Arc2012novemb34-Nuovo Dialogo

Archivio novembre 2012 N°34


Fai la spesa per chi è povero

Torna anche quest’anno la giornata di solidarietà del Banco alimentare. Ed anche i carcerati danno il loro contributo

Gli ultimi che aiutano gli ultimi. Non è uno slogan, non è pubblicità. È quello che è accaduto lunedì scorso, quando i detenuti della casa circondariale di Taranto hanno sposato l’idea del Banco Alimentare di Taranto: fare per un giorno la spesa, nello spaccio del carcere, anche per uno dei tanti indigenti della città. Un progetto che anticipa di qualche giorno l’ormai tradizionale appuntamento con la “Colletta Alimentare”, la raccolta di alimenti non deperibili che si terrà sabato in tutti gli ipermercati e gli esercizi commerciali italiani, anche a Taranto. Un’iniziativa, quella della raccolta in carcere, partita tre anni fa da San Vittore, che si è estesa presto in 20 strutture di detenzione in tutta Italia. “E’ un’idea che ha tanto da insegnarci – ha spiegato Andrea Giussani, presidente della fondazione a cui fa capo il Banco Alimentare – perché quando pensiamo a chi ha perso la libertà riteniamo che non ci sia niente di peggio. Ed invece chi vive questa condizione è capace di svincolare il pensiero da sé, dal proprio dolore, per guardare all’altro, per pensare a chi può stare peggio di lui”. Ed i numeri purtroppo parlano chiaro. “Facendo riferimento ai dati fornitaci dall’Istat – spiega Giussani – emerge un quadro allarmante: coloro che sono all’ultimo livello di povertà, parliamo di persone che non riescono a garantirsi almeno un pasto al giorno per l’intero mese, in Italia sono 3 milioni e 700 mila. Due anni fa erano quasi un milione in meno”. Il Banco Alimentare si occupa di provvedere a questa gente raccogliendo le eccedenze alimentari dalla grande distribuzione, a cui si uniscono gli aiuti della Comunità Europea. Alimenti che vengono donati a strutture caritative che a loro volta li distribuiscono sul territorio nelle mense e tra coloro che hanno più necessità. “Ogni anno – ha continuato il presidente nazionale del Banco Alimentare – ci occupiamo di raccogliere e distribuire 70mila tonnellate di cibo ad 8700 strutture, arrivando ad aiutare 1 milione e 700 mila persone, purtroppo ancora meno della metà di quelle che andrebbero supportate. Ecco perché di recente abbiamo commissionato al Politecnico di Milano una ricerca sullo spreco alimentare, per capire come migliorarci. Gli studi hanno fatto emergere che lo spreco è ancora elevato, che si potrebbe fare molto di più. Le difficoltà nascono dal fatto che non sempre c’è la volontà degli esercizi commerciali di mettere a disposizione il materiale di scarto, di conservarlo in un certo modo per poi donarlo e l’altro aspetto che ci limita è quello dei costi. Siamo una onlus, bisogna trovare fondi per la benzina, per impiegare qualcuno nella raccolta, per mezzi che trasportino i viveri, per avere magazzini nei quali raccoglierli”.  A Taranto il Banco Alimentare funziona ottimamente. “I dati del 2012 parlano di 12mila persone su Taranto e provincia che vengono aiutate grazie alla nostra onlus. Stiamo già raccogliendo le domande di richiesta per il 2013 – ci spiega il presidente della sezione locale Gigi Riso – ed aggiungeremo almeno una quarantina di enti, associazioni e strutture caritative a quelle che già serviamo,  al momento 350. Il nostro è un servizio che funziona con un dipendente e mezzo e tanti volontari. Se se ne occupasse l’amministrazione pubblica mi chiedo quanto spenderebbe. Gli aiuti ci arrivano anche attraverso la Comunità Europea che però ha deciso dal 2014 di cambiare strategia: in pratica ogni Paese dovrà provvedere da sé al fabbisogno dei propri indigenti.  E’ un’idea che parte dalla Germania, stanca di doversi accollare i problemi altrui. Per noi però rappresenta una seria questione.  Bisognerà aumentare il numero di aziende che ci aiutano ed investire più che in strutture di raccolta in mezzi e uomini per raggiungere ogni esercizio alimentare che si dichiara disponibile a donare le eccedenze». Poi Riso parla di come è andata la raccolta nella casa circondariale tarantina. «È stata una bella esperienza. Il nostro obiettivo non era quello di raccogliere chissà quanto ma di dare a questa gente la possibilità di sentirsi utile, di avere un piccolo riscatto. Si sono occupati di tutto loro: della spesa, dei pacchi da fare e ne approfitto per ringraziare il direttore della struttura detentiva, Stefania Baldassari, per la grande apertura con cui ha accolto l’idea  mettendoci a disposizione dei responsabili che ci aiutassero. Un carcere, inutile forse anche dirlo, non è un supermercato, non è così semplice promuovere progetti di questo tipo, eppure ce l’abbiamo fatta».

Marina Luzzi


Per i pendolari i disagi non finiscono mai. Anzi

Abbiamo raccolto la testimonianza di un tarantino che lavora a Roma

Spesso per lavoro o per motivi di studio, tantissime persone sono costrette a spostarsi dal proprio luogo di residenza, quotidianamente o a cadenza settimanale, ad altra destinazione. Il fenomeno del pendolarismo, in costante aumento negli ultimi vent’anni, ha portato le città ad ampliare le proprie dimensioni anche agli occhi degli stessi cittadini e ad accorciare distanze ritenute insormontabili per chi si muoveva ‘da lontano’. I mezzi di trasporto pubblici più usati sono il treno e l’autobus, considerati da sempre l’unico reale antidoto al traffico, in grado di diminuire l’impatto ambientale ed economico,  riducendo l’uso di mezzi familiari privati come la macchina e abbattendo notevolmente i costi di viaggio. Purtroppo, l’utilizzo di questi mezzi non è supportato nella maniera necessaria dalle istituzioni e dalle stesse società di trasporti come Trenitalia, che continuano a perseguire la politica dei tagli e sopprimere corse di lunga e corta percorrenza, necessarie ad ampie fasce di utenza. Il grido d’allarme lanciato da alcune amministrazioni, soprattutto delle città del Sud maggiormente penalizzate, vuole dar voce a diverse proteste locali che rischiano di rimanere inascoltate. L’unica alternativa è arrangiarsi. Abbiamo ascoltato Paolo Intini, informatico presso una multinazionale straniera con sede a Roma, pendolare tra Taranto e la capitale.

Da quanto tempo fa il pendolare?

Sono circa 12 anni che lavoro a Roma. Ho preso questa decisione per evitare di spostare la mia famiglia.

Quali sono state fino a poco tempo fa, le sue abitudini di viaggio?

Fino a quando non è stato soppresso l’Eurostar notturno per Roma, riuscivo a gestire al meglio i tempi dei due week end al mese in cui tornavo a casa. Partivo la domenica sera da Taranto alle 23.45 ed arrivavo a Roma alle 6.30 del lunedì mattina pronto per andare a lavoro. Ho assistito ad una escalation negativa dei servizi offerti: quando ho cominciato a viaggiare in treno, c’era a disposizione la carrozza cuccette che permetteva di riposare durante il viaggio. Era il vantaggio di viaggiare di notte. Da quando hanno eliminato il vagone cuccette e soppresso quella corsa, mi ritrovo costretto a viaggiare con l’autobus.

Quali difficoltà incontra? Ci sono grosse differenze?

Le differenze sono sostanziali. Prima di tutto nei costi. Anche il biglietto del treno è andato via via aumentando ma oggi, spendo 45 euro per la sola andata col bus, senza alcuna possibilità di trovare promozioni od agevolazioni. In più, viaggiare in pullman di notte, è scomodo e il lunedì mattina arrivo a lavoro provato dalla notte. Eppure gli orari sono gli stessi. Ho dovuto anche cambiare alcune abitudini lavorative. Prima per tornare a casa partivo il venerdì sera, adesso sono costretto a chiedere mezza giornata di permesso dato che l’unico intercity a disposizione, parte alle 15.40 pieno orario lavorativo . L’unica alternativa è partire il sabato mattina, perdendo un’intera giornata di riposo in viaggio. Non ci sono altre soluzioni.

Ha la possibilità di usufruire di agevolazioni particolari, considerando la frequenza con cui viaggia?

Trenitalia non offre nessuna agevolazione. Si può sottoscrivere un abbonamento settimanale solo per chi viaggia tra regioni confinanti, ad esempio nel caso di Roma, per chi arriva dalla vicina campania. Quindi per tutti gli studenti, lavoratori e lavoratori non esiste alcun vantaggio per l’uso del mezzo pubblico. I costi del biglietto incidono notevolmente sul budget a disposizione.

Tecla Caforio


Girasoli “impazziti di vita”

È il nome della locanda gestita da persone Down. Una scommessa che tutti dobbiamo sostenere

Portami tu la pianta che conduce/ dove sorgono bionde trasparenze/e vapora la vita quale essenza;/portami il girasole impazzito di luce.

Eugenio Montale trasforma il girasole in metafora. La vita che "impazzisce" nel giallo del fiore, che segue il sorgere e il calare del sole. 
Non solo poesia. Nei pressi di Cinecittà, al quartiere Quadraro, in via Suplici, nel 2000, una locanda speciale è nata dall’idea di una cooperativa che il fiore l’ha nel nome. Il gruppo romano "I Girasoli", che da anni sostiene persone affette da sindrome di Down, ha deciso di dare una vera possibilità a questi ragazzi spesso mortificati dalla escludente logica del lavoro.
Le negatività non sono mancate. «Nel 2005, la locanda ha vissuto un periodo bruttissimo – racconta il signor Antonio Anzidei, presidente della cooperativa - il lavoro scarseggiava, ma grazie all’aiuto del municipio di Roma 10 e, dell’allora sindaco Veltroni, siamo riusciti a prendere contatto con un imprenditore che si è fatto carico dei debiti che gravano sulla nostra attività».
A settembre 2005, dopo tre mesi di chiusura, torna il sereno. "La locanda dei girasoli", così si chiama, riapre grazie al contributo, come socio sovventore, della "Cooperativa Cecilia".  Nel 2008, poi, si unisce alla squadra la Cooperativa "Al Parco".
Viviana, Valerio, Anna, Claudio, sono i quattro ragazzi affetti da sindrome Down che collaborano con il cuoco della locanda romana. In tirocinio di formazione, Simone, unitosi solo ultimamente allo staff. Il più giovane ha 23 anni, il più anziano 37. Sia la Cooperativa, sia le famiglie dei ragazzi, sono associati all’A.I.P.D. (Associazione Italiana Persone Down) di Roma.
"Sono giovani pieni di vita – continua il signor Anzidei – Tutti soci-lavoratori, amano stare in mezzo alla gente. Il lavoro offre loro la possibilità di riprendersi la dignità di essere umani, che spesso la società nega. Sono persone come noi: quando sbagliano sono pronti ai rimproveri, quando fanno bene il loro dovere, i complimenti non mancano". La loro simpatia coinvolgente è diventata un marchio di fabbrica: "Un giorno venne a far visita alla locanda il sindaco Veltroni, e uno dei nostri ragazzi, ringraziandolo al microfono lo confuse con Rutelli, l’ex sindaco della Capitale, facendo esplodere i commensali in una risata divertita".
"Una volta varcata la porta d'ingresso – si legge sul sito www.lalocandadeigirasoli.it - verrete colpiti dalla molteplicità dei colori che identificano in pieno l'anima e la creatività del locale". E le foto lo confermano: accoglienza e professionalità sono i punti forte di questa piccola azienda, che dà molta importanza alla qualità dei prodotti preparati. "Avrete la possibilità di scegliere tra piatti tipici della cucina laziale, toscana e siciliana uniti alle nostre rivisitazioni dei piatti tipici dei paesi che si affacciano sul bacino del Mediterraneo". Tutto questo garantito dalla prestigiosa guida di ristorazione "Il gambero rosso" che ha inserito la locanda tra i suoi itinerari culinari. 
La crisi ha colpito anche loro, tanto che nell’ultimo periodo si sono visti costretti a ridurre il loro orario di lavoro. Chiuso il lunedì, gli altri giorni servono le loro specialità solo a pranzo. Per questo è partito l’appello su Facebook, per sostenere questa fucina di talenti, questa palestra di diritti. I primi risultati sono stati incassati: lo scorso mercoledì la locanda ha completato le ordinazioni. Per chiunque voglia fare dare una mano, può farlo versando un contributo al conto IBAN IT 96 R056 9603 2200 0000 3389 X 92. 
E se vi trovate nei pressi di Roma, non rinunciate a un pranzo divertente che impazzisce di vita, proprio come un girasole. 


Arcidiocesi di Taranto - Ritiro del Clero

Meditazione dell’Arcivescovo Metropolita

S. E. R. monsignor Filippo Santoro

Seminario minore arcivescovile, 16 novembre 2012


1.         Introduzione: la nuova evangelizzazione e il suo contesto

Saluto monsignor Alessandro Greco, nostro vicario generale, e tutti voi, sacerdoti della nostra arcidiocesi. Reduce dal Sinodo, ho ritenuto opportuno predicare personalmente il Ritiro di questo mese sia per condividere con voi la ricchezza di questo incontro importante per la Chiesa universale sia per metterci al passo, come Chiesa particolare, con le indicazioni emerse dal Sinodo e dalle parole del Santo Padre. Dopo la meditazione comunitaria e la riflessione personale, celebreremo l’Eucaristia per gli arcivescovi e confratelli sacerdoti defunti della nostra arcidiocesi, e particolarmente per quelli deceduti nel corso di quest’anno: sarà un momento importante di memoria, gratitudine e di intercessione.

Abbiamo iniziato il ritiro con l’Ora media, il cui Inno ci ha fatto invocare la presenza e l’opera dello Spirito Santo. Il primo giorno del Sinodo, il Santo Padre Benedetto XVI ha dato inizio all’Assise con una splendida meditazione – dettata a braccio – esattamente sullo stesso Inno. In modo particolare si soffermò sulla seconda strofa, la cui traduzione italiana («voce e mente si accordino nel ritmo della lode») in realtà impoverisce il testo latino originario: «Os, lingua, mens, sensus, vigor, confessionem personent. Flammescat igne caritas, accendat ardor proximos». La bocca, la lingua, i sensi, le forze si raccolgano in un’unica confessione di fede. Nella seconda parte della strofa, poi, si fa riferimento al fuoco della carità (igne caritas). Gli elementi fondamentali sono la proclamazione, l’annuncio della fede e l’ardore della carità.

Il messaggio del Sinodo si inserisce in tutto il cammino della Chiesa sulla nuova evangelizzazione. Già nel 1983 in un discorso al CELAM ad Haiti, il Beato Giovanni Paolo II aveva lanciato il tema della nuova evangelizzazione, che poi è ritornato a più riprese nei documenti del Magistero e così fortemente in quello di Benedetto XVI.

Nell’Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana, tenutasi a nel maggio scorso a Roma, il Papa tenne un memorabile discorso, il 24 maggio, nel quale offriva una chiara fotografia della situazione in cui viviamo affermando: “Anche una terra feconda rischia così di diventare deserto inospitale e il buon seme di venire soffocato, calpestato e perduto”.

Ricorderete che, nel settembre scorso, proprio a partire dal discorso di Papa Benedetto XVI ai vescovi Italiani, ho tenuto una relazione alla diocesi, nel Convegno pastorale diocesano, che oggi vi è stata consegnata come Orientamenti pastorali per l’anno 2012-2013. Terre cristianamente feconde come la nostra, con grandi manifestazioni di fede visibili a tutti; - terre che non vivono l’esperienza della fede come in diaspora, ma in un contesto che accoglie e cura le tradizioni religiose-, potrebbero ritrovarsi ad essere un deserto inospitale.

Nell’omelia dell’11 ottobre, in occasione dei 50 anni dell’inizio del Concilio Vaticano II  e dell’indizione dell’Anno della Fede, il Papa è ritornato su questo tema affermando che :In questi decenni è avanzata una «desertificazione» spirituale” della nostra società, nella quale ad un avanzamento tecnologico sembra corrispondere un impoverimento dell’esperienza umana. Egli ne parlava non in termini di accusa nei confronti della società, quanto piuttosto mettendo in luce la difficoltà, la sofferenza di chi vive in questa situazione di deserto. Sulla desertificazione della nostra società ha insistito più volte il Sinodo e, del resto, il tema era stato focalizzato già dalla relazione introduttiva del Cardinale Wuerl di Washington (Relatio ante disceptationem, 8 ottobre 2012).

2.         Dio parla anche nel deserto: la precedenza di Dio

Di fronte a questa situazione il Papa ed il Sinodo hanno dato una risposta chiara: anche in questo deserto Dio parla ancora.

Alla luce di tutto ciò, vorrei articolare la mia riflessione in due punti:

1)                  l’agire di Dio e

2)                  la risposta dell’uomo.

Anzitutto riflettiamo sull’agire di Dio, che prende l’iniziativa, che continua a parlarci, a venirci incontro e solo dopo possiamo riflettere sulla nostra risposta, che – negli interventi del Sinodo – ha assunto sempre di più le caratteristiche della conversione. Si è insistito molto su questo aspetto ed anche noi ne faremo oggetto di specifica riflessione.

Si tratta di due punti importanti nella situazione che ciascuno di noi vive. Noi potremmo avere una tentazione e cioè quella di ritenere che sia nostro dovere curare le cose che riguardano la fede e di dover invece tralasciare le cose che riguardano la società. Invece, l’annuncio di Gesù è l’annuncio di chi cura la fede, ma per trasformare la società e prendersi cura della situazione storica concreta nella vive.

Nel caso della nostra città, le difficoltà sono legate alla crisi economica, alla crisi occupazionale e alla situazione dell’Ilva, che sembra prospettarci o la chiusura della fabbrica o la minaccia della salute. Per noi il punto di giudizio sta nel fatto che la nostra conversione riguarda non solo l’interiorità della nostra vita, ma anche la proposta che possiamo fare alla società. L’agire di Dio non è solo per convertirci e per aiutarci nella vita spirituale; occorre riappropriarsi della certezza che l’annuncio del Signore trasforma la nostra vita e ci dà la forza di cambiare la storia e le condizioni della società, o per lo meno per avere anche in questa situazione un atteggiamento evangelico capace di offrire speranza pur nelle situazioni drammatiche che si possono prospettare. Non possiamo pensare: “Curiamo la fede e per il resto si salvi chi può”. La nostra fede ci chiama ad una continua conversione e questo è il nostro atteggiamento nelle difficoltà economiche e sociali che dobbiamo vivere: una cosa non è separata dall’altra. La nostra conversione porta speranza alla nostra vita e ci porta a dare speranza a tutte le persone. 

Nel Sinodo varie volte è tornata un’affermazione chiara: per far rifiorire il deserto della fede non basta – anzi non serve – adattare strategie e riformulare piani pastorali, ma ci vuole una “svolta” per cui non è sufficiente fare ora un po’ più di questo ora un po’ più di quest’altro, ma è necessario qualcosa di più.

Nel commento all’Inno di Ora Terza, prima richiamato, il Papa diceva che c’è una grande sofferenza dell’uomo che può essere riassunta in alcune domande fondamentali: “Dietro il silenzio dell’universo, dietro le nuvole della storia c’è un Dio o non c’è? E, se c’è questo Dio, ci conosce, ha a che fare con noi? Questo Dio è buono, e la realtà del bene ha potere nel mondo o no?”.

Questa domanda – fatta a braccio, mentre era evidente che il Papa parlava ex abundantia cordisoggi è così attuale come lo era in quel tempo. Tanta gente si domanda: Dio è una ipotesi o no? E’ una realtà o no? Perché non si fa sentire? «Vangelo» vuol dire: Dio ha rotto il suo silenzio, Dio ha parlato, Dio c’è. Questo fatto come tale è salvezza: Dio ci conosce, Dio ci ama, è entrato nella storia”.

Prima di ripetere queste cose agli altri, oggi dobbiamo sentirle rivolte a noi: Dio è entrato nella mia storia? Dio si è fatto conoscere da me? Dio mi ha raggiunto attraverso tante circostanze, fatti, eventi? Qui il problema centrale non è se Dio abbia parlato in generale, ma se abbia parlato a me, se abbia raggiunto me. Mi ha toccato attraverso le circostanze ed i fatti, con cui mi ama e mi raggiunge? Si tratta di un appello personale del Dio con noi, che si mostra a me, che mi conosce e mi parla.

Il Papa, poi, continua: “Gesù è la sua Parola, il Dio con noi, il Dio che ci mostra che ci ama, che soffre con noi fino alla morte e risorge. Questo è il Vangelo stesso. Dio ha parlato, non è più il grande sconosciuto, ma ha mostrato se stesso e questa è la salvezza”. Qui non si tratta, quindi, di aggiustare le strategie pastorali, ma di metterci personalmente in ascolto di ciò che Dio oggi vuole dire a ciascuno di noi. Dio ci provoca!

Una delle esperienze più intense del Sinodo è stata quella di poter ascoltare straordinarie esperienze di fede e di grazia provenienti dai Vescovi di tutto il mondo. Lì si percepiva il cuore cattolico della Chiesa, manifestato dalle differenti testimonianze dei luoghi più disparati che convergevano tutte verso un’unica realtà: Dio sta parlando, Dio sta intervenendo!

Sono risuonate le testimonianze dei Vescovi dei paesi di tradizione islamica, che ci hanno ricordato come Dio parli attraverso il martirio ed il dono totale della vita. Anche dai Paesi di tradizione comunista ci è stato ricordato come prima tutto fosse proibito ed ogni manifestazione pubblica della fede era ostacolata. Ciò nonostante proprio dal sangue dei martiri è rifiorita le fede in quelle Chiese. Pur nel silenzio, nell’opposizione, nella persecuzione, Dio continua a parlare.

Un’altra testimonianza commovente è stata quella del rappresentante della Conferenza Episcopale in cui sono radunati tutti i Paesi nordici, in cui il processo di secolarizzazione ha raggiunte il massimo livello. Egli ha detto che si notano i segnali di una significativa ripresa: persino nella secolarizzazione e laicizzazione esasperate, Dio continua  a parlare, ad agire, ad intervenire.

Altri cardinali e vescovi ci hanno fornito le cifre dei nuovi battezzati ogni anno, ovvero persone che scelgono di diventare cristiane, che non vengono battezzate per tradizione familiare: in Cina sono registrati ogni anno 3000 nuovi battesimi ad Hong Kong e 2000 a Macao. Dalla Cambogia, dalla Corea e dalle Filippine sono risuonate testimonianze di una fede florida, che nasce, si sviluppa e coinvolge, contagia, pur in situazioni drammatiche per i cristiani. E poi è stato anche testimoniato il grande impeto missionario delle Chiese dell’America Latina.

Io mi sono sentito provocato fortemente da queste testimonianze che ci mostrano come Dio continui ad agire, ad operare, a parlarci in ogni contesto ed in ogni situazione.

Lo spirito del Sinodo ed il suo tono è stato proprio questo: stare di fronte all’azione di Dio, che parla! Il Papa lo ha detto nella meditazione sull’Inno dell’Ora Media:

Di per sé il fatto che abbia parlato è la salvezza, è la redenzione. Ma come può saperlo l’uomo? Questo punto mi sembra che sia un interrogativo, ma anche una domanda, un mandato per noi: possiamo trovare risposta meditando l’Inno dell’Ora Terza «Nunc, Sancte, nobis Spìritus»”.

È lo Spirito Santo che ci dà risposta!

Quanto fin qui detto, potrebbe essere sintetizzato sotto la formula: “La precedenza di Dio”. Dio ha assunto l’iniziativa di parlare, di mostrarsi, di venirci incontro, ma – ribadisco – non appena per la nostra vita spirituale, ma per la vita stessa, cioè per la vita nella società. Questa è la sfida e la novità che il Signore ci offre.

Recentemente il vescovo di Rieti mi ha invitato ad una tavola rotonda con i sindacati, che mi chiedevano di dare una testimonianza sulla situazione di Taranto e su come stiamo vivendo il tutto. Anche loro stanno soffrendo il problema della disoccupazione ed una fabbrica ha licenziato 180 persone. Le letture e le soluzioni che venivano offerte erano tutte orizzontali: una nuova classe dirigente che sappia fare sistema, una nuova politica industriale, una nuova politica ambientale. Ognuno diceva che il problema principale era uno degli aspetti della questione, a seconda delle prospettive e sensibilità di chi interveniva. Si trattava di suggerimenti validi, ma pur sempre parziali – come chi affermava che ci doveva salvare la politica-; e, comunque, tutti escludevano la fede. Una prospettiva di fede sui problemi della società magari non ci offre soluzioni e ricette pratiche, ma sprona la nostra umanità, ci mette in sintonia per re-incontrare questo mondo. La salvezza viene dalla fede, ma, a partire dalla fede abbiamo la responsabilità di tradurre la fede in opere di solidarietà, di giustizia e di carità;non possiamo essere spettatori.

Il primato della fede non va scavalcato. In genere la tendenza, dinanzi alle situazioni e ai problemi, è quella di rispondere alla domanda: “Cosa possiamo fare?”. Occorre fermarsi; prima di tutta bisogna accogliere l’azione di Dio, ci dice il Papa:

Noi non possiamo fare la Chiesa, possiamo solo far conoscere quanto ha fatto Lui. La Chiesa non comincia con il “fare” nostro, ma con il “fare” e il “parlare” di Dio. Così gli Apostoli non hanno detto, dopo alcune assemblee: adesso vogliamo creare una Chiesa, e con la forma di una costituente avrebbero elaborato una costituzione. No, hanno pregato e in preghiera hanno aspettato, perché sapevano che solo Dio stesso può creare la sua Chiesa, che Dio è il primo agente: se Dio non agisce, le nostre cose sono solo le nostre e sono insufficienti; solo Dio può testimoniare che è Lui che parla e ha parlato”.

Questo agire di Dio viene prima di ogni altra cosa, ma non come presupposto per il nostro operare. Dio che parla, interviene, agisce deve essere il presupposto, il fondamento, la forma ed il punto di partenza di tutto.

3.         La risposta della Chiesa: cooperare all’agire di Dio

Sempre il Papa, nella già citata meditazione, dice:

Pentecoste è la condizione della nascita della Chiesa: solo perché Dio prima ha agito, gli Apostoli possono agire con Lui e con la sua presenza e far presente quanto fa Lui. Dio ha parlato e questo «ha parlato» è il perfetto della fede, ma è sempre anche un presente: il perfetto di Dio non è solo un passato, perché è un passato vero che porta sempre in sé il presente e il futuro. Dio ha parlato vuol dire: «parla». E come in quel tempo solo con l’iniziativa di Dio poteva nascere la Chiesa, poteva essere conosciuto il Vangelo, il fatto che Dio ha parlato e parla, così anche oggi solo Dio può cominciare, noi possiamo solo cooperare, ma l’inizio deve venire da Dio.  […]Solo il precedere di Dio rende possibile il camminare nostro, il cooperare nostro, che è sempre un cooperare, non una nostra pura decisione. Perciò è importante sempre sapere che la prima parola, l’iniziativa vera, l’attività vera viene da Dio e solo inserendoci in questa iniziativa divina, solo implorando questa iniziativa divina, possiamo anche noi divenire - con Lui e in Lui – evangelizzatori”.

Il protagonista è il Signore, noi siamo al massimo co-protagonisti, giacché agiamo con Lui. “D’altra parte – continua il Santo Padre – questo Dio, che è sempre l’inizio, vuole anche il coinvolgimento nostro, vuole coinvolgere la nostra attività, così che le attività sono teandriche, per così dire, fatte da Dio, ma con il coinvolgimento nostro e implicando il nostro essere, tutta la nostra attività”. L’azione di Dio coinvolge tutto il nostro essere, tutta la nostra attività: non si tratta di una parità di compiti o di un protagonismo nostro, tuttavia dobbiamo rispondere appieno e con tutto noi stessi. È – questa – la forma mariana della nostra risposta: Maria risponde all’annuncio, con la sua libertà, ma accoglie un annuncio che le viene fatto. Possiamo dire che Dio è “prot-agonista” e la Chiesa è “co-agonista”, nel senso che agisce con il suo “sì” all’iniziativa di Dio.

La risposta all’azione di Dio da parte della Chiesa, soprattutto in Europa, si colloca in un contesto fortemente secolarizzato, in cui la multi-religiosità come fatto pretenderebbe di uguagliare tutte le religioni, come se fossero tutte uguali e tutte buone. In questa situazione, l’aspetto più drammatico è che il protagonista del nostro mondo diventa sempre più l’individuo isolato con le sue voglie, i suoi desideri. Senza un punto di riferimento oggettivo e non concependo la vita come relazione e rapporto al mistero, alla storia, alla realtà, la persona è tragicamente isolata.

L’azione della Chiesa nasce dall’agire di Dio, che è soprattutto relazione, rapporto, incontro e avvicinamento alle persone. Nell’assenza della relazione, l’ideologia dominante è quella del supermercato, che viene applicata anche all’ambito religioso: ognuno prende ciò che gli piace, ciò che gli sembra più conveniente o più appetibile. Noi cristiani non vendiamo prodotti, non facciamo operazioni di marketing, possiamo solo riproporre con fedeltà l’agire di Dio, ciò che Lui ha fatto e come Lui lo ha fatto. E – lo sappiamo – l’agire di Dio è sempre un agire relazionato: per questo la Chiesa – a partire dalla relazione con Dio e dalla comunione ecclesiale - si mette in rapporto, entra in sintonia, in simpatia con il mondo.

Il Santo Padre ed il Sinodo hanno molto insistito che la risposta dell’uomo all’azione di Dio deve assumere fortemente i tratti di una conversione a più livelli:

a.       la conversione personale;

b.      la conversione comunitaria;

c.       la conversione pastorale.

Molti interventi durante il Sinodo hanno insistito che, per attuare una vera conversione, è necessario riporre al centro dell’attenzione sia i cammini dell’iniziazione cristiana sia il sacramento della riconciliazione. Nel tessuto lacerato del nostro tempo il sacramento della riconciliazione è il segno della misericordia di Dio per gli uomini ed è una forza di riappacificazione e di riconciliazione tra gli uomini stessi. Per questo, in ogni diocesi e in ogni città dovrebbero esserci dei luoghi in cui in modo continuativo viene offerta la possibilità di celebrare il sacramento non in modo frettoloso.

4.  La nuova evangelizzazione: azione di Dio e cooperazione della Chiesa

Per meglio comprendere cosa il Santo Padre intenda dire, quando parla di nuova evangelizzazione, è bene soffermare la nostra attenzione e meditazione sulla splendida omelia che Benedetto XVI ha tenuto durante la celebrazione Eucaristica del Sinodo, lo scorso 28 ottobre.

Il miracolo della guarigione del cieco Bartimeo ha una posizione rilevante nella struttura del Vangelo di Marco. È collocato infatti alla fine della sezione che viene chiamata «viaggio a Gerusalemme», cioè l’ultimo pellegrinaggio di Gesù alla Città santa, per la Pasqua in cui Egli sa che lo attendono la passione, la morte e la risurrezione. Per salire a Gerusalemme dalla valle del Giordano, Gesù passa da Gerico, e l’incontro con Bartimeo avviene all’uscita dalla città, “mentre – annota l’evangelista – Gesù partiva da Gerico insieme ai suoi discepoli e a molta folla” (10,46)”.

Quest’incontro all’uscita della città, mentre Gesù parte, ci ricorda quelle lunghe giornate di fatica pastorale e, mentre sembra che finalmente sia arrivato il momento di riposarci, ecco che qualcuno ci chiede di parlare o di essere confessato.

Proprio lungo la strada stava seduto a mendicare Bartimeo, il cui nome significa “figlio di Timeo”, come dice lo stesso evangelista. Tutto il Vangelo di Marco è un itinerario di fede, che si sviluppa gradualmente alla scuola di Gesù. I discepoli sono i primi attori di questo percorso di scoperta, ma vi sono anche altri personaggi che occupano un ruolo importante, e Bartimeo è uno di questi. La sua è l’ultima guarigione prodigiosa che Gesù compie prima della sua passione, e non a caso è quella di un cieco, una persona cioè i cui occhi hanno perso la luce. Sappiamo anche da altri testi che la condizione di cecità ha un significato pregnante nei Vangeli. Rappresenta l’uomo che ha bisogno della luce di Dio, la luce della fede, per conoscere veramente la realtà e camminare nella via della vita. Essenziale è riconoscersi ciechi, bisognosi di questa luce, altrimenti si rimane ciechi per sempre (cfr Gv 9,39-41). Bartimeo, dunque, in quel punto strategico del racconto di Marco, è presentato come modello. Egli non è cieco dalla nascita, ma ha perso la vista: è l’uomo che ha perso la luce e ne è consapevole, ma non ha perso la speranza, sa cogliere la possibilità di incontro con Gesù e si affida a Lui per essere guarito. Infatti, quando sente che il Maestro passa sulla sua strada, grida: “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!” (Mc 10,47), e lo ripete con forza (v. 48). E quando Gesù lo chiama e gli chiede che cosa vuole da Lui, risponde: “Rabbunì, che io veda di nuovo!” (v. 51). […] Nell’incontro con Cristo, vissuto con fede, Bartimeo riacquista la luce che aveva perduto, e con essa la pienezza della propria dignità: si rialza in piedi e riprende il cammino, che da quel momento ha una guida, Gesù, e una strada, la stessa che Gesù percorre. L’evangelista non ci dirà più nulla di Bartimeo, ma in lui ci presenta chi è il discepolo: colui che, con la luce della fede, segue Gesù “lungo la strada” (v. 52)”.

Il Papa richiama un’interpretazione offerta da Agostino, secondo la quale Bartimeo doveva essere una persona molto nota perché decaduta da una situazione di grande prosperità. Tale interpretazione, continua il testo dell’omelia,

«ci invita a riflettere sul fatto che ci sono ricchezze preziose per la nostra vita che possiamo perdere, e che non sono materiali. In questa prospettiva, Bartimeo potrebbe rappresentare quanti vivono in regioni di antica evangelizzazione, dove la luce della fede si è affievolita, e si sono allontanati da Dio, non lo ritengono più rilevante per la vita: persone che perciò hanno perso una grande ricchezza, sono “decadute” da un’alta dignità, hanno perso l’orientamento sicuro e solido della vita e sono diventati, spesso inconsciamente, mendicanti del senso dell’esistenza. Sono le tante persone che hanno bisogno di una nuova evangelizzazione, cioè di un nuovo incontro con Gesù, il Cristo, il Figlio di Dio (cfr Mc 1,1)».

Nuova evangelizzazione, pertanto, significa un nuovo incontro Gesù! Il Sinodo lo ha ripetuto in tutti i modi: il compito della Chiesa è rendere possibile un nuovo risuonare dell’annuncio del Vangelo, perché sia possibile un nuovo incontro con il Signore Gesù. Non si tratta di escogitare nuove cose, ma un nuovo risuonare dell’antico annuncio, dell’annuncio di sempre; un rendere attuale l’annuncio di Gesù adeguandolo alle domande dell’uomo contemporaneo; una risposta adeguata alle attese dell’uomo d’oggi, che sta come un mendicante ai bordi della strada, che talvolta sembra – e talvolta è – nemico della fede, ma che è e resta sempre in attesa ed è proprio a quest’uomo che noi siamo inviati. Il nuovo incontro con Gesù, il Cristo, il Figlio di Dio (cfr Mc 1,1), apre nuovamente i loro occhi e insegna loro la strada.

Continua il Papa:

È significativo che, mentre concludiamo l’Assemblea sinodale sulla Nuova Evangelizzazione, la Liturgia ci proponga il Vangelo di Bartimeo. Questa Parola di Dio ha qualcosa da dire in modo particolare a noi, che in questi giorni ci siamo confrontati sull’urgenza di annunciare nuovamente Cristo là dove la luce della fede si è indebolita, là dove il fuoco di Dio è come un fuoco di brace, che chiede di essere ravvivato, perché sia fiamma viva che dà luce e calore a tutta la casa”.

Dalle parole di Benedetto XVI comprendiamo che la nostra conversione deve trovare nel nuovo incontro con Gesù e, di conseguenza, nel nuovo annuncio di Gesù il proprio punto di riferimento ed il proprio alimento.

Da questo punto in poi l’omelia si concentra sugli aspetti che devono interessare la nuova evangelizzazione. Essa «riguarda tutta la vita della Chiesa», ma si deve concentrare su tre ambiti specifici:

a)       la pastorale ordinaria;

b)      la missio ad gentes;

c)       i battezzati che hanno abbandonato la pratica della vita di fede.

a)      La pastorale ordinaria

Deve essere maggiormente animata dal fuoco dello Spirito, per incendiare i cuori dei fedeli che regolarmente frequentano la Comunità e che si radunano nel giorno del Signore per nutrirsi della sua Parola e del Pane di vita eterna. Vorrei qui sottolineare tre linee pastorali emerse dal Sinodo. La prima riguarda i Sacramenti dell’iniziazione cristiana. È stata riaffermata l’esigenza di accompagnare con un’appropriata catechesi la preparazione al Battesimo, alla Cresima e all’Eucaristia. È stata pure ribadita l’importanza della Penitenza, sacramento della misericordia di Dio. Attraverso questo itinerario sacramentale passa la chiamata del Signore alla santità, rivolta a tutti i cristiani. Infatti, è stato più volte ripetuto che i veri protagonisti della nuova evangelizzazione sono i santi: essi parlano un linguaggio a tutti comprensibile con l’esempio della vita e con le opere della carità”.

Al centro di queste parole del Papa sta l’esigenza di vivere in modo rinnovato le cose di sempre. Non possiamo celebrare una Messa, un Battesimo o qualsiasi altro evento sacramentale senza avvertire il fuoco dello Spirito che è presente ed agisce. Prima di inventare qualsiasi altra cosa, qualsiasi altra novità, dobbiamo tornare a vivere le cose quotidiane con uno spirito rinnovato. Utilizziamo bene le risorse e le occasioni che abbiamo: è certo che come pastori dobbiamo andare in cerca delle pecore smarrite, ma dobbiamo prima aver ben custodito il gregge nell’ovile. L’ardore dello Spirito deve tornare a riempire ogni evento sacramentale, ogni incontro, ogni occasione che nasce dal nostro ministero e dalla vita quotidiana delle nostre comunità. Questo è il motivo per cui ogni volta che vengo invitato – anche alle attività più strane e apparentemente meno legate al mio ministero – io, se posso, accolgo ogni invito, perché ogni momento e ogni incontro può essere occasione per dare un messaggio, per risvegliare la bellezza della presenza di Gesù che non ci lascia soli. Noi siamo ancora fortunati, perché tutte le associazioni, anche quelle non di ispirazione cristiana, continuano a chiedere la nostra presenza, la nostra parola, la nostra collaborazione. Ogni incontro con i club – culturali, sportivi, professionali – è un’occasione per illuminare la vita delle persone e della società con la presenza, l’incontro, l’abbraccio e la parola di Gesù.

            Il Papa richiama, in questo contesto, la centralità dell’iniziazione cristiana, della penitenza e della chiamata del Signore alla santità, giacché i veri protagonisti della nuova evangelizzazione sono i santi, in quanto il linguaggio della loro vita e della loro testimonianza cristiana è accessibile a tutti. In un altro contesto, il Papa ha inserito la pastorale familiare come parte della pastorale ordinaria che va valorizzata in modo nuovo.

            b)         La missio ad gentes

In secondo luogo, la nuova evangelizzazione è essenzialmente connessa con la missione ad gentes. La Chiesa ha il compito di evangelizzare, di annunciare il Messaggio di salvezza agli uomini che tuttora non conoscono Gesù Cristo. Anche nel corso delle riflessioni sinodali è stato sottolineato che esistono tanti ambienti in Africa, in Asia e in Oceania i cui abitanti aspettano con viva attesa, talvolta senza esserne pienamente coscienti, il primo annuncio del Vangelo. Pertanto occorre pregare lo Spirito Santo affinché susciti nella Chiesa un rinnovato dinamismo missionario i cui protagonisti siano, in modo speciale, gli operatori pastorali e i fedeli laici. La globalizzazione ha causato un notevole spostamento di popolazioni; pertanto, il primo annuncio si impone anche nei Paesi di antica evangelizzazione. Tutti gli uomini hanno il diritto di conoscere Gesù Cristo e il suo Vangelo; e a ciò corrisponde il dovere dei cristiani, di tutti i cristiani – sacerdoti, religiosi e laici –, di annunciare la Buona Notizia”.

            I punti da tenere presenti in questa sezione dell’omelia del Papa sono fondamentalmente i seguenti: la missione ad gentes riguarda primariamente i territori in cui non è stato ancora annunciato il vangelo, ma – in forza del fenomeno della globalizzazione e dello spostamento massiccio delle popolazioni – anche le terre di antiche evangelizzazione sono diventati territori bisognosi di primo annuncio, per questo è necessario invocare la grazia dello Spirito perché risvegli la coscienza missionaria di tutti i membri della Chiesa. Inoltre si richiama con forza quanto aveva detto il Concilio e cioè che anche i fedeli laici sono a pieno titolo inseriti nell’opera missionaria della Chiesa.

c) Le persone battezzate che non vivono le esigenze del battesimo

“Un terzo aspetto riguarda le persone battezzate che però non vivono le esigenze del Battesimo. Nel corso dei lavori sinodali è stato messo in luce che queste persone si trovano in tutti i continenti, specialmente nei Paesi più secolarizzati. La Chiesa ha un’attenzione particolare verso di loro, affinché incontrino nuovamente Gesù Cristo, riscoprano la gioia della fede e ritornino alla pratica religiosa nella comunità dei fedeli. Oltre ai metodi pastorali tradizionali, sempre validi, la Chiesa cerca di adoperare anche metodi nuovi, curando pure nuovi linguaggi, appropriati alle differenti culture del mondo, proponendo la verità di Cristo con un atteggiamento di dialogo e di amicizia che ha fondamento in Dio che è Amore. In varie parti del mondo, la Chiesa ha già intrapreso tale cammino di creatività pastorale, per avvicinare le persone allontanate o in ricerca del senso della vita, della felicità e, in definitiva, di Dio. Ricordiamo alcune importanti missioni cittadine, il «Cortile dei gentili», la missione continentale, e così via. Non c’è dubbio che il Signore, Buon Pastore, benedirà abbondantemente tali sforzi che provengono dallo zelo per la sua Persona e per il suo Vangelo”.

Si tratta di battezzati non evangelizzati, di battezzati che hanno un ricordo culturale della fede cristiana, ovvero coloro che vivono la fede come una “religione civile, sociale”. Il nostro compito è quello di attrarli alla pienezza e alla gioia della fede. Il Santo Padre sottolinea la vita di fede come fonte di gioia capace di attrarre nuovamente questa categoria di persone all’incontro con Gesù. Perciò è necessario entrare – come dice il Papa – in un dialogo di amore, di amicizia. Anche se ci sono situazioni di errore, dobbiamo farci prossimi, giudicando il male e l’errore, ma rimanendo prossimi di tutti. Il dialogo di amicizia con tutti gli uomini non corrisponde alla propensione più o meno spiccata ad essere estroversi, ma corrisponde all’agire originario di Dio, che è amore. Non si tratta di disposizioni soggettive, ma di origine oggettiva che nasce dall’opera di Dio. La Chiesa deve sempre sentire la necessità di rendersi presente nelle concrete situazioni – liete o tristi, drammatiche o positive – degli uomini per aiutarli a trovare la strada e le risposte necessarie.

Conclusione

Alla fine del suo intervento, il Papa ricorda che, dopo la sua guarigione, Bartimeo comincia a seguire Gesù, unendosi «alla schiera dei discepoli, tra i quali sicuramente ve n’erano altri che, come lui, erano stati guariti dal Maestro. Così sono i nuovi evangelizzatori: persone che hanno fatto l’esperienza di essere risanati da Dio, mediante Gesù Cristo». Bartimeo segue Gesù con gli altri: è l’esperienza della comunione nella fede, della Chiesa come comunità, che ci rende partecipi della gioia di Gesù.

Questa gioia del cuore è la caratteristica dei nuovi evangelizzatori: il trasbordare della gioia per l’incontro con il Signore Gesù, facendo proprie le parole del salmista: «Grandi cose ha fatto il Signore per noi: eravamo pieni di gioia». Bartimeo segue Gesù e lo fa con gli altri: è la dimensione comunitaria della Chiesa, della fede, della testimonianza. La gioia del cuore per aver incontrato Gesù e per averlo seguito è una gioia condivisa, è una gioia che crea comunione e comunità.

La gioia, che nasce dall’incontro con Gesù, porta Bartimeo a seguirlo. Così anche noi dobbiamo decidere per la vita. Nel seguire Gesù non possiamo essere approssimativi, più o meno impegnati, più o meno coinvolti. I nostri incontri di formazione spirituale e culturale vanno proprio in questa direzione: abbiamo bisogno di punti di riferimento, che ci alimentano e di cui dobbiamo approfittare. Nel recente corso di aggiornamento eravamo circa quaranta e nel precedente ventisette, ma noi siamo centosessanta: non possiamo pensare di fare il nostro aggiornamento da soli, perché non si tratta solo di approfondimento culturale, teologico e pastorale, ma di condividere una fraternità, di pensare assieme, di stare insieme nel momento della preghiera, dello studio, del convivio e dello scherzo. Si tratta di fare una fraternità sacerdotale vera, concreta, nei fatti non nelle parole.

Se il cammino della sequela è comune, allora ci rende partecipi della gioia comune. Come non esiste una “religione fai da te”, così non esiste neppure un “sacerdozio fai da te”. Bartimeo si è unito alla schiera degli altri che, come lui, erano stati guariti da Gesù: così hanno potuto condividere le proprie esperienze e arricchirsi reciprocamente. Durante il corso di aggiornamento un giovane religioso ha posto una bella domanda sul se e come i religiosi possono essere partecipi della vita della Chiesa diocesana. È semplice: anzitutto stateci, venite, perché questa è la condizione necessaria per essere partecipi. Se non stiamo assieme, è difficile riuscire a condividere, a donarsi, a rendersi partecipi delle proprie esperienze.

 Infine il Papa conclude con une bellissima preghiera  di Clemente Alessandrino: 

“Fino ad ora ho errato nella speranza di trovare Dio, ma poiché tu mi illumini, o Signore, trovo Dio per mezzo di te, e ricevo il Padre da te, divengo tuo coerede, poiché non ti sei vergognato di avermi per fratello. Cancelliamo, dunque, cancelliamo l’oblio della verità, l’ignoranza: e rimuovendo le tenebre che ci impediscono la vista come nebbia per gli occhi, contempliamo il vero Dio …; giacché una luce dal cielo brillò su di noi sepolti nelle tenebre e prigionieri dell’ombra di morte, [una luce] più pura del sole, più dolce della vita di quaggiù (Protrettico, 113,2 – 114,1)”.

Questo è il dono che il Signore ci fa attraverso la vita della Chiesa, attraverso il Sinodo e attraverso il quotidiano e straordinario dono della vita della nostra Chiesa diocesana e della nostra fraternità sacerdotale. Grazie.

 + Filippo Santoro

Arcivescovo Metropolita di Taranto


IX convegno Migrantes, analisi e considerazioni sul fenomeno migratorio

Nello straniero il fratello da accogliere, tutelare, e “dal quale imparare”

Favorire la vita religiosa dei migranti e la loro integrazione sociale, sollecitare l’invio di operatori pastorali, coordinare le iniziative in favore delle migrazioni, mantenere i contatti con gli uffici, con gli enti ecclesiali e civili: gli obiettivi dell’Ufficio diocesano Migrantes della Curia di Taranto, che in collaborazione con la facoltà di giurisprudenza di Taranto ha organizzato il convegno intitolato “Mediterraneo: limite invalicabile o inizio di speranza?”.

Chi sono i migranti e quale ruolo hanno all’interno del bacino del Mediterraneo? Un ruolo sempre più centrale nel tessuto sociale e in quello economico produttivo; la loro presenza sempre più importante: oltre 5 milioni di unità, secondo l’ultimo dossier della Caritas-Migrantes, di cui centomila in Puglia, particolarmente concentrati nella provincia di Taranto (ca 5.000). E si tratta per lo più di giovani e di sesso femminile, provenienti dall’Africa ma anche dall’area asiatica e continentale europea. Un fenomeno complesso che offre diversi spunti di riflessione sulle problematiche ad esso legate: tra i diversi illustri ospiti che hanno preso parte ai lavori, nella serata di venerdì 16 novembre presso la sede del Polo jonico dell’Università degli Studi di Bari (ex Caserma Rossarol), il prof. avv. Sebastiano Tafaro, docente di Diritto romano presso l’Università di Bari, ha denunciato la mancanza di attenzione, “nelle parole dei politici candidati premier, verso i mutamenti della società. Manca una politica del futuro che andrebbe costruita considerando lo stesso fenomeno immigrazione, di cui invece si parla solo in termini di emergenza o di utilitarismo: ci accorgiamo di loro solo quando una qualche disgrazia li coinvolge, o quando riconosciamo il loro impegno prezioso in alcune mansioni”. In quei lavori che gli italiani non vogliono fare perché choosy, per usare un’espressione cara al ministro del Lavoro, Elsa Fornero.

Sulla stessa lunghezza d’onda Padre Arcangelo Maira per il quale i migranti sono “pieni di vitalità, non si scoraggiano di fronte alle avversità, e hanno il coraggio di lanciarsi nell’economia. Ci insegnano tanto. E bisogna finirla con l’atteggiamento pietistico e assistenzialista – attacca il direttore dell’Ufficio Migrantes dell’arcidiocesi di Manfredonia - che ci porta a considerarli dei poveracci da commiserare e aiutare, perché tanti di loro hanno intelligenza, intraprendenza e ricoprono figure professionali qualificate. Sono parte integrante della nostra società”.

La sensibilità e l’attenzione al fenomeno non è quella dovuta anche sotto il profilo storico: “In Italia manca una cultura della migrazione sebbene questa abbia radici antiche – ha ricordato il prof. Cosimo Damiano Fonseca, Accademico dei Lincei - pensiamo al trasferimento dei popoli in atto nell’Alto Medioevo. Con connotazione spesso negativa, esistono varie forme di immigrazione o emigrazione come quella intellettuale, per cui i laureati sono costretti a viaggiare per trovare lavoro e realizzarsi”.

In coda all’evento l’intervento dell’arcivescovo Filippo Santoro che ha sottolineato come l’attualità della questione sia invece al centro dell’interesse della Chiesa: “Il tema dell’immigrazione è stato affrontato nell’ultimo Sinodo dei Vescovi a cui ho preso parte: in una proposizione è espressa la necessità di guardare alla migrazione come a una grande ricchezza che mette in contatto e in dialogo le diverse culture e religioni”.

Quanto alla domanda posta dal convegno, a cui è difficile dare risposta – nel corso della serata sono stati proiettati video della Guardia di Finanza che testimoniano tutta la difficoltà di chi raggiunge le nostre coste con mezzi non appropriati - “auspichiamo senz’altro che il Mediterraneo non sia limite invalicabile ma inizio di speranza; il che può avvenire con il cambiamento attraverso la formazione culturale aperta al dialogo. L’integrazione è benefica perché se c’è accoglienza possono espresse le potenzialità individuali in favore del bene comune”.

I migranti sono laboriosi, propositivi, utili alla costruzione del futuro del nostro Paese. E gli episodi di violenza di cui si rendono a volte protagonisti? Si spiegano per la loro umana sensibilità, accesa a discapito dell’avvedutezza, per cui “reagiscono quando prendono coscienza di avere dei diritti, che non vengono loro garantiti”, ha ricordato padre Maira. Perché “le dichiarazioni di principi sui diritti umani e sull’uguaglianza sono state elaborate, ma non sempre trovano applicazione…”

Paolo Arrivo


LIBRO DEL PAPA

Un bambino e una donna

“L’infanzia di Gesù” conclude la trilogia iniziata nel 2006

“L’infanzia di Gesù”, terzo libro della trilogia iniziata nel 2006 da Joseph Ratzinger - Papa Benedetto XVI con il “Gesù di Nazaret”, e proseguita poi nel 2010 con “Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione”, è da mercoledì 21 novembre nelle librerie di 50 Paesi del mondo, tradotto in 9 lingue. La prima edizione, di oltre un milione di copie, sarà presto seguita dalle traduzioni in altre 20 lingue che diffonderanno il volume in altri 72 Paesi. Il Papa offre ai lettori di tutto il mondo uno “spaccato” dei primi anni della vita di Gesù, soffermandosi in particolare sulla genealogia del Salvatore, così come delineata nei Vangeli di Matteo e di Luca (primo capitolo). Passa poi a riflettere sugli eventi che fanno seguito all’annuncio a Maria (secondo capitolo) e al loro significato per l’intera umanità dopo la risposta “libera” della stessa madre di Gesù. Nel terzo capitolo, quello sulla nascita, la figura del Cristo viene collocata nella storia del suo tempo, con la concretezza del dominio da parte dell’impero romano sulla Palestina. Infine, nel quarto capitolo compaiono i Magi, simbolo della ricerca che ogni uomo e donna compiono verso la verità profonda dell’esistenza e del suo senso trascendente. Il libro si chiude poi con l’episodio di Gesù tra i “dottori nel tempio”, prefigurazione della rivelazione piena che verrà nel mondo dal momento in cui il Figlio di Dio inizierà il suo ministero di annuncio.

È vero quanto è stato detto? Questi i contenuti del testo del Papa, che si preannnuncia come “un vero evento editoriale”: così lo ha infatti definito il direttore della Sala stampa vaticana, p. Federico Lombardi, introducendo l’incontro di martedì alla presenza di un centinaio di ambasciatori, numerosi editori, uomini di cultura, ecclesiastici e giornalisti, presso la Sala Pio X. “Dopo aver scritto i primi due volumi - ha ricordato p. Lombardi - il Papa aveva promesso un ‘piccolo fascicolo’ sull’infanzia di Gesù. E invece ne è venuto un libro molto importante che ci rimanda alle domande: ‘Cosa intendevano dirci gli evangelisti Matteo e Luca sull’infanzia di Gesù’ e, la seconda, ‘È vero ciò che è stato detto? Riguarda anche me?’”. Il card. Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della cultura, ha evidenziato che i “180 versetti dei Vangeli sulla vita di Gesù risultano tra i più ripresi a livello artistico insieme alla passione” e che “rispondono alla domanda su Gesù: da dove vieni?”.

Il rispetto di Dio per la libertà. “In Gesù e a partire dall’obbedienza libera e consapevole di Maria - ha affermato la teologa brasiliana Maria Chiara Bingemer, docente a Rio de Janeiro - l’umanità ricomincia e si rinnova. Il Papa sottolinea molto il ruolo centrale di Maria e il rispetto di Dio per la libertà umana che in lei non trova ostacoli”. Paolo Mieli, presidente di Rcs Libri che insieme alla Libreria Editrice Vaticana ha sostenuto l’iniziativa editoriale, ha invece sottolineato come “la narrazione dell’infanzia di Gesù presentata nel volume ci rimanda a una figura storica vera e convincente”: “È un libro su un bambino e su una donna - ha aggiunto - e sul grande significato della libertà”, citando in particolare il capitolo sui Magi, “sorprendente per la capacità del Papa di sintetizzare secoli di dibattiti e studi sulla storicità della cometa, sul ruolo dei magi e sui misteri dell’astrologia”. Concludendo la presentazione p. Lombardi ha richiamato le parole del card. Carlo Maria Martini che - a proposito dei libri del Papa - aveva parlato di “una grande e ardente testimonianza su Gesù e sul suo significato per la storia dell’umanità”.

Tra mito, pia leggenda e realtà storica. A riguardo della figura di Maria il Papa si sofferma in particolare su eventi dei quali si è discusso per secoli. Nel capitolo sul “parto verginale - mito o verità storica?”, ad esempio, pone senza esitazioni la domanda: “È una realtà storica, un reale evento storico, oppure è una pia leggenda che, a modo suo, vuole esprimere e interpretare il mistero di Gesù?”. La risposta è articolata. Oltre a riferirsi a varie interpretazioni storiografiche e socio-religiose, Benedetto XVI richiama concezioni religiose dell’antichità (la “nascita dei faraoni egiziani” come “legittimazione teologica del culto del sovrano” che viene collocato nella “sfera del divino”; oppure la “generazione dei figli dei Patriarchi da un seme divino” che ha “un carattere allegorico”). Questi e altri richiami non attenuano - afferma il Papa - la profondità della “differenza di concezioni” che, per quanto riguarda i Vangeli, conserva “l’unicità dell’unico Dio e l’infinita differenza tra Dio e la creatura”.

Come si capisce se Dio è davvero Dio? La risposta forse più sorprendente che Benedetto XVI offre alle grandi domande di senso che vengono sollevate, ad esempio, circa la nascita verginale di Gesù, riguarda il “potere di Dio”. Scrive infatti che “non si tratta di qualcosa d’irragionevole e di contraddittorio, bensì proprio di qualcosa di positivo: del potere creatore di Dio”. Così - prosegue - “questi due punti - il parto verginale e la reale resurrezione dal sepolcro - sono pietre di paragone per la fede. Se Dio non ha anche potere sulla materia, allora Egli non è Dio”. Ma - conclude - “Egli possiede questo potere, e con il concepimento e la Risurrezione di Gesù Cristo ha inaugurato un nuova creazione”.