nella Cappella Tabor, ha salutato le Suore Missionarie del Sacro Costato che vivono nella Cittadella, il cappellano don Domenico Liuzzi,il personale tutto, i parenti di mons. Motolese, venuti, con gioia, a conoscerlo. Ha firmato il prezioso registro delle firme, custodito da Suor Delia, storica segretaria di mons. Motolese, che contiene firme e frasi di tutte le persone (fra cui quella di Papa Giovanni Paolo  II)che, soprattutto nell’ambito ecclesiale, lo andavano a trovare nell’amata Cittadella.  E’ stato un momento di festa per tutti.
 
Da 20 anni la voce della Cittadella
Tecla Caforio
 
Il 25 giugno 1991, per volontà di Sua Eccellenza Monsignor Guglielmo Motolese, nasceva Radio Cittadella.
Sono passati poco più di vent’anni da quell’estate ed oggi la radio vanta il merito di essere una delle voci più ascoltate dell’etere tarantino.
Radio Cittadella è stata, ed è tutt’ora, una fucina di talenti ed una grande scuola per giovani aspiranti giornalisti. La redazione,diretta da Gabriella Ressa e coordinata da Leo Spalluto, è composta da un gruppo di giovani che hanno l’obiettivo di raccontare la vita e le notizie della città con equilibrio, offrendo spazi di visibilità alle varie realtà dell’associazionismo e del volontariato, che raramente divengono protagoniste altrove.
Nel corso della visita alla Cittadellamons. Santoro ha visitato la struttura della radio. Tutto lo staff loha accolto con entusiasmo in un simbolico caloroso abbraccio; il Vescovo ha risposto annunciando grande attenzione verso Radio Cittadella e tutti i mezzi di comunicazione sociale, che   veicolano in città le notizie della Diocesi e la dottrina sociale della Chiesa.
 Gabriella Ressa ha spiegato a mons. Santoro come procedeil lavoro quotidiano dell’emittente, presentando  coloro che danno vita al progetto. L’Arcivescovo, con il sorriso che lo contraddistingue,ha ascoltato con interesse la storia e i successi dell’emittente,  esortando tutti a continuare l’opera intrapresa da  monsignor Motolese: in seguito ha visitato e sbirciato la sala regia, da cui partono ogni giorno le trasmissioni di Radio Cittadella. Monsignor Santoro ha, infine, incoraggiato il gruppo di giovani dell’emittente: ”…con la Grazia di Dio, l’unione delle istituzioni e con l’iniziativa del popolo, i giovani daranno speranza a tutto il territorio.

Intervista a mons. Santoro
Tecla Caforio

Eccellenza, un lungo giro per tutta la struttura. Che ne pensa della Cittadella?
La Cittadella della Carità è un’opera grande, nata dal cuore di mons. Motolese, che deve crescere e svilupparsi ponendosi sempre più al servizio della città e della regione. Essa nasce dal cuore di un illustre arcivescovo e svolge una funzione ecclesiale molto importante”. 
Lei è qui da pochi giorni, che impressione ha avuto di Taranto e dei suoi cittadini?
L'impressione che le forze positive del bene e della speranza sono molto più forti delle tendenze negative, delladifficoltà, vedo una grande positività che può essere utilizzata con la buona volontà di tutti.  Ho trovato un clima positivo, di vincere le difficoltà, un desiderio di costruire. Desidero che tutte le cose buone che sono a Taranto possano svilupparsi e crescere e desidero creare con tutte le altre Istituzioni un clima di speranza, questo sta accadendo, e ne sono contento, molte persone mi stanno visitando.
Il mio interesse è quello di visitare i lavoratori e poi di avere una conoscenza più approfondita, dell’ambiente, delle difficoltà e delle risposte che si stanno preparando; poi gli  studenti nella scuole,  ho già avuto un entusiasmante incontro con loro,  nel quale ho date delle indicazioni. Ai giovanidico che il primo lavoro è cercare il posto di lavoro, e poi li invito a fare volontariato, a preferirlo al non far niente. Ho visto una risposta immediata”.
Che vuole direai tarantini dalle pagine del Nuovo Dialogo?
Con la grazia di Dio, l’unione delle istituzioni e con l’iniziativa del popolo e dei giovani noi possiamo dare una speranza a tutto il territorio”.  
                   

LA FONDAZIONE SAN RAFFAELE CITTADELLA DELLA CARITÀ
Gabriella Ressa

L'idea della Cittadella della Carità venne a mons. Guglielmo Motolese durante le sue visite pastorali, quando si rese conto della esigenza di una assistenza socio-sanitaria di qualità, che sopperisse alle carenze del territorio. L’appello di mons. Motolese alla città, al territorio, alle associazioni, alle parrocchie, alle singole persone, fatto nel 1983,trovò immediatamente risposta. Nel giro di pochi anni si realizzò il primo Padiglione della Cittadella della Carità, “L’Ulivo”, inaugurato il 1° maggio del 1988.  L’obiettivo era quello di dare una risposta alle urgenze del tempo attraverso  una assistenza socio-sanitaria rivolta ai malati, alle persone sole, agli indigenti, ai sofferenti. Il Padiglione “L’Ulivo” fu inaugurato il 1° maggio del 1988.  La Cittadella della Carità accolse, con grande gioia, la visita di S.S. Papa Giovanni Paolo II il 28 ottobre del 1989. Alla Casa Protetta,si unì la prima Residenza Sanitaria Assistenziale (RSA) di Puglia, oggi accreditata con il Servizio Sanitario della Regione Puglia, erogando prestazioni sanitarie extraospedaliere  a persone ultrasessantacinquenni non autosufficienti o a grave rischio di diventare tali. Ottanta i posti letto disposti su due piani. La “Casa di Cura ARCA” è accreditata con il Servizio Sanitario della Regione Puglia per 54 posti letto, di cui 8 di cardiologia, 10 di riabilitazione cardiologica e 36 di riabilitazione neuromotoria. Il Poliambulatorio è accreditato ed eroga visite specialistiche ed esami diagnostici sia in regime di convenzione con il Servizio Sanitario Nazionale,che privatamente. Queste le branche:radiologia tradizionale ed ecografie, cardiologia, oculistica, otorinolaringoiatria, fisiokinesiterapia, medicina generale  e diabetologia, neurologia, pneumologia. Nel 2009 è stata acquistata una Risonanza Magnetico Nuclearearticolare. LaFondazione, in virtù di convenzioni sottoscritte con prestigiose università, è l’unica nella città di Taranto che permette di conseguire titoli di specializzazione post-laurea nelle discipline mediche di geriatria e fisiatria (università Campus Bio-Medico di Roma), cardiologia e neurologia (università Vita-Salute San Raffaele di Milano), con lo scopo di formare e specializzare giovani medici che possano lavorare nel e per il territorio.
Nel 1995 mons. Motolese si legava alla collaborazione scientifica dell’ospedale San Raffaele di Milano fondato da don Luigi Verzè, e consegnavala guida futura della sua amatissima Cittadella della Carità all’Associazione Monte Tabor, che aveva dato vita all’Istituto di Ricerca e Cure a Carattere Scientifico “San Raffaele di Milano” e, successivamente, all’Università Vita-Salute San Raffaele.  Alla sua morte, avvenuta il 5 giugno del 2005, il Sac. Prof. Luigi Maria Verzè ha proseguito l’opera di mons. Motolese, assumendo la carica di Presidente della Fondazione San Raffaele Cittadella della Carità.   Dopo la scomparsa di don Luigi Verzèla dott.ssa Gianna Zoppei è stata eletta nuovo presidente della Cittadella della Carità.                                        

Liberalizzazioni: due nodi da sciogliere
Riduzione del debito pubblico e crescita del Mezzogiorno
 
In tempi normali, le recenti decisioni prese dal governo Monti (le cosiddette “liberalizzazioni”) sarebbero state appunto decisioni di routine normate da qualche regolamento amministrativo o, al massimo, da leggi approvate da un Parlamento attivo pure nello scriverle nelle commissioni.
Ma questi non sono tempi normali; eccezionale è pure il governo e il sostegno parlamentare che ha, e c’era infine bisogno di qualcosa di apparentemente eclatante per far capire all’opinione pubblica italiana che molto si sta facendo. Non solo tasse, ma anche “riforme”.
Orbene, il pacchetto-liberalizzazioni approvato dal governo Monti e ora all’attenzione del Parlamento, ha mosso – sulla scacchiera economico-sociale italiana – diversi pedoni: ci saranno più farmacie, più notai, forse più taxisti; i professionisti ci faranno un preventivo scritto dei lavori richiesti; qualche pompa di benzina riuscirà a scontare di più i carburanti. Sono stati eliminati alcuni lacci e lacciuoli; è stata soprattutto avviata la pratica di scorporo della rete del gas dal maggior produttore dello stesso, l'Eni.
Le pratiche più spinose non sono state toccate: banche, altre reti infrastrutturali, Poste, frequenze tivù. Rimarranno riserve indiane o saranno toccate in un secondo giro di valzer?
Diciamo che il valore simbolico supera di molto quello economico. Si è fatto vedere all’opinione pubblica che si fa, che si tolgono croste indurite, che nulla può considerarsi esentato da contribuire più al bene comune che a quello particolare. Le stime sull’aumento del Pil, dei redditi, dell’occupazione lasciano il tempo che trovano. La speranza è che siano vere, per quanto appaiano ottimistiche.
Ora tocca agli strumenti che regolano il rapporto di lavoro: leggi e contratti. La materia è vasta, importante, “calda”, ammorbata di ideologia. Sarà difficile trovare la quadratura del cerchio, ci sono obiettivi difficili e a volte contrapposti: come dare meno precarietà al lavoro giovanile, senza ingessarlo e quindi nei fatti ostacolarlo? Come superare certi diritti che hanno alcune fasce di lavoratori (illicenziabilità, anche se nei fatti…) che taluni sostengono essere un fattore che ostacola le nuove assunzioni? Come tutelare efficacemente – superando la statica cassa integrazione – chi perde un lavoro, soprattutto se ha una certa età e una scarsa formazione professionale? Infine: come far lavorare di più i giovani – qui la percentuale più alta di disoccupati – e di più pure gli anziani, viste le norme previdenziali che allungano l’età lavorativa, in un contesto di crisi economica e di spostamento di posti di lavoro dall’Italia ai Paesi a basso costo di manodopera?
Più che Monti, ci vorrebbe il mago Merlino. Vedremo all’opera il primo, e la responsabilità dei partiti politici che lo sostengono.
Ma tutto ciò rimarrà fumo, per quanto innovativo e profumato, se nel forno dell’azione politica non si metterà l’arrosto. Non si affronteranno cioè i due nodi scorsoi che rischiano veramente di soffocare l'economia e la società italiana.
Anzitutto il debito pubblico. Va affrontato, va ridotto. S’innescherà un circolo virtuoso che vale dieci volte più di tutte le liberalizzazioni messe in atto. Il ministro Passera sta mettendo a punto un piano difficile, ma interessante e forse vincente.
Quindi, va affrontato il Mezzogiorno italiano, la cui economia è in stato comatoso. È qui che si possono creare ampi spazi di crescita, il Nord è molto più vicino a Stoccarda e Rotterdam che a Benevento e Crotone.
Vaste programme, avrebbe chiosato De Gaulle. Ma la questione è ineludibile, si devono creare opportunità di redditi veri, far crescere la ricchezza locale, le occasioni di lavoro; ampliare gli spazi della legalità per ridurre progressivamente quelli delle malavite organizzate e dei loro affari sul territorio. Senza peraltro continuare a riversare infruttuosamente al Sud risorse che il Nord non ha più la possibilità né la voglia di dare.
Se si sbaglieranno metodi e tempi, si rischia sicuramente di creare nel Mezzogiorno le condizioni per una nuova, grande ondata emigratoria che non saprebbe più dove riversarsi. O di sollevamenti popolari di cui abbiamo già avuto un primo assaggio. Alla peggio, di realizzare quelle condizioni che, all’alba degli anni Novanta, interessarono la vicina Jugoslavia, con un ricco nord che non volle più stare assieme ad un povero e “drenante” sud.
Tutto ciò è da impostare subito, ora, senza attendere. Fa specie aver letto degli sforzi del viceministro Vittorio Grilli (in realtà un economista stimato nel mondo) andato in tournee a convincere analisti finanziari e investitori che l’Italia non è la Grecia e che si sta facendo di tutto per evitare tale metamorfosi. Sentendosi troppe volte ribattere: sì, oggi ci siete voi. Ma domani, quando torneranno quei” partiti?
Nicola Salvagnin
 
Protesta tir: pagano i cittadini
Il diritto di sciopero non contempla i blocchi stradali
 
Ha raggiunto il “continente” la protesta degli autotrasportatori, che la scorsa settimana ha paralizzato la Sicilia.
L’agitazione si aggiunge allo sciopero dei tassisti, iniziato questa mattina. Al momento, secondo quanto riferisce viabilità Italia, il gruppo coordinato dalla Polstrada che monitora lo stato della circolazione, le situazioni più critiche si registrano in Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna, Campania e Puglia, ma da Nord a Sud si registrano in continuazione crescenti disagi.
 
Inaccettabili” i blocchi stradali.
La mobilitazione, che dovrebbe proseguire almeno fino al 27 gennaio, prende origine dal rincaro del gasolio e dei pedaggi autostradali. “Siamo disposti a rimanere qui a oltranza, anche la notte”, ha dichiarato un’organizzazione di autotrasportatori, mentre il leader dell’Aias (Associazione imprese autotrasportatori siciliani), Giuseppe Richichi, a nome del movimento “Forza d’urto” parla di “un popolo che si sta muovendo”. Proprio mentre nei giorni scorsi un altro leader del movimento, Mariano Ferro, dalla Sicilia aveva annunciato che “la protesta non finirà, ma la lotta si trasferirà a Roma”. Da parte del governo, il ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri ha detto di seguire “con molta attenzione la protesta”, “perché nulla esclude che questi malesseri possano sfociare in manifestazioni di tipo diverso”, ammonendo tuttavia che “non saranno tollerati i blocchi stradali”, giudicati peraltro “inaccettabili” pure da Roberto Alesse, presidente dell’Autorità di garanzia sugli scioperi. “Il codice di autoregolamentazione, nel settore del trasporto merci, prevede – ha ricordato il garante – che ‘la proclamazione della protesta non deve prevedere l’effettuazione di blocchi stradali o d’iniziative già sancite e sanzionate dal codice della strada in materia di circolazione stradale”.
 
Al di là del diritto.
Bloccare un’intera regione o la circolazione in una parte del Paese non è giusto, va al di là del legittimo diritto di sciopero”, commenta al SIR Edoardo Patriarca, membro del Cnel e segretario del Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane Sociali. “Sciopero – spiega – significa astensione dal lavoro, mentre quella che stanno mettendo in campo gli autotrasportatori mi pare una forma incivile e che non porterà a nulla”. L’invito di Patriarca è di “sedersi al tavolo delle trattative perché la questione dei sacrifici riguarda tutti, e al contempo il momento è grave. Se i camionisti bloccano le strade per il costo del carburante, allora cosa dovrebbero dire tutti quei lavoratori che si sono visti spostare avanti di diversi anni l’età pensionabile?”.
La protesta, dunque, per essere legittima deve assumere “forme civili”, tenendo presenti gli “interessi generali”, ed essere piuttosto di sprone al governo perché “vada a colpire gli oligopoli che ancora ci sono e impongono prezzi superiori a quelli di mercato”. “Penso ad esempio – aggiunge – all’obbligo dei distributori di carburante di rifornirsi da un unico marchio, come pure al divieto di vendere i farmaci di fascia C nelle parafarmacie, dove ci sono comunque farmacisti in grado di consigliare e garantire la qualità”.
 
Rischio speculazione.
Secondo le stime di Coldiretti “ammontano ad almeno 50 milioni di euro i danni causati nell’agroalimentare dallo sciopero dei tir in Sicilia nell’ultima settimana” e “al danno economico immediato va aggiunta la perdita di credibilità con la grande distribuzione europea pronta a sostituire il prodotto ‘made in Italy’ con quello proveniente da Paesi come la Spagna e Israele, diretti concorrenti della produzione siciliana nell’ortofrutta”.
Le organizzazioni di categoria decuplicano la conta dei danni: in sei giorni la Sicilia avrebbe perso 500 milioni di euro, con decine di aziende ora costrette a ricorrere alla cassa integrazione. Inoltre, con l’86% dei trasporti commerciali in Italia su strada, “lo sciopero dei tir mette a rischio la spesa degli italiani soprattutto per i prodotti più deperibili”. “Come è già successo in Sicilia, se non si tornerà presto alla normalità – conclude Coldiretti – gli effetti si faranno sentire con gravi danni per le aziende agricole, per il commercio e per i consumatori, con gli scaffali dei supermercati vuoti e il rischio di effetti speculativi sui prezzi”. “Alla fine – chiosa Patriarca – aumenteranno i prezzi dei beni al consumo e a pagare sarà ancora una volta la gente”.
 
In Sicilia non solo tir.
Nel frattempo continua la protesta in Sicilia, dove è cominciata la scorsa settimana. Qui “sono rimasti i presidi degli autotrasportatori – dichiara al SIR il giornalista Salvo Di Salvo, che ha seguito fin dall’inizio l’evolversi degli eventi sull’isola –,però lasciando passare le merci”. E per mercoledì è annunciato un corteo a Palermo fino a Palazzo dei Normanni, sede dell’assemblea regionale siciliana. “Il disagio c’è, la gente soffre e ormai è esausta”, spiega il giornalista, ricordando che qui “il cosiddetto ‘movimento dei forconi’ nasce dagli agricoltori, poi si sono aggiunti artigiani, padroncini, commercianti, piccoli imprenditori”, tutti lamentando un “punto di non ritorno” e “l’assenza della politica” tanto a livello di governo regionale, quanto riguardo ai rappresentanti che siedono in parlamento.
A cura di
Francesco Rossi
 
ECCLESIA

A Grottaglie la calorosa accoglienza a mons. Santoro
La partecipazione dei fedeli e dei sacerdoti della vicaria alla celebrazione nella chiesa madre dell’Annunziata. L’omaggio dell’arcivescovo alle spoglie di San Francesco De Geronimo
 
L’ atmosfera di una fredda serata di gennaio si è magicamente riscaldata a Grottaglie giovedì scorso per il primo ingresso solenne del nuovo arcivescovo mons. Filippo Santoro, che ha iniziato proprio dalla città delle ceramiche la sua visita nei vari centri della diocesi. Accolto dalla popolazione della vicaria di Grottaglie - Montemesola, il presule, muovendo processionalmente dal vicino monastero di Santa Chiara, ha fatto il suo ingresso nella Collegiata assiepata fino all’inverosimile, tra il suono festoso delle campane, le note del maestoso organo rinascimentale e il canto della corale. Ha avuto così inizio la solenne concelebrazione eucaristica con tutti i sacerdoti della vicaria, in un’aria di gioia e di allegrezza, frammista a una certa curiosità di vedere ed ascoltare questo Pastore che, pur nativo della provincia di Bari, veniva addirittura dal Brasile. Mons. Santoro non ha deluso le aspettative, grazie al suo carisma comunicativo, al suo rassicurante sorriso, alla sua parola che mira diritto alla trasmissione del messaggio cristiano incentrato sulla fede operosa, sulla testimonianza, sul servizio e sulla solidarietà.
A dare il benvenuto a nome delle comunità di Grottaglie e Montemesola è stato don Pasquale Laporta, vicario foraneo e parroco del Carmine in Grottaglie: “I fedeli tutti del popolo di Dio l’accolgono entusiasti certi di vedere in Lei il buon pastore, la guida sicura per questo nostro cammino di vita”. E l’arcivescovo di rimando: “E’ per me una grande gioia fare questa mia prima visita alla figlia primogenita della nostra diocesi; proprio con l’abbraccio del Padre e l’abbraccio del Pastore. Sono molto contento dell’accoglienza che anche qui mi è stata fatta. Vengo nel nome del Signore; voglio, vogliamo, attraverso questa liturgia dello Spirito Santo, chiedere la forza di testimoniare la vittoria di Gesù, sostenuti dai nostri santi, San Ciro e San Francesco De Geronimo, affinché noi possiamo continuare questa storia di santità”.
Una storia che tocca da vicino tutti i cristiani chiamati al servizio di Dio, così come è toccato allo stesso mons. Santoro: “27 anni fa è stato chiesto  – ha raccontato –  di andare missionario in Brasile. Vivevo una vita intensa come sacerdote: avevo la mia attività pastorale, insegnavo nelle scuole pubbliche ed ero totalmente proiettato a vivere la mia vita in terra di Puglia. Ad un certo punto il Signore, attraverso don Giussani, mi ha rivolto l’invito che veniva dall’altra parte del mondo. ‘Tu andresti volentieri in Brasile?’ In quella voce io ho ascoltato la voce della Chiesa: un vescovo, il cardinale di Rio che in terra di  missione chiedeva un aiuto per portare avanti la presenza della Chiesa in situazioni difficili anche dal punto di vista economico e sociale, con molta povertà. E allora con una ingenuità e con una libertà ho detto ‘Sì, vado!’ Un sì convinto e libero...”. Un racconto che si è prolungato fino alla nomina e alla sua venuta a Taranto, con le prime attenzioni pastorali per i più deboli e bisognosi. Parole semplici, col cuore in mano che hanno catturato la simpatia dei fedeli; parole interrotte con un fragoroso applauso quando ha narrato l’episodio successo nel penitenziario di Taranto: non tenendo conto delle raccomandazioni di chi l’accompagnava, ha voluto stringere le mani a tutti i detenuti che altro non desideravano da colui che, nel nome di Cristo, dava una testimonianza di amore, di vicinanza e di solidarietà.
Il nuovo arcivescovo non ha nascosto di conoscere già da tempo Grottaglie, così ricca, in particolare, di storia e di santità anche per via del figlio suo più illustre San Francesco De Geronimo e della devozione a San Ciro, medico, eremita e martire, dei quali ha esortato a seguire gli esempi.
Al momento della benedizione finale, il parroco della Chiesa madre grottagliese, don Eligio Grimaldi, ha rinnovato a Mons. Santoro l’indirizzo di saluto, assicurando da parte di tutta la comunità l’impegno cristiano, l’affetto e la fedeltà verso il proprio pastore nel solco di una inveterata tradizione concretizzatasi nella santità espressa da S. Francesco De Geronimo, nella testimonianza cristiana di tante generazioni, e nella appassionata devozione verso S. Ciro e preservata grazie alla premurosa protezione della Vergine della Mutata.
Prima della concelebrazione, mons. Santoro ha voluto venerare le spoglie del santo gesuita nel suo Santuario e nella sua casa natale da dove, accompagnato dalle autorità, dal clero e dalla banda cittadina, si è diretto al monastero delle monache clarisse: i due punti di riferimento più eloquenti della vita spirituale di Grottaglie. Una primogenitura, contrastata per secoli da Martina, ma sancita solennemente, alla fine di una lunghissima controversia iniziata a metà Cinquecento, da un decreto pontificio del 1843 e tuttora riconosciuta e rispettata dal nuovo Pastore.
Rosario Quaranta
 
Grottaglie si appresta a festeggiare San Ciro
Quasi pronta la pira allestita nel nuovo sito. L’entusiasmo per la visita del nuovo arcivescovo
 
In questi giorni, Grottaglie è raccolta attorno a San Ciro, in occasione dei solenni festeggiamenti a lui dedicati. In via Gramsci (angolo Via Togliatti), nei pressi dell’edicola sacra che ne accoglie il simulacro-fortemente voluto dagli abitanti del rione-prende forma l’enorme catasta realizzata con fascine e tronchi d’ulivo, in ricordo del suo martirio, lì trasportati con solidale impegno dai fedeli. Per la prima volta la pira sarà strutturata a forma piramidale, con una base di circa 10 m. per 10 m., proprio per evocare i caratteristici monumenti della sua terra di origine: l’Egitto, la sua Alessandria e la vicina Canòpo, dove, correndo la persecuzione di Diocleziano, fu immerso vivo nella pece bollente. Al vertice della maestosa pira, e con essa, la sera di lunedì 30 gennaio, alle ore 20, arderà la sua venerata immagine: il busto realizzato in cartapesta dall’artista grottagliese Ciro Chirico, imprenditore. Martedì 31 la chiamata a raccolta sarà alle ore 13,30 in piazza Regina Margherita, dalla cui Collegiata muoverà la processione per le principali vie della città, con al seguito i devoti scalzi. Al rientro, la tradizionale gara di fuochi pirotecnici. In occasione dei festeggiamenti di San Ciro giovedì 18 mons. Filippo Santoro, nuovo arcivescovo di Taranto, ha presieduto la concelebrazione eucaristica nella Chiesa Madre. Lo hanno accolto la comunità dei fedeli e del clero della vicaria di Grottaglie – Montemesola” (vicario foraneo don Pasquale Laporta), le associazioni, le confraternite e fra le autorità del territorio, i rispettivi primi cittadini, Ciro Alabrese e Vito Antonio Punzi, il dirigente del commissariato della Polizia di Stato, Antonio Recchia ed il comandante della base aerea della Guardia di Finanza Alessandro De Blasio. Nel corso dell’omelia, Mons. Santoro ha parlato della tradizione di fede, che definiva interessante e bellissima, radicata nella popolazione grottagliese, in particolare per i santi patroni Francesco De Geronimo (1642-1716) e Ciro (303 d.C.). Ha ricordato quel suo “si” di obbedienza a don Luigi Giussani, quando nel 1984 lo inviò missionario in Brasile. Ha parlato dello “Spirito della Fede”, soffermandosi sull’esperienza vissuta fra quelle tantissime condizioni di povertà, abbandono e sofferenza. E’ lo “Spirito” – ha continuato il presule - che vive nell’entusiasmo di operare per la solidarietà umana; che fa “incontrare” Gesù non come un estraneo… non come uno che sta lontano nel tempo, ma come uno che sta in mezzo a noi.