Arc2012marz013-Nuovo Dialogo

Archivio Marzo N 13

Il Signore ci chiama a superare la giustizia degli uomini:

ognuno deve fare di più per la nostra città

 

L’omelia del vescovo S.E. monsignor Filippo Santoro al Precetto pasquale dell’Ilva

 

Cari Fratelli e Sorelle,

è con immensa gioia che celebro per voi e con voi questa santa messa nell’immediata prossimità delle feste pasquali. Ringrazio la dirigenza di questo stabilimento siderurgico per il gradito invito e per la possibilità di continuare questa bella tradizione così come sono a ringraziare il cappellano padre Nicola Preziuso e tutti i suoi collaboratori. Non è la prima volta che visito questo immenso stabilimento. Nel primo mese del mio insediamento, infatti, ho visitato la fabbrica e sono stato vostro ospite alla mensa. È stato un momento di fraternità che ho già annoverato fra le esperienze più belle in queste primizie del mio ministero a Taranto.

Oggi vedendovi così numerosi e composti posso comprendere lo slancio interiore che non celò Paolo Papa VI qui, nella notte di Natale del 1968 esclamando: “Cari operai vi parliamo col cuore”. Anche io desidero farlo e nel mio cuore ora ci sono tanti sentimenti.

Comincio col prendere in prestito le parole del profeta Isaia che abbiamo appena ascoltato. L’autore sacro, introduce il terzo canto del servo sofferente con questi semplici versi: “Il Signore Dio mi ha dato una lingua da discepolo, perché io sappia indirizzare una parola allo sfiduciato” (Is 50,4). Ecco cosa vengo a fare oggi, dare una parola di speranza al tutti voi e, attraverso ciascuno di voi, a tutti i lavoratori della nostra città.

Chiunque venga a Taranto non può assolutamente non notare, anche solo fisicamente, la presenza di questa realtà industriale e il suo complesso ruolo sul nostro territorio; così come difficilmente si districherà nelle molteplici problematiche ad essa connesse e oramai costantemente in primo piano sia nazionale che internazionale.

(segue dalla prima)

Mi rendo conto che tanti attendono la mia parola in questo periodo così difficile, di grande sfiducia.

Quello che posso dirvi affiora dalla Parola di Dio e dagli incontri di questi mesi in cui ho voluto conoscere le varie realtà della nostra diocesi e dare un segno della vicinanza della Chiesa alla società. Penso ai carcerati, agli ammalati, ai pescatori, agli studenti, a voi operai e dirigenti, agli ambientalisti. Ma anche agli innumerevoli incontri privati che si sono susseguiti ininterrottamente fino ad oggi.

Amici, mi sale ancora un nodo in gola, quando rivedo davanti a me le donne e le mamme che mi hanno portato le foto dei loro giovani mariti o figli, caduti sul lavoro; così come non posso non commuovermi pensando ai bambini ricoverati per terribili malattie nell’ospedale nord.  Allo steso tempo condivido le apprensioni dei tanti giovani disoccupati che hanno bussato alla mia porta. È il segno della povertà evidente ed emergente della nostra Taranto, insieme alla precarietà come esperienza di molti lavoratori. E qui si intrecciano tante discussioni e proposte che si incagliano tra prudenza, rassegnazione e  paura per il futuro.

Ma la Parola di Dio e il magistero della Chiesa in materia di dottrina sociale mi spingono ad invitare ciascuno di noi a prendere il largo, a spostarci da questa riva triste della analisi e del lamento alla roccia solida della speranza che si basa sull’ amore del Signore della vita e non della morte e sulla intelligente solidarietà dei fratelli più sensibili al presente e al futuro delle nostre città.

A cosa tiene la Chiesa innanzitutto? All’uomo nella sua dignità di figlio di Dio e, in questo contesto, al suo diritto al lavoro, che lo qualifica come persona e alla difesa della vita in tutte le sue manifestazioni, alla salvaguardia della sua salute e dell’ambiente.

Sarei felice che dal livello più semplice delle nostre chiacchierate al bar, a quello più tecnico dei tavoli con la politica e sindacati, non si paventasse più lo scambio tra lavoro e salute; disoccupazione e difesa dell’ambiente. Il Signore non ci chiede di scegliere tra lavoro e ambiente ma ci dona l’intelligenza e la creatività per difendere il lavoro e per custodire l’ambiente e la vita.

Nel Terzo millennio bisogna avere il coraggio e la maturità di affermare quello che è essenziale per vivere: lavoro, salute, aria pulita, mare non inquinato, educazione e rispetto della dignità di tutti, anche degli immigrati che approdano nella nostra terra. La contrapposizione di questi valori, l’obbligo a scegliere l’uno anziché l’altro, sono frutto di una dinamica perversa che sbarra la via al futuro di Taranto. Non lasciamoci dominare dalla logica antiumana del lucro come valore supremo della vita.

Mi permetto di dire questo con le parole di Gesù: «Che serve all’uomo guadagnare il mondo intero se poi perde la sua anima?» (Mc 8,36). È giusto e degno dell’uomo avere ciò che è decoroso per vivere e per sostenere le nostre famiglie e questo già è una grazia nei tempi di crisi che corrono. Gesù però ci ripete che non è sufficiente la giustizia degli scribi e dei farisei (cfr Mt 5,20); è necessario qualcosa di più nel campo della fede e della società. Non potete essere dei cristiani tiepidi, con una fede occasionale. Il Signore vi viene incontro in questa Pasqua per essere cattolici fervorosi nelle vostre comunità e nelle vostre famiglie.

La fede è qualcosa che trasforma la vita, non è cosa da sacrestie. Gesù è venuto per mostrarci come si vive con una speranza grande nel cuore e come si amano i fratelli in modo vero: «Nessuno ha un amore più grande di chi dà la sua propria vita per i suoi amici» (Gv 15,13). E Gesù ci dice: «non vi chiamo più servi, ma amici» (Gv 15,15). E questo si vive nella fabbrica; qui, dove passate molte ore della vostra giornata e nelle vostre famiglie. Il cristianesimo non è appena una religione per alcuni momenti particolari; è una vita nuova, è per tutta la vita: «Chi mi segue ha il centuplo in questa vita, insieme a sofferenze, e la vita eterna» (cfr Mc.10,30). E la fede ci suggerisce il rispetto per l’altro perché ci fa riscoprire la dignità della nostra persona. Gesù è il nostro compagno, il nostro fratello, il nostro salvatore e il nostro Dio. La fede illuminerà anche l’intelligenza per nuove esperienze di lavoro, per aumentare la nostra creatività, la solidarietà, la difesa della vita e di una economia sostenibile. Sono un sacerdote, sono un vescovo e vi invito ad aprire il cuore a Dio e ad avvicinarvi di più a Lui, con tutto il cuore. Da Lui viene la forza per rendere più umana la vita e la società.

Gesù ci ordina di più dicendoci che se la nostra giustizia non supererà quella dei farisei e degli scribi non entreremo nel Regno di Dio. E la nostra giustizia è innanzitutto la fede: una fede viva e vibrante che si alimenta nella preghiera, nella meditazione della Parola di Dio, nella vita dei sacramenti, nell’appartenere ad una concreta comunità di fede. Occorre quindi superarci, non fare appena il giusto, come i farisei, ma di più! Quando si afferma la dignità dell’uomo sopra ogni cosa, tutte le logiche devono fare un passo indietro a partire da quella del denaro, del commercio e dell’idolatria del lavoro stesso.

Tutti dobbiamo sacrificarci per il bene di Taranto, non dobbiamo anteporre nulla al futuro di questa terra bellissima e ferita che ci è stata donata, che non è nostra. Dio ci chiederà conto della vigna che ci è stata affidata.

Oggi è necessaria una concertazione finalmente seria e coraggiosa, che non svii in frettolosi compromessi che vanno sempre a discapito della povera gente. Dopo ventisette anni di missione in Brasile questo mi è ancora più chiaro.

Nei vangeli proclamati durante la Settimana Santa, aleggia l’ombra di Giuda, uno dei dodici, un discepolo amato e chiamato da Gesù a seguirlo da vicino. La vicenda di quest’uomo a tutti nota, ci insegna che quando il cuore è ingombrato dal potere, dal denaro, si smarrisce la buona strada. Probabilmente Giuda ha alimentato delle aspettative errate nei riguardi di Cristo. Aveva il suo progetto e voleva piegare Gesù al suo progetto politico terreno. Non si è lasciato amare e correggere e nel suo cuore è entrata la tenebra. Anche Pietro ha tradito Gesù, addirittura giurando e spergiurando di non aver visto mai quell’uomo in vita sua. Eppure il ricordo delle parole del Signore, aprono il suo cuore non alla disperazione ma al pentimento (Mc 14, 72) e le sue lacrime amare hanno irrigato, fecondandolo, il suo nuovo cammino dietro al Risorto. Sforziamoci di essere discepoli docili, fiduciosi e coraggiosi.

Amici, il Signore ci benedice sempre e non ci abbandona mai, ha fiducia in noi e vuole donarci le cose migliori, come un padre verso i figli. Dalla montagna del Calvario discende dolce il pendio verso il giardino e per quel sepolcro vuoto che a Pasqua ci dirà nuovamente che Cristo vince sempre. Sono venuto qui a celebrare in mezzo a voi per divi: “Vi sono vicino in questo momento di dura prova e di incertezza, e vi sostengo con l’amore stesso di Gesù”.

Vi chiedo di estendere il mio augurio di Pasqua alle vostre famiglie ed insieme con esse vi chiedo di pregare per me, perché nel mio cuore continui ad ardere, insieme all’amore per Cristo, l’amore per Taranto e per tutti voi. Un abbraccio grande.   

+ Dom Filippo


 ECCLESIA

Siate lieti nel Signore!

SI è CELEBRATA la 25a gMG DIOCESANA

Claudia Spaziani


“Siate sempre lieti nel Signore” (Fil 4,4,) è il tema della XXV Giornata Mondiale della Gioventù diocesana.Un appuntamento che si rinnova ogni anno per i giovani delle varie diocesi. Sabato 31 marzo la gioventù tarantina si è incontrata per vivere una veglia di preghiera assieme all’arcivescovo mons. Filippo Santoro. Riportiamo la testimonianza di una delle partecipanti, Paola Corrado, studentessa all’Istituto di Scienze Religiose “Guardini” e collaboratrice dell’Ufficio missionario diocesano: «E’ stato bello ritrovarsi, dopo aver vissuto con molti l’esperienza di Madrid, ma è stato ancora più forte vedere tanti giovani che hanno risposto a questa iniziativa diocesana. È stato bello vedere tanti giovani che come me cantavano con entusiasmo, con allegria, e gioia. Arrivati in cattedrale, ho ripercorso con la mente i momenti vissuti ad agosto a Madrid. Alle ore 18.30 è iniziata la marcia verso la cattedrale di San Cataldo, dove ad attenderci c’era l’arcivescovo.

Il nostro camminare  è stato animato con i canti che accompagnano le giornate mondiali della Gioventù. In Cattedrale, mons. Santoro ha avviato il momento di preghiera esortandoci ad accogliere ed abbracciare la Croce, quale mezzo di salvezza, che, accompagnata dall’inno “Firmes en la fe” di Madrid, è stata portata sull’altare.

Subito dopo è stato proclamato un salmo di gioia e di ringraziamento unito ad una richiesta di misericordia per noi predisponendoci così all’ascolto della Parola di Dio che stava per essere proclamata. Dopo aver ascoltato la Lettera di San Paolo Apostolo ai Filippesi, che ci esorta ad essere “sempre lieti nel Signore”, il vescovo ha tenuto una breve omelia partendo dal ricordo dell’esperienza vissuta a Madrid e proseguendo prendendo in considerazione i punti fondamentali del messaggio del Santo Padre ai giovani. “La gioia è l’elemento centrale dell’esperienza cristiana e durante ogni giornata mondiale della Gioventù facciamo sempre esperienza di una gioia intensa, di una gioia nella comunione, della gioia della fede perché è impressa nell’intimo dell’essere umano, il nostro cuore cerca la gioia profonda, piena e duratura che possa dare «sapore» all’esistenza . Ogni giorno sono tante le gioie che il Signore ci offre: la gioia di vivere, la gioia di fronte alla bellezza della natura, la gioia di un lavoro ben fatto, la gioia del servizio, la gioia dell’amore sincero e puro”. Il vescovo con le parole del Papa ha richiamato i giovani a prestare attenzione alla realtà di quelle gioie autentiche, piccole del quotidiano oppure quelle grandi della vita che trovano tutte origine in Dio, perché Dio è comunione di amore eterno, è gioia infinita che non rimane chiusa in se stessa ma si espande in quelli che Egli ama e che lo amano. Siamo stati esortati a non avere paura di mettere in gioco la nostra esistenza  rispondendo alla vocazione di donare tutta la propria vita al Signore, perché non bisogna avere paura della chiamata di Cristo alla vita religiosa, monastica, missionaria e sacerdotale.

Bisogna vivere la gioia anche nelle prove della vita, nelle difficoltà quotidiane e bisogna essere sempre testimoni della gioia che deve essere condivisa, raccontata, vissuta con gli altri, ma soprattutto ci è stato chiesto di essere veri e autentici “missionari” portando a tutti l’Amore e la presenza viva di Cristo. Terminata l’omelia, dopo alcuni minuti di silenzio è stato esposto il Santissimo Sacramento per l’adorazione, ed è stato bello vedere tutti i giovani in raccoglimento davanti a Cristo meditando nel silenzio quello che avevamo ascoltato. In un istante ho rivissuto la stessa emozione forte provata ai Cuatro Vientos durante la GMG.

Poi abbiamo ricevuto dall’arcivescovo il mandato missionario ed è iniziato così il viaggio della Croce, che è stata consegnata ad una delle vicarie. L’arcivescovo ha sottolineato che la croce non deve solamente far visita alle vicarie ma deve attirare a sé tutti i giovani che desiderano abbracciarla e portarla insieme a Gesù che resta il nostro grande Maestro. Prima del canto finale in lingua portoghese l’arcivescovo si è congedato rivolgendoci l’augurio sincero per un cammino fecondo di preparazione all’incontro mondiale di Rio de Janeiro».


OTIUM

Coniugare la sobrietà

Emanuele Carrieri

È inutile girarci intorno: viviamo in un tempo di crolli. Tutti i crolli degli ultimi decenni – il Muro di Berlino, le Torri Gemelle, l’economia mondiale, il governo Berlusconi – costituiscono la prova che finora siamo stati comodamente seduti su delle bolle di sapone, quelle che si ottengono soffiando dell’aria in acqua e sapone.

In primis, la bolla dell’economia, basata sulle speculazioni finanziarie e non sulla produzione di beni e di servizi, poi la bolla della scienza e della tecnologia, sempre più prive di chiare finalità e sempre meno al servizio dell’uomo, la bolla della democrazia, che ha espropriato gli italiani del diritto di esprimere le preferenze di voto, la bolla dell’informazione, costruita sulla bugia e sulla falsità, la bolla della politica, edificata sui senza partito e sui senza politica, la bolla del potere, eretta sulle grandi disponibilità economiche.

Che ci attende? Una nuova progettualità, sociale, politica, culturale, economica, in cui non sono sufficienti, anche se necessarie, nuove norme e nuove regole, ma è necessario e insostituibile un profondo cambiamento di stile del vivere di questo Paese. Perché, per dirla con il Mahatma Gandhi, oggi come non mai, è impossibile separare i mezzi dai fini: il fine dell’amore non può realizzarsi che attraverso l’amore, il fine dell’onestà con mezzi onesti, il fine della pace attraverso la legge della pace. Un cambiamento di stile che affermi la centralità della persona, quale vincolo essenziale di ogni azione politica, economica e sociale e valore fondamentale per un modello di sviluppo veramente al servizio dell’uomo. Un modello che richiede una autentica equità, economica, fiscale, giudiziaria, retributiva, sociale, orientata al superamento delle diseguaglianze lesive della dignità umana e all’acquisizione dei mezzi per la realizzazione del proprio piano di vita, nel rispetto dei bisogni e riconoscendo il contributo di tutti alla creazione del valore politico, sociale ed economico del Paese. Urge abbandonare l’atteggiamento da commedia dell’arte e dirigersi a grandi passi verso la responsabilità, quale attenzione e cura, costante e perseverante, di tutti verso tutti e, in particolare, alle ricadute politiche, sociali ed economiche di ogni azione. Bisogna conferire una nuova architettura al concetto di segreto e alle decine di aggettivi che lo accompagnano, bancario, fiscale, industriale, massonico, politico, statistico, telefonico: incombe fare della trasparenza lo stile che caratterizza le relazioni e la comunicazione fra tutti, fondato sul riconoscimento del diritto di tutti a conoscere le informazioni per consentire a tutti di valutare scelte e comportamenti e decidere così in modo libero e paritario.

Necessita riscoprire il concetto originario di solidarietà, come capacità di captare le istanze di tutti, come impegno a trovare soluzioni di comune interesse che tornino a vantaggio di tutti, come sforzo atto a venire incontro alle esigenze di tutti, come attività svolte dalle istituzioni per sollevare chi è costretto ai margini della società. Occorre ritrovare il gusto della partecipazione, come agire personale e responsabile, come insieme di azioni che mirano a dare voce ai senza voce, come impegno a svolgere un ruolo attivo, come riconoscimento del diritto di tutti di prendere parte a tutte le decisioni, come volontà di determinare l’orientamento della vita del Paese. Non sappiamo quanto durerà realmente la crisi in atto, non immaginiamo quanto costerà alle famiglie che si dovranno confrontare con disagi che mai avrebbero immaginato di sperimentare, non sappiamo neppure quanti ne resteremo colpiti. Ma un risultato lo dovrà produrre: quello di imparare a coniugare, a declinare la parola sobrietà. La sobrietà è il guardare il mondo con lo sguardo dei poveri e dalla parte dei poveri, è un concetto ricco di significati che evocano la semplicità, l’equilibrio, l’essenzialità, il senso della misura, l’armonia, la delicatezza, la sensibilità verso l’altro, è la disponibilità alla condivisione dei beni, senza egoismo e senza sprechi. Parlare di sobrietà significa mettersi in una prospettiva educativa prima che economica, favorire un uso responsabile del denaro, un debito responsabile, un consumo etico, ricollocare al centro l’uomo, la responsabilità, il bene comune, l’ambiente, aiutare il mondo a scoprire il senso della storia, la sua destinazione, il cammino dentro il quale si trova collocato.

Per gentile concessione del mensile ‘Cercasi un fine’