Arc2012ottobr27-Nuovo Dialogo

Archivio ottobre 2012 N°27

AMBIENTE

Taranto e la fabbrica

TAMBURI_ILVA

Un matrimonio combinato, con poco amore e tanti interessi, mai decollato anche dal punto di vista urbanistico. Ne abbiamo parlato con il segretario dell’ordine degli architetti Massimo Prontera.

pronteraIl ministro Passera ed il ministro Clini hanno dichiarato più volte che il quartiere Tamburi è a ridosso dello stabilimento perché sorto dopo la fabbrica. E’ vero?

«No, non è vero. Saranno stati informati male. Le direttrici principali del quartiere, che vanno verso Martina Franca (via Galeso) e verso Statte (via Orsini) c’erano già. Sicuramente sarà aumentata l’estensione, ci saranno stati altri interventi edilizi, ma il quartiere esiste da tanto, è sempre stato la via d’accesso alla città, l’ingresso principale per chi veniva da nord. Poi Taranto, per scelte politiche, direi strategiche, si è sviluppata sull’asse sud-est ma il suo sviluppo naturale sarebbe dovuto essere verso nord. La prova concreta della presenza dei Tamburi prima dell’Ilva è nell’edilizia popolare. Le palazzine Ina-casa, quelle a ridosso di piazza Gesù Divin Lavoratore, via Vincentis, via Lisippo e limitrofe, risalgono agli anni ‘50».

Ma come è stato possibile che si decidesse di costruire la fabbrica a poche centinaia di metri dalle case?

«Anche in altri casi, come quello di Bagnoli o di Corigliano, i quartieri sono nei pressi della fabbrica ma lì i centri abitativi si svilupparono dopo l’insediamento dell’industria, a fine Ottocento. Invece a Taranto l’ex Italsider è arrivata solo negli anni ’60 e con un quartiere già nato. I progetti dell’epoca ci dicono che si vagliarono anche altre soluzioni. Si pensava ad una distanza di almeno 7 kilometri dal centro della città, con i parchi minerali rivolti ad ovest. Poi le cose sono cambiate, difficile dire il perché».

Difficile anche credere che nessuno sapesse…

«I dibattiti ci furono anche all’epoca ma il fronte contrario non venne ascoltato. Gli addetti ai lavori di certo sapevano perché conoscevano i cicli produttivi. Probabilmente su ogni dubbio vinse la necessità di risolvere i problemi economici della città».

Torniamo ai giorni nostri, come si potrebbe intervenire ad esempio sui parchi minerali?

«Per i parchi le soluzioni davvero risolutive sono due: l’interramento o copertura, come è stato fatto in tanti altri Paesi dove c’è la produzione a ciclo continuo di acciaio.  Con le collinette ecologiche  più alte delle palazzine si è pensato di risolvere il problema ma non è stato così. Il barrieramento di 21 metri è un ulteriore palliativo. Servirebbe a bloccare il grosso ma lo spolverio classico rimarrebbe, senza contare che avrebbe un impatto forte a livello estetico. Il dramma è che finora le proposte avanzate non risolvono il rapporto tra fabbrica e città. E’ come se ciascuno negasse l’esistenza dell’altro e non si arriva a soluzioni condivise».

Il sindaco Stefàno ha dichiarato, per poi smentire, che gli abitanti dei Tamburi andrebbero spostati dal quartiere. Pensa possa essere una soluzione? 

«Sono scelte politiche non urbanistiche. Potrebbe essere una soluzione ma significherebbe resa incondizionata alla fabbrica. Penso invece che l’intento del sindaco fosse solo quella di inserire questa gente in contesti più vivibili».

Allargando la questione, Taranto non è una città urbanisticamente risolta. Tanti quartieri periferici mentre il cuore pulsante della vita cittadina, il Borgo, perde pezzi. Perché?

«I problemi nascono dal piano regolatore, ormai vecchio di 40 anni, quindi uno strumento urbanistico obsoleto, pensato come se la città avesse il quadruplo dei suoi abitanti, mentre adesso vive una contrazione abitativa ad appena 190mila persone. E’ questo piano regolatore che ha permesso lo sviluppo di periferie come Lama, San Vito, Paolo VI, Talsano, svuotando di fatto le zone centrali. La ciliegina sulla torta è stato il condono edilizio che prima negli anni ’80 e poi negli anni ’90 ha legalizzato l’illegale. Le coste saccheggiate, gli scheletri di palazzine o ville mai completate ne sono la triste conseguenza».   

E come si potrebbe intervenire?

«Ad esempio defiscalizzando l’acquisto di case da parte di giovani coppie, eliminando il degrado visivo, riempendo i vuoti urbani, spazi  abbandonati su cui prima sorgevano palazzi crollati o abbandonati. Per la città vecchia inoltre c’è il piano di rigenerazione urbana, che prevede l’intervento sia del pubblico che del privato. Noi come ordine degli architetti abbiamo dato un contributo con il programma “Pitagora”, un progetto sperimentale di rigenerazione, fatto insieme alla fondazione degli architetti Archi.Ta. Il lavoro fatto a spese nostre è stato donato all’amministrazione».

Taranto fra 30 anni come potrebbe essere sotto il profilo urbanistico?

«Dipenderà ancora una volta dalla politica. In qualche modo bisognerà fare i conti con un’industria funzionante o con un territorio da bonificare. In un modo o nell’altro noi ci saremo. Insieme agli altri ordini professionali del territorio, abbiamo istituito un’associazione, “l’osservatorio ionico delle professioni per la tutela della salute e dell’ambiente”. Una onlus con lo scopo di mettere insieme  le migliori competenze  dei vari ordini per fornire contributi scientifici su questi temi. E’ una onlus nata a dicembre 2011 dopo un anno di gestazione e Pietro Dione, il presidente dell’ordine degli architetti, ne è presidente. Dato che ci interessa particolarmente il tema, abbiamo istituito anche una commissione interna al nostro ordine per sottoporre idee e progetti all’associazione».    

Marina Luzzi 


I bambini di Taranto disegnano l'’Ilva


Come i più piccoli vedono il colosso dell’acciaio, cosa ne sanno e cosa vorrebbero per la città

Eliana, Michele e Riccardo hanno 9 anni e vivono a Taranto, anche se in quartieri diversi. 
«L'’Ilva produce argilla». Si accorge subito dell’errore, ride e si corregge: “No, no! Fanno l’acciaio”. Eliana abita con la sua famiglia in una villa all’ingresso di Talsano e dell’Ilva non conosce molto. In questi giorni ne ha sentito parlare in televisione, ma tante cose non le sono chiare. Prende l’astuccio, con i suoi colori tutti al posto giusto e inizia a disegnare quello che sa del siderurgico. “Ho sentito che molti bambini soffrono di tante malattie perché respirano le polveri velenose. Questa cosa mi ha colpito perché un bambino non può scegliere dove nascere e dove abitare, io sono fortunata perché l’Ilva non la vedo, ma dalla televisione sembra che sia vicino ai palazzi. Sembrano tante sigarette accese e io non sopporto la puzza di fumo”.
È concentrata mentre disegna, in ginocchio sulla sedia stringe forte la matita. 
Dopo, tocca ai pennarelli ma si accorge di non ricordare i colori dei comignoli dell’industria. Lavora di fantasia: tutti celesti con un cuore rosso al centro. Niente fumi per le sue ciminiere, solo margherite così “almeno non si sente la puzza”. Senza volerlo l’industria di Eliana è diventata un parco giochi, con tanto di altalene e bambini. Va bene così: per lei, non c’è niente da aggiungere. Michele abita in via Orsini, al rione Tamburi. 
Conosce bene la situazione dell’Ilva perché suo padre ci lavora “da molti anni”. Il suo disegno è diverso da quello di Eliana. Le canne fumano fuoco e nubi nere, il comignolo E312 è facilmente riconoscibile vicino agli altri. 
Le case sono tutte arancioni e con le crepe alle pareti. In basso, al centro del foglio, c’è un bambino che gioca a calcio vicino un albero con i rami rivolti verso il basso, anche questo arancione. “
Queste sono le piazzette in cui giochiamo a calcio, ci sono alberi spogli e brutti. Il camino blu dell’Ilva lo puoi vedere da qualsiasi parte. Io non capisco una cosa – s’interroga alla fine -  visto che devono chiudere le piazzette perché sono sporche e pericolose, non fanno prima a chiudere l’Ilva che è una sola?”. 
La madre sorride a questa domanda, gli prende il viso tra le mani e lo invita, con ironia, a non ripetere questo desiderio davanti al papà. Già, perché il padre di Michele lavora nel reparto laminazione della fabbrica e come quasi tutti i suoi colleghi non può a scegliere tra salute e lavoro. Riccardo, che abita in via Cesare Battisti, ha lasciato il suo disegno in bianco e nero perché “nei cartoni animati i ricordi e le cose di cui non sei sicuri, non sono colorati”. In realtà, confesserà più tardi, non aveva molta voglia di colorare. 
Subito sotto all’operaio dell’Ilva, che lavora l’acciaio come se fosse un fabbro, campeggia una scritta: “Vorrei che l’Ilva migliorasse”, seguita da innumerevoli punti esclamativi e un cuore. “In televisione ho visto in questi giorni che tanti lavoratori hanno percorso la città a piedi. Io ero con mia madre a fare la spesa quando sono arrivati in città. Erano tantissimi, cantavano. Pensavo fosse una festa, poi mi sono ricordato che di solito i concerti si fanno di sera e ho cambiato subito idea”. La mamma gli ha spiegato che l’Ilva è un’industria che produce acciaio e che ha trasformato la città di Taranto nella più inquinata d’Europa. “
Non mi piace questa situazione. Vorrei sapere chi ha pensato di metterla lì vicino a noi. Ho un po’ paura anch’io”. Come in una fiaba dai contorni poco chiari: c’è la fortezza da difendere, il cattivo senza scrupoli e il popolo che soffre e prova a ribellarsi. 
La principessa da salvare, però, si bagna in due mari.

Mario Panico


ECCLESIA

“L’intera comunità si metta in gioco per uscire dalla crisi”:


Liturgia di inizio anno pastorale, nella Concattedrale Gran Madre di Dio, presieduta da S.E. mons. Filippo Santoro

“No alla opposizione tra tesi, a chi parteggia per la propria causa con intransigenza. No anche all’indifferenza, ma attenzione rivolta al dramma umano che si sta consumando. E per risolverlo, l’intera comunità si metta in gioco”.

Nelle giornate in cui gli operai dell’Ilva di Taranto scioperano in preda alla disperazione totale, l’arcivescovo Filippo Santoro non manca di far riferimento a loro nella liturgia dell’anno pastorale 2012-2013. Tenutasi nella serata di venerdì 28 settembre nella Concattedrale Gran Madre di Dio, gremita come in rare occasione avviene, è stata celebrata dal prelato alla presenza della intera Chiesa diocesana.

Non solo vicinanza a chi rischia di perdere il posto di lavoro, ma invito alle singole parti della collettività a dare un contributo per uscire dal conflitto: “Bisogna promuovere iniziative nuove, fonti di lavoro alternative – continua il vescovo con parole semplici e sferzanti - I giovani e gli imprenditori devono garantire la loro presenza attiva. Tutti facciano qualcosa, anche con la semplice e potente arma della preghiera”.

Prima dell’omelia, commento alla pagina del Vangelo di Luca, il riferimento alla attualità nella via crucis introduttiva, al precariato e “al lavoro che non sia ricatto”. Quindi, ad inizio liturgia, i saluti e i ringraziamenti, a cominciare da quello rivolto al Santo Padre “per avermi nominato Padre Sinodale; ringraziamento al mio predecessore Benigno Luigi Papa, ai nuovi vicari, alle autorità civili, ai religiosi e fedeli presenti numerosi”.

C’è un tempo per tutto, recita la Parola di Dio letta, “e il tempo che viviamo è di grande difficoltà, conflittualità, ma anche di speranza per la nostra fede. Una fede viva che ho trovato nei numerosi incontri fatti con le diverse categorie sociali”.

“Siamo chiamati a dare la nostra testimonianza in questa circostanza nella quale la fede è grazia straordinaria. Il Santo Padre ci ha spiegato le ragioni del nuovo slancio missionario: mostrare a tutti l’esigenza della Verità. Dobbiamo evangelizzare non attraverso la condanna, ma con l’esperienza”, dice il prelato che sottolinea l’allontanamento spontaneo di alcuni “gruppi punk” all’esterno della chiesa, per consentire l’avvio della liturgia.

Il riconoscimento della grazia della fede che, calata nel tessuto sociale quotidiano può trasformare l’uomo, costituisce il punto primo del percorso da intraprendere; segue la dimensione comunitaria che deve portare alla “valorizzazione di tutti i doni, i talenti, le varie forme di religiosità popolare; terzo punto enunciato, l’incentivo di carità e solidarietà, per cui “ben vengano le attività della Caritas e del Banco Alimentare”.

Che cosa devono aspettarsi i fedeli dal nuovo anno? Tra le tante iniziative e novità, “nella prossima quaresima una processione con il Crocifisso dei Padri Carmelitani. A luglio, la giornata Mondiale della Gioventù a Rio de Janeiro, che le nostre diocesi debbono raggiungere; un pellegrinaggio mariano a Loreto nel mese di settembre. Quindi una particolare Assemblea diocesana a fine anno”.

Importante ripartire con il giusto spirito: l’arcivescovo ha dato il mandato ai catechisti, i quali “come gli educatori delle comunità, hanno il delicato compito di evangelizzare con vari mezzi le nuove generazioni. Devono testimoniare la ricchezza della fede”.

In coda alla funzione, i nomi dei vicari episcopali – Alessandro Greco succede a mons. Emanuele Tagliente nella Vicaria generale –  con l’introduzione di vicariati nuovi, incipit del rinnovamento generale auspicato.

Paolo Arrivo


GMG

Giornata Mondiale della Gioventù


“Se è meno dell’infinito non vi basti”. Il racconto del primo incontro di preparazione al raduno di luglio 2013 a Rio de Janeiro.

Il solco del cammino verso la prossima Giornata Mondiale della Gioventù è stato tracciato. Domenica scorsa, nella parrocchia Spirito Santo, l’arcivescovo monsignor Filippo Santoro ha incontrato i giovani della diocesi ionica. Un momento di festa, di riflessione, di preparazione, in vista del grande raduno che si terrà a Rio De Janeiro dal 23 al 28 luglio. “Bisogna aiutare i giovani ad avere una prospettiva a lungo termine – ha detto il Pastore rivolgendosi ai sacerdoti ed ai tanti insegnanti di religione presenti all’incontro  -  ascoltarli, sostenerli nello sconfiggere la paura di non farcela a prendere in mano le redini della propria vita”. 

Il centro focale della catechesi rivolta ai ragazzi è stato il significato dei sette doni dello Spirito Santo, a cui si è rifatto partendo dal discorso che il beato Giovanni Paolo II rivolse a Milano ad un incontro con i cresimandi. «Il primo dono è la “sapienza” – ha spiegato – cioè la capacità di avere un giudizio che parta dal Vangelo. Dunque non solo sapere che Dio esiste ma assaporare, gustare, la presenza e l’amicizia del Signore. Gesù così non resta sul piano dell’intelletto ma diventa il fulcro della vita, con cui si instaura un rapporto affettivo. Il secondo dono, “l’intelletto”, ci permette di saper leggere dentro la realtà, abbandonando una visione superficiale dell’esistenza. Il terzo dono, “il consiglio”, è quello di chiedere la luce per scoprire il progetto che Dio ha su ciascuno di noi. E’ il nostro aiuto nel prendere decisioni. 

La “fortezza” invece è il dono che ci permette di portare a termine un cammino, di perseverare senza farci scoraggiare dalle difficoltà del percorso. Il quinto dono, “la scienza”, è la capacità di trovare segni del Mistero nella realtà, nel creato, in tutto ciò che abbiamo intorno. La” pietà” è l’amore verso il creatore ed i fratelli, infine c’è il “timore di Dio”, cioè il rispetto della sua volontà, nella consapevolezza che Egli è potente. Attraverso questi sette doni tutta la nostra vita si trasforma. Sono due le cose che ci vogliono per portare avanti il cammino: i 7 doni dello Spirito Santo e gli amici». Una lunga catechesi in cui più volte monsignor Santoro è stato interrotto dagli applausi dei ragazzi, che gli hanno intonato anche un simpatico “ti vogliamo bene”. In molti hanno voluto scattare foto con lui, che si è prestato mostrandosi visibilmente contento di tanta attenzione. 

Durante l’omelia della celebrazione eucaristica che ha concluso la giornata, monsignor Santoro si è rivolto ancora una volta ai giovani, con un riferimento anche alla situazione difficile che vive la città, squarciata nel cuore dalla battaglia tra il diritto alla salute ed il diritto al lavoro. «Siamo circondati dalla sfiducia – ha detto – ma noi abbiamo qualcosa di nuovo in cui credere, il Signore ci regala i suoi segni. Bisogna seguirlo con radicalità però.  La fede è un’esperienza. Basta dire di sì per vivere nella gioia».

MARINA LUZZI 


OTIUM

Leggere è ancora un bisogno dell’'anima? 


Gli ebook sostituiranno del tutto il caro vecchio libro?

"Leggo per autodifesa": ne è convinto Woody Allen. E in tempi di crisi economica, in una società sempre più pragmatica, qual è lo spazio giornaliero, relegato alla lettura? 
Nessuna occasione migliore della "Festa del Lettore", celebrata lo scorso 29 settembre, per capire come sia cambiato il mercato librario con l’avvento dell’e-commerce e dei supporti di lettura elettronica.

"I mezzi di comunicazione telematici hanno sicuramente cambiato il sistema librario, anche se non totalmente. “Negli ultimi tempi – ci dice il signor D’Aiello, della Liberia Filippi – c’è chi preferisce acquistare solo libri ‘su ricetta’, cioè quei testi che solitamente sono prescritti dai professori o che servono per la preparazione ai test  d’ammissione all’Università". Sono le donne, le lettrici più accanite. "Sono lo zoccolo duro dei lettori; vanno da una lettura d’evasione, ai romanzi rosa e gialli". La crisi economica ha colpito tutti i settori, senza risparmiare il mercato del libro. Come ci dice il signor D’Aiello "Il tarantino, come la maggior parte degli italiani, in piena incertezza economica, rinuncia volentieri all’acquisto di un libro. Purtroppo".

Della stessa scuola di pensiero è il signor Nicola Mandese, de ‘La casa del libro’ che ci racconta come, in anni e anni di esperienza, il mercato on-line, forte degli sconti più alti, ha convinto una parte della società ad acquistare i testi su Internet, per comodità e per risparmio. Più positivi i commenti di Carmine Fucci, della libreria Mondadori che scardina i luoghi comuni che relegano il libro a un semplice mezzo di studio. "I tarantini leggono molto. Le piattaforme digitali coprono solo il 2% dell’intero mercato, quindi è una concorrenza che non ci spaventa. Siamo anche tutelati dalla legge dell’ 1 settembre 2011 secondo la quale non si può scontare un testo più del 15%, salvo promozioni dell’editore". Giriamo per la libreria, tra i lettori silenziosi che cercano nei grandi scaffali il libro giusto da portare a casa. 
C’è chi si ferma, indeciso tra due saggi di Umberto Eco, chi maneggia due libri di ricette, e chi non sa proprio scegliere tra l’ultimo libro di Massimo Gramellini e un classico Italo Calvino. Annalisa, commessa della libreria di via de Cesare, ci dice che sono i ragazzi più giovani i veri lettori accaniti, che settimanalmente vengono a consultare i reparti per scoprire le novità. "Complice la televisione, molti giovani lettori si avvicinano ai libri che sono pubblicatidai loro idoli. Questa stagione, il libro di Suzanne Collins ‘Hunger Games’ ha conquistato il pubblico più giovane, complice anche la versione cinematografica".  Miriam Putignano, della libreria Gilgamesh ci spiega come, con l’avvento della crisi, sia cresciuta la necessità di informarsi, per capire i meccanismi dell’economia nazionale e mondiale. "In genere, al sud della nostra penisola, si legge molto di meno.  Quindi Taranto segue questa statistica, anche se sicuramente le donne rimangono più fedeli alla lettura, invogliando i più piccoli". Secondo una statistica i ragazzini che usano un supporto tecnologico per leggere un libro sono quelli che non terminano la lettura. "Internet ha i suoi pregi ma anche i suoi innumerevoli difetti. Anche noi siamo dotati di un sistema on-line per ordinare i libri, ma sappiamo che il cartaceo è insuperabile. E lo sanno anche i tarantini che leggono".
Ed è proprio l’e-commerce ad aver cambiato le abitudini dei lettori della nuova generazione. Gli sconti sono alti e si può comodamente acquistare da casa. Secondo Tonino De Giorgi, della libreria Dickens, "l’educazione alla lettura è una sfida che dovrebbe coinvolgere le famiglie, le scuole e le librerie. Il rapporto fisico con il libro, lo sfogliare le pagine, sottolineare e appuntare sono attività di condivisione intellettuale che l’e-book non permette". C’è da precisare che nel nostro Paese la lettura telematica è arrivata a coprire solo il 2-3% della popolazione. Basti pensare che in America questa moda ha coinvolto il 30% dei cittadini. "Taranto soffre della mancanza di un’Università autonoma, che genererebbe un continuo scambio d’idee, di sviluppo culturale da poter impiegare nel territorio". 
Tornando alla Festa dei lettori, non si può dire che non sia stato un successo. Soltanto in Puglia ha coinvolto circa 48 Comuni. Nel resto d’Italia saranno organizzate iniziative in numerosi comuni sparsi sul territorio, dal Piemonte alla Sardegna, dal Trentino Alto Adige alla Calabria, dal Friuli Venezia Giulia alla Basilicata, dalle Marche alla Campania, dal Lazio all’Abruzzo, dalla Toscana alla Sicilia, dalla Liguria al Veneto, per un totale di 86 Comuni.  Il libro guida di quest’anno è stato ‘Il piccolo principe’ di Antoine de Saint-Exupéry. La storia del Piccolo Principe è una metafora della condizione del lettore: chi legge s’interroga sul mondo che lo circonda, si pone delle domande di senso. Il ‘pianeta’ del piccolo principe allude alla società e al mondo odierni: il rapporto con la natura e il territorio, la dimensione della solitudine e della malinconia, l'importanza dell'incontro con l'altro, i sentimenti e le relazioni, l'amore nelle sue varie declinazioni, il non senso del possesso fine a se stesso, il legame con la propria terra, il rapporto tra la liberazione creativa e fantastica della mente e un pensiero razionale e concretamente realistico, la capacità di abbandonare schemi e confini, fisici e mentali. 
" Non si vede bene che con il cuore. L'essenziale è invisibile agli occhi": e generazioni continuano a sognare, stringendo tra le mani pagine di carta.

Mario Panico


NUOVO DIALOGO TI ASPETTA IN PARROCCHIA, 

CON QUESTO E TANTO ALTRO ANCORA, 

A PARTIRE DA VENERDì 5 OTTOBRE

Le priorità? 

Industrie green e classi dirigenti all’altezza

Intervista esclusiva al presidente nazionale di ‘Legambiente’, Vittorio Cogliati Dezza, sulla delicata vertenza Ilva e sulle chance ecocompatibili del nostro Paese. Taranto vittima di una mentalità colonizzatrice

Tutelare l’ambiente, salvaguardando i posti di lavoro. Per Legambiente si può e si deve fare. Abbiamo intervistato il presidente nazionale dell’associazione, Vittorio Cogliati Dezza, che non ha nascosto il suo timore per una classe dirigente nazionale ancora impreparata ad un’industrializzazione “green”, a basso impatto inquinante.

Presidente qual è la posizione di Legambiente in merito all’intricata questione Ilva?... (CONTINUA)