Arc2012novemb33-Nuovo Dialogo

Arc2012novemb33

La Chiesa vi è vicina e capisce il vostro dolore

Monsignor Santoro, il vescovo degli operai, è stato di nuovo tra loro per rinnovarne la fiducia



 









Seduto su una sedia di fortuna, intorno a lui gli operai del reparto Mof dell’area a freddo. Il vescovo di Taranto torna all’Ilva e stavolta lo fa restando fuori dalla fabbrica, davanti alla portineria A, dove gli ottantotto lavoratori del reparto Mof, Movimentazione Ferroviaria, sono in sciopero. Chiedono che la morte del giovane collega Claudio Marsella non sia stata vana, che vengano accolti i 13 punti fatti pervenire all’azienda in cui campeggia la richiesta che lavorino almeno in due sul locomotore divenuto strumento di morte il 30 ottobre scorso. Appena arrivato il Pastore ha ascoltato le voci degli operai, le loro difficoltà, le rimostranze verso la fabbrica e verso chi avrebbe potuto fare di più e non ha fatto. Poi ha preso la parola. “Il vostro  e quello delle vostre famiglie è un dramma nel dramma. Siete al centro dei miei pensieri. Ho pregato e continuo a pregare per tutti voi. Sono qui – ha dichiarato monsignor Filippo Santoro – per onorare la memoria di Claudio. In questo momento difficile, in cui l’attenzione mediatica nazionale va via via a scomparire, sento ancora più viva la necessità di farvi sentire forte la mia vicinanza e quella di Gesù Cristo. Appoggio la vostra protesta, sono con voi perché si concilino diritto alla vita, alla salute ed al lavoro. E’ il momento di stare uniti, serve concertazione, una visione unitaria, per risolvere problemi così complessi. Mi auguro che voi, insieme ai sindacati ed all’azienda, possiate trovare soluzioni condivise. Ci deve essere una speranza per Taranto. Deve essere possibile una risoluzione”.  Un discorso accolto tra gli applausi. “Sono settimane che siamo qui a combattere. Ci aspettavamo un segnale forte dalla politica, dalle istituzioni, dalla Chiesa. Siamo contenti di questa visita. Le parole dell’arcivescovo ci spronano ad andare avanti per ottenere diritti che sentiamo calpestati”- dicono alcuni tra gli operai stipati all’esterno della tenda da campo dove le notti passano gelide. Il sole invece riscalda il volto dell’arcivescovo e gli occhi di uno dei lavoratori che gli si avvicina commosso dicendogli che continua a credere ma ha perso fiducia nella Chiesa. “Anche per questo sono qui, per dimostrarvi che la Chiesa vi è vicina, che capisce il vostro dolore, è con voi”. Poi monsignor Santoro si avvicina alla cassetta di raccolta fondi per il sostegno alle famiglie degli scioperanti. A quel punto scatta un altro applauso, forte deciso. Il messaggio è chiaro. Per la prima volta un vescovo si schiera apertamente con i lavoratori, andando contro ad un certo modo di fare impresa e sindacato. Anche questo, un gesto destinato ad entrare nella storia della città.

di MARINA LUZZI


“Ragazzi puliti con valori sani”

Sono gli operai del Mof, in sciopero per due settimane


Comunque andrà a finire il loro gesto resterà nella storia della città. Due settimane di sciopero, fuori dalla portineria A dell’Ilva, con la certezza che il conto in banca del prossimo mese sarà amaro, ma convinti che portare avanti una battaglia per la sicurezza sul posto di lavoro sia l’unico mezzo per ottenere rispetto, diritti. Gli operai del Mof, il reparto Movimentazione Ferroviaria del colosso dell’acciaio, tra loro si conoscono tutti. Sono 88, un ventennio fa erano molti di più. La computerizzazione di alcune manovre, un tempo manuali, ne hanno ridotto il numero ma non certo la responsabilità. Per questo, dopo la tragica morte del loro collega, il ventinovenne Claudio Marsella, hanno deciso di incrociare le braccia (mentre andiamo in stampa non si sa se la protesta continuerà, ndr) finché l’azienda non si deciderà ad ascoltarli e a rivedere un accordo, firmato con i sindacati Cgil, Cisl e Uil, che prevede una sola persona al lavoro per turno, in un reparto dell’area a freddo dell’Ilva tra i più a rischio per incidenti. Su questa vicenda per giorni c’è stato silenzio poi, la presa di posizione del vescovo, che ha riferito pubblicamente al quotidiano cattolico Avvenire di voler far visita agli operai (riportiamo accanto il racconto di questo momento, ndr) ha spinto anche il primo cittadino Stefàno a schierarsi con i lavoratori. Dopo l’incontro con gli operai, il sindaco ha deciso di scrivere una lettera al presidente dell’Ilva, Bruno Ferrante, per chiedere che siano ascoltate le loro preoccupazioni e si provveda a soddisfare le loro richieste. “Chiedo che, nelle more della definizione delle cause che hanno portato alla tragica morte di Claudio Marsella - si legge - gli operai del MOF possano  riprendere a lavorare in coppia sui treni, a tutela del loro benessere psicofisico. Questo potrebbe non solo rasserenare i lavoratori, ma anche favorire il dialogo tra le forze sindacali, al fine di concordare e definire azioni e protocolli che accrescano la sicurezza sul lavoro”. Nessuna dichiarazione invece è giunta dal presidente della Provincia Gianni Florido mentre dal siderurgico non trapelano buone notizie. Sembrerebbe che non ci sia da parte dell’azienda alcuna volontà di venire incontro agli scioperanti.”Vogliamo morire di salute”- recita uno degli striscioni affissi nei pressi della tenda da campo divenuta simbolo del disagio dei lavoratori. Ed effettivamente la giovane età glielo permette. Sono ragazzi che non superano i 35 anni, spesso già padri di famiglia. Don Sergio, volontario che offre assistenza spirituale nella fabbrica, ce li racconta seduto su un gradone di cemento, in uno dei tanti momenti in cui è al loro fianco nella protesta. “Sono diventato sacerdote ormai quarantenne – ci confessa – e quindi conosco bene il mondo del lavoro. Ho fatto anche io l’operaio, il venditore di enciclopedie porta a porta, anche se il lavoro più stancante ma che dà più soddisfazioni è quello che svolgo oggi al servizio del Signore”. Don Sergio appartiene alla congregazione dei Giuseppini del Murialdo, che per vocazione si occupano di formazione ed accompagnamento nel mondo del lavoro. “La cosa più difficile è stata ottenere credibilità ai loro occhi,  far capire che sono un semplice volontario che porta qui la Parola”. Poi però le cose sono andate sempre meglio. “Il primo approccio è con quello che fanno. Mi raccontano delle loro mansioni – prosegue don Sergio –ma in realtà è solo un mezzo per arrivare alla persona. È la persona che conta, non il suo lavoro. Così cominciano a raccontarsi, a raccontare delle loro ansie, della paura di perdere il lavoro, delle tensioni in famiglia. Sono quasi tutti giovani. Ragazzi puliti, con valori sani, come ormai è difficile incontrarne”. Questi operai sono gli stessi che hanno promosso una manifestazione nel centro cittadino per ricordare Claudio Marsella, il cui fratello maggiore, Dario, era presente, e per chiedere che vengano rispettati i loro diritti in tema di sicurezza sul luogo di lavoro. Appena seicento, ad andar bene, i partecipanti. Vuoi l’orario, le 14.30 di un sabato, vuoi le motivazioni della protesta, poco conosciute ai più, la città con tutte le sue forze politiche, istituzionali e soprattutto con la gente comune, era assente, nonostante la presenza di rappresentanze di sindacati unitari di base provenienti da tutta Italia, anche dallo stabilimento di Mirafiori e dalla Thyssenkrupp. “È doloroso vedere una così poca partecipazione da parte dei tarantini – ci dice Rosella Balestra, referente del comitato Donne per Taranto – noi abbiamo deciso di esserci pur non abbassando il livello della protesta per la chiusura dello stabilimento. Negli scorsi giorni siamo state accanto agli operai per sostenerli nello sciopero ed abbiamo avuto conferma di un pensiero ormai assodato da tempo nel nostro gruppo: questa battaglia o la vinciamo tutti insieme o la perdiamo tutti insieme. Siamo tutti vittime”


Riordino delle province: il dietrofront di Brindisi

Il dibattito e i protagonisti del confronto

Provincia Salento. Questa la denominazione del nuovo ente proposto da 3 dei 4 sindaci presenti il 12 novembre a Palazzo di Città, durante l’incontro tenutosi con assessori e consiglieri regionali, per un confronto sul riordino delle province voluto dal primo cittadino ionico, Ippazio Stéfano.

Il testo proposto durante l’incontro, porta la firma di Antonio Gabellone, presidente Provincia di Lecce, Paolo Perrone, sindaco di Lecce, Mimmo Consales, sindaco di Brindisi che preferirebbe allearsi con Lecce e così Taranto resterebbe fuori dai giochi.

I motivi per cui la città adriatica abbia rinnegato la proposta prevista nel decreto del Governo, ossia la provincia Taranto-Brindisi con Taranto capoluogo, sono poco chiari.

La causa scatenante del dietrofront, sembrerebbe essere nata dalla possibilità negata per Brindisi del doppio capoluogo, che spetterebbe alla città ionica in quanto più popolosa.

Gabellone, Perrone e Consales spiegano la possibile scelta parlando della Provincia Salento come di un territorio unito da un punto di vista storico-culturale e non solo.

Il presidente dell’ente leccese, Gabellone, non ha celato la volontà di continuare a profondere l’impegno affinché Brindisi “Continui a disporre di un’adeguata offerta universitaria, della continuità della fondazione teatrale e dei servizi dei sistemi bibliotecari e museali impiantati da tempo”.

Presenti a Palazzo di Città anche il sindaco di Ostuni, Domenico Tanzarella, il sindaco di Cisternino, Donato Baccaro, ed il sindaco di Villa Castelli, Alessandro Neglia, tutti in sintonia con l’idea iniziale prevista dal Governo, della provincia Taranto-Brindisi. Quest’ultimi hanno cercato di riportare in auge durante l’incontro, in attesa del definitivo consiglio c

omunale di Brindisi programmato il prossimo 20 novembre, la prospettiva di accorparsi a Taranto ri-trattando con i cugini brindisini, oppure creando le basi per restare provincia autonoma grazie all’ingresso di Ostuni, Villa Castelli e Cisternino.

Per Stéfano il punto cardine del progetto resta l’affinità tra le province esistenti, che vede protagoniste Brindisi e la Valle d’Itria piuttosto che un Salento così grande che rischierebbe di diventare dispersivo e lesivo per Taranto, che dovrebbe accontentarsi di svolgere un ruolo del tutto secondario.

A supportare il sindaco di Taranto, ci ha pensato l’onorevole Claudio Signorile che ha scritto una lettera rivolta ai primi cittadini dell’area ionico-salentina in cui, attraverso una ricostruzione della storia degli ultimi 30 anni della Terra di Puglia, ha spiegato quanto il Salento si sia consolidato come realtà economica e culturale, mantenendo una propria forte identità. “Non è possibile un’ulteriore espansione - prosegue Signorile – pena la crisi e la dissoluzione di quell’equilibrio che rendono affascinante l’offerta del Salento su un mercato mondiale. È l’asse di sviluppo Taranto – Brindisi a dover essere il cuore strategico del riordino delle attuali province”.

La situazione ad oggi, è confusa e poco chiara. Non resta che aspettare il prossimo tavolo tecnico.

 











di TECLA CAFORIO


Taranto come Hollywood

La Città vecchia set cinematografico di una produzione internazionale. Anche grazie all’Apuglia Film Commition

Pensare a Taranto come un set hollywoodiano. Telecamere e microfoni ambientali tra le strade lasciate all’incuria del tempo, dove l’unica espressione della contemporaneità sta nella scritta rossa fatta con la bomboletta spray, davanti a una chiesa storica.
E invece, i camion bianchi con la scritta azzurra : "T.C.T Tranquilli – trasporti cinematografici" sono parcheggiati sul molo, vicino alle barche dei pescatori.
 I vicoli rupestri e la luce hanno catturato l’attenzione del regista americano Paul Haggis, che ha deciso di girare alcune scene del suo ultimo film "Third Person" nella città dei due mari, nell’isola in particolare. I bodyguard, che garantiscono il silenzio durante le riprese sono tutti abitanti dell’isola. "Non si dica che a Taranto non si fa mai niente. Questo regista e questi attori ci hanno dato la possibilità di guadagnare qualcosa per la nostra famiglia. Ormai facciamo parte di Hollywood"- scherza Salvatore, uno degli addetti al servizio d’ordine, mentre si aggiusta l’auricolare dal quale riceve le comunicazioni dalla regia.  Si crea un gruppetto davanti l’hotel "Akropolis", dove Adrien Brody, che nel film interpreta un americano che odia l’Italia, gira una scena con la bella Moran Atias, che sarà una zingara che l’uomo ha conosciuto a Roma, durante un viaggio. Gli sguardi sono curiosi, le macchine fotografiche non mirano un punto preciso: "gli attori famosi potrebbero uscire da qualsiasi parte. Dobbiamo stare attenti". Nelle lunghe pause, tra un ciack e l’altro, alcune ragazzine indicano la controfigura di Adrien Brody, un ragazzo di Taranto, Nicola Taurino, anche lui ingaggiato per l’occasione.
"Stanno girando un film. Sì, sono un paio di giorni che vedo le telecamere per la strada. L’altra mattina stavo andando a fare la spesa e mi hanno fatto cambiare strada perché stavo andando vicino al set. Ogni tanto la fanno qualcosa di buono". Una signora affacciata al balcone di casa condivide la sua soddisfazione. Lei non sa molto del film, tranne che c’è qualche attore famoso in giro per la città. Le poche notizie che è riuscita a reperire le ha apprese da sua cognata "perché mio fratello è stato preso come comparsa. Guadagnano bene, eh! Guadagnano bene!": questo dettaglio, detto con autenticità e sincerità, tiene a ribadirlo.  "Dovrebbe esserci anche Riccardo Scamarcio, quello di 3 metri sopra il cielo". Neanche il tempo di finire la frase che la figlia schizza fuori sul balcone, pende dalle labbra della madre, vuole sapere maggiori dettagli sul suo attore preferito. "Speriamo che lo incontro, magari ci facciamo una passeggiata sul molo". I sogni della ragazzina sono alimentati dal racconto di una sua amica, che passa sotto al balcone è fieramente confessa:  "Una mia amica l’ha visto! Si sono fatti anche un giro sulla moto, come nel film!".  Gli occhi della ragazzina sul balcone si sbarrano, entra in casa, muovendo violentemente la tendina. La madre sorride e finisce: "Potevano fare sempre film in città, così davano da mangiare a questi ragazzi che sono sempre disoccupati. Ne hanno fatti altri già, tipo quello sui Modeo o Mar Piccolo, ma questo lo vedranno in America. Sarebbe un bel lavoro per chi non ne ha".
Giovanni Giannetti abita vicino Cantiere Maggese e dei giorni del cinema sa già che avrà un bel ricordo: "È stata una cosa più che positiva, per i ragazzi che hanno partecipato come comparse. Si sta tranquilli da una settimana, tutti ormai pensano solo al film, non hanno tempo neanche di dare fastidio". Si respira genuinità, tra le vie del borgo antico. La novità del cinema ha conquistato tutti.  "Gli adulti prendono 80€, i piccoli 150€. Pensa che hanno pagato anche i padroni di un cagnolino. Io mica lo sapevo che il cinema dava così lavoro".
La luce che ha conquistato il regista americano, accende il volto dei tarantini, che corrono su e giù per i vicoli, curiosi e impegnati. Si sentono una squadra. O come ha precisato un macchinista: "Sono una squadra".

di MARIO PANICO


Una città da amare

La confessione di Paul Haggis, regista premio Oscar

“Mi sono innamorato di Taranto, della sua gente, dell’accoglienza ricevuta. È una città meravigliosa, che non merita di soffrire a causa dell’industria. Ha delle luci fantastiche, delle contraddizioni che ispirano, basta camminare per le strade della Città vecchia per coglierle”. Nonostante la difficoltà della lingua, ed un interprete di mezzo a tradurre dall’inglese all’italiano, Paul Haggis, nella conferenza stampa tenuta all’hotel Akropolis, a pochi minuti da uno degli ultimi ciak  nel Borgo antico, è stato un fiume in piena di elogi ed entusiasmo per la settimana trascorsa tra i due mari a girare alcune scene del nuovo “ The third person”. A chi gli ha chiesto il motivo per cui la produzione ha scelto proprio Taranto (oltre ai 98mila euro stanziati dall’Apulia Film Commission, ndr), il regista vincitore di un premio Oscar per la sceneggiatura di “Million dollar baby”, ha spiegato: “Ho scelto questa città per molti motivi, ma primo fra tutti perché rappresenta l’Italia senza essere la classica cartolina italiana. Gli americani hanno una visione stereotipata dell’italianità. La associano solo a Roma, una delle tre location del mio film. Attraverso i colori di Taranto voglio portare un altro squarcio del Bel Paese”. Haggis, regista del discusso “The crash”, ha parlato del capoluogo ionico come di un “posto difficile, duro, pieno di contraddizioni ma anche di gente accogliente, ospitale. Quando ho visto Taranto, un mesetto fa, ho pensato fosse il posto ideale per adattare alcune scene della mia pellicola e cambiarne altre per adattarle a questo ambiente“. Per Haggis questo è “il mio primo vero film d’amore. Di solito scrivo una sceneggiatura quando non ho risposte e mi faccio tante domande. Anche stavolta è stato così. Per un periodo mi sono interrogato sull’amore senza trovare degne risposte che poi non si traducessero in questa pellicola”. Il regista canadese ha approfittato dell’incontro con i giornalisti anche per parlare della questione Ilva. “Sia io che gli attori ne abbiamo discusso. Troppo triste è per me pensare che questa città sia schiava del ricatto tra salute e lavoro. Per questo quando mi hanno chiesto di indossare la maglietta con su scritto Respiriamo Taranto, per promuovere questo messaggio, non ho esitato un attimo”. Infine uno spot a tutta la Puglia “È un posto pazzesco – ha concluso Haggis – è vergognoso che la gente abbia paura di venirci. Amo il cibo italiano e qui a Taranto ho mangiato benissimo. Se dopo aver cenato dormo, vuol dire che era tutto fresco e buono e qui ho lavorato, mangiato e fatto delle belle dormite”.   

di MARINA LUZZI