Arc2012novemb32-Nuovo Dialogo

Archivio ottobre 2012 N°32

Ripartiremo dal un nuovo piano urbanistico, che rivaluti il Borgo”

La promessa del neo assessore all’urbanistica Francesco Cosa

Taranto, ad un occhio attento, è così che si presenta. Complice un piano urbanistico vecchio di 40 anni, che ha pensato una città da oltre 400 mila abitanti, mentre oggi sono solo un quarto, allargando le periferie e sacrificando il Borgo umbertino, oggi c’è poco da star sereni se si assiste, solo per fare uno degli esempi più eclatanti, alla costruzione del “tartarugaio”, sulla “ringhiera” della Città vecchia, un manufatto di cemento che preclude lo sguardo dei visitatori verso la distesa azzurra del mare ionico. Anche di questo abbiamo parlato con l’assessore all’urbanistica Francesco Cosa, che da qualche mese si è insediato e promette: “Sarà un lavoro, il mio, incentrato sul dialogo e sulla partecipazione di tutti, dagli ordini professionali ai singoli cittadini, con supporto di nuove idee che rivitalizzino urbanisticamente la città e migliorino i servizi”. 

Di Marina Luzzi


Assessore Cosa, ci spiega questa vicenda del tartarugaio? Ci risulta difficile pensare che sia stato approvato un progetto così invasivo. 

“È una questione che non è partita da questa amministrazione. La concessione venne data nel 2004, ai tempi della giunta Di Bello. Un’idea finanziata con fondi della Comunità Europea, dato che si tratterebbe del primo ospedale per tartarughe di tutto il Mediterraneo. Abbiamo valutato se fosse stato il caso di fermare i lavori ma avremmo dovuto restituire troppo all’Europa. Per questo abbiamo abdicato”.

Ma non si poteva pensare di insediarlo in un altro dei tanti immobili dismessi nei pressi del mare, sempre in Città Vecchia?

“In realtà nasce su una struttura già esistente ma ripeto, noi possiamo poco o niente”. 

Sembra che dal punto di vista urbanistico si continuino a perpetuare interventi a casaccio. Non c’è programmazione e si costruisce un po’ qui, un po’ lì: pensiamo al piano Salinella, all’espansione di Paolo VI, della nuova edilizia residenziale pubblica pensata per il quartiere Tamburi…

“ La città, con l’approvazione ed adozione del documento preliminare di rigenerazione urbana, in questo momento viene disegnata dividendola in vari ambiti. L’indirizzo politico della giunta Stefàno, nei prossimi mesi, lavorerà per una nuova pianificazione urbanistica partendo dal Borgo umbertino”.

A questo proposito, la politica urbanistica tende a sovraffollare le periferie, trasformandole in quartieri “dormitorio” mentre il centro si svuota progressivamente. Come intendete agire?

“Il primo piano particolareggiato da fare nei prossimi mesi riguarderà proprio Borgo-Città vecchia. Il consiglio comunale ha approvato un emendamento perché la direzione urbanistica compaia tra le spese comunali in bilancio. Gli ultimi fondi a questo ambito, 1 milione di euro, vennero dati 4 anni fa. Con l’arrivo di queste risorse si potrà attingere a nuovo personale, attraverso bandi pubblici che garantiranno la possibilità di rivolgerci ad architetti che si occuperanno di ripensare al Borgo, rivitalizzarlo”.

Ed i prossimi passi quali saranno?

“Si faranno piani particolareggiati anche per i lotti interclusi Talsano-Lama-San Vito, si penserà all’isola amministrativa che deve rappresentare il volano ricettivo – turistico della città. Una volta fatti i piani si impiegherà pochissimo tempo per approvarli in consiglio comunale e passare dai progetti ai fatti”.

Ma è possibile che Taranto abbia un piano urbanistico vecchio di 40 anni?

“È uno degli obiettivi della giunta Stefàno quello di riproporre un nuovo piano urbanistico generale. Il primo passo è approvare il documento preliminare programmatico, a cui cominceremo a lavorare a partire dal 2013. Questo passo è propedeutico per tutto il resto. Comunque la possibilità di avere i piani particolareggiati e di mettere mani alla rigenerazione urbana, cioè ad interventi mirati al miglioramento dei servizi nei singoli ambiti in cui è divisa la città, ci permetterà di lavorare meglio perché buona parte del lavoro sarà già fatto. E poi l’aspetto positivo è che la rigenerazione urbana viene fatta con il supporto degli ordini professionali e dei cittadini. C’è partecipazione e da questa non si può prescindere. Intanto cerchiamo di valorizzare quello che c’è: penso alle tombe a camera, alla Cripta del Redentore, alla Torre dell’Orologio, per fare esempi di elementi che qualificano e caratterizzano in positivo la nostra città”.

A proposito di valorizzazione come mai non si pensa a riqualificare ciò che già c’è piuttosto che continuare a costruire?

“Noi non possiamo molto su questo. È la cultura imprenditoriale che dovrebbe cambiare. Qui ci chiedono permessi solo per costruire nuovi alloggi. Noi per quello che possiamo valorizziamo quel che c’è e, per esempio, per il parcheggio in zona Croce abbiamo sospeso i lavori perché sono stati rinvenuti reperti archeologici e vogliano accertare il necessario prima di continuare. La burocrazia ci rallenta, i cavilli legali poi permettono di costruire anche dove non c’è la volontà politica di permettere che accada”. 

E per quanto riguarda i nuovi palazzi in viale Virgilio, costosissimi e con accesso privato alla spiaggia, che derubano i tarantini dell’ultimo scorcio di mare che è possibile vedere prima del lungomare, c’è la volontà politica di cambiare le cose?

“In quel caso non siamo noi a decidere. Sono stati dati tutti i permessi, compreso quello della Sovrintendenza e quelli paesaggistici. Non si può far altrimenti, si tratta di procedure private in cui la politica non può mettere il naso”. 

Siamo sempre su viale Virgilio, nella zona dell’hotel Palace, ormai abbandonato da tempo a se stesso. Ci sono in programma degli interventi del pubblico o del privato?

“Stiamo mettendo in piedi un progetto di riqualificazione con aree parcheggio ed una piazza sul livello del mare. Non so stabilire dei tempi però”.

Come si sta muovendo concretamente il suo assessorato per migliorare la situazione urbanistica?

“In primo luogo migliorando i servizi, penso alle linee veloci che collegheranno il parcheggio di scambio di zona Cimino con il centro. Io presenzio a tutti gli incontri, cerco di informarmi dato non mi sono mai occupato del settore e poi ripeto, chiedo la partecipazione di tutti per migliorare la città”. 

L’ultima domanda è sull’accessibilità degli immobili comunali per le persone disabili. Una battaglia che da tempo Nuovo Dialogo promuove da queste colonne. Ci sono delle novità in merito? Pensiamo a Palazzo Galeota, dove si svolgono molti eventi culturali, e che è completamente inaccessibile alle carrozzine. 

“Di questo si occupa una commissione specifica e la consulta invalidi. Con il nuovo problemi non ce ne sono. Sorgono le difficoltà invece quando si va ad innestare su palazzi antichi preesistenti qualcosa di nuovo, come i bagni per disabili o gli scivoli. Non sempre è logisticamente possibile”.

A Venezia sono riusciti a rendere a misura di carrozzina addirittura i famosi ponti, che non si possono considerare propriamente attuali.

“Ma si tratta di un altro contesto, di un’altra cultura”. 

O di un’altra Italia. 


La città continua a tagliare fette di affaccio al mare

Dopo la costruzione del “tartarugaio” di fronte alla “Ringhiera”, gli ultimi tratti di lungomare ancora aperti vengono ostruiti per sempre. E questa sarebbe una città a vocazione turistica? Ne chiacchieriamo con Pinuccio Stea, storico dell’attività amministrativa





di Silvano Trevisani

Anche se il caso Ilva, che ha portato la città di Taranto alla ribalta nazionale, soprattutto per gli effetti che lo sviluppo può avere per l’industria e per l’intera economia italiana, resta centrale nell’attenzione della città, non mancano, in questi giorni, prese di posizione su altre vicende che in qualche modo minano l’identità della città da un altro punto di vista: quello paesaggistico.

Ci riferiamo soprattutto alla questione del cosiddetto “tartarugaio” che sta tenendo banco in queste settimane, cioè alla realizzazione in corso della costruzione prospiciente alla cosiddetta “ringhiera”, cioè al lungomare della Città vecchia, che rischia di deturpare l’affaccio a mare: questione che ha visto la presa disposizione di singoli e associazioni che potrebbe sortire l’effetto di ridurre l’impatto, “limitando i danni”. 

Ma ci riferiamo anche alle costruzioni che si stanno moltiplicando a Lungomare e che chiuderanno ogni possibile affaccio a Mar Grande, a partire dall’Hotel Astor in poi. In queste settimane, infatti, si sta lavorando alacremente alla costruzione di un nuovo stabile che si profila come complesso residenziale particolarmente lussuoso, che sorge accanto all’ex Hotel Palace. Secondo informazioni che abbiamo raccolto, il costo dei singoli appartamenti, che disporrebbero persino di una spiaggia a uso esclusivo, si aggirerebbe attorno alle 20.000 euro al metroquadro, appannaggio, quindi, solo di privati molto ricchi. Ma questo ci interessa poco, così come poco ci interessano le dispute sulla legittimità, sul rispetto di cubature e cose del genere. Questo vale, del resto, anche per le altre costruzioni che stanno nascendo lungo tutto il tratto di lungomare, relegando l’affaccio a solo vantaggio dei proprietari di case sul lato mare, e rendendo la zona ancora più brutta e anonima di quanto non lo sia diventata nel corso dei decenni.

Uno sfacelo, quello del lungomare, che peraltro è iniziato negli anni immediatamente successivi alla Seconda Guerra mondiale, con la costruzione del famigerato grattacielo, che ha aperto la strada a tutta una serie di obbrobri urbanistici che di fatto hanno tagliato le speranze di gran parte della città, di tornare a essere una …città di mare. Anche i piani regolatori di cui la città si dota a partire dall’Unità d’Italia in poi sono quanto meno discutibili, dagli effetti assolutamente disastrosi, il primo fra i quali è la distruzione totale di ciò che rimaneva dei monumenti antichi di età romana. Insomma: è proprio vero che Taranto è sempre stata disponibile alla devastazione del territorio, che troverà nell’Arsenale e nell’Ilva i momenti più significativi.

Ne chiacchieriamo con Pinuccio Stea, che negli ultimi anni ha raccolto tutte la vita amministrativa della città dal Dopoguerra in poi, in una serie di volumi, la cui lettura non fa che confermare quanto Taranto sia stata amministrata male per gran parte della sua storia, con minime eccezioni. 

Anche della vicenda del permesso edilizio che consentì la costruzione del grattacielo vi sono atteggiamenti sconcertanti. Tutto partiva dal Piano Calza Bini, piano regolatore della città, commissionato durante il fascismo (Calza Bini fondatore del Fascio di Combattimento di Calvi e promotore del sindacato nazionale architetti fascisti, polarizzò i piani di mezz’Italia, compresi quelli di Bari e Brindisi) definito nel 1951, che ha previsto che si possa costruire sul lungomare a partire dall’incrocio con via Cavallotti. 

Una scelta urbanistica che si dimostrerà presto assurda. Tant’è vero che la giunta De Falco, giunta per altro di sinistra, cercherà invano, o forse con poca convinzione, di evitare l’inizio dello sfacelo,

Ma tutto il piano Calza-Bini, che qualche malumore lo provocò, è sbagliato: sbagliata la sua scelta di escludere il Punta Penna (che sarà realizzato poi), ancor più sbagliata la previsione di una città che nel 1980 avrebbe raggiunto i 410.000 abitanti e il peggio è che tal errore viene tenuto fermo per i decenni successivi, quando era chiaro che le previsioni erano ridicole, per cui la città è cresciuta in maniera abnorme e assurda. Anche il piano Barbin Vinciguerra, definito nel 1974 e varato dalla regione sono nel 1978, confermava tali previsioni, pur in presenza degli effetti deleteri della fine del raddoppio Italsider.

La costruzione del cosiddetto grattacielo e quelle successive sono figlie di una logica sbagliata.

“De Falco stesso ci dice, nella sua intervista a Nicola Caputo nel libro ”Parola di sindaco”, - conferma Stea - che l’assessore incaricato, Augusto Intelligente, cercò di prendere tempo, spinto anche dalle varie prese di posizione dell’Ept, di Italia Nostra e di altri enti, ma che, richiesto il parere alla ‘Speciale commissione regionale per la tutela del paesaggio’ (!), quest’ultima intimò addirittura di rilasciare immediatamente la licenza edilizia, per evitare responsabilità penali”.

Da lì partì l’assalto alla cementificazione della costa. Fu un gravissimo errore concedere quella concessione, dovuta certamente anche al potere che i proprietari dell’area erano in grado di esercitare, ma ancor prima era stato un grave errore avallare un piano regolatore così assurdo da negare alla città che si prevedeva in espansione, e che era del tutto chiusa al mare dal lato di Mar Piccolo, anche l’affaccio a Mar Grande. 

“Sì – è anche l’idea di Pinuccio Stea – sono convintissimo che quella concessione edilizia poteva essere negata, anche ricorrendo alle leggi vigenti, e che non solo si poteva ma si doveva evitare quello scempio”… Che anche oggi fa sentire il suo nefando effetto e che dà anche un duro colpo ai faciloni che parlano di Taranto città turistica... “Oggi si stanno colmano i pochissimi spazi di affaccio a mare ancora esistenti lungo tutto il tratto che arriva fino a Tramontone. – dice Stea - Non è un bel vedere per la nostra città”. Non credi che Taranto oggi stia pagando la mancanza di un nuovo piano regolatore generale, che rimedi anche ai guasti dai due precedenti, dimostratisi così erronei nelle previsioni, deleteri per la vita della città?

 “Certo, tanto che le stiamo pagando fortemente!  Che le previsioni fossero sballate lo dimostra il fatto che la città si sta contraendo, ma ciò che è più assurdo è che in un quarantennio di progressiva contrazione, nessuno intervenuto coi i correttivi. Lo sanno tutti che è così, ma non si lavora in questo senso. Taranto per numero di abitanti è tornata ai primi anni ‘50 e sta retrocedendo ancora, eppure si continua a elaborare altri piani abitativi”. Insomma, la solita tendenza speculativa, che ha deturpato la città, si avvale della mancanza di un nuovo Piano regolatore generale che ripari ai guasti.

“È evidente – aggiunge Stea - che non dotarsi di un piano oggi lascia mano libera a tanti provvedimenti… a caso”. Insomma, se la vicenda Ilva è il caso eclatante di come la città sia stata selvaggiamente, forse irreparabilmente compromessa, anche i piani urbanistici hanno fatto la loro parte, in senso negativo.


Un alloggio confiscato alla mala per l'Unitalsi

La notizia comunicata martedì scorso dalla Prefettura. La casa, fra quelle a disposizione nel capoluogo. Intanto presto i lavori per la nuova sede della sezione ionica

di ANGELO DIOFANO

Il prefetto dott. Claudio Sammartino ha assicurato il suo impegno per l’assegnazione all’Unitalsi di un immobile confiscato alla mala, da destinare a casa famiglia per disabili. L’appartamento, fra quelli a disposizione della Prefettura, sarà localizzato nel capoluogo. Tanto è stato comunicato al presidente della sezione ionica dell’associazione diocesana, Gianni Insogna nella giornata di martedì scorso nel corso di una comunicazione telefonica. Insogna è soddisfatto per la possibilità di una felice e imminente conclusione di una ricerca in corso da tanto tempo per sbloccare la situazione sull’assistenza ai disabili, che in città si presenta preoccupante.

Il responsable dell’Unitalsi ionica accenna a dei casi che sono particolarmente emblematici di questa dolorosa realtà, quale quello di Grazia, 50enne costretta all’immobilità, assistita dalla madre di ben novant’anni. In occasione delle attività e dei pellegrinaggi ai santuari mariani, la donna viene prelevata dalla sua abitazione dai volontari e poi riportata la sera. Racconta Insogna: “Una volta tornata a casa, provvedo personalmente alle pulizie personali e a metterla a letto. E’ come fosse mia figlia. La mamma mi è grata per questo ma quando sto per andare via con gli occhi pare interrogarmi: ‘Cosa ne sarà di questa mia creatura quando non ci sarò più io?’. E ancora, il caso di Tina, 70enne, anche lei in carrozzella, che vive da sola. I ladri recentemente l’hanno pure derubata, approfittando della sua assenza per un pellegrinaggio. Alcuni teppisti, una volta, le hanno anche sbarrato dall’esterno la porta di casa, impedendole di uscire. E ce ne sono tanti altri in queste condizioni. Noi volontari facciamo quello che possiamo, ma più di tanto…”.

L’unica soluzione per mettere fine a questo calvario è appunto quella della casa-famiglia, dove, approfittando delle agevolazioni previste delle leggi in proposito, sarà possibile un’assistenza coordinata e continuativa di queste persone. Ci aveva già pensato anni addietro l’ex presidente Antonio Giusti, costituendo un’apposita cooperativa che doveva agire in uno stabile di sua proprietà in vico Sebastio, nelle vicinanze della Cattedrale. Con la sua morte, però, il progetto è andato in fumo. Della situazione è stato anche informato l’arcivescovo mons. Filippo Santoro il quale anche lui ha preso a cuore la questione, inserendola fra le priorità della sua agenda. 

Intanto è giunta a buon fine la vicenda della costruzione della nuova sede dell’Unitalsi, in via Lago di Varano 1 (affianco alla chiesa di San Lorenzo da Brindisi) dove i disabili potranno continuare a partecipare ad attività comunitarie. Questo, spezzando la catena delle loro solitudini e permettendo un attimo di respiro ai familiari che faticosamente li assistono. “Sono stati nove anni di passione ma alla fine ne è valsa la pena” – queste sono state le parole con cui il presidente Gianni Insogna ha commentato il completamento dell’iter burocratico per l’inizio dei lavori. “E’ accaduto quando proprio non ci speravamo più – dice – E’ stata un’attesa estenuante: tanti chiarimenti a fronte delle richieste avanzate dagli organi preposti, tante assicurazioni sull’immediato buon fine della pratica puntualmente disattese. Ma alla fine ce l’abbiamo fatta”. 

Per permettere l’installazione del cantiere edile, attualmente l’Unitalsi è ospitata nella vicina sede dell’Avis, in via Lago di Varano 3.

I lavori inizieranno a gennaio. Sarà tutto pronto entro tre quattro mesi. Il progetto prevede l’abbattimento del locale pedaneo, con la realizzazione di un fabbricato a un piano superiore che conterrà una sala-incontri con una cinquantina di posti a sedere (e relativi servizi) per conferenze, incontri conviviali e la celebrazione della S. Messa; il tutto sarà dotato di ascensore idoneo al trasporto delle carrozzine dei disabili. L’intervento edilizio sarà a cura della impresa “Emilio Dellisanti” di Crispiano, con la quale l’Unitalsi si è accordata per un prezzo di favore; i cui lavori verranno seguiti dal geometra Gennaro Clemente. Benefattori e realtà imprenditoriali hanno effettuato un generoso contributo per i lavori, che avranno un costo complessivo di circa 160mila euro. Segnaliamo la donazione della signora Letizia Petruzzelli che, attraverso una nota ditta edile di Torino, ha assicurato la realizzazione di 150 metri quadri di pavimentazione e di un bagno per disabili. La nuova sede Unitalsi sarà intitolata a Giovanni Paolo II, ritratto in un’artistica statua che verrà realizzata grazie ad alcuni benefattori e posta sugli spazi esterni.


I 40 anni della Santa Famiglia

“Adorna come una sposa”

La testimonianza del parroco don Diego Semeraro. Un libro per ricordare l’anniversario della parrocchia martinese. L’avventura della nuova chiesa


a cura di Angelo Diofano


Quarant’anni dall’istituzione della parrocchia della Santa Famiglia, quarant’anni di servizio pastorale del suo parroco don Diego Semeraro e trent’anni dalla costruzione della nuova chiesa: di tanto si parla nel volume ricco di immagini e foto d’epoca “Adorna come una sposa” di don Diego Semeraro, alla guida della parrocchia martinese di viale Libertà dal 1972. Tutto iniziò, spiega don Diego nella elegante pubblicazione, il pomeriggio del 2 luglio 1972, quando mons. Motolese lo convocò in arcivescovado per conferirgli l’incarico di parroco alla S.Famiglia a Martina. “Mai sentita prima!”- fu il suo commento. “Infatti, non esiste ancora!”, gli rispose l’arcivescovo, affiancandogli in questo incarico, d. Salvatore Ligorio, oggi arcivescovo di Matera. “Io ero sacerdote da soli due anni e da 18 mesi ero vice parroco nella nuovissima Concattedrale” – ricorda don Diego.

La parrocchia nacque su un territorio in parte della “San Martino” e in parte della “Cristo Re”, con sede dal 2 febbraio ’72 (e per i dieci anni successivi) una sala di via Fanelli, presa in fitto. Qui avvenne la presa di possesso, il 13 agosto dello stesso anno, alle 9 del mattino. Era la decima parrocchia cittadina. Con una punta di humor, don Diego ricorda che con il suo vice pensavano che forse non ce n’era bisogno, visto che non ci veniva nessuno, neanche la domenica. Il mistero fu subito svelato: d’estate il paese si spopolava (tutti in campagna!) e, abituati alle maestose antiche chiese, i martinesi ritenevano si trattasse di un luogo di culto d’altra religione, tanto più che i due preti andavano vestiti semplicemente in giacca e pantaloni e non in talare, come si era abituati in quegli anni. E incominciò la bella avventura: a ottobre le prime riunioni coni giovani, il catechismo il sabato (due turni per elementari) e il martedì (per le medie) in due aule messe a disposizione dall’Enaip. Ad ottobre  uscì il primo numero del bollettino parrocchiale “Chiesa in cammino”, recapitato gratuitamente in tutte le case. Per attirare i ragazzi, ecco in fitto un proiettore dai Paolini di Bari, con il quale ogni lunedì, fa vedere un film: fu un successo. Il tutto, in quella cappellina, dove si celebravano matrimoni, battesti,e, cresime, funerali, si cantava e perfino vi si allestivano scenette per carnevale. Il tutto col “non espresso consenso” di mons. Motolese, che però annuiva  tutto contento. Vista la ristrettezza degli spazi, le prime comunioni si facevano all’aperto, fra i balconi addobbati a festa.

La prima pietra della nuova chiesa fu posta il 14 maggio 1978, con i lavori a singhiozzo per le traversie delle ditte affidatarie. Ci vollero quattro anni per il completamento e il 3 maggio 1982 mons. Motolese la benedisse, alla presenza di una folla enorme. L’arcivescovo commentò: “E’ tra le più belle chiese che abbiamo costruito in diocesi”. Nel 1985 la diocesi realizzò la casa parrocchiale e tre anni dopo, in economia e con mille sacrifici, vennero su le aule per il catechismo e per le altre attività pastorali (“Giravo per i cantieri edili cittadini chiedendo se avevano materiale in sovrappiù”-ricorda don Diego). Quindi il sacerdote cominciò a pensare a un grande mosaico alle spalle dell’altare, come gli aveva suggerito mons. Motolese. A chi rivolgersi? Dopo una lunga ricerca, ecco il contatto con Marco Monticelli e Carlo Meloni, che per i disegni si servivano di Guido Veroi, pittore e docente alla Zecca di Stato. Una stretta di mano per il contratto e subito all’opera per un’avventura durata 13 anni (ogni anno, una nuova sezione di mosaico, per complessivi 400 mq.) E per l’inaugurazione, una “lectio magistralis” di mons. Pierino Tamburi, insigne iconografo, archimandrita e parroco della cattedrale cattolica di rito ortodosso di Lungro. La chiesa s’impreziosì poi di una Via Crucis con belle statue lignee di maestri altoatesini e trentini; delle artistiche vetrate; del nuovo altare in pietra viva di Martina dell’ing. Veroi; del mosaico pavimentale del sagrato e dell’organo a canne. E per di più, una nuova copertura in rame, onde evitare disastrosi allagamenti come nel ’97.

Ulteriori grandi realizzazioni furono la Via Crucis vivente (per 25 anni di fila, interrotta a causa dell’impossibilita di reperire attori in numero adeguato); Radio Famiglia, andata avanti per 10 anni; i due cori parrocchiali. Per quanto riguarda la liturgia, degna di nota l’esperienza dei giovedì di adorazione, da sei anni, con inizio alle ore 19; l’adozione a distanza di seminaristi; la fiaccolata all’esterno con Santo Rosario delle sere di maggio; la “Festa in Famiglia” con manifestazioni all’aperto, l’ultima domenica di que meser.

Infine, un pensiero per i sacerdoti che hanno collaborato con don Diego in questi 40 anni: oltre don Salvatore Ligorio, don Antonio Schena, don Vincenzo Conserva, don Carmine Agresta, don Santo Guarino, con un pensiero particolare per i missionari della Consolata e per mons. Giuseppe Lanzetta che, dopo tanti anni nella diocesi di Nocera Inferiore, da oltre tre anni si è trasferito a Martina, impegnato soprattutto nelle confessioni. Tutti al servizio di una popolazione che, dai 3.105 persone del ’72, è arrivata oggi a contarne circa 6.000.


Cosa direbbe in questo tempo

monsignor Guglielmo Motolese?

Giunta alla quarta edizione la consegna di borse di studio erogate dalla fondazione “San Raffaele-Cittadella della Carità” per i giovani che hanno ricordato la figura del vescovo emerito

"Siate testimoni di speranza, realizzatori del bene grazie alla presenza di Cristo nella vostra vita, perché così era lui”. E’ questo l’invito che monsignor Filippo Santoro, arcivescovo della diocesi di Taranto, ha rivolto ai tanti ragazzi delle scuole medie secondarie, dell’università e del seminario che il 5 novembre hanno partecipato alla cerimonia di consegna delle borse di studio in memoria di monsignor Guglielmo Motolese, nel giorno che lo avrebbe visto compiere 102 anni. Un incontro toccante che si è tenuto nell’auditorium della Cittadella della Carità, la creatura che il compianto Pastore curò fin dalla sua progettazione, nel lungo periodo da vescovo emerito. E’ il quarto anno consecutivo che la fondazione San Raffaele Cittadella della Carità eroga quattro assegni da mille euro a ragazzi che riescono a rievocare e raccontare chi fu monsignor Motolese e come si può attualizzare il suo messaggio alla città. Per questa edizione la prima traccia, riservata agli studenti delle scuole superiori e del seminario minore di Poggio Galeso, era: “Nell’epoca della crisi etica, morale e sociale, cosa direbbe Motolese ai giovani?”. A questo bando hanno partecipato i licei Archita, Ferraris, Quinto Ennio e Vittorino da Feltre, l’istituto tecnico Pitagora ed il professionale Cabrini. Ed a vincere è stata proprio un’alunna del Cabrini, Veronica Buongiorno (nella foto a dx), che per la sezione grafica ha pensato ad una cartolina augurale che racchiudesse il magistero del vescovo di Martina Franca in una sequenza ritratta su pellicola cinematografica. A corredare, una frase sintesi del pensiero dell’alto prelato. Il premio per la sezione scritta è andato invece all’articolo giornalistico di Giacomo Diego, del liceo Archita, che ha raccontato la figura di Motolese attraverso un’intervista realizzata ad un anziano sacerdote che conobbe don Guglielmo. La borsa di studio è stata donata, tra i seminaristi, ad Umberto Sperti, per l’attenzione che nel suo elaborato ha rivolto alle lettere pastorali che il vescovo scrisse ai giovani durante tutto il suo episcopato. Per l’università, dove la traccia era: “Come immagini lo sviluppo economico, ingegneristico ed urbanistico della città del futuro?”, il riconoscimento è stato conseguito da Andrea Marangi e Paola Palatone, del centro Interdipartimentale Magna Grecia del Politecnico di Bari, che hanno presentato un progetto innovativo di monitoraggio dell’aria della città, consultabile facilmente da parte di tutti i cittadini per mezzo di centraline di rilevamento.  “Cercare di mantenere viva la memoria, di tornare alle radici – ha detto Gianna Zoppei,  presidente della fondazione San Raffaele Cittadella della Carità, rivolgendosi ai ragazzi – è l’unico modo per guardare al futuro con speranza. C’è bisogno di ricordare uomini come Motolese ed è necessario che ciascuno di voi si senta interpellato ad osare, a cavare fuori il meglio da se stesso per migliorare la storia, di cui dovete sentirvi anche voi protagonisti”.  Alla cerimonia di premiazione erano presenti anche Vito Santoro,  vice presidente e direttore generale della fondazione San Raffaele Cittadella della Carità ed alcuni componenti della giuria che ha decretato i vincitori, composta da monsignor Cosimo Quaranta, vice cancelliere e delegato arcivescovile per le confraternite, Maria Silvestrini, giornalista e presidente del Serra Club, suor Delia Pardo, segretaria particolare dell’arcivescovo Motolese e superiore della comunità della suore missionarie del Sacro Costato, che svolgono la loro attività all’interno dei padiglioni della Cittadella, Giovanni Sebastio, presidente del Lions Taranto Host e Marina Luzzi, giornalista ed autrice della prima tesi su radio Cittadella e monsignor Motolese. “L’insegnamento avuto da Motolese quando ero un giovane sacerdote è stato quello di non aspettare che altri facessero, di lanciarmi, di adoperarmi per il bene comune, così come lui faceva. Per questo dico a voi di fare altrettanto nella cultura, nel lavoro, nella società tarantina. Ne abbiamo bisogno ed abbiamo bisogno di ricordare anche che non siamo soli, che per raggiungere obiettivi di bene dobbiamo unirci, perché dalla divisione non nasce nulla e perché il destino di ognuno è legato a quello dell’altro”. Conclusa la premiazione, l’arcivescovo Santoro ha poi visitato il padiglione Arca per benedire la nuova cappella che ha come tema la navigazione, con una vela come tenda a rappresentare in metafora la guida del comandante, monsignor Motolese, ritratto in una foto al timone di una barca, una passione che coltivava nelle lunghe e torride estati tarantine. Alle 18.00 invece, nella cappella Tabor, si è svolta la Messa di suffragio a cui hanno partecipato operatori sanitari, impiegati, dirigenti e pazienti della Cittadella della Carità.


Giovani fumettisti tarantini crescono

Nell’ottava e ultima edizione del “Lucca Comics&Games”, la più importante fiera italiana di fumetto, animazione e videogiochi, il gruppo ionico “LABO fumetto” ha presentato, conquistando la giuria, il suo ultimo lavoro dal titolo “Delitto d’autunno. Un’indagine di Andrè Lupin”


di MARIO PANICO


 



















 


Un traguardo importante per la storica associazione tarantina che, negli ultimi anni, ha accompagnato numerosi artisti e disegnatori locali, aiutandoli a coltivare la loro passione.

 Taranto protagonista in toto, quindi. La “LABO fumetto” ha messo insieme, negli anni, tutti gli appassionati e i lavoratori del settore della città creando un vero e proprio team specializzato, vantando disegnatori impegnati per le più grandi case editrici italiane, dalla Bonelli alla Star Comics.

L’annuncio della vittoria, comunicato dal responsabile di Comics, Giovanni Russo, è arrivato puntuale nell’auditorium della Fondazione Banca del Monte popolato dai 25 finalisti i cui progetti originali sono stati dettagliatamente esaminati dalla giuria. 

“Delitto d’autunno. Un’indagine di Andrè Lupin” è un noir ispirato alle graphic novel francese, nato dalla passione per il genere, dell’autore Gianfranco Vitti. Un traguardo importante per una città che in questi giorni ha riempito le pagine dei giornali più importanti per i fatti legati alla questione Ilva. Questa volta, la medaglia è d’oro.

“Per noi è stata una vera sorpresa - dicono Gabriele Benefico e Fabrizio Liuzzi, vincitori del premio - perché anche dopo l’appuntamento di questa mattina con la giuria non avevamo sensazioni positive. Ci avevano segnalato alcune pecche del progetto, come i troppi testi e i dialoghi e abbiamo pensato che fosse una sorta di bocciatura del progetto. E invece, siamo qui a festeggiare questa vittoria. Insieme alla nostra associazione abbiamo sviluppato insieme il soggetto e la sceneggiatura”. 

Fabrizio si è occupato dei testi e Gabriele delle chine e delle colorazioni. I due si sono aggiudicati un premio in denaro di 1.800 €. 

Lo sfondo è la città dei due mari preindustriale, fedele nei paesaggi e nelle architetture. Il protagonista è un investigatore privato Andrè Dupin, con papà francese e madre tarantina, riparte da Taranto dopo anni di inattività. Insieme alla sua assistente, Dupin, viene catapultato in una serie di avvincenti avventure. Tra depistaggi ed enigmi, la coppia riuscirà a far luce sui misteri della città.

“Dividiamo questo successo – sottolineano Liuzzi e Benefico – con il gruppo storico del LABO: Luigi Simonetti, Mara Venuto, Nicola Sammarco, Margherita Conte, Claudia Venuto, nonché con i nostri insegnanti professionisti, Emanuele Boccanfuso, Walter Trono e Enzo Rizzi, e con tutti i ragazzi, alcuni dei quali, come Alberto Buscicchio e Virginia Carluccio, sono alle prese con  le prime esperienze professionali”.

Orgoglio tarantino. Un traguardo non semplice da raggiungere, visto che lo staff del “Lucca Project Contest”, ogni anno seleziona quindici finalisti che nel corso della rassegna si contendono la pubblicazione con BD Edizioni, una delle storiche case editrici che conta circa seicento volumi tra comics, manga e saggi.

L’arte tarantina porta alta la bandiera della città. Come si legge su Facebook, sul profilo di uno dei ragazzi della scuola LABO, la felicità ha coinvolto tutti: “Sentire i tuoi amici al telefono gridare: Abbiamo vinto! ripaga tutti i momenti difficili che attraversa chi ha la nostra passione. Abbiamo vinto tutti”.


Lo sciabordio di un “Mare metallico”

L’Orchestra della Magna Grecia ha eseguito la prima ouverture sull’inquinamento

di Marina Luzzi


Rottami di ferro, materiali di risulta, scarti industriali, molle metalliche. Simboli dell’Ilva, lo stabilimento di Taranto  che divide l’Italia tra chi sostiene il diritto al lavoro e chi quello alla salute. Oggetti che sono divenuti strumenti musicali, naturale accompagnamento a quelli tradizionali attraverso cui l’Ico orchestra della Magna Grecia ha eseguito, in prima nazionale (poi sarà la volta di Lecce, Matera e Bari) al teatro Orfeo di Taranto, l’ouverture per orchestra e percussioni metalliche chiamata “Mare Metallico”, diretta dal maestro Luigi Piovano. Un documento musicale, scritto dal maestro Giovanni Tamborrino, che rientra in una “trilogia del mare” pensata dal direttore artistico dell’Ico, Piero Romano,  attraverso cui la musica classica si propone di tornare a raccontare l’attualità. A fare da corredo alle note, un grande telo bianco che ha “relegato” in secondo piano l’orchestra, mostrando immagini di una Taranto sconosciuta ai più, con delfini che nuotano a pochi passi dal lungomare cittadino e masserie distrutte da ruspe per far posto alle ciminiere del siderurgico. Gli orchestrali, guidati magistralmente dal nuovo direttore principale Luigi Piovano, primo violoncello dell’Orchestra di Santa Cecilia di Roma, hanno raccontato la Taranto del tempo che passa scandito da percussioni che sembravano richiamare la routine del lavoro di fabbrica o le marce funebri dei tanti che lì dentro ci hanno perso la vita. La rabbia però ha lasciato spazio, nel finale, alla speranza, con il suono delle onde del mare a musicare la scena. Il concerto nella seconda parte ha poi visto l’esibizione sorprendente del pianista Alessandro Marino e dei tanti virtuosismi enfatizzati dalla partitura di Mendelssohn, con il suo concerto per pianoforte ed orchestra n.1 opera 25. Alcuni fuori programma, tra cui  Souvenir de Porto Rico di Louis Gottschalk, ne hanno esaltato la bravura tra gli applausi di un pubblico che forse credeva di aver già assistito alla parte migliore della serata. Ed invece è stato un crescendo, con la degna conclusione di Shèhèrazade di Rimskij-Korsakov, illustrata da Piovano passo per passo, quasi a guidare la platea lungo le vie del Medio Oriente, a metà tra sogno e realtà. Poi è arrivata, come fregio inaspettato, l’esecuzione per violoncello del Cigno di Čajkovskij da parte di Piovano.