Arc2012marz012-Nuovo Dialogo

Archivio Marzo N 12

Editoriale

Madre Teresa al secolo Anjeza Gonxhe Bojaxhiu

La povertà più grande? Non sentirsi amati da nessuno

Stiamo per arrivare alla domenica In Passione Domini, quella cioè delle Palme, e l’ultima firma illustre che scomoderemo per il nostro editoriale è quella di una donna: Madre Teresa di Calcutta. Sono pensieri rivolti alle sue suore, perché tocchino il sofferente come se toccassero Cristo. Anzi è proprio Gesù che fasciano, lavano, nutrono quando si dedicano ad un povero. Credo che per entrare nella grande settimana, per celebrare il Mistero della nostra salvezza, del passaggio alla vita, occorra rifondare la nostra fede sulla roccia della carità e la piccola suora, la matita di Dio, è stata una delle maestre più insigni del nostro tempo.

Buone Palme, don Emanuele

   Gesù si è fatto il pane di vita per poter saziare la nostra fame di Dio, il nostro amore di Dio. E poi, per saziare la propria fame del nostro amore, si è fatto affamato, nudo, senzatetto, e ha detto: «Quando lo avete fatto al più piccolo dei miei fratelli, lo avete fatto a me». Noi siamo contemplative nel mondo, perché tocchiamo Cristo ventiquattro ore al giorno.

   Perciò vi supplico: cercate di trovare anzitutto lì, nella vostra casa, i vostri poveri. Non permettete a nessuno di sentirsi solo, indesiderato, non amato, ma non permettetelo anzitutto a quelli di casa vostra, al vostro prossimo. C’è qualcuno che è cieco? Andate a leggergli il giornale, a fargli le spese, a fargli le pulizie. Non si richiede nient’altro che questo.

   Prima di toccare un sofferente, prima di ascoltare un sofferente, pregate. Per poter amare quel sofferente, avete infatti bisogno di un cuore puro. Voi non potete amare i malati e i sofferenti se non amate quelli che vivono con voi sotto lo stesso tetto. Per questo è assolutamente necessario che preghiamo. Il frutto della preghiera è l’approfondimento della fede; il frutto della fede è l’amore; il frutto dell’amore è il servizio. La preghiera ci dà il cuore puro e il cuore puro può vedere Dio. E vedendo Dio gli uni negli altri ci ameremo scambievolmente come ci ama Gesù. Quello che Gesù è venuto a insegnarci facendosi uomo sta tutto qui: amarci gli uni gli altri. Non crediamo che la povertà consista solo nell’avere fame di pane, nell’essere nudi per mancanza di vestiti, nell’essere privi di un’abitazione di mattoni e di cemento. Esiste una povertà ancora più grande: quella di non sentirsi amati, non sentirsi desiderati, sentirsi emarginati. Quella di non avere nessuno nella vita.


 L'ARGOMENTO

Articolo 18 addio, anzi… arrivederci!

Il governo vuole smantellare la norma senza dare il via alla libertà di licenziare, ma intanto licenzia un testo di compromesso, che scatena il dibattito. E così anche le positività passano in secondo piano

Silvano Trevisani

Che il governo Monti, tra le altre cose, avrebbe messo mano anche alla riforma del mercato del lavoro era stato chiaro fin dal primo momento. Allo stesso modo, era abbastanza chiaro che il primo paletto lo avrebbero messo le organizzazioni sindacali, la cui funzione è soprattutto quella di stare a guardia delle regole che disciplinano questo mercato. Una terza cosa era anche evidente: che non era il momento più propizio per cercare di far coincidere una messa in discussione dei diritti più “antichi”, seppure riservati a una minoranza assoluta di lavoratori, con un miglioramento delle condizioni di lavoro di tutti gli altri, a partire dai giovani.

La crisi peggiore degli ultimi anni poteva rendere le cose più difficili ma, a pensarci bene, poteva anche rappresentare il momento giusto per abbattere quella selva di contratti atipici e flessibilità che, da ormai un quindicennio a questa parte, impediscono all’80 per cento dei giovani che trovano lavoro, che poi non sono una grande maggioranza, di guardare con fiducia al futuro, di avere scurezze lavorative, sociali e persino di poter puntare ad ottenere, quando saranno anziani, una pensione.

Stando così le cose, considerando che la legge che disciplina il mercato del lavoro ha ormai 40 anni, che per strada si è persi tutti i diritti che erano stati sanciti, fatto salvo solo l’articolo 18, forse era arrivato il momento di cambiare. Ma proprio l’articolo ormai arcinoto che disciplina i licenziamenti arbitrari ha rappresentato il discrimine del dibattito che, per ora, è giunto a un passaggio chiave con l’approvazione da parte del governo del disegno di legge e il passaggio alle Camere.

Ma intanto ricordiamo, a beneficio di quanti tra i nostri lettori non lo ricordassero, che cos’è l’articolo 18: è quella disposizione che, all’interno dello Statuto dei lavoratori, impedisce al datore di lavoro di poter licenziare il dipendente senza giustificati motivi, cioè quella che si chiama appunto: “giusta causa”. I giustificati motivi devono riguardare o colpe gravi commesse dal lavoratore contro l’azienda e i suoi interessi, o le condizioni di disagio economico che impediscono il prosieguo dell’attività lavorativa (ma per questi di solito, quando siano comprovati, sopravvengono fino ad oggi i cosiddetti ammortizzatori). Di fronte a un licenziamento non effettuato per giustificato motivo, il giudice può disporre il “reintegro” al suo posto di lavoro. In questo caso, poi, e lo abbiamo visto per i tre operai di Melfi, per via della cosiddetta infungibilità, nessuno può obbligare il datore di lavoro di utilizzare l’operaio reintegrato, ma gli deve corrispondere comunque lo stipendio. Perché si è lasciato in vita l’articolo 18 che, lo ricordiamo, è stato già salvato da un referendum con il quale anni fa Pannella e i radicali avrebbero voluto cancellarlo? Per evitare che il datore di lavoro si liberasse a suo piacere di operai che gli risultano, diciamo così: “antipatici”, data la difficoltà di trovare uno… di lavoro.

Ma tutto questo vale, sia chiaro, solo nelle aziende che abbiano un numero di operai maggiore di 15. Cioè in aziende medio-grandi. Perché? Boh! In fondo si trattò solo di una scelta discriminatoria convenzionale e di compromesso che ora, per altro, il governo Monti vorrebbe eliminare, rendendo i lavoratori tutti uguali, almeno quelli che possono godere della solidità di un rapporto di lavoro subordinato. E questo non piace molto né agli industriali né al Popolo della libertà che minaccia, in caso di ritocco del disegno approvato dal governo, di votare contro questa estensione.

Ma intanto sull’art. 18 è ancora battaglia, soprattutto per il settore metalmeccanico: e questo che riunisce in maggior parte lavoratori che possono godere del diritto. Realtà come l’Ilva o le altre grandi industrie del territorio sono molto interessate e i sindacati, pur con atteggiamenti diversi, minacciano dure azioni di protesta. Come mai? È proprio così negativa questa riforma promossa dal ministro Fornero e dal governo, da non potersi correggere in Parlamento?

È quello che vogliamo capire ascoltando i sindacati che in questo momento sembrano far sentire più fortemente la loro voce, e non solo su questo fronte, cioè le organizzazioni dei metalmeccanici Fim Fiom Uim, aderenti rispettivamente a Cisl Cgil e Uil. Lunedì scorso, per altro, proprio le tre organizzazioni hanno tenuto un’assemblea pubblica con presidio sotto la prefettura per chiedere al governo un tavolo di confronto sul quale affrontare con efficacia i temi del risanamento ambientale e della compatibilizzazione tra lavoro e salute.


Licenziamento per motivi economici. Ecco il punto di totale disaccordo

Ne parliamo con i segretari generali di Fim e Uil, Mimmo Panarelli e Antonio Talò

S.T.

In questa occasione abbiamo rivolto alcune domande ai segretari di Fim e Uilm ionici. Cominciamo il nostro confronto con Mimmo Panarelli, segretario generale della Fim-Cisl che da poco tempo è subentrato a una gestione commissariale seguita a un dibattito piuttosto acceso nell’organizzazione.

Il testo varato dal governo sembra lasciare insoddisfatti in maniera molto diversa le organizzazioni sindacali che hanno preso parte alla “trattativa”. Eppure Cgil Cisl Uil erano arrivate al confronto col governo con una ritrovata unità. Cos’è successo?

Scontiamo, in questa fase, le incomprensioni che ci sono state soprattutto in casa Cgil, dal momento che le trattative col governo sono state affrontate dalle tre confederazioni. Noi ripetiamo, con Bonanni, che il testo varato col governo “non ci soddisfa”, ma che può essere migliorato. È evidente che il punto che non ci soddisfa è la parte della modifica dell’articolo 18 che avalla i licenziamenti per “motivi economici”.

Cos’è che esattamente non vi soddisfa, visto che anche ora le aziende in crisi dichiarano sempre gli esuberi di personale e li attuano?

Abbiamo ragione di ritenere che l’attuale formulazione della disposizione potrebbe aprire la strada a licenziamenti facili. Infatti è assolutamente necessario non solo precisare cosa si intende per motivi economici ma è anche importante che si consenta al giudice del lavoro, come avviene ad esempio in Germania, di valutare la validità delle ragioni addotte dall’azienda. Ecco: è una questione essenziale e dirimente. Si potrebbe correre il rischio, se non si precisassero le condizioni, di trovarsi di fronte a licenziamenti discriminatori e sostanzialmente liberi, mascherati da difficoltà economiche. Ecco il punto.

Quando Napolitano dice che non ci troveremo di fronte a una valanga di licenziamenti cosa vuol dire, allora?

Vuole dire proprio questo: l’intenzione del governo non sembra essere quella di aprire la strada ai licenziamenti facilitati. Allora bisogna mettere, secondo noi, una zeppa chiarificatrice: sia il giudice a verificare se ci si trova davanti a strumentalizzazioni. La cosa mi sembra chiara e facilissima da precisare.

Passiamo alla situazione di Taranto. Avete tenuto un’assemblea con manifestazione davanti alla prefettura per la situazione dell’industria. Ma quali sono i vostri obiettivi? Qualcuno sostiene che la vostra sia sostanzialmente una manovra “aziendalista”.

Se si intende dire che teniamo alla conservazione dei posti di lavoro dell’industria è esatto. Ma se si vuole sostenere che per noi le cose vanno bene così come sono, si sbaglia enormemente. Secondo noi è giunto il momento che tutti facciano la parte che compete loro: il governo, che ha gestito lo stabilimento siderurgico per 35 anni, infischiandosene dell’ambiente, deve attuare interventi di risanamento non più rinviabili e deve avviare le pratiche per le bonifiche. Può cogliere l’occasione della riapertura dell’Aia per imporre prescrizioni più severe all’azienda. L’Ilva da parte sua non può sospendere, come ha fatto, gli investimenti ambientali, ma deve riavviare una seria politica. Siamo convinti che si può rendere compatibili ambiente e produzione industriale. E con questa manifestazione chiediamo al governo un serio confronto.

Antonio Talò, segretario generale della Uilm calca sull’aspetto negativo di un possibile uso scorretto del licenziamento per motivi economici. Continuerete a lottare per questo?

Ci batteremo per cambiare questa norma. Come Uilm e Fiom abbiamo già detto che useremo ogni mezzo di protesta per difendere quello che poi è il sacrosanto diritto alla difesa del posto di lavoro. Soprattutto in una fase terribile come quella che stiamo vivendo.

Però la norma varata estende a tutti i lavoratori i diritti dell’art.18. È un fatto positivo.

È certamente un fatto positivo, benché questa positività sia meno avvertito da noi, perché i nostri operai sono quasi tutti dipendenti della grande industria e dobbiamo vigilare perché, con la motivazione di invogliare investimenti stranieri con un art. 18 più elastico, non si voglia aprire la strada alla libertà assoluta di licenziare e considerare i lavoratori come accessori momentanei. Di contro, però, è anche vero che tantissime aziende hanno ridotto il personale o sono chiuse del tutto per la crisi, anche con l’attuale normativa e non c’è da temere che le maestranze restino “attaccate al piede” del datore di lavoro.

Quindi la tutela può apparire virtuale…

…Ma la discriminazione può essere grave e bisogna prestare attenzione in questo momento. Poi va spiegato e chiarito quanto c’è di buono in questa riforma, che però va letta assieme alla riforma degli ammortizzatori sociali. Se licenziare diventa più facile e mantenere un minimo reddito o andare in pensione molto più difficile… è evidente che non ci siamo.

Ma le differenze tra voi restano?

Le differenze sono il senso della nostra diversità. Non va dimenticato, ad esempio, che quando fu varato lo statuto dei lavoratori nel ’70, la Cgil e la Fiom votarono contro. Le posizioni sono sempre differenti ma quello che si deve raggiungere dev’essere un risultato condiviso.


Ma per i giovani abolirlo non è un problema

Mario Panico

La notizia è di qualche giorno fa: l’articolo 18 non va modificato solo per il 13% dei giovani. È quanto emerge da una campagna di ascolto condotta da Italia Futura per Confartigianato, resa nota a Firenze nell’ambito dell’assemblea dei giovani imprenditori dell’associazione.

All’indagine hanno risposto oltre 3000 under 40, il 30% dei quali imprenditori, il 30% lavoratori e il resto studenti disoccupati.

L’articolo 18, si legge, non va modificato per il 13%, va abolito solo se si avvia una riforma degli ammortizzatori sociali per il 38,2%, va abolito per il 20,22% e va sospeso per i primi anni di rapporto lavorativo per il 15,73%. Tra gli imprenditori, il 32% ritiene che vada abolito tout court, il 32,79% ritiene che vada abolito con una riforma degli ammortizzatori e il 16,16% che vada sospeso.

Per il resto, i giovani italiani hanno per la maggior parte fiducia nel 2012, ma chiedono un progetto per il Paese.

Per il 2012 il 14,92% delle persone sentite ha fiducia, il 45,95% ha ‘’mediamente’’ fiducia e il 35,24% dice di non averne.

Gli studenti sono più ottimisti (70%), donne (55%) e disoccupati (51%), lo sono meno. Gli imprenditori mostrano per il 15,22% ‘’grande fiducia’’ e il 30,91% ‘’qualche speranza’’.

Fino ad ora, solo numeri. Abbiamo chiesto a Pietro, studente, fuorisede, di Giurisprudenza all’Università di Ferrara cosa pensasse riguardo a questa riforma che sta facendo discutere il mondo dell’economia.

‘’Ho maturato due pensieri, fondamentalmente, rispetto a questa riforma. Partiamo dal presupposto che salvaguardare i lavoratori è sacrosanto, resta in dubbio la discrezionalità del rapporto di lavoro. La possibilità del datore di lavoro di poter licenziare un suo dipendente dall’oggi al domani, pende come una spada di Damocle sulla testa dei lavoratori. Si parla molto di precarietà lavorativa, a me viene da pensare che anche quei pochi eletti con il contratto indeterminato potranno ritenersi precari.

Io sono ancora studente e non ho avuto un rapporto contrattuale con un’azienda, ma so benissimo che solo l’articolo 18 non può destabilizzare l’immenso mondo dell’economia del lavoro, già di per sé ammaccato.

Le imprese non dovrebbero esser obbligate ad aderire al nuovo sistema: quelle che accettano di contribuire al finanziamento dei sussidi avrebbero accesso ai nuovi contratti non protetti dall’articolo 18. Le altre possono rimanere nel vecchio regime. Ma al di là degli aspetti tecnici, un punto è cruciale. Deve esserci un unico contratto per tutti. Solo così si potrà abbattere il muro che ha trasformato i giovani negli oppressi del mercato del lavoro. Accettare compromessi su questi due punti significa varare una riforma inutile. Fare una riforma parziale è peggio che non far nulla perché si darebbe l’impressione di aver risolto un problema senza averlo fatto, perdendo così un’occasione, forse, irripetibile.

Ci sono anche aspetti positivi, primo tra tutti il divieto ad assumere stagisti, neo-laureati, a titolo gratuito. Si tratta di equità tra cittadini e di tutela dei sindacati’’.

Una questione che il ministro Fornero — ricordando una frase di Luciano Lama, il leader della Cgil negli anni 70 — ha colto perfettamente. Riflettendo sul ruolo del sindacato in quel periodo, Lama disse: «Noi, purtroppo, in un certo senso, abbiamo vinto contro i nostri figli». E non vale l’argomento che oggi i padri aiutano i figli all’interno della famiglia. Questo è vero, ma la famiglia non deve diventare un’istituzione che, lo voglia o no, è costretta a sostituirsi a ciò che dovrebbero fare lo Stato e il mercato.


ECCLESIA

Il Papa a Cuba: LA LINFA DELLE RADICI

L’omelia alla messa per il 400° della Virgen de la Caridad del Cobre

“In Cristo, Dio è venuto realmente nel mondo, è entrato nella nostra storia, ha posto la sua dimora in mezzo a noi, adempiendo così l’intima aspirazione dell’essere umano che il mondo sia realmente una casa per l’uomo”. Lo ha detto Benedetto XVI, celebrando la messa (ore 17,30 locali, ore 01,30 in Italia), in occasione del 400° anniversario del ritrovamento della Virgen de la Caridad del Cobre nella piazza Antonio Maceo di Santiago de Cuba.

“Al contrario – ha aggiunto -, quando Dio è estromesso, il mondo si trasforma in un luogo inospitale per l’uomo, frustrando, nello stesso tempo, la vera vocazione della creazione di essere lo spazio per l’alleanza, per il ‘sì’ dell’amore tra Dio e l’umanità che gli risponde. Così ha fatto Maria, come primizia dei credenti, con il suo ‘sì’ al Signore, senza riserve”. 

La vera libertà.

Nel giorno della festa dell’Annunciazione, “contemplando il Mistero dell’Incarnazione”, il Papa ha invitato a rivolgere lo sguardo a Maria, “per riempirci di stupore, di gratitudine e d’amore al vedere come il nostro Dio, entrando nel mondo, ha voluto fare affidamento sul consenso libero di una sua creatura”. Infatti, solo quando la Vergine ha risposto il suo “sì” all’angelo, “il Verbo eterno del Padre iniziò la sua esistenza umana nel tempo”. Per il Pontefice, “è commovente vedere come Dio non solo rispetta la libertà umana, ma sembra averne bisogno”. E vediamo anche come l’inizio dell’esistenza terrena del Figlio di Dio “è segnato da un doppio ‘sì’ alla volontà salvifica del Padre: quello di Cristo e quello di Maria”. Questa obbedienza a Dio, ha sottolineato il Santo Padre, “è quella che apre le porte del mondo alla verità, alla salvezza”. In effetti, “Dio ci ha creati come frutto del suo amore infinito; per questo, vivere secondo la sua volontà è il cammino per trovare la nostra autentica identità, la verità del nostro essere, mentre allontanarsi da Dio ci allontana da noi stessi e ci precipita nel vuoto”. “L’obbedienza nella fede – ha ribadito Benedetto XVI - è la vera libertà, l’autentica redenzione, che ci permette di unirci all’amore di Gesù nel suo sforzo di conformarsi alla volontà del Padre.

La redenzione è sempre questo processo di condurre la volontà umana alla piena comunione con la volontà divina”. Riprendendo le parole di Sant’Agostino, il Papa ha osservato: “Maria concepì Cristo prima nel suo cuore con la fede, che fisicamente nel suo grembo; Maria credette e si compì in Lei ciò che credeva”. Di qui l’invito a pregare “il Signore che aumenti la nostra fede, che la renda attiva e feconda nell’amore. Chiediamogli di essere capaci, come Lei, di accogliere nel nostro cuore la Parola di Dio e praticarla con docilità e costanza”.

Dedicare la vita a Cristo.

La Vergine Maria è anche “l’immagine e il modello della Chiesa. Anche la Chiesa, come fece la Madre di Cristo, è chiamata ad accogliere in sé il Mistero di Dio che viene ad abitare in essa”.

“Cari fratelli – ha continuato-, so con quanto sforzo, audacia e abnegazione lavorate ogni giorno affinché, nelle circostanze concrete del vostro Paese, e in questo momento storico, la Chiesa rifletta sempre più il suo vero volto come luogo nel quale Dio si avvicina e incontra gli uomini”.

La Chiesa, corpo vivo di Cristo, “ha la missione di prolungare sulla terra la presenza salvifica di Dio, di aprire il mondo a qualcosa di più grande di se stesso, all’amore e alla luce di Dio”. Vale la pena, dunque, “dedicare tutta la vita a Cristo, crescere ogni giorno nella sua amicizia e sentirsi chiamati ad annunciare la bellezza e la bontà della propria vita a tutti gli uomini, nostri fratelli. Vi incoraggio nel vostro compito di seminare il mondo con la parola di Dio e di offrire a tutti l’alimento vero del corpo di Cristo”.

Nell’approssimarsi della Pasqua, il Pontefice ha invitato a seguire “senza timori né complessi” Gesù nel suo cammino verso la croce. “Accettiamo con pazienza e fede qualsiasi contrarietà o afflizione, con la convinzione che, nella sua risurrezione, Egli ha sconfitto il potere del male che tutto oscura e ha fatto germogliare un mondo nuovo, il mondo di Dio, della luce, della verità e della gioia. Il Signore non smetterà di benedire con frutti abbondanti la generosità del vostro impegno”, ha evidenziato.

Le armi della pace e del perdono.

Il Santo Padre ha parlato anche della “dignità incomparabile di ogni vita umana”. Per questo, “nel suo progetto di amore, fin dalla creazione, Dio ha affidato alla famiglia fondata sul matrimonio l’altissima missione di essere cellula fondamentale della società e vera Chiesa domestica. Con questa certezza, voi, cari sposi, dovete essere, in modo speciale per i vostri figli, segno reale e visibile dell’amore di Cristo per la Chiesa. Cuba necessita della testimonianza della vostra fedeltà, della vostra unità, della vostra capacità di accogliere la vita umana, specialmente la più indifesa e bisognosa”. Infine, “davanti allo sguardo della Vergine della Carità del Cobre”, “un appello perché diate nuovo vigore alla vostra fede, viviate di Cristo e per Cristo, e, con le armi della pace, del perdono e della comprensione, vi impegnate a costruire una società aperta e rinnovata, una società migliore, più degna dell’uomo, che rifletta maggiormente la bontà di Dio”.


OTIUM

Settimana Santa nella Taranto che fu

Erano Riti all’insegna di una certa ingenuità, emblema della città che molti rimpiangono

ANGELO DIOFANO

Settimana Santa primi anni sessanta, quelli all’insegna di una certa ingenuità, pronta per essere erosa da un incalzante consumismo (derivanti dagli stipendi quasi da favola per quei tempi del colosso d’acciaio) e da pur lecite necessità turistiche. Erano i giorni in cui ancora si fermava tutto, o almeno si rallentava, per far spazio ai “perdune”, in uno spirito ben rappresentato da certi brevi documentari trasmessi nei cinematografi, nell’intervallo delle proiezioni, e tuttora visionabili su Youtube, grazie all’impegno di alcuni patiti della tradizione.

Una Settimana Santa che, più che le marce funebre, aveva il sottofondo dell’”Aria sulla quarta corda”, il conosciuto brano di Bach, trasmesso come sigla di una popolare rubrica religiosa televisiva di quei tempi e che ben si adattava alla circostanza.

Un’attesa che veniva ravvivata dalla visione di alcune gigantografie delle nostre processioni, esposte per l’occasione alle vetrine dell’Ente per il turismo, in corso Umberto: “Adesso ci vedete in fotografia, ma presto saremo di persona tra voi”-sembravano dire quei ‘perdune’, incutendo timore, presagio di una certa sacralità.

“E noi ci saremo, vero papà?”- domanda muta, rivolta con uno sguardo dal bambino al papà.

E gli odori dei taralli? Al Borgo era un trionfo. Alle processioni, specialmente la sera del Venerdì Santo, le mamme avevano cura di conservarne alcuni in borsa, per calmare nei bambini, più che altro, l’impazienza dell’attesa. Li acquistavano, fra gli altri, nei panifici “Bologna” e “San Marco “(l’unico, quest’ultimo, che all’epoca faceva le focaccine la domenica sera), entrambi in via Acclavio o in quello di Monfredi, in via Mazzini: tutti chiusi da tempo. Ce ne sono altri, nel quartiere, che eccellono nella più dolce delle arti. Ma quegli aromi non li abbiamo più ritrovati.

Una Settimana Santa che aveva il sapore anche di una certa amarezza per il ritardo del papà dal lavoro, che doveva accompagnare a vedere i “perdùne”. Tutto il diritto di rimanere a casa a riposare per una giornata stancante. Ma poi, chi li sentiva i figli per la promessa non onorata? Così, sia pure all’ultimo, si scendeva in strada ad ammirare le “poste” e i maestosi “sepolcri”. Un po’ di delusione per non aver ascoltato la banda. Gli ultimi musicanti, strumento sottobraccio, velocemente andavano a riposarsi, dopo le ultime raccomandazioni dei maestri per la massima puntualità, in vista della marcialonga musicale.

Riti da assaporare anche attraverso le miniprocessioni mobili (una novità per quegli anni) esposte dai Grandi Magazzini De Florio in via Anfiteatro all’angolo con via Berardi. Al loro posto adesso c’è una banca, tanto per cambiare. Le allestiva Franco Jaccarino, origini sorrentine, commesso di quel negozio e artista vetrinista che allora andava per la maggiore. Sempre elegante, con quei baffetti brizzolati e dalla battuta frizzante che un accento partenopeo, mai dimenticato, dava più gusto, egli andava giustamente orgoglioso di quelle realizzazioni. Tra un cliente e l’altro, non lesinava spiegazioni, specialmente se richieste dai più piccoli. Un anno rappresentava l’Addolorata di Taranto vecchia e quello successivo i Misteri, tanto per non arrecare dispiacere alle due congreghe, gelose custodi dei nostri Riti. Un registratore, ben occultato, diffondeva, alquanto malamente, le prime riproduzioni delle marce funebri. Franco Jaccarino era anche un quotato pittore. Un anno, dopo aver commentato l’uscita dell’Addolorata per conto di Studio Cento,Vittorio Sgarbi volle recarsi alle due di notte a casa sua, in via Crispi, per ammirarne i quadri. Alla citofonata degli uomini della scorta, a quell’ora così tarda, Franco stava per rispondere in modo pepato. Ma poi si ricordò della promessa dell’illustre critico: “Verrò a trovarti”. E così fu. Donna Vittoria, la moglie, si levò ben presto per stare, giustamente orgogliosa, affianco al marito, pronta a mettere sul fuoco la macchinetta del caffè. Ma non ce ne fu bisogno: Sgarbi ne aveva sorseggiati ben troppi. “Franco, queste tue opere hanno una loro pregevolezza e originalità, hanno il dovere di essere conosciute. Meritano un adeguato catalogo. Fammi sapere”- gli disse . Sì, certo, un bel catalogo, ma a spese di chi? E quell’auspicio rimase tale, come tante altre cose nostre, senza seguito. Franco Jaccarino ci ha lasciati lo scorso anno, a breve distanza di tempo dall’amata consorte: quasi dimenticato. Altro che catalogo.