Arc2012novemb36-Nuovo Dialogo

Archivio novembre 2012 N°36


Il decreto salva-Ilva conferma una “lunga storia di errori”  

Lo ha ammesso lo stesso presidente Monti, presentando il provvedimento. Ma tutta la storia dell’acciaio tarantino è “lastricata” di sbagli, imbrogli, abusi, sprechi e illegalità. E il nostro giornale l’ha sempre raccontata con lealtà

di Silvano Trevisani 

Il caso dell'Ilva di Taranto, lo ha detto il presidente del Consiglio Monti nella conferenza stampa di venerdì pomeriggio, dopo l’approvazione del decreto legge che punta a salvare lo stabilimento, è la ''dimostrazione plastica degli errori reiterati nel tempo e delle incoerenze delle realtà imprenditoriali e delle pubbliche amministrazioni che si sono sottratte alle responsabilità''.

Anche Monti, che è un economista liberista, molto vicino alle banche e alle aziende, ha dovuto ammettere almeno questo: “il caso Ilva è la dimostrazione di errori reiterati nel tempo”. Noi saremmo più drastici, perché la storia dimostra, in modo incontestabile, che: tutta la partita dell’acciaio a Taranto, a partire dalla decisione istitutiva del 1959, fino al decreto del governo Monti, è una sommatoria di errori, in parte involontari (facciamo salva la buona volontà degli statisti che nel Dopoguerra pensarono all’industrializzazione del Sud), ma in gran parte volontari o almeno dolosi.

Per quanto riguarda l’Italsider (poi l’Ilva pubblica), lo abbiamo scritto tante volte, anche in alcuni saggi: clientelismo e lottizzazioni trasformarono l’intervento pubblico, e il conseguente assistenzialismo, in una torta immensa preda della golosità di tanti: più volte fu portata al fallimento, quando l’acciaio tirava e lo stabilimento era attivo, solo dall’ingordigia di politici e dirigenti pubblici, ma con colpe anche da parte sindacale. E tante volte i contribuenti dovettero tassarsi per ricapitalizzarla, pagando i debiti fatti a causa di manovre clientelari, di stipendi faraonici di tantissimi dirigenti pubblici (i cosiddetti boiardi), acquisizioni di aziende fallimentari, e così via.

La privatizzazione fu conseguenza proprio del modo immorale di gestire l’impresa pubblica: poiché a pagare i debiti era sempre lo Stato, questo configurava un aiuto pubblico e quindi una concorrenza sleale nei confronti degli altri stati dell’Ue che così ci indusse a vendere. Ma la vendita fu un gravissimo errore da tutti i punti di vista e oggi tutti, anche gli altri Stati concordano nel sostenere che l’intervento dello Stato (quando è onesto!) è a volte indispensabile. In questi giorni lo ha sostenuto persino l’ex ministro dell’Economia del governo Berlusconi, Giulio Tremonti. L’azienda fu regalata per poco più di mille miliardi, pur valendone trentamila (!) a un privato, discusso dal punto di vista umano, poiché aveva già una grave condanna, e dal punto di vista sociale (aveva già intrapreso una battaglia con Genova) ma molto ben introdotto negli ambienti politici, in un periodo in cui aveva un attivo di 100 miliardi di lire al mese! I Riva l’hanno gestita come i padroni delle ferriere ottocenteschi, beccandosi, infatti, una raffica di condanne penali ma godendo sempre dell’aiuto della politica, a tutti i livelli. Ma, sia per via del ricatto occupazionale, sia per il sostegno, nascosto o aperto, totale o parziale, di politici e sindacati, hanno tenuto sempre un atteggiamento di sfida e hanno fatto poco o niente, per ridurre l’impatto dell’inquinamento che, rispetto agli anni precedenti, era di gran lunga aumentato, poiché era aumentata la produzione, grazie a un patto sottoscritto alla chetichella, nel 2005, dal governo Berlusconi.

Nel corso degli anni, il nostro giornale, piccolo ma onesto, può vantarsi di aver sempre raccontato la verità. Ad esempio sulla farsa degli atti d’intesa che i Riva hanno sottoscritto, dopo il caso Di Bello del 2001, cioè quando la sindaca ebbe un sussulto di ambientalismo presto sedato: cinque atti sottoscritti con cadenza annuale che non facevano altro che togliere le castagne dal fuoco ai Riva.

Ecco cosa scrivevamo, ad esempio, nel dicembre 2004, in occasione della sottoscrizione del terzo atto d’intesa tra istituzioni locali e Ilva: “Non ci sono sostanziali novità in quest'ultimo atto, e non se ne capisce la necessità. O forse sì, se la si cerca in  una coalizione allargata che eviti le ricadute delle sentenze giudiziarie sullo stabilimento. Leggi: ricatto occupazionale”.

Non era quello l'ultimo “atto” e di fatti, nell'autunno del 2006 se ne sottoscriveva un altro e noi, puntualmente annotavamo: “Per la quarta volta gli enti locali, l'azienda e il sindacato firmano un documento: una nuova intesa con l'Ilva sperando che sia l'ultima”. Per aggiungere che “i tre precedenti atti non hanno sortito alcun effetto significativo, mentre Taranto guadagna la maglia nera per l'inquinamento. È ora di voltare pagina e di coinvolgere il Governo”.

Ma non accadeva nulla e gli atti d’intesa non riuscirono a evitare a Emilio Riva una condanna a tre anni comminata dal tribunale nel febbraio 2007. Condannati anche il figlio Claudio, amministratore delegato e alti dirigenti dello stabilimento.

Ma anche a quella condanna seguì un atto d’intesa, il quinto, con scarsi risultati e la decisione esecrabile di Comune e Provincia di cancellare la costituzione parte civile al processo che avrebbe consentito un cospicuo risarcimento danni.

Eppure, molte proteste giungevano intanto al giornale per le sue prese di posizione, tese soltanto a cercar di sollecitare la cosiddetta compatibilizzazione tra lavoro e ambiente.

Ci dicevano, interlocutori autorevoli e amministratori, che “un’azienda così grande non può non inquinare”. Non era vero e le decisioni del governo, anche se lasciano adito a molte perplessità, dimostrano in pieno almeno questo: l’Ilva ha inquinato deliberatamente. Nessuno ha fatto niente di veramente decisivo per evitarlo, tranne forse la Regione Puglia, con le leggi regionali che hanno imposto la riduzione di diossina e Pm10. Ma era già tardi: 50 anni di acciaio hanno portato un certo benessere al territorio, ma hanno arricchito solo pochi, che quella ricchezza se la sono tenuta ben stretta.


Cosa prevede il decreto e le perplessità che suscita 

La prima è la costituzionalità del provvedimento, sulla quale la procura di Taranto interpella la Corte costituzionale. 

Ma cosa prevede il decreto legge? E quali sono le perplessità che desta e che hanno già trovato l’opposizione dell’autorità giudiziaria?

Con il decreto legge, all'Aia cioè all’Autorizzazione integrata ambientale (il permesso a produrre condizionato al rispetto dell’ambiente), è stato conferito lo status di legge, che obbliga l'azienda al rispetto inderogabile delle procedure e dei tempi del risanamento. In passato, l’Aia non è stata certo una panacea! Esso qualora "non venga rispettato il piano di investimenti necessari alle operazioni di risanamento, il decreto introduce un meccanismo sanzionatorio che si aggiunge al sistema di controllo già previsto dall'Aia".

Nel dl si stabilisce, quindi, "che la società Ilva abbia la gestione e la responsabilità della conduzione degli impianti e che sia autorizzata a proseguire la produzione e la vendita per tutto il periodo di validità dell'Aia". Il decreto "mira a garantire la continuità produttiva e la salvaguardia dell'occupazione presso lo stabilimento di Taranto, nel pieno rispetto delle fondamentali esigenze di tutela della salute e dell'ambiente, imponendo lo scrupoloso rispetto di tutte le prescrizioni adottate dalle autorità amministrative competenti".

I provvedimenti di sequestro e confisca dell'autorità giudiziaria, secondo il dettato legislativo, "non impediscono all'azienda di procedere agli adempimenti ambientali e alla produzione e vendita secondo i termini dell'autorizzazione". Inoltre, il decreto "introduce la figura del Garante della vigilanza sull'attuazione degli adempimenti ambientali e di tutte le altre disposizioni del decreto, che sarà nominato con un successivo provvedimento". Il Garante "acquisirà dall'azienda, dalle amministrazioni e dagli enti interessati le informazioni e gli atti ritenuti necessari, segnalando al presidente del Consiglio e al ministro dell'Ambiente le eventuali criticità riscontrate nell'attuazione del risanamento e dell'Aia e potrà proporre le misure idonee, tra le quali anche provvedimenti di amministrazione straordinaria". Ogni sei mesi "il ministro dell'Ambiente riferirà alle Camere lo stato di attuazione dell'Aia e del piano di ambientalizzazione".

Con il decreto legge, la proprietà è costretta ad agire, e in caso di inadempienza si può arrivare fino alla situazione in cui la stessa "perde il controllo dell'azienda". Se l'azienda, non rispetta le norme "è prevista anche una sanzione fino al 10% del fatturato annuo dello stabilimento".

Questo è quanto prevede il decreto. Ma le perplessità iniziano con un possibile conflitto tra i poteri dello Stato: è possibile che un atto legislativo superi un provvedimento della magistratura? Si possono superare le competenze specifiche? A queste domande dovrà dare risposta la Corte costituzionale, che sarà investita sicuramente dalla procura della Repubblica di Taranto.

Ma vi sono altre perplessità e riguardano proprio la gestione dello stabilimento. È vero che esso è guidato ora da un presidente “esterno” alla famiglia, come il prefetto Ferrante, per altro lui pure inquisito per non aver ottemperato al sequestro degli impianti, ma come possono i proprietari, tutti in stato d’arresto, alcuni già gravati da condanne penali pesanti, comunque plurinquisiti, finora privati della libertà (uno è ancora latitante) garantire l’adempimento delle prescrizioni? I termini punitivi appaiono labili e non stringenti. Non era pensabile prevedere che l’Aia, che ora è legge, fosse attuata “in danno” da un commissario esterno, magari da trasformare in quote della proprietà? O richiedere una sorta di atto fideiussorio da parte della proprietà, che dimostri la volontà effettiva di procedere agli interventi prescrittivi?

Perché non sono previsti termini per la nomina del Garante? Ci sarà un regolamento per le sue competenze?

Ci chiediamo, poi: perché non è previsto dal decreto un impegno sul versante sanitario? È una carenza grave, cui ha cercato di ovviare lo stesso ministro Balduzzi, intervenendo lunedì scorso e assicurando misure straordinarie per Taranto, che però andrebbero finalmente formalizzate. Non solo annunciate. Silvano Trevisani


Politici, sindacalisti ed ambientalisti commentano il provvedimento

di Tecla Caforio

Stretto monitoraggio sulle emissioni nocive, disposizioni urgenti a tutela dei livelli di occupazione in caso di crisi aziendale, piena validità delle misure contenute nel provvedimento di autorizzazione integrata ambientale, volte ad assicurare la prosecuzione dell’attività produttiva, per un periodo di tempo non superiore a 36 mesi. Monitoraggio del ministro dell’Ambiente e della Tutela del territorio del mare sull’ottemperanza delle prescrizioni previste dall’Aia.

Questo, in sintesi, il contenuto del decreto legge trasmesso dalla presidenza del Consiglio nei giorni scorsi al Presidente della Repubblica, e sottoscritto da quest’ultimo.

Le crescenti e continue preoccupazioni per le sorti della tutela ambientale e della salute pubblica, non hanno tardato, anche questa volta, ad emergere dai diversi tessuti sociali ed istituzionali e ad imporsi come porta voci di un’opinione pubblica esasperata.

La prima voce emersa è stata quella di Angelo Bonelli, presidente dei Verdi e consigliere comunale di Taranto, che ha presentato un esposto alla Procura per verificare se esistano le condizioni per applicare l’art 316 codice di procedura penale, ossia, la richiesta di bloccare i fondi dei proprietari dello stabilimento affinché possano essere destinati alla bonifica e all’ambientalizzazione.

“Il decreto legge del Governo riteniamo sia incostituzionale – ha spiegato Bonelli – ma aspettiamo di leggerlo nei minimi dettagli. Contrasterebbe gli articoli 3, 9, 32 e 112 della Costituzione, ossia i principi di uguaglianza, salute, salubrità e obbligatorietà dell’azione legale”. 

Non tutti, però, hanno manifestato il loro disappunto con la stessa veemenza anzi, c’è chi di questo decreto, ne apprezza l’autorevolezza e la velocità, come il presidente della Provincia Gianni Florido:” Il decreto è un provvedimento forte perché tutela i cittadini garantendo l’effettivo rispetto dell’Aia e un’eventuale sostituzione della proprietà in caso di inadempimento e dà poteri ad un garante che sarà nominato direttamente dal Presidente Napolitano”. Idee simili per la Fim Cisl attraverso le parole del segretario provinciale Mimmo Panarelli: “Il decreto rappresenta l’occasione giusta per puntare all’ecocompatibilità e finalmente, si vedrà la figura del garante della vigilanza, utile per l’attuazione dell’Aia”.

In netto contrasto a queste voci, Francesco Rizzo, rappresentante dell’Usb (Unione sindacati di base), che non ha tardato a confermare un pensiero più volte sottolineato: “In questo modo si garantisce solo la produzione e non la salute. Lo Stato avrebbe dovuto sequestrare i beni ai Riva e con questi, mettere a norma la fabbrica”.

Una posizione più neutrale, sembra essere mantenuta dalla Fiom che definisce il decreto legge, come un percorso d’intenzioni. “Il fatto principale è quello di riaffidare ad Ilva la gestione dello stabilimento e di assicurare la continuità della produzione – spiega Donato Stefanelli – Se nell’immediato questo fornisce una risposta al problema occupazionale, allo stesso tempo affida il risanamento ambientale all’applicazione dell’Aia che richiede per la sua concreta attuazione, l’utilizzo di ingenti risorse economiche nell’ordine di 4 miliardi di euro rispetto ai quali l’unico impegno dell’Ilva, è quello dei 400 milioni di euro annunciato nei mesi scorsi”. Un modo quindi, per mettere con le spalle al muro l’azienda qualora non abbia la disponibilità finanziaria per dare il via alla bonifiche.

Un’ulteriore voce è quella di Lunetta Franco, presidente del circolo tarantino di Legambiente, che si dice “fortemente preoccupata che da questo decreto derivi un conflitto con la magistratura che se è arrivata a questi provvedimenti lo deve alla chiusura totale da parte dell’azienda”.


Cosa ne pensano i tarantini?

Abbiamo chiesto ad alcuni concittadini cosa pensano del provvedimento

Di Rosa Cambara

Opinioni diverse, ma unite da un filo conduttore: così non si può andare avanti, serve una svolta. È quanto emerge da una piccola indagine svolta presso i cittadini di Taranto per capire cosa ne pensano del cosiddetto decreto “salva Ilva”, che permetterà all’azienda di continuare a produrre per altri tre anni. I media locali e nazionali dicono che grazie al decreto Taranto può tirare un sospiro di sollievo. Ma è davvero così?

In realtà, sono molti i cittadini che si scagliano contro l’azione del Governo. Ad esempio, Vincenzo T. definisce il decreto “anticostituzionale”, e aggiunge: «Uno Stato che si pone al di sopra della legge non è democratico». Sulla stessa linea il pensiero di Aldo C., che afferma: «Questo decreto è un sopruso nei confronti della popolazione di Taranto. Spero che la Magistratura riesca ad opporsi».

Giorgia Signorile, giovane terapista, si spinge oltre. «Di base – spiega – sono molto sfiduciata. Per decenni ci hanno preso in giro, infatti oggi c’è gente che è stata arrestata o che è indagata. Bisogna far rispettare la legge e, per farlo, ci vuole una forte volontà popolare. Perché se il decreto diventa legge e poi l’azienda non rispetta le prescrizioni, i cittadini devono ribellarsi. Se ci troviamo in questa situazione – continua – è anche colpa nostra, perché per molto tempo non ci siamo esposti a causa del ricatto occupazionale. L’unico lato positivo – conclude – è che adesso l’Ilva non può più nascondere nulla, perché la verità è sotto gli occhi di tutti. Dobbiamo far valere i nostri diritti. Iniziare a pensare a un’alternativa alla grande industria. La cosa più assurda è che ci si preoccupa solo di salvaguardare gli operai, ma nessuno pensa a tutti gli allevatori e ai mitilicoltori che hanno perso il lavoro».

Secondo altri cittadini, emerge l’esigenza di una conciliazione tra lavoro e ambiente, ma il decreto non sembra essere la soluzione. Ad esempio, Carmine T., ex dipendente Ilva, afferma: «Non vedo cosa abbiamo risolto con questo decreto, perché così tornerà tutto come prima. Se fossi al posto degli operai, vedrei vanificati mesi di scioperi». E ancora, Maria P., madre: «Con questo decreto hanno fatto quello che hanno voluto. Io non penso che l’Ilva debba chiudere, ma non può nemmeno continuare a produrre alle condizioni attuali». Scettico è anche Biagio Bianco, commerciante, fratello di un dipendente Ilva: «È una questione che mi tocca profondamente –spiega – ma la situazione non è chiara. Non ho ancora capito le reali intenzioni dello Stato, se vuole continuare a lavorare al servizio dell’Ilva o se intende imporre una messa a norma dello stabilimento. Io credo che l’Ilva non possa chiudere, perché significherebbe mandare a casa decine di migliaia di lavoratori; ma, d’altra parte, non ho visto passi verso la popolazione, né da parte dello Stato, che ha le sue colpe, né da parte dell’azienda. Nell’attesa che la situazione si chiarisca, posso dire soltanto: staremo a vedere».

Ma c’è anche buona parte della popolazione che guarda al decreto con speranza, considerandolo una possibilità di conciliare lavoro e ambiente. Come Giuseppe C., che dice: «Dopo 52 anni Taranto ha la possibilità di avere una legge a suo favore che tuteli ambiente, lavoro e sicurezza. Quindi i tarantini dovrebbero accogliere positivamente questo decreto, che costringe l’azienda ad effettuare gli interventi necessari per salvaguardare l’ambiente».

Insomma, nonostante le discordanze, emerge la consapevolezza dell’ingiustizia che Taranto sta vivendo, costretta a scegliere tra lavoro e salute, e la necessità di una svolta per andare avanti.


La tempesta’ su Taranto e Statte

Pochi minuti per seminare sulla città distruzione e paura. Morto il giovane operaio, Francesco Zaccaria, e tanti danni nel comune stattese. 

Di Mario Panico

Una tempesta violenta, che dal mare di allunga verso la zona industriale, prendendo la forma di una tromba d’aria, nera, che fa paura. Sono le immagini amatoriali, registrate da un abitante del quartiere Tamburi, del tornado che lo scorso 28 novembre, intorno alle 11, ha colpito la zona industriale di Taranto e il comune di Statte.L’apprensione per quanto si stava verificando nell’area industriale, in particolare vicino lo stabilimento siderurgico Ilva è stata notevole. La tempesta aveva causato il crollo di una ciminiera in disuso, le fiamme visibili all’interno dello stabilimento non erano collegate ad incendi, bensì  agli sfoghi dei sistemi di sicurezza degli impianti. Preoccupanti le notizie che arrivavano dal porto, altra zona altamente colpita: dal terzo e quarto sporgente, aree demaniali in concessione Ilva, la furia del vento ha fatto precipitare due cabine di comando, di cui una è finita in mare ad oltre 24 metri di profondità, facendo perdere la vita a Francesco Zaccaria, operaio 29enne. Critica la situazione di Statte, dove la Prefettura ha disposto il Centro Operativo Comunale, in modo da soccorrere gli abitanti rimasti vittime della tempesta. Il violento temporale ha comportato il blocco della Strada Statale 7 Appia e la Strada Statale 106 a seguito della caduta di pali ed alberi sul manto stradale. La circolazione è ripresa solo nel tardo pomeriggio. Per fortuna nessuno ha perso la vita. Tra i feriti, però, ci sono 9 bambini di una scuola elementare del comune. Una giornata drammatica, come ha spiegato il sindaco di Statte, Angelo Miccoli: «Stiamo gestendo al meglio con tutte le nostre energie – ha detto – ciò che è accaduto alla nostra città.  Sicuramente il lavoro che abbiamo davanti a noi sarà lungo e difficile da gestire, basti pensare alle case danneggiate e agli alberi che la furia del tornado ha scaraventato sulle abitazioni. Al momento ci sono 20 famiglie che non possono rientrare in casa. Sette di queste sono ospitate in degli alberghi. I danni si contano anche nelle scuole, quelle più coinvolte sono state l’istituto tecnico Amaldi e la scuola media Da Vinci». «Ho visto intere famiglie che cercavano di rendere vivibile il paese. Ci siamo subito  attivati per reperire  le risorse regionali. C’è un assoluto bisogno di chiarezza da parte di tutte le istituzioni, in particolar modo del governo nazionale, che dovrà dichiarare lo stato ci calamità per quanto accaduto». Secondo quanto comunicato dal sindaco, la stima dei danni si aggira intorno ai due milioni e mezzo di euro.  Non finisce qui. A seguito della tempesta che ha divelto diverse ville dai tetti con coibentazioni in amianto, nelle zone di Monte Termiti e Monte Sant’Angelo, il comune ha inibito il passaggio di auto e pedoni in entrambe le aree, invitando tutti  i cittadini e la protezione civile ad indossare mascherine per evitare il contatto con la sostanza cancerogena. Il comune, per chiunque volesse aiutare la comunità colpita dalla furia del tornado, ha predisposto un conto corrente bancario (Banco di Napoli di Statte), intestato a "Comune di Statte – Conto solidarietà", causale: " Raccolta fondi emergenza Statte 2012". L’Iban: IT 56 X 0101004197 100000301084. «Statte ha vissuto un incubo. Il rumore e la forza di quel vento non si dimenticano». Maria, abita a Statte da quando è piccola. La sua casa non è stata colpita dalla tempesta, ma il ricordo di quanto accaduto, fa ancora paura. Ha gli occhi bassi ed entra in casa. «Da domani si ricomincia».

La solidarietà dei giovani volontari stattesi

di Mario Panico

 Sembra una città bombardata. Alberi sradicati e scaraventati contro le finestre delle case distrutte. Uno spettacolo apocalittico che è difficile da accettare. «Tutto in pochi minuti», dice Michele, ottant’anni, una delle memorie storiche del comune. «Non c’è mai stato un episodio del genere» racconta mentre fissa gli alberi spezzati a metà, piegati ad angolo retto. È passata più di una settimana dal giorno della tempesta. Ora Statte ha voglia di riprendere la sua quotidianità. Grazie anche ai volontari che aiutano la protezione civile. Sono seduti sulle scale degli uffici del comune, alcuni di loro mangiano, altri chiamano a casa per avere degli aggiornamenti. Sono Vito Clemente, Aldo Catapano, Francesco Fuggetti, Antonio Bruno, Mirko Fanelli, Angelo Vincentini, Fabiano Lanza, Daniele Fiorino, Carmine Rizzo. Hanno poco più di vent’anni e dal giorno dopo la tempesta stanno aiutando, insieme alla protezione civile, gli abitanti rimasti senza casa. La loro giornata inizia presto, sono al lavoro dalle prime ore del mattino «perché bisogna approfittare delle ore di luce, altrimenti qui non ritorniamo più alla normalità». Si sentono fortunati, perché le loro abitazioni sono tutte intatte, i loro parenti stanno tutti bene. «Ci siamo accordati su Facebook- dice uno di loro - sul gruppo della protezione civile, ci siamo dati appuntamento per aiutare a sistemare la situazione. Le condizioni del nostro comune sono davvero drammatiche, non avremmo potuto fare altrimenti. Noi non abbiamo subito grandi danni, c’è chi davvero ha perso tutto. Ci hanno detto che molte delle case scoperchiate dovranno essere demolite. Sembra impossibile».Le scene che raccontano i ragazzi sembrano tratte da un film: «Vedere la tromba d’aria in televisione non rende davvero l’idea di quello che è successo. Per la strada c’era gente che piangeva, gridava dal terrore, vedendo le macchine che si sollevavano dall’asfalto. Non ho mai avuto così paura». Intorno ci sono macerie e desolazione. Gli stattesi non riescono ancora a crederci, molti sono per strada a raccontare sempre la stessa scena: quando il tornado, dal mare, ha raggiunto le loro case. Molti hanno trovato rifugio in degli alberghi, altri da parenti e amici. Hanno voglia di raccontare la loro esperienza, indicano i posti più colpiti dalla tempesta. Una signora, per strada, condivide le sue sensazioni, il ricordo di quel vento forte, delle urla e dei boati. «Che Natale passeremo?», s’interroga retorica.Il vento soffia ancora forte, mentre la protezione civile cerca di capire l’entità dei danni. 

Intorno alle 17 il sole è quasi tramontato.  «Da ieri, ogni ora dura un’eternità».


LA MORTE DI FRANCESCO SERVA ALLA CITTA’ PER CONVERTIRSI

L’appello di monsignor Filippo Santoro alle esequie dell’operaio dell’Iva, vittima del tornado

Di Marina Luzzi

Aveva ventinove anni Francesco Zaccaria. L’età delle scelte, come quella di comprare casa con Monica, la ragazza che da dieci anni gli era accanto. Davanti al suo feretro, portato a spalla dai colleghi dell’Ilva, Talsano si è fermata: in un silenzio surreale gli anziani per strada hanno tolto il cappello, le donne affacciate ai balconi hanno pianto, i bambini, in due su bici di fortuna, hanno fatto un veloce segno di croce con una mano sola. La marcia funebre ha scandito il lento corteo dell’ultima vittima del siderurgico, l’unica del tornado che mercoledì 28 novembre ha messo a soqquadro lo stabilimento e provocato tanti danni nel vicino comune di Statte. I sommozzatori dei Vigili del Fuoco hanno estratto il corpo di Francesco dalla cabina della gru su cui lavorava, inabissatasi a 27 metri di profondità nel Mar Grande. Non è stata cosa semplice, ci sono voluti due giorni, ma anche ad arrivare prima non si sarebbe risolto nulla: è stato l’impatto con l’acqua, una caduta nel vuoto da venti piani o forse più, a sancirne la morte, su cui è stato aperto un fascicolo di inchiesta affidato al pm Daniela Putignano. Per il momento non ci sono ipotesi di reato ma Cataldo Ranieri, rappresentante del “comitato dei lavoratori e cittadini liberi e pensanti” ha provocatoriamente domandato come fosse possibile che con quella bufera Francesco fosse ancora su quella gru, se l’anemometro (strumento che controlla la velocità del vento, ndr) non avesse funzionato a dovere in un’area, peraltro, sotto sequestro con facoltà d’uso. Dopo Claudio, un altro giovane operaio dell’Ilva non c’è più. Ai colleghi non sembra vero di ritrovarsi nuovamente al funerale di un amico. “Fino a qualche tempo fa ero anche io in quel reparto – ci racconta uno di loro – ed avevamo gli armadietti uno accanto all’altro. Speriamo che questo è l’ultimo…”. Monsignor Filippo Santoro ha celebrato il rito funebre nella parrocchia dedicata alla Madonna di Fatima insieme al parroco don Emanuele Ferro ed a padre Nicola Preziuso, direttore dell’ufficio diocesano di pastorale sociale e del lavoro. Nella lunga omelia l’arcivescovo della diocesi ionica si è rivolto ai familiari e a tutta l’assemblea che ha occupato completamente la chiesa, il sagrato, la strada ed il marciapiede di fronte. Una folla composta, assorta, che ha interrotto il silenzio solo per qualche lungo applauso alla memoria di Francesco. “Oltre l’ emergenza ambientale, sanitaria e lavorativa ci ha travolto anche l’ emergenza del tornado –ha ricordato commosso il pastore - tutto sembra cospirare per distruggere la nostra speranza. Circa un mese fa avevamo perduto Claudio, l’ altro giovane lavoratore dell’ Ilva, e le cause della sua morte sono ancora da accertare. Per solidarietà ho visitato sul posto i suoi colleghi di lavoro. Oggi siamo di fronte a quest’ altro grande dolore ed è giusto che ne siano accertate pienamente le cause. Come siamo fragili. In un istante tutto può essere distrutto. Siamo rimasti tutti impotenti. Non abbiamo il dominio della natura. Possiamo solo riconoscere che non siamo i signori della natura e del mondo e che la realtà è misteriosa. Un dolore profondo e lacerante. Un vero dramma, ma il mistero non è rimasto lontano a guardare, perché il mistero non è l’indistinta materia cosmica in cui ci spegniamo. Il Signore è entrato in questo dramma, si è fatto uomo come noi, soffrendo l’angoscia e l’abbandono ed è penetrato nell’ abisso della morte per essere vicino a tutti quelli che muoiono, particolarmente a quanti muoiono di morte improvvisa. Si è donato sino alla fine senza risparmiarsi nulla. Ci ha amati; per questo il Padre lo ha risuscitato e gli ha dato la vita per sempre. È il primogenito dei vivi. In questo momento dà anche a Francesco l’abbraccio eterno del suo amore. Gesù, mentre lo accoglie nella sua misericordia, è vicino ai suoi genitori, ai fratelli e sorelle, alla fidanzata, alla gente di Talsano, ai suoi compagni di lavoro e dell’ impresa, e a tutta la nostra città di Taranto”. Monsignor Santoro ha cercato di rincuorare i presenti raccontando il modo di vivere il dolore della madre di Francesco, ammalata di Sla. “Il Signore in tutte le prove della mia vita mi ha aiutato – ha detto la donna – anche Gesù è morto in croce ed io continuo a credere. Portatemi un libretto delle preghiere perché quando prego mi sento molto meglio”. Poi il monito, forte, rivolto dall’arcivescovo a tutta la città: “Dobbiamo convertirci tutti: noi uomini di Chiesa, la politica, il sindacato e tutti coloro che hanno responsabilità morale civile. E ciascuno di noi. Dalla conversione viene la salvezza. La speranza per la nostra città riparte dall’unità. Per questo il sacrificio di Claudio e di Francesco non è stato vano”. Sulla stessa lunghezza d’onda è anche il discorso della famiglia, affidato alla voce dello zio dello sfortunato operaio del siderurgico, alla fine delle esequie. “Il tornado nell’Ilva non è stato un caso ma il  sacrificio di Francesco si è reso necessario per dire basta, per guardarsi dentro, per trasformare una guerra bianca in solidarietà”.


E se il tornado avesse investito il parco serbatoi? 

Taranto non è dotata di un piano di evacuazione in caso di incidente rilevante

di Marina Luzzi

Le donne anziane di Taranto sostengono che sia stato San Cataldo, patrono della città, per tradizione vescovo straniero venuto dal mare, ad evitare che il tornado di mercoledì scorso si abbattesse sulla città. Quello che è certo è che è stata scongiurata una strage, considerando che il piano di emergenza esterna, redatto dalla Prefettura, è vecchio del 2003 e non ottempera fenomeni atmosferici come i tornado. “La gente di Taranto in verità è impreparata a gestire tutto, anche l’emergenza o l’incidente rilevante come la fuoriuscita di gas ad esempio. Non c’è informazione e non sono mai state svolte esercitazioni e prove di evacuazione, nonostante si tratti di un’area a rischio di incidenti rilevanti, data la presenza di Ilva ed Eni”. Ad affermarlo è Leo Corvace, tra i referenti di Legambiente su Taranto, memoria storica dell’ambientalismo ionico. “La direttiva Seveso – racconta – qui è stata recepita solo in parte. La Prefettura ha messo giù nel 2003 un piano succinto ed insufficiente ed a seguito delle richieste del mondo ambientalista, nel 2008 ha redatto una bozza che prevede un’istruttoria che contenga i rapporti di sicurezza che Ilva ed Eni hanno dovuto produrre e presentare ad un comitato tecnico regionale apposito. Peccato che questo rapporto sia risultato molto carente: per l’Ilva è stato approvato con notevoli prescrizioni, per l’Eni non è ancora stato completato”. Questo ovviamente determina grandi difficoltà per portare a termine, da parte della Prefettura, l’iter istruttorio  e di conseguenza il nuovo piano di emergenza esterna. “Penso con terrore a quello che sarebbe potuto accadere – afferma Corvace - se il tornado avesse lambito, ad appena 500 metri di distanza dal quarto sporgente, il parco serbatoi di greggio appartenente all’Eni”. Al Comune il rappresentante di Legambiente contesta oltre alla scarsa informazione sulle modalità di evacuazione e messa in sicurezza, anche le lungaggini che hanno portato la prima giunta Stefàno e quelle precedenti a non  mettere mani ad un ulteriore adempimento, un elaborato tecnico sui rischi di incidente rilevante. “Dopo undici anni – afferma Corvace – siamo arrivati al momento in cui la giunta comunale sta elaborando questo documento da cui dovranno scaturire le varianti urbanistiche che distinguano le zone a rischio da quelle non a rischio, considerando la vicinanza al plesso industriale. Nelle zone a rischio andranno interdette tutta una serie di attività ed evitate varie infrastrutture. Qualche anno fa si pensò addirittura ad un rigassificatore a ridosso della raffineria. Come Legambiente ci siamo battuti perché si evitasse questo scempio, se ci fosse già stata la variante urbanistica non avremmo dovuto dimostrare che non andava fatto, si sarebbe trattato direttamente di zona a rischio». E da parte di Corvace arriva anche una denuncia: “Eni ed Ilva non sono in possesso del certificato anti incendio, scaduto ormai da molto tempo. Hanno un piano di emergenza interno ma non questo certificato che in ogni azienda è indispensabile per poter lavorare”. Il rappresentante di Legambiente ne ha anche per il porto: “Ci sono ritardi nell’applicazione della direttiva Seveso anche lì. Di recente c’è stata una conferenza dei servizi che considera come incidenti solo le collisioni tra navi, senza tenere in considerazione eventi che avvengono sulle navi o a terra. Nonostante sia stato messo nero su bianco un rapporto di sicurezza portuale, un piano di emergenza esterna del porto manca del tutto ed uno scoppio o la fuga di gas, piuttosto che un incendio, non sono ottemperati, dunque nessuno saprebbe come farvi fronte».


LA GREEN ECONOMY NON E’ UNO SLOGAN

Esempi di nuovi modelli industriali, a Taranto, nella conferenza nazionale di Legambiente

di Marina Luzzi

La politica industriale nel Sud alla prova della Green Economy”. Mai tema fu più azzeccato nella città dei veleni, che Il Sole 24 Ore ha stimato all’ultimo posto tra i capoluoghi di provincia italiani per qualità della vita. Sul risultato avrà contributo la vicenda Ilva, ma cambiare, anche a Taranto,  si può? L’abbiamo chiesto durante la conferenza nazionale di Legambiente, che si è tenuta nel Salone degli Specchi di Palazzo di Città, ai relatori intervenuti per l’occasione. “Noi crediamo che questo modello possa arrivare anche da noi – ha spiegato il presidente del circolo cittadino, Lunetta Franco - e che debba essere profondamente ripensato lo sviluppo di questa città. Questo è il motivo per cui abbiamo voluto questa conferenza nazionale da noi. Gli esempi concreti esposti durante l’incontro, non sono  campati in aria. Si tratta di esperienze fatte in Italia, in aeree industriali per tanti versi simili alle nostre. Credo che il convegno di oggi voglia essere uno sprone al mondo imprenditoriale e a chi, istituzioni, enti, deve raccogliere e promuovere nella diversità dei ruoli una nuova politica economica ed industriale anche a Taranto”. “Noi abbiamo rilevato un’area industriale di 27 ettari che apparteneva ad una multinazionale del settore chimico – ha spiegato Federico Zacaglioni, responsabile di “Sviluppo Italeaf Spa, gruppo Terni Research” – ed abbiamo ereditato dalla precedente società insediata nell’area, un piano di bonifica approvato dalla Regione dell’Umbria che riguardava sia i terreni, sia le falde acquifere. Abbiamo operato implementando le tecnologie che erano previste dagli enti locali nell’ambito del piano di bonifica, ma anche effettuando nuovi investimenti per migliorare le condizioni di questi impianti e per aggiungere ai due impianti chimico, fisico e biologico, anche un terzo impianto che potesse portare le acque ai livelli più alti di purezza, dopo la depurazione. Un investimento totale su terreni e sulle acque di circa 13 milioni di euro. Il numero dei dipendenti, dal 2004, anno di costituzione del nostro gruppo, ad oggi, è passato da 20 a circa 200 persone, conseguentemente alla crescita impetuosa che ha avuto la nostra attività industriale, nel settore delle energie rinnovabili, che ha portato ad una crescita del fatturato che negli ultimi 5 anni è passata da 40 milioni di euro a 170 milioni nel 2011”. Dalle parole dei relatori del convegno è emersa la tendenza europea all’affermazione di un nuovo modello industriale che stride con quello promosso dalla classe politica italiana, ormai antiquato più esposto alle difficoltà della crisi economica e maldisposto verso all’innovazione. “Non è vero che la bonifica o la messa in sicurezza degli impianti siano esclusivamente un costo per le imprese. Se vengono approcciate con una mentalità giusta – ha concluso Zacaglioni riferendosi espressamente al caso tarantino - e con un progetto coerente possono anche rappresentare un volano di sviluppo. Limitarsi  a vedere come un costo per l’azienda il miglioramento delle condizioni ambientali è  miope”. Marco Versari, della Novamont, ha raccontato l’esperienza interessante della riconversione del polo petrolchimico di Porto Torres, grazie alla produzione di bioplastiche. “Sono categorie innovative di prodotti – ha spiegato - che, partendo da materie prime agricole e rinnovabili, coltivate cercando di rispettare la biodiversità dei suoli,  hanno delle caratteristiche d’uso uguali ai prodotti tradizionali. Pensiamo ai sacchetti per la spesa, ai piatti, alle posate, ai pannolini, che però alla fine del loro ciclo d’uso possono essere raccolti e trattati con la frazione organica per la produzione di energia e compost, che torna in agricoltura per fare poi anche le colture che servono per produrre le bioplastiche”. Riferendosi alla possibilità di trasporre modelli del genere anche a Taranto,  Versari ha poi aggiunto: “Questi modelli industriali sono pensati per essere inseriti nel territorio. Parliamo di un’industria che utilizza una materia prima fatta nel territorio e che a sua volta deve mettere a disposizione dei materiali che vengano prodotti nel territorio ed io mi auguro anche trasformati nel territorio, quindi che possano generare un indotto che crei valore aggiunto al territorio stesso, che possano generare interesse nell’università, che siano di stimolo alla ricerca per fornire a sua volta all’industria nuove idee, nuovi prodotti, nuovi processi, nuovi modi di applicazione”. Nel sistema Italia la difficoltà resta però nel passare dal dire al fare. Il riferimento, nel caso delle bioplastiche ad esempio, è all’avvio difficoltoso della raccolta differenziata dell’umido in molte regioni del Sud Italia e nello stesso capoluogo ionico. Per intenderci: un imprenditore coglie una nicchia di mercato nella produzione di sacchetti di plastica per umido, dunque investe in questo settore che per la legislazione è già in atto in tutto il Paese, ma nella realtà dei fatti non è così. Che fare dunque?  “Fattore determinante – ha chiosato Versari - è la chiarezza degli indirizzi. Un sistema Paese che non è coerente con gli obiettivi che si dà, è un sistema che non genera le forze che l’industria deve poter utilizzare per guardare al futuro. La raccolta differenziata è il motore primo di un uso intelligente delle risorse ma soprattutto un modo per rendere il cittadino, consumatore consapevole. Se noi non creiamo questo circolo virtuoso tra industria, cittadino, territorio, pubblica amministrazione, chiunque di questa parte del puzzle spinge, ma da solo. Dobbiamo spingere tutti nella stessa direzione. Se non accade dobbiamo domandarci tutti il perché. Il Paese siamo noi, non sono i pubblici amministratori, sono i cittadini che votano, che consumano, che entrano in politica e visto che siamo noi, siamo noi che abbiamo in mano gli strumenti del nostro futuro”. “La green economy – ha spiegato Duccio Bianchi, dell’istituto di ricerche Ambiente Italia –  è già arrivata al Sud più o meno nelle stesse proporzioni in cui è presente al Nord. Purtroppo nel Mezzogiorno c’è anche tanta cattiva economia, che copre ciò che di buono è stato già fatto. Trasformare Taranto in un polo industriale green è duro perché il capoluogo ionico ha una monocoltura industriale e quindi si dovrà cercare di costruire accanto, dentro questa presenza, una serie di alternative, complementi, di tipo industriale o legate ai servizi o al turismo, tenendo anche ben presente che il sistema industriale di Taranto, pur avendo dei drammatici effetti ambientali, non è in sé strutturalmente decotto mentre in altre aree, dove è stata avviata la riconversione, non c’era più futuro per la produzione”. Insomma l’acciaio serve e fin quando servirà la città dovrà farci i conti. Le conclusioni della conferenza sono state affidate al presidente nazionale di Legambiente, Vittorio Cogliati Dezza. “Il meridione – ha detto - vive il dramma della crisi dei poli industriali ma contemporaneamente ha ancora delle risorse naturali, di paesaggio, di clima, che mettono in campo opportunità oggettive di sviluppo. Bisogna saperle cogliere e qui interviene la responsabilità della politica e della classe dirigente del meridione che deve essere innovativa, deve capire dove sta andando il mondo, quali saranno le competizioni economiche e culturali che si aprono. Quando parliamo di green economy non stiamo parlando soltanto di energie rinnovabili ma anche di mobilità urbana, di sviluppo dei trasporti ferroviari o portuali, di infrastrutture nuove, di agricoltura di qualità con filiera corta. Aspetti che si scontrano con l’inquinamento provocato dalle grandi industrie come l’Ilva, che è uno dei maggiori inquinatori del Sud. La green economy  non è uno slogan ma è una parte di attività industriale ed economica che si sta già sviluppando, che va sostenuta e ulteriormente incrementata”. Dunque occorre una classe politica più lungimirante a livello locale e nazionale. “Quella italiana – ha commentato il presidente nazionale di Legambiente - si stia muovendo nel XXI secolo con gli occhi rivolti al passato; culturalmente è ancora nel 1900. Questo è molto evidente nella strategia energetica nazionale che oggi è in discussione, promossa dal ministero dello Sviluppo Economico, dal ministro Passera, in cui si parla di efficienza energetica e di investimento sulle rinnovabili senza aprire prospettive più ampie fino almeno al 2030, ed al contempo si investe in  trivellazioni, petrolio, gas, come se tutte queste cose andassero bene perché accrescano il Pil. Questa è la vecchia cultura che non funziona. Il Pil oggi non è più sufficiente, come sostengono tanti economisti, a misurare la qualità effettiva della vita, che è data non soltanto dal consumo di beni ma anche da relazioni sociali, dall’etica pubblica, dalla coesione sociale e dai valori in cui una comunità si riconosce”.


La festa dell'Immacolata

patrona della nostra città

Omaggio delle scuole davanti all'edicola mariana in via Mignogna. Preparativi della vigilia. Le funzioni in Basilica. La sera dell’8 grande processione per le vie della Città vecchia

E' una delle più sentite tradizioni tarantine, quella in onore della Beata Vergine Immacolata, che dal 1943 è la patrona principale di Taranto assieme a San Cataldo, come si legge sulla lapide fatta murare nella chiesa di San Michele dall'allora arcivescovo mons. Ferdinando Bernardi. Questo, per aver salvato la città dai terribili terremoti del 1710 e del 1743. E, secondo alcuni, anche per averci preservato la mattina del 28, proprio alla vigilia della novena dedicata alla Vergine, dalle  conseguenze della tromba d'aria che avrebbero potuto essere ben più terribili.

La festa si vive soprattutto nella vigilia, a partire dal giro delle bande musicali all'alba, che eseguono le amatissime pastorali natalizie, e dalla degustazioni di bollenti e soffici pettole, per la cui preparazione le massaie ben volentieri si sottopongono alla levataccia.

Nella mattinata c'è l'assalto alle pescherie per acquistare il baccalà, anguille e capitoni, elementi base dei piatti principi della cena, che si prospetta particolarmente ricca. Ragion per cui è preferibile non esagerare a pranzo. Meglio ancora se si riuscirà a osservare il digiuno, come facevano i nostri avi.

Da segnalare sempre nella mattinata della vigilia, alle ore 9,30, in piazza Maria Immacolata, davanti all’edicola mariana all’angolo con via Mignogna, la manifestazione dell’“Omaggio all’Immacolata” da parte delle scuole con canti e declamazione di poesie, a cura del Comitato per la qualità della vita; sarà presente il sindaco Ezio Stefano.

Il pomeriggio correrà fra gli ultimi ritocchi all'albero di Natale e al presepe, in molte abitazioni ritornato al posto d'onore, e le prime riunioni di famiglia per i giochi tradizionali. In serata, la corsa agli ultimi acquisti, nella cornice delle luminarie (quest'anno molto ridotte a causa della crisi) e delle ulteriori pastorali natalizie eseguite da piccoli gruppi bandistici. Al rientro, il cenone con successiva ripresa dei giochi fino a notte fonda.

L’indomani, 8 dicembre, in cattedrale, Sante Messe alle ore 9,30 e 11,30 (quest'ultima celebrata dal padre spirituale della confraternita mons. Marco Morrone). Alle ore 16.30 Vespri presieduti dall’arcivescovo con la partecipazione del Capitolo Metropolitano; alle ore 17,00 concelebrazione eucaristica presieduta dall’arcivescovo mons. Filippo Santoro con la tradizionale offerta del cero da parte del Comune. Alle ore 18 processione con grande fiaccolata per le vie del centro storico. Salutata dal lancio di palloncini e dallo sparo dei mortaretti, l’Immacolata sarà accompagnata dai Cavalieri del Sovrano Ordine di Malta, dalle confraternite e dalle massime autorità con il gonfalone municipale. Le caratteristiche melodie natalizie tarantine saranno eseguite dalle bande musicali cittadine “Lemma” e Paisiello”. Attorno alle ore 19,30, al passaggio in piazza Castello ci sarà un grande spettacolo di fuochi pirotecnici. Quindi, il rientro nella chiesa di San Michele, dove l'indomani, 9 dicembre, Sante Messe di ringraziamento saranno celebrate alle ore 11 e alle ore 18.


Ordinazione diaconale di Davide Quatraro e Cosimo Quaranta

La celebrazione, presieduta dall'arcivescovo, si svolgerà nel pomeriggio di domenica 9 alle 15.30 in Concattedrale. La testimonianza dei due giovani nel loro cammino verso il sacerdozio.

Davide Quatraro: l'esempio di San Francesco di Paola

Mi chiamo Davide e la mia storia è simile a quella di tanti altri giovani. Frutto dell’amore dei miei genitori Alfredo e Silvana, tutto ha inizio il 23 novembre del 1982 quando vengo alla luce. Oltre me ci sono mio fratello Simone e mia sorella Paola. Della mia infanzia ed adolescenza ho un ricordo bellissimo. Sono stato sempre il più ribelle in famiglia e certamente non ero un campione di santità! Mentre la mia vita da studente di scuole superiori stava volgendo al termine, fui toccato  negli affetti familiari dal dramma della perdita di mia madre. Tutto ciò avveniva nel luglio del 2001, durante il mio ultimo anno presso l’istituto Alberghiero di Leporano. Ricordo con chiarezza questo momento che mi segnò profondamente, e non solo in senso negativo. Il Signore si servì di quell’evento doloroso per farmi rinascere spiritualmente. Infatti ardevo per una vera ricerca di senso delle realtà che riguardano l’uomo nelle sue domande esistenziali circa la vita. Passo dopo passo mi stavo riavvicinando alla fede che da tempo avevo relegato al mondo della fanciullezza, un cambiamento imprevisto che non credevo possibile. Nel ricercare le risposte alle domande che affioravano nella mia anima, il Signore mi pose incontro persone che mi aiutarono ulteriormente a fare esperienza di Dio, tra queste un religioso dei padri Minimi, p. Francesco Chimienti, che stimolò in me ulteriori domande. Piano piano stavo comprendendo il progetto di Dio per la mia vita. Avvertivo la Sua presenza di amore per me e contemporaneamente  sentivo che questo amore ero chiamato a donarlo agli altri. Dopo circa un anno e mezzo presi la decisione di iniziare un serio discernimento nel convento di quel religioso che mi aveva fin ora accompagnato e così iniziai il mio cammino di postulandato dai padri minimi di Grottaglie. Lì conobbi una grande figura di santità alla quale tuttora la mia vita è fortemente legata, San Francesco da Paola. Nel periodo che rimasi a Grottaglie compresi ulteriormente che il Signore aveva rivolto su di me uno sguardo tutto particolare: voleva che io donassi a Lui tutta la mia vita. Successivamente entrai nel noviziato dei padri Minimi a Massa Lubrense ed emisi la prima professione il 26 settembre del 2004.

Terminato il noviziato iniziai il corso degli studi filosofici e teologici nel seminario “San Pio X” in Catanzaro, dove nel febbraio del 2010 ottenni il baccellierato in teologia. In tutto questo tempo non sono mancate le difficoltà e le crisi di una scelta autentica per il Signore. Ero ormai prossimo ad emettere la professione solenne nell’ordine dei Minimi ma dopo un lungo periodo di profonda riflessione decisi di non compiere quel passo perché in cuor mio desideravo essere sacerdote vivendo una dimensione spirituale differente da quella del religioso. Ero attratto dal ministero sacerdotale come diocesano e di questo mi resi conto nel confronto con i sacerdoti che frequentavano l’Istituto teologico calabrese.

Rientrato in diocesi ho proseguito gli studi iscrivendomi alla licenza in antropologia teologica nel seminario regionale di Molfetta, in attesa dell’ordinazione diaconale.

Ad oggi sento in cuor mio di ringraziare il Signore per tutte le meraviglie che ha compiuto nella mia vita e per ciò che in futuro compirà. Affido alle vostre preghiere il mio ministero di diacono per la Chiesa di Taranto.

Cosimo Quaranta: la fede dei genitori

Durante il rito dell’ordinazione diaconale c’è una domanda la quale cambia il modo di interpretare tutti i gesti che seguono. Mi voglio soffermare sull’incipit: “Tu che sei pronto…”. Ma si può davvero essere pronti per un ministero così grande? Come si può chiedere “Tu che sei pronto” senza aver prima valutato che cosa possa rendere pronta una persona per il servizio di Dio e dei fratelli? Che cosa mi ha preparato fino ad oggi e quali certezze mi faranno rispondere?

Il primo punto fermo nella mia vita è la fede semplice che ho appreso tra le mura domestiche, specialmente dai miei genitori; mura alle quali si alternavano quelle della mia parrocchia di origine, la Madonna del Carmine di Grottaglie. Dai miei genitori ho appreso quell'atteggiamento di affidamento al Signore che mi parla di una vita cristiana di poche parole, ma di tanta serenità e gioia nel sapere che il Signore è Padre premuroso e Madre tenerissima nelle cui mani è la mia vita. Fidarmi di Lui vale più di molti ragionamenti e di tanti gesti spettacolari. In parrocchia, dapprima con don Cosimo De Siati, poi con don Pinuccio Cagnazzo e l'attuale parroco don Pasquale Laporta, ho fatto una scoperta eccezionale, che ha cambiato la mia vita cristiana: ho scoperto che la Chiesa è casa mia. Quante cose cambierebbero nelle nostre parrocchie e nei nostri ambienti familiari se tutti potessero scoprire che la casa di Dio è la casa di tutti. Per maturare questa scoperta ci sono voluti anni e tanti educatori pazienti per i quali oggi innalzo il mio “Grazie!” al Signore. Anzitutto le suore Figlie dell'Oratorio, specialmente suor Daniela, le quali mi hanno visto crescere durante gli anni della scuola materna. Da loro ho appreso che un sorriso e un “benvenuto!” fanno sentire la gente accolta e nel mio animo di bambino credevo e sapevo che quell'opera di accoglienza e testimonianza prima che da loro veniva dal Signore. Cosa c'è di eccezionale? C'è che loro mi hanno parlato di Dio, che è Padre, che abbraccia tutti e che la loro vita era donata a questo Dio. A me non sembra poco.

Un'esperienza altrettanto forte l'ho vissuta negli anni successivi, frequentando in parrocchia il gruppo ministranti e poi il Seminario. Specialmente negli anni delle superiori ho ritrovato quell'immagine di Dio Amore accogliente frequentando il liceo salesiani in Taranto. Come dimenticare la cappella del piano terra, vero centro di tutto l'Istituto, o la passione di don Savino nel comunicarci il Vangelo e nel mostrarci in ogni occasione come questo si incarni nella nostra vita? Sono due immagini che porto dentro di me e che ora mi insegnano che agli altri non ho altro da portare se non il Vangelo e il Signore vivo che ho incontrato. Lui compie l'opera.

Ho scoperto che il Signore è vivo. Egli è risorto e vivente opera nella mia vita, nella nostra storia. Questa certezza si è fatta lampante nell'esperienza del Seminario di Molfetta e contemporaneamente quando tornavo in parrocchia ogni fine mese. Nell'incontro sacramentale con il Signore, nello scambio di vita con i miei coetanei e illuminato dall'esempio dei miei maestri e di tanti santi , ho scoperto profondamente che il mio Signore è vivo e non ho altro di più profondo che possa guidarmi. Per questo affido il mio ministero anche ai miei santi protettori, grazie ai quali ho potuto fare passi di crescita cristiana: S. Filippo Neri, S. Giovanni Bosco, il Beato Vincenzo Grossi e S. Chiara. Loro mi hanno insegnato che il Signore è Uno, abita nella mia vita e mi chiama per una gioia piena.

Forse ora posso rispondere che sì, sono pronto? Risponderò positivamente non perché ho le capacità umane per vivere il ministero pienamente, ma perché mi guida la fede che il mio Signore è vivo e Risorto e che Lui è il vero Signore della mia vita. Un po' come fece Salomone quando si chiese se davvero Dio potesse abitare sulla Terra e concluse che era possibile non perché noi avremmo potuto costruirGli una grande casa, ma perché era Dio che aveva scelto così.

 


OTIUM

La bellezza è anche il bene

In un recente libro la figura di Gaudì e della sua Sagrada Familia

di Marco Testi














"Mentre ogni cosa oggi è fatta perché utile e funzionale, la Sagrada Familia non è utile e non è funzionale”.

Luca Nannipieri, esperto d’arte e di beni culturali, coglie nella conclusione del suo “La cattedrale d’Europa” (San Paolo, 90 pagine) il senso della bellezza costruttiva, quella progettata proprio dall’”architetto di Dio”, Antoni Gaudì (1852-1926) nella sua opera più grande. Nannipieri, infatti, arriva al cuore di una questione che non finirà mai d’interrogare le profondità umane, vale a dire il confronto tra la realtà effettuale e le aspirazioni artistiche dell’uomo: “Una piccola chiesa antica, dispersa tra le montagne: che cosa ci può essere di meno utile, di meno profittevole, che lavorare per darle ancora senso”?, si chiede l’autore pensando a tutto quello che a noi sembra inutile e senza senso. Il lettore avrà capito che qui si pone l’abissale domanda del significato del gratuito, non solo dell’arte e della bellezza, ma esattamente di ciò che non ha immediata e tangibile rispondenza in quella che noi chiamiamo realtà. Ma già porsi questa domanda significa fare un’associazione, la stessa che pone Nannipieri e la medesima che s’immagina ponesse il “mistico” Gaudì, e che cioè bellezza e bene possano essere compatibili, forse la medesima cosa.

Se si ragiona sulle date, ci si accorge che quella di Gaudì è una vera e propria resistenza all’idea di cultura e di arte del Novecento, e che la sua accezione di Modernismo andava in senso inverso allo scetticismo dell’uomo moderno, che stava innalzando sugli altari, in maniera schizofrenica, la scepsi razionalistica insieme alla ricerca dell’infero primigenio. Eppure Gaudì è uno dei fondatori della cultura artistica e architettonica novecentesca, chiamata Modernismo. Il che vuol dire che non tutta l’arte borghese era inebriata dell’altra faccia del modernismo, quella modaiola e superficialmente radicaleggiante, ma tendeva in avanti esattamente come aveva teso in avanti il monachesimo benedettino rispetto all’apparentemente più avanzata cultura romana giunta al declino, piena di sussiego e di senso di superiorità, ma sterile e fine a se stessa. Fa molto bene Nannipieri a ricordare come avanguardia non significhi solo letteralmente ma acriticamente guardare avanti e vivere passivamente, magari anticipandoli, i tic della propria epoca, ma significhi anche coraggio dell’affermazione di verità controcorrente. L’ultimo Gaudì, quello narrato dall’autore, è quasi un monaco che diventa anche questuante per trovare, fermando la gente per strada, i soldi per la cattedrale che non deve finire, e ha ormai consumato le sue nozze mistiche con Barcellona. Quasi mai artista geniale ha legato la sua fama a un solo luogo come ha fatto Gaudì con la città catalana, programmando coscientemente una non-finitezza della sua opera. Non desiderava vederla compiuta, e desiderava soprattutto che fosse il popolo a continuarla, non solo con le donazioni, anche le più misere, quelle davvero evangeliche delle prostitute e degli ultimi, ma con il suo prenderne possesso continuo, ininterrotto, proprio come lui che aveva preso la Sagrada Familia come abitazione: la cattedrale “richiedeva il popolo, la massa, la massa dei credenti, la massa anche dei non credenti, ma che riconoscevano in quella chiesa non ancora sorta (…) qualcosa di importante per loro”.

In un momento della storia in cui emergeva la massa in modo minaccioso per l’uso che ne andavano facendo le nuove politiche assolutistiche del Novecento, ecco che un geniale architetto prospetta un’altra tipologia di massa, quella del mercato cittadino, della scuola, della chiesa, in poche parole di una società condivisa. In questo modo, anche sulla scorta delle sue letture, che venivano da Ruskin e da altri progettatori di un futuro in cui ci sia posto anche per il passato, la bellezza si faceva anche Bene. Nulla può essere fatto senza sacrificio, amava ripetere. Ebbene, questo sacrificio significava in campo estetico rinunciare al luciferino sogno individualistico, quello che poi Thomas Mann ripropose con la vecchia figura del Faust per re-immergersi, come ai tempi medioevali del “ad solam Dei gloriam” nell’indistinto della gente, del pubblico, del lavorare per qualche fine comune e non del compiacersi nell’inutilità dell’arte come negli estenuati esteti vittoriani. Come lo scrittore Chesterton, Gaudì proponeva i valori della socialità e dello spirito come unici baluardi contro la barbarie prossima ventura.