Arc2012novemb35-Nuovo Dialogo

Archivio novembre 2012 N°35

Attorno alle nuove province una battaglia sproporzionata

Se si conoscessero i contenuti della riforma attuata dal governo e cioè: le nove competenze e il nuovo assetto gestionale, ci si renderebbe conto che la battaglia è più di campanile che di contenuti. Però, anche di fronte al depotenziamento, non conviene avere province troppo grandi, finché continueranno a esistere, perché sarebbero ancora più inutili

di Silvano Trevisani


Uno degli argomenti che sono al centro delle cronache, in questi giorni, è quella della riforma delle province varata dal governo e che è in via di definizione. Dopo il varo del decreto, infatti, si attendono la definizione conclusiva delle ripartizioni territoriali e il regolamento applicativo che conterrà anche le indicazioni procedurali. Entro la fine dell'anno, infatti, sempre nelle intenzioni del governo, l'intera procedura dovrebbe essere conclusa e al più tardi entro il 1° gennaio 2014 dovrebbero anche essere istituite 10 nuove “città metropolitane” che andranno a sostituire le Province di Torino, Genova, Milano, Venezia, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Bari e Reggio Calabria.

 Intanto, dopo la pubblicazione delle nuove province, nate dagli accorpamenti (si passa da 86 a 51 per le quindici regioni a statuto ordinario) si è scatenata una prevedibile lotta di campanile. Tutte le 35 province italiane che perdono la loro titolarità per accorparsi ad altre hanno fatto sentire in modo più o meno clamoroso la propria voce. Anche in Puglia e, per quanto ci riguarda, nelle tre province meridionali, quelle che prima del 1924 componevano, grosso modo, la provincia di Lecce, nata da quella che un tempo era stata la Terra d’Otranto, si è scatenata una bagarre. L’ente Provincia di Brindisi ha deciso di aderire alla nuova provincia Taranto-Brindisi, ci ha ripensato, invece, il Comune di Brindisi, anche sulla scia delle decisioni assunte da molti Comuni brindisini, orientandosi ad aderire a Lecce e cercando di “sgambettare” Taranto che, per via della insufficienza della propria dimensione territoriale, sarebbe stata costretta a inglobarsi anch’essa nella provincia salentina, arrivando a comporre una mega provincia di quasi due milioni di abitanti.

Tuttavia, l’autonomia di Taranto sarebbe salva in virtù della scelta di Ostuni di rimanere legata all’ambito territoriale della Valle d’Itria, e quindi a Taranto. Intanto, Avetrana ha scelto di aderire a Lecce.

Ma, a questo punto c’è da chiedersi, al di là degli accenti campanilistici, pure comprensibili: è giustificabile tanta agitazione, tenendo conto di cosa saranno le province alla luce della riforma? Riteniamo che la risposta sia negativa: No! Non si giustifica affatto. Le province saranno, infatti, enti di secondo livello, non elettive, e avranno competenze ridottissime, di coordinamento e pianificazione. E tuttavia, non si giustifica neppure un gigantismo, che le renderebbe ancora più inutili e meno rappresentative di come le vuole la riforma. Per questo è assurdo il ritorno a un secolo fa.

Ma procediamo con ordine.

Tutto parte dall’eccessiva presenza di “rappresentanza politica” istituzionale nel nostro Paese, che paradossalmente non corrisponde a una diffusione adeguata della democrazia, e pone problemi di varia natura, dei quali, in realtà, ci siamo spesso occupati nelle pagine di questo giornale: sovrapposizione inutile di competenze, costi enormi dell’apparato, moltiplicazione parassitaria degli incarichi politici che gravano sull’erario pubblico. Proprio per cercare di ridurre l’impatto di una eccessiva prolificazione delle istituzioni politiche nel Paese, da anni si parla dell’abolizione delle province che, pur previste dalla Costituzione italiana, sono sempre state considerate enti inutili e in parte lo sono rimaste, nonostante si sia cercato, solo un decennio fa, di dare loro un nuovo senso, attraverso l’accumulo di competenze. Ma nonostante questi tentativi, le province sono rimaste enti impalpabili, sconosciuti, la cui esistenza si avverte soltanto in maniera indiretta, quando si è obbligati a ottenere pareri o a sanare controversie, o quando si viene multati dalla Polizia provinciale che rappresenta, a parere universale, una inutile moltiplicazione di corpi di polizia, già eccessivi per numero, in un paese come il nostro, e dei quali tutti si auspicano la cancellazione.

Ma è stata solo la crisi economica senza precedenti a costringere il governo Monti ad affiancare alla nuova ondata di tassazioni, quasi tutte indirizzate alle solite classi (stipendiati e pensionati) anche qualche ridimensionamento della politica, piuttosto timido ma almeno visibile. Il più visibile e concreto di questi tagli ha riguardato proprio le province. È evidente che sarebbe stato molto meglio cancellarle completamente, ma la cosa era complicata proprio perché, essendo previste dalla Costituzione italiana, il cui intento fondativo era quello di allargare al massimo la rappresentatività politica, dal momento che si usciva da una dittatura, era obbligatorio ricorrere a una legge costituzionale. Ma non c’era assolutamente tempo per affrontare una riforma costituzionale, che ha, come tutti sanno, tempi lunghi e modalità laboriose, e così si è pensato, intanto, di ridurne il numero, e poi di ridurne le composizioni elettive e soprattutto le competenze.

In poche parole: i rappresentanti delle province non saranno eletti più dai cittadini, ma dai Comuni che ne fanno parte. Saranno composte solo dal presidente, che potrà anche essere uno dei sindaci, e da un numero ridotto di consiglieri, tre dei quali, almeno inizialmente, potranno ricevere deleghe. Non ci saranno più né giunte né assessori, in quanto gli enti non disporranno di veri poteri normativi, ma saranno soprattutto orientate alla programmazione di area vasta e al coordinamento di poche attività di ambito prettamente provinciale.

Non possiamo, in questa sede, dilungarci troppo sull’analisi del decreto-legge 95/2012, che ha previsto accorpamenti e soppressioni (rinominati poi "riordino" dalla legge di conversione 135/2012), ma ci limitiamo a ricordare quanto contenuto all’articolo 10 che stabilisce: “sono funzioni delle province quali enti con funzioni di area vasta, ai sensi dell'articolo 117, secondo comma, lettera p), della Costituzione:  a) pianificazione territoriale provinciale di coordinamento nonché tutela e valorizzazione dell’ambiente, per gli aspetti di competenza; b) pianificazione dei servizi di trasporto in ambito provinciale, autorizzazione e controllo in materia di trasporto privato, in coerenza con la programmazione regionale nonché costruzione, classificazione e gestione delle strade provinciali e regolazione della circolazione stradale ad esse inerente;  b-bis) programmazione provinciale della rete scolastica e gestione dell'edilizia scolastica relativa alle scuole secondarie di secondo grado”.

Tutte le altre competenze passano ai Comuni o vengono riassorbite dalla Regioni. A tale riguardo, infatti, l’articolo 10-bis precisa che: “Nelle materie di cui all'articolo 117, commi terzo e quarto, della Costituzione, le Regioni con propria legge trasferiscono ai Comuni le funzioni già conferite alle Province dalla normativa vigente salvo che, per assicurarne l'esercizio unitario, tali funzioni siano acquisite dalle Regioni medesime. In caso di trasferimento delle funzioni ai sensi del primo periodo, sono altresì trasferite le risorse umane, finanziarie e strumentali. Nelle more di quanto previsto dal primo periodo le funzioni restano conferite alle Province”.

Dando una breve lettura all’art.117 della Costituzione, ne deriva che le province non si occuperanno più di: polizia locale (!), fiere e mercati, musei e biblioteche, turismo, caccia, pesca, agricoltura, artigianato, beneficenza pubblica, lavori pubblici, cave e torbiere, ecc… ecc…

Se queste cose venissero recepite correttamente, forse la gente capirebbe che non vale la pena sbracciarsi per difendere la propria Provincia. 


Il Centro educativo Murialdo alla sfida della ecosostenibilità

Presentato il programma di ristrutturazione e recupero naturalistico del comprensorio Cimino-Manganecchia

di Elena Modio 











È stato sottoscritto tra il Polo scientifico e tecnologico Magna Grecia di Taranto, l’arcidiocesi, l’Arpa Puglia, il Distretto produttivo per l’ambiente ed il riutilizzo Dipar ed il Centro educativo Murialdo fondazione onlus, un protocollo d’intesa per la salvaguardia delle risorse naturali ed il ripristino ambientale delle aree degradate. Il protocollo, presentato nella sala della curia arcivescovile alla presenza dell’arcivescovo, monsignor Santoro, del preside della facoltà di Giurisprudenza, Felice Uricchio e di padre Nicola Preziuso presidente del Centro educativo Murialdo, riguarda la riqualificazione urbanistica che si sviluppa su un’area dismessa della Marina Militare, situata sul versante ovest del comune di Taranto, tra la SS7ter ed il Mar Piccolo, raggiungibile da via della Scesa, e copre una superfice di 42.730 mq all’interno della quale è prevista un’area destinata a servizi – edifici produttivi e di supporto -, spazi esterni collettivi, area per attività agricola, un parcheggio ed, infine, un’area da bonificare mediante sistemi di fitodepurazione.

Gli edifici preesistenti ed i nuovi insediamenti saranno ristrutturati/realizzati seguendo i principi della bioarchitettura e dell’auto-sostenibilità, utilizzando materiali naturali e prevedendo il minor consumo energetico possibile. Gli impianti di riscaldamento saranno ad irraggiamento e l’obiettivo è di non rendere necessario l’uso del condizionamento estivo.

I  sistemi di produzioni di energia prevedono l’utilizzo di solare termico e fotovoltaico, con l’utilizzo possibile di micro-geotermia, mini eolico e bio massa.

Lo smaltimento delle acque reflue prevede un sistema di fito depurazione che raccoglierà tutti i reflui provenienti dagli scarichi degli edifici. Anche le acque meteoriche saranno raccolte ed utilizzate per usi domestici e per uso orticolo.

Grande interesse riveste l’attività agricola che prevede un uliveto ed un orto sociale. Ai 52 ulivi secolari su due ettari di terreno se ne aggiungeranno altri così da incrementare la raccolta e, quindi, anche il numero degli addetti. Nell’orto di 4000 mq saranno coltivati ortaggi di stagione. L’orto sociale sarà aperto soprattutto agli anziani che avranno l’opportunità di coltivarlo ed utilizzare il prodotto per il consumo personale. Il sistema di produzione sarà biologico, biodinamico ed in permacultura.

In una porzione di terreno, l’Arpa ha effettuato delle prove di laboratorio che hanno evidenziato contaminazione di metalli pesanti quali zinco, piombo, berillio e stagno pcb.

Il Cem ha scelto di avviare un processo di bonifica che eviti l’asportazione del terreno contaminato così da evitare lo smaltimento in discarica di rifiuti speciali. La scelta è quella di trasformare il problema in occasione di ricerca e sperimentazione di tecniche  per la bonifica mediante fitodepurazione che prevede la piantumazione di essenze in grado di metabolizzare, degradare ed iperaccumulare nei loro tessuti le sostanze inquinanti. Questa proposta del Cem è stata accolta con interesse dall’assessorato alla Qualità ambientale della Regione Puglia e dagli altri partner del progetto.

Continua nel solco della ecocompatibilità, quindi, il lavoro del Cem, dedicato ai giovani, alla ricerca del lavoro e del senso della vita, utilizzando il modello ‘Girandola degli spazi’: a coloro che intendono usufruirne si chiede di sperimentare per un arco di tempo una serie di attività per poi sceglierne una per la quale si è manifestato maggiore interesse. Il Centro, nel corso degli anni, ha allacciato relazioni con la Casa circondariale, con il Tribunale di sorveglianza, l’Ufficio di esecuzione penale esterna, per ricevere all’interno delle proprie strutture persone che debbono essere riabilitate dopo una detenzione. Fino ad ora la Fondazione ha esercitato la sua attività all’interno di una ex casa cantoniera di proprietà dell’Anas spa, adesso usufruirà dell’area demaniale dismessa ‘Cimino-Manganecchia’ all’interno della quale sono presenti edifici in stato di degrado e abbandono che saranno oggetto dell’opera di rigenerazione.


Legambiente a Taranto per portare la speranza 

È cominciata con la proiezione del docu film ‘Scorie in libertà’, di Gianfranco Pannone, la settimana di iniziative organizzate da Legambiente che si terranno a Taranto.

di Elena Modio

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Lunedì, il cinema Bellarmino ha ospitato la proiezione del film evento, alla presenza del regista e della presidente del circolo di Taranto, Lunetta Franco. Il documentario, con le musiche originali di Daniele Sepe, ripercorre il percorso dell’insediamento nucleare di Latina raccogliendo testimonianze sia storiche che attuali, tanto dei sostenitori quanto degli oppositori alla scelta energetica bocciata dagli italiani con ben due referendum. Molte le analogie con la storia dell’insediamento industriale della città di Taranto che, a differenza di Latina, definita dal regista “città senza storia e radici, nata dalla volontà di Mussolini di costruirla lì dove si sarebbero insidiati i contadini artefici della bonifica dell’Agro Pontino”, ha storia millenaria che oggi sembra, finalmente, i suoi cittadini vogliano recuperare.

La settimana organizzata da Legambiente nazionale continuerà sabato 1 dicembre con la conferenza nazionale ‘Taranto Italia, la politica industriale del Sud alla prova della Green economy’. La conferenza si terrà nel Salone degli specchi di Palazzo di città a partire dalle 9.30 e vedrà la presentazione di alcune iniziative quali il progetto Matrica, che riguarda la riconversione del polo petrolchimico di Porto Torres, che sarà presentato da Catia Bastioli – amministratore delegato di Novamont; il progetto Fabbrica e natura, sul recupero del sito industriale di Narni-Nera Montoro, che sarà presentato da Federico Zacagnoli – responsabile sviluppo Italeaf spa.

Delle prospettive parleranno, invece, Duccio Bianchi – Istituto di ricerche Ambiente Italia; Grazia Servidio – esperta di politiche industriali nel Mezzogiorno, della Svimez; l’avvocato Sergio Prete – presidente dell’Autorità portuale di Taranto. Seguirà una tavola rotonda, moderata da Domenico Palmiotti – capo redattore della Gazzetta del Mezzogiorno, alla quale parteciperanno il presidente di Legambiente Sicilia, l’architetto Domenico Fontana; la responsabile delle politiche industriali della segreteria nazionale della Cgil, Elena Lattuada; il sindaco di Lampedusa, Giusi Nicolini; il fondatore Angelo Investiments e presidente MerMec group di Monopoli, Vito Pertosa; il sindaco di Taranto, Ezio Stefàno; lo scrittore e giornalista Giovanni Valentini ed il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola. Legambiente organizza proprio nella città Taranto, attraversata da una crisi drammatica, il convegno nazionale   per proporre la chiave ambientalista al superamento della crisi e aprire un confronto sulle politiche industriali utili per la città, per il Mezzogiorno e per tutto il nostro Paese.  

La settimana si chiuderà, sabato sera, con il concerto degli Area. Lo storico gruppo di Fariselli, Tofani e Tavolazzi sarà al teatro TaTÀ il primo dicembre in un concerto promosso, oltre che da Legambiente, dal Crest e da Festambiente Sud. A rispondere all’appello ambientalista, che vuole tracciare un percorso di speranza in una città così provata dalla vertenza Ilva, prima il Crest di Clara Cottino, che ha messo a disposizione gli spazi del teatro TaTÀ, nel quartiere popolare ed operaio per eccellenza della città, il rione Tamburi, il più contiguo alle svettanti ciminiere Ilva, poi gli Area che porteranno sul palco la loro storia musicale e tante novità.

Il gruppo torna in Puglia per ricevere al Medimex di Bari il premio come miglior gruppo indipendente della musica italiana: il premio, indetto dal MEI, ha visto gli Area primeggiare sugli Afterhours e su Adriano Celentano.

Per informazioni www.festambientesud.it oppure Teatro TaTÀ tel. 099-4725780


Fotografia, una mostra dopo l’altra  La crisi della società e il passato di Taranto 

Il Castello aragonese sta ospitando una mostra di Bruno Oliviero con  tematica sociale. Poi ospiterà una mostra di foto storiche dedicate ai Cantieri navali Tosi 

di Silvano Trevisani


Taranto sta mostrando grande interesse, negli ultimi anni, per la fotografia. Concorsi, mostre e iniziative culturali, come FotoArte che impegna la città per un mese intero, a maggio, sono diventate momenti di espressione culturale importante. Ed anche per questo la nostra pagina culturale ha deciso di dedicare uno spazio specifico, bisettimanale, alla fotografia.

Oggi, invece, presentiamo due eventi di particolare rilievo: il primo riguarda una mostra di Bruno Oliviero, grande fotografo del jet set, noto soprattutto per i reportage dedicati alle cosiddette “dive”, inaugurata lunedì scorso nel Castello aragonese e che chiuderà il 30 per spostarsi in altre città. Il secondo riguarda, invece, una mostra fotografica e documentaria, che riguarda la storia di una istituzione importante quanto effimera per la vita di Taranto: I Cantieri navali Tosi.

La mostra di Bruno Oliviero si intitola: “La crisi e la vergogna” e racconta una storia di quotidiano paradosso: una Donna che piomba, ancora tutta agghindata da femme fatale, nel fantastico mondo dell’indigenza. Curatrice della mostra è Barbara Lugarà, insieme a Gianluca Marziani, critico d’arte, che hanno voluto rappresentare la crisi sociale generata dal parallelo tra la crisi di una città e quella di una nazione.

La crisi richiamata dal titolo è quella economica, naturalmente. Che nasconde, però, come sempre accade nei momenti critici, una crisi ben più grave che è quella delle coscienze. La decadenza di un mondo, di una civiltà potremmo dire, che  ha perso di vista la realtà, rifugiandosi in un mondo effimero e inconsistente, dove l’indigenza, la povertà e la mancanza dei beni primari (dopo che si è arrestata la corsa verso i beni voluttuari) è paradigma di una povertà molto più profonda. Così, la vergogna in questione è la conseguenza del proprio fallimento e dell’esito di una rincorsa a falsi valori

 “La mostra è itinerante. Porterà in giro questa Donna capace di trasformarsi e reagire ai problemi più comuni: benzina alle stelle, difficoltà di provvedere alla famiglia, crollo delle certezze. “Taranto nell’arco di pochi mesi – spiega la curatrice Barbara Lugarà - è diventato il palcoscenico di un momento politico e sociale critico. La mostra è una riflessione da condividere con tutti coloro che vogliono costruire uno spirito collettivo che reagisca, che crei nuovi modelli artistici, economici e sappia dar fiducia a chi lavora con speranza e volontà di ripartire.”

I protagonisti: a parte i due curatori e gli scatti di Oliviero, Simonetta Lein – artista che ha prestato il volto a questo progetto, Davide Reali, attore e sceneggiatore, e l’Abfo, onlus che si occupa delle famiglie e bambini disagiati della città. A loro andrà l’intero incasso della mostra. 

La seconda mostra “I Cantieri Tosi e la cantieristica navale tra storia e patrimonio industriale” si terrà, nei giorni successivi, dal 5 dicembre al 5 gennaio, sempre nel castello aragonese, ed è un’iniziativa della Fondazione marittima Ammiraglio Michelagnoli, in collaborazione con vari enti: Aipai, Archivio di Stato, Arsenale, Cnr, ordine architetti e Università della Basilicata.

Per la Fondazione l’intento è quello di “indurre una riflessione sulle strategie industriali presenti e future che si intrecci positivamente con la difficile situazione attuale che attraversa il territorio” Ma certamente il primo risultato sarà quello di evidenziare come la città sia stata incapace non solo di salvaguardare il proprio patrimonio industriale e anche di ridare a quell’insediamento una dignità produttiva o almeno turistica, come pure si era tentato di fare nei primi anni Novanta. 


ANCORA PIÙ UNITI

santprec

«Seguo ormai da tempo con apprensione e attenzione le vicende di questa nostra terra ferita e umiliata dai problemi dell’ambiente, del lavoro e dall’intricato dedalo di interessi, omissioni, problemi morali e giudiziari. A questa bufera si sono aggiunti gli eventi atmosferici della giornata odierna che hanno gettato negli occhi e nel cuore di ciascuno di noi un senso di terrore, di disorientamento, di impotenza che vanno ad aggravare le emergenze della nostra comunità. In silenzio voglio farmi prossimo e pellegrino in quelle famiglie che stanno vivendo l’incubo dei loro parenti dispersi. Così come auguro una pronta guarigione ai feriti, specie ai bambini. Alla comunità cittadina di Statte, colpita da ingenti danni va il mio sostegno e il mio incoraggiamento. La cittadina è stata gravemente danneggiata; anche la Chiesa Matrice e la canonica, insieme a molte altre case. La solidarietà del vescovo è la solidarietà di tutta chiesa di Taranto, e mentre prego per tutti chiedo alle parrocchie, alle comunità religiose, alle associazioni, a tutti i cattolici, di moltiplicare i momenti di preghiera e, appena avremo un quadro più completo dei danni, di mettere in atto gesti concreti di solidarietà. Tutte queste circostanze ci sono date per convertirci; per essere più solidali, più rispettosi della natura, dell’ ambiente, della salute e di una vita sobria. Il Signore non ci abbandona e vuole che attraverso le prove possiamo essere più uniti e meno individualisti. Anche il Capo dello Stato e il Primo Ministro  si occuperanno della nostra Terra; è un segno positivo ed aspettiamo un Decreto giusto chesalvaguardi la vita, la salute ed il lavoro. Da molte parti della Puglia e dell’ Italia mi hanno chiamato manifestando solidarietà e vicinanza. A tutti dico che siamo provati, ma non distrutti perché ci sostiene l’ abbraccio di Cristo e la collaborazione di tante persone di buona volontà. Ciò che in questo momento è più importante è che non venga meno il lume della speranza e che anzi, presto, prenda sempre più vigore e dia luce e calore a ciascuno di noi, specie agli ammalati e agli operai».

Taranto 28 novembre ’12 

Il vostro vescovo

+ Filippo Santoro