Arc2012ottobr29-Nuovo Dialogo

Archivio ottobre 2012 N°29

L'ARGOMENTO 

Dopo i tanti errori del passato indurremo l’Ilva alla ragione

A colloquio con il consigliere regionale Afredo Cervellera, estensore della legge sul danno sanitario approvata dalla Regione e assorbita dall’Aia, e fautore di un progetto per il recupero alla città del demanio militare dismesso

Di Silvano Trevisani

I tempi sono stati rispettati quasi in pieno. Con solo pochi giorni di ritardo rispetto alla tabella di marcia fissata nei giorni di metà agosto, quando giunsero a Taranto i ministri Clini e Profumo, la nuova Aia, cioè l’Autorizzazione integrata ambientale che disciplina gli interventi cui l’azienda deve attenersi per poter svolgere la propria attività produttiva, è stata presentata. Sarà “definita” dalla Conferenza dei servizi, convocata a Roma per il 18 e poi entrerà in vigore, imponendo all’Ilva interventi molto consistenti.

Un punto di partenza comunque molto avanzato, rispetto ai programmi dell’Ilva, alle varie intese sottoscritte e alla precedente Aia. Si rende ancora più chiaro che, se non ci fosse stato l’intervento del gip Todisco, si sarebbe continuato a tollerare che l’Ilva facesse il suo comodo. In particolare, sotto accusa viene messa la politica e tutti gli enti che a vario livello se ne sono occupati.

Noi coinvolgiamo il consigliere regionale in una valutazione “tra passato e presente”, Alfredo Cervelliera, al quale chiediamo innanzi tutto:

Crede che l’Aia varata potrà rappresentare il punto di compatibilità tra ambionte e lavoro, dopo anni di ricatto “tollerato”?

Capiremo nei prossimi giorni se queste disposizioni saranno ritenute soddisfacenti da tutti, compresa la magistratura tarantina, ma a me sembra un significativo passo in avanti, poiché obbliga l’Ilva ad attuare processi finalmente consistenti di riduzione dell’inquinamento. Si incide sui parchi minerali, sulle batterie di forni delle cokerie, sugli altoforni, specie l’Afo 5 che è il più grande e che la magistratura vorrebbe far chiudere subito: secondo l’Aia dovrà chiudere entro il 2014, l’azienda aveva in programma di spegnerlo nel 2015. Si riduce anche la produzione di acciaio, che non dovrà superare gli 8 milioni di tonnellate.

Ma devo anche sottolineare, con ovvia soddisfazione, che l’Aia accoglie il principio del danno sanitario introdotto dalla legge che la Regione Puglia ha emanato su mia iniziativa.

Che né l’azienda, né il ministro per l’Ambiente sembravano disposti ad accettare.

Proprio così. Anzi: neppure la Confindustria era disponibile a considerare un principio che rivoluziona tutta la materia e che di fatto svincola la valutazione dei danni che l’inquinamento provoca dal rispetto dei quantitativi di emissioni dichiarate nocive per legge. Se la popolazione subisce gravi conseguenze alla salute, per colpa dell’inquinamento e questo è dimostrato, non può venire meno né la responsabilità di chi inquina né il danno subito dalla persona solo perché erano previsti determinati limiti.

Già: può ben darsi che i limiti di emissione siano stati fissati in maniera erronea, con troppa superficialità, è che la gente si ammali lo stesso.

È, infatti, il caso della diossina, per la quale i limiti tollerati dall’Italia (com’è noto l’ambiente è un problema di competenza governativa, per il quale non esiste delega alla Regione) erano di gran lunga superiori a quelli consentiti in Europa. In questo caso, il rispetto di limiti permissivi non consentiva di intervenire contro l’azienda, però non evitava i gravissimi danni che ha provocato.

Ci spieghi meglio il principio di questa legge.

Il principio introdotto da questa legge è che i limiti non sono pure astrazioni numeriche inventate a caso: ma devono essere fissati in funzione dei danni provocati alla salute dei cittadini. Essi vanno riconsiderati in conseguenza della condizione di saluti delle masse che vivono attorno all’industria. Saranno effettuati, perciò, degli screening sanitari e, se si registreranno emergenze provocate dalle emissioni inquinanti, si potranno abbassare i limiti, fino ad arrivare alla chiusura immediata degli impianti. Di fatto si anticipano eventuali azioni della magistratura che, nel caso di Taranto, ha anche colmato un vuoto normativo. Ma occorre dotare il territorio di strumenti di controllo che solo negli ultimi anni si è iniziato a utilizzare sistematicamente. Solo grazie a un controllo sistematico, ad esempio, si è constatato che il benzopirene incide sul PM10 ed è causa di malattie polmonari e cardiocircolatorie.

Ma non le sembra che se non ci fosse stata l’azione della magistratura staremmo ancora a combattere contro un muro di gomma? Non crede che gli enti locali, a tutti i livelli, abbiano delle serie responsabilità nell’aggravarsi della situazione sanitaria e nelle tensioni che viviamo in questi giorni, consentendo il ricatto occupazionale?

 Non possiamo nascondere che l’Ilva rappresenti un “potere forte”, anzi “molto forte” e che abbia inciso nell’orientamento degli enti locali. Ma dobbiamo anche dire che fino al 2007 non si avevano strumenti in grado di valutare con precisione la situazione. La stessa Arpa era uno scatolone vuoto, senza strumenti e personale. Solo nel 2007, grazie anche ai fondi della Provincia, l’Arpa ha potuto dotarsi di strumentazioni necessarie ai controlli. E proprio questi controlli hanno portato ai provvedimenti della magistratura, compresa l’incriminazione di proprietari e dirigenti.

Ciò non annulla le responsabilità della classe politica locale. Anche nel ritardo con cui si è deciso di dare senso agli organismi di controllo.

È evidente che delle precise responsabilità non possono essere sottaciute. Le numerose intese sottoscritte nel corso del primo decennio del Duemila si sono rivelati inutili, soprattutto perché poi non si è mai inteso puntare a dare corpo all’accordo di programma che, per precisi impegni sottoscritti dal governo, avrebbe dovuto portare investimenti di natura ambientale a Taranto. Per di più, Comune e Provincia hanno ritirato, nel 2005, la costituzione parte civile al processo che condannava l’Ilva per i parchi minerali, di fatto annullando gli effetti di quella condanna. Ma è evidente che l’azienda ha fatto sentire il suo peso, diciamo pure il suo potere, con i mezzi  a sua disposizione: attraverso i posti di lavoro e la disponibilità a impiantare fontanine, a farsi carico di qualche manutenzione…

Ma non si è limitata a questo.

Infatti! E ci auguriamo che la magistratura faccia presto chiarezza sul modo con cui l’Ilva era solita “acquisire consensi”, non solo presso i politici ma anche presso i giornalisti. Aspettiamo di conoscere i modi e i nomi dell’inchiesta partita dai comportamenti dell’ufficio pubbliche relazioni di Taranto. Non dimentichiamo, appunto, che l’Ilva rappresenta un grosso potere in Italia, e lo dimostrano le immediate reazioni del governo alle decisioni della magistratura, che vanno perciò salutate con favore. Ma per quanto riguarda la coscienza civile, credo che a partire dal 2007 le cose siamo molto cambiate e che la città non sia più disposta a cedere.

Per concludere, torniamo all’accordo di programma.

Si tratta di un punto centrale per il futuro della città. Innanzi tutto va chiarito che i 360 milioni individuati dal governo, e che comprendono anche i lavori al porto, sono del tutto insufficienti.

Non capiamo che cosa c’entri il porto in un’ambientalizzazione della città. Semmai l’ampliamento del porto così com’è comporterà altro inquinamento.

Se l’attività resterà quella del transhipment, infatti, non ci sarà vero sviluppo. Ma infatti occorrono interventi più decisivi e un pacchetto di finanziamenti in grado di sviluppare le potenzialità della città. E poi occorre battersi per ottenere aree demaniali dismesso. Su questo punto ho già avviato alcune iniziative, che spero diano presto frutto.


“Le connivenze con la grande industria appartengono ad altri momenti storici”

Ha difeso il sindaco Stefàno dall’attacco che i consiglieri Condemi, Renna e Vietri hanno portato denunciandolo per concorso in disastro ambientale.

Già assessore alle Attività produttive e vice sindaco, il consigliere Gianni Cataldino ci ha parlato delle difficoltà che l’amministrazione - che ha sostenuto e sostiene - ha incontrato a sollevare la questione inquinamento, dei suoi distinguo e di come immagina il futuro della città.

Di Elena Modio

Consigliere, tre suoi colleghi di opposizione denunciano il sindaco per concorso in disastro ambientale; alcune associazioni lo accusano di ignavia. È così?

I consiglieri Condemi e Renna governano questa città da molto prima del sindaco Stefàno e sanno bene che le connivenze con la grande industria appartengono ad altri momenti storici. Come ho avuto già modo di dire, se il sindaco è colpevole lo sono anch’io in quanto ho condiviso un percorso amministrativo a volte frustrante per gli scarsi risultati nei tentativi di confronto con le istituzioni aventi competenze ambientali, così come per i reiterati rigetti delle nostre ordinanze da parte del Tribunale amministrativo regionale.

Ricordo la denuncia all’Ispra – Istituto superiore per la ricerca e l’ambiente – da parte dell’ex assessore comunale Romeo, dell’assenza di autorizzazione delle discariche del siderurgico. Ricordo l’annullamento dell’ultima ordinanza sindacale da parte del Tar, con la motivazione che a Taranto “non vi è emergenza sanitaria”!

Nel maggio 2010 abbiamo preparato un dossier ricco di contenuti e di dati circostanziati ed abbiamo presentato un esposto alla giustizia ordinaria che ha concorso all’apertura di un fascicolo. È stato lo stesso procuratore Sebastio, nel corso della sua audizione parlamentare di agosto, a dichiarare che una serie di denunce, prima fra tutte quella del Comune di Taranto, avevano portato all’incidente probatorio.

La Magistratura, quindi, ha agito da catalizzatrice dell’azione politica?

Certamente. La nostra fiducia nella giustizia ordinaria nasce, ripeto, proprio dalla frustrazione per il fallimento dell’azione amministrativa. Oggi è chiaro a tutti come l’azione del Governo tenda a salvaguardare l’azienda piuttosto che la città. 

Questo avveniva in passato molto carsicamente ed a dispetto delle norme vigenti. Basti ricordare la tolleranza dell’Aia – Autorizzazione integrata ambientale – rilasciata dal ministro Prestigiacomo, e persino contro questa i Riva ricorsero al Tar. Oggi, a partire dall’azione dei giudici di Taranto, questo non è più possibile: la magistratura rende forte ed ineludibile la richiesta di ambientalizzazione che viene dalla città, dagli amministratori locali e dai cittadini.

Il Comune di Taranto, però, sottoscrisse l’Aia del ministro Prestigiacomo.

Occorre contestualizzare il momento. Uscivamo da un grave dissesto, non avevamo nemmeno il dirigente del Settore Ambiente. Non eravamo in grado di presentare prescrizioni e ci affidammo a quelle dell’Arpa, l’Agenzia regionale per l’ambiente; riuscimmo a nominare il nostro consulente solo 15 giorni prima della chiusura del procedimento. Considerammo il rilascio dell’Aia comunque un passo in avanti, un punto di partenza. E non potevamo fare altrimenti.

Ha avuto modo di esaminare la bozza della nuova Aia? Come si comporterà il Comune in sede di Conferenza di servizi il 18 ottobre a Roma?

Sì, l’ho letta. Si tratta sicuramente di un passo avanti ma chiederemo con forza che vengano rispettati i punti dell’ordine del giorno che il consiglio comunale ha approvato all’unanimità nella seduta del primo di ottobre. Mi riferisco, ad esempio, all’adozione delle migliori tecnologie in assoluto, così come all’articolo 8 del DLgs 59/2005 e non, come previsto, a quelle disponibili; così come non possiamo prescindere dalla valutazione del danno sanitario e da quanto previsto dall’accordo di programma del 2008 che prevedeva che tutte le Aia per Taranto fossero rilasciate con riserva e che tenessero conto  della valutazione del carico inquinante complessivo.

L’assessore regionale Nicastro ha dichiarato che si tratta di un inizio.

A maggior ragione è meglio cominciare bene.

Quali scenari immagina nell’immediato futuro per Taranto?

Si tratta di una lettura complicata. Ragionando ‘di pancia’ si auspicherebbero la chiusura di Ilva e le risorse per le bonifiche. In questo scenario, però, mancano gli operai e l’alternativa economica. 

Le bonifiche, oltre al fatto che le caratterizzazioni non sono ancora state avviate, riguardano un’area troppo vasta. Come ha denunciato, a mio avviso giustamente, l’ex presidente dell’Autorità portuale di Taranto Michele Conte, abbiamo un problema di Sin, Siti d’interesse nazionale: i politici, proprio in attesa dei finanziamenti per le bonifiche, hanno delimitato aree troppo grandi. Statisticamente poi, le stesse sono state un fallimento, come dimostrano i tanti siti inquinati abbandonati e mai risanati. Non è pensabile che tutta la forza lavoro dell’Ilva, poi, possa essere ricollocata in quest’opera.

Per quanto attiene alla prospettiva economica, l’unica verosimile è il porto.

Si fa spesso riferimento a quello di Rotterdam…

Appunto. Rotterdam guarda a Taranto con interesse proprio per la sua peculiarità di porto industriale, peculiarità che senza Ilva non avrebbe più. Il siderurgico occupa il 68% del porto e ad esso si deve il 76% della movimentazione portuale e, ad oggi, siamo il 14° porto tra quelli italiani. Se aspettassimo 15 anni per le bonifiche di quest’area saremmo fuori dal mercato. Un porto per essere concorrenziale con quelli mondiali deve essere industriale, commerciale e turistico. La battaglia che dobbiamo combattere è che nel Piano regionale dei trasporti a Taranto, oltre che la logistica, sia assegnata la destinazione turistica. Nel 2011 abbiamo avuto il transito di soli 702 passeggeri. Non a caso con il presidente Sergio Prete, quando ero assessore alle Attività produttive, avevo avviato una serie di contatti con le società croceristiche.

Lei ha votato contro l’ordine del giorno a sfavore del progetto Tempa Rossa.

Avevo chiesto al Pd di ritirarlo in quanto già in quello precedente avevamo votato all’unanimità la sospensione di tutte le concessioni in corso. Ritengo che il sistema industriale locale vada esaminato nel suo complesso e, a mio avviso, le motivazioni addotte a sostegno della richiesta di voto erano risibili. L’aumento di 133 navi in transito nella rada, per una città che vuole diventare portuale, non può essere un problema. Torniamo ai numeri: noi siamo al 8° posto per la movimentazione di rinfusi liquidi in Italia e davanti a noi ci sono Trieste e Venezia, che in fatto di vocazione turistica ci danno lezione. A Taranto, in 50 anni, abbiamo avuto solo 6 incidenti di lieve entità. Se poi il modello è Rotterdam, lì si movimentano migliaia di navi l’anno. La nostra rada, inoltre, geograficamente si presta a che le navi possano sostare, e non più di due giorni, come prevede una norma della Capitaneria di porto, anche più lontano dalla costa senza problemi. Il Piano regolatore del porto, il Piano regionale dei trasporti ed il Piano triennale delle opere portuali avrebbero dovuto essere approfonditi prima di un voto simile.

Lei è dalla parte dell’Eni quindi?

Tutt’altro. Prova ne è che ho cacciato dagli uffici comunali, quando ero assessore, i dirigenti dell’azienda venuti a Taranto per richiedere le autorizzazioni per Tempa Rossa, perché avevano bypassato il livello politico rivolgendosi direttamente allo Suap – Sportello unico per le autorizzazioni. Inoltre, l’azienda non ha ritenuto, come da me richiesto, di abbassare il prezzo del gasolio per la flotta tarantina.

Qual è allora lo scenario auspicabile?

Non possiamo affrontare alcun ragionamento se non saremo certi del senso di responsabilità della famiglia Riva. In ogni caso l’Aia richiederà loro investimenti ingenti.  Occorre che la centralità di Taranto venga affermata a livello nazionale rispetto a quella di Ilva. Se ci si fosse mossi per salvare la città, nella discussione sarebbero entrati anche Eni e Cementir. Ripeto, l’unica vera alternativa è quella del porto. La vocazione turistica di Taranto non c’è, va costruita, così come lo è stata quella salentina, non si fa dall’oggi al domani. L’unica nostra vera peculiarità sono le cozze, i frutti di mare; le altre si costruiscono, così come in passato abbiamo costruito quella industriale, con il contributo di tutti.

Lei, però, oggi non è più assessore ed ha lasciato il movimento del quale è stato tra i fondatori e, in alcuni casi, ha votato distinguendosi dalla maggioranza.

Lasciare Sds mi è costato molto. Lì ho investito tanto della mia vita e del mio impegno politico. L’ho fatto per non ingaggiare una battaglia che avrebbe nuociuto al sindaco. Faccio in ogni caso parte di una maggioranza, ma questo non significa mandare il cervello all’ammasso.


«Un’Aia equilibrata e rigorosa»

È così che l’assessore provinciale all’Ambiente Giampiero Mancarelli definisce la nuova Autorizzazione d’Impatto Ambientale dell’Ilva

«Gli enti locali si sono dovuti scontrare per troppo tempo con il Ministero
all’Ambiente governato dalla Prestigiacomo. Oggi, con Clini, la posizione del Ministero è diametralmente cambiata, offrendo anche agli enti locali una maggiore possibilità di intervento in merito alla definizione dell’Aia dell’Ilva».

Di Annarita Palmisani

"Gli enti locali si sono dovuti scontrare per troppo tempo con il Ministero all’Ambiente governato dalla Prestigiacomo. Oggi, con Clini, la posizione del Ministero è diametralmente cambiata, offrendo anche agli enti locali una maggiore possibilità di intervento in merito alla definizione dell’Aia dell’Ilva”.

È così che il neo assessore all’Ambiente della Provincia di Taranto, Giampiero Mancarelli, giustifica la posizione passata del suo ente. Mancarelli, però, pur evidenziando l’atteggiamento poco incisivo nella definizione delle prescrizioni dell’Aia della Prestigiacomo, non nasconde la corresponsabilità dell’intero panorama politico – anche locale -  nella vicenda Ilva. Una corresponsabilità che ha radici molto lontane e che tocca non solo la politica, ma anche la stessa azienda e tutti coloro che avrebbero dovuto controllare.

«Ci sono voluti 4 anni – ci ha detto – per stilare la vecchia Aia, del tutto demolita dal Tar di Lecce dopo il ricorso dell’Ilva».

Ricorso che ha interrotto l’adeguamento degli impianti a marzo scorso e che è terminato solo con il sequestro degli stessi da parte della magistratura a luglio di quest’anno.

«La nuova Aia (stilata in 3 mesi, ndr) – a parere di Mancarelli – è equilibrata e rigorosa».

Innanzitutto richiede l’abbattimento del 50% delle emissioni di agenti inquinanti sin da subito; vieta l’uso del pet coke (materiale altamente inquinante, ndr), così come vieta l’utilizzo dei sottoprodotti fino a quando l’Ilva non chiarirà quello che è il loro impatto ambientale. 

Gli stessi sottoprodotti, dovranno essere portati in discarica fino al 31 gennaio 2013 (data in cui dovrebbe essere definita l’Aia per le discariche interne all’Ilva e per le acque, ndr). Inoltre, l’Aia stabilisce che entro 36 mesi dovranno essere abbassati del 30% e coperti i parchi minerari. 

Così come dovranno essere coperti i nastri trasportatori dei minerali e sarà vietato l’uso della benna al porto per spostare i minerali. Ogni spostamento dei minerali dovrà essere fatto al chiuso. Sarà l’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) ad avere il ruolo di controllo.

«La Provincia – ha sottolineato l’assessore – ha presentato una richiesta affinché la Direzione Bonifiche del Ministero invii una sua delegazione in loco che possa dare un assenso preventivo alle opere che l’Ilva dovrà realizzare».

Un modo per accelerare i tempi di controllo e delle autorizzazioni ai progetti di adeguamento.

Inoltre è stato anche disposto l’inserimento, all’interno dell’Aia, della definizione dei parametri di valutazione del danno sanitario.

«La rabbia e le difficoltà che Taranto sta vivendo – ha detto Mancarelli – sono più che comprensibili. Ma questo è il momento di dare speranza ed innestare fiducia. Fiducia nelle istituzioni che dal canto loro devono essere chiare e compiere il proprio dovere».

Su sito della Provincia sarà possibile visualizzare un link sulla questione Ilva nel quale si potranno attingere notizie anche sui tempi che l’azienda ha per mettere a norma gli impianti. Una clessidra, infatti, scandirà il tempo che l’Ilva ha per adeguare lo stabilimento alle prescrizioni Aia.

«L’auspicio – ha evidenziato l’assessore – è quello che la nuova Aia non venga demolita da nessuno, anche perché contiene le prescrizioni dettate dalla magistratura. Se l’azienda accetterà questa Aia, potrà diventare un importante esempio eco compatibile. Faccio mie le parole del presidente dell’Ilva Bruno Ferrante, nel quale ripongo molta fiducia essendo stato lui per diverso tempo uomo delle istituzioni (prefetto, ndr), il quale ha detto che “questa è una grande opportunità da cogliere per l’azienda”».

Mancarelli ritiene che questo non sia il momento della divisione, ma del dialogo e della ricerca di ciò che unisce le istituzioni ai movimenti ambientalisti e ai cittadini.

«Bisogna fare un salto nel futuro – ha concluso l’assessore –  pur sentendo il peso del momento difficile che stiamo vivendo, sono abituato a vedere il bicchiere mezzo pieno. 

Dobbiamo si analizzare il tutto, ma il nostro compito è essenzialmente quello di dare delle risposte vere. Risposte che devono portare a costruire la Taranto delle nuove generazioni».


Ci sono ma per lo Stato restano nessuno

Occorre rivedere le norme che regolano l’accoglienza dei migranti. 
Ne abbiamo parlato con Enzo Pilò, presidente dell’associazione di volontariato Babele.

Li vediamo vendere giornali ai semafori, chiedere l’elemosina davanti ai supermercati, camminare in gruppo per le vie del Borgo. Sembrano tanti, in realtà in tutta la provincia ionica non superano le 300 unità e in città ne sono ospitati appena 60, tutti uomini, in zona Taranto 2.

Di Marina Luzzi


Sembrano tanti, in realtà in tutta la provincia ionica non superano le 300 unità e in città ne sono ospitati appena 60, tutti uomini, in zona Taranto 2. La storia dei giovani profughi originari dell’Africa subsahariana scappati dalla guerra in Libia tra maggio ed agosto 2011, è l’esempio lampante di come nel nostro Paese le cose non vadano. Si preferisce tamponare, risolvere quella che, per ogni sbarco, viene definita un’ “emergenza”, anche se di fatto, nella maggior parte dei casi,  non lo è. «Ogni anno i profughi che arrivano in Italia non sono più di diecimila – ci spiega Enzo Pilò, presidente di Babele, associazione di volontari che dal 2003 si occupa di fornire sostegno agli immigrati della provincia jonica – e se si andasse oltre l’emergenza per fornire un’accoglienza ben organizzata, si risparmierebbero anche tanti soldi, migliorando la qualità del vivere e le possibilità di inserimento di questi ragazzi». Secondo i dati emersi da un’inchiesta del settimanale ”L’Espresso”, nel 2011 lo Stato per accogliere sessantamila persone provenienti da Tunisia e Libia ha speso 797 milioni di euro. Nell’anno in corso sono stati già messi in campo 495 milioni. Per garantire vitto, alloggio ed assistenza a ciascun profugo, l’Italia garantisce una copertura di 40 euro circa a persona al giorno. Considerando che non si spenderebbero mai queste cifre per ognuno, cooperative, case vacanza ed alberghi di bassa fascia, hanno approfittato della situazione per ospitare e rimpinguare le loro tasche, beffandosi di uno Stato assente, che non verifica che l’assistenza venga fatta a dovere. Ne è nato un business in cui a pagare sono solo loro, ragazzi che in Libia lavoravano e che sono stati costretti a venire in Italia perché considerati mercenari al servizio di Gheddafi, da eliminare. «L’errore è alla base. Fu quando approdarono, che si sarebbe dovuto provvedere a dare loro il permesso di soggiorno per motivi umanitari – spiega Pilò, considerando la situazione nazionale, in cui rientra anche Taranto - come si fa con chi nel proprio Paese rischia la vita, ed invece sono stati inseriti nella procedura ordinaria di richiesta di protezione internazionale perché si considerava, erroneamente, che vista la situazione sarebbero potuti tornare dalla Libia nei loro Paesi di origine, senza tener presente che di fatto sarebbe stato impossibile: erano stati ammassati nei porti e costretti a partire verso l’Italia perché da una parte servivano a Gheddafi per intimorire l’Italia, che in quel momento partecipava ai bombardamenti contro il suo regime, dall’altra erano considerati traditori dalle truppe di guerriglieri». Quando sono arrivati nel Bel Paese erano disorientati, spauriti, bisognosi di tutto ma convinti di trovare un posto migliore di quello che lasciavano. E’ stato davvero così? “Solo oggi, dopo averli parcheggiati per un anno e mezzo, spesso senza assicurarsi che venissero seguiti da associazioni di tutela che forniscono,come la nostra, sostegno legale, psicologico, di orientamento ai servizi sul territorio – prosegue Pilò – il governo si è reso conto che c’è un problema: il 31 dicembre finirà il periodo di accoglienza, perché finiranno i fondi e questi ragazzi ancora non hanno un documento, che permetterebbe loro di poter muoversi in tutti i Paesi d’Europa.Nella conferenza Stato – Regioni,  che si è tenuta ai primi di settembre, la questione è emersa con tutta la sua gravità ed il governo ha preso l’impegno di riconoscere il permesso di soggiorno umanitario. Le procedure sarebbero dovute partire dal 18 settembre per finire un mese dopo. Invece ancora nessun profugo è stato chiamato in questura per avviare l’iter. A Taranto sono rapidi e non ci vorranno più di 40 giorni ma in altri comuni ci vogliono 3 anche 4 mesi.  Dunque dal primo gennaio questi giovani saranno clandestini e molti di loro non sono riusciti a fare un percorso di integrazione reale nel territorio. Tra quelli di Taranto e provincia il 70% lavora, spesso in nero. A preoccuparci di più sono invece i ragazzi che rientrano nell’altro 30%. Persone con fragilità, con gravi depressioni dovute a quello che hanno subìto, con problemi psichici o di alcolismo. Non esistono strutture specializzate che possano accoglierli, vivono con gli altri spesso senza ricevere alcuno aiuto specifico». Di questa situazione si è accorto anche l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati che ha tirato le orecchie all’Italia per i gravi ritardi accumulati. L’associazione Babele, insieme alla sezione tarantina di Libera, sta provando a correre ai ripari. «Nel nostro territorio sembra ci siano 23 strutture confiscate alle mafie – sottolinea Enzo Pilò – che per legge vanno utilizzate per scopi sociali, dunque si pensava di renderle fruibili a chi dal 1 gennaio si troverà per la strada.  Stiamo formalizzando un documento rivolto al prefetto. Le cose andrebbero di certo meglio se lo Sprar (Sistema Nazionale Protezione Richiedenti Asilo, ndr), che ha come ente capofila i Comuni che decidono volontariamente di ospitare i profughi, venisse riformato. Infatti tra gli enti comunali, chi è restio ad accogliere non presenta progetti di integrazione e chi li presenta spesso lo fa perché ha qualche associazione politicamente amica a cui far svolgere il progetto presentato. Non c’è da stupirsi purtroppo che le cose in Italia vadano così. Bisognerebbe arrivare ad una riforma legislativa sullo Sprar che obblighi gli enti comunali a farsi carico degli immigrati, proporzionalmente al numero di abitanti. Ad esempio su 10.000 residenti, 10 profughi». Pilò infine avanza un’altra proposta interessante. «Eliminare il grande imbroglio che si cela dietro all’affitto di strutture d’accoglienza per ristrutturare con fondi pubblici edifici di proprietà statale da utilizzare per l’accoglienza degli immigrati». Troppo facile per un Paese dove il 65% delle domande di asilo politico presentate è stato respinto (dati dell’Espresso, ndr), producendo ulteriori costi per pagare ricorsi, avvocati che garantiscano gratuito patrocinio, tribunali ed incartamenti. Gli  immigrati sono ancora in Italia. Per lo Stato restano nessuno. E da gennaio rischiano di andare a rimpinguare il numero degli invisibili sfruttati nelle campagne come braccianti. Bisognerà aspettare una nuova Rosarno per accorgersene?


Quattro storie. Naim, Venerdì, Elon e Samir sono quattro migranti, approdati in Italia clandestinamente.

Le loro vite hanno dei punti comuni che ritornano, inevitabilmente.
Il loro viaggio verso la speranza si è tinto di colori diversi da quelli immaginati. Sono storie di mare e paura: di un mare che fa paura.

Di Mario Panico

Naim, Venerdì, Elon e Samir sono quattro migranti, approdati in Italia clandestinamente. Le loro vite hanno dei punti comuni che ritornano, inevitabilmente. 

Il loro viaggio verso la speranza si è tinto di colori diversi da quelli immaginati. Sono storie di mare e paura: di un mare che fa paura.

 

E quelle notti terribili /sotto l’immensa cupola / e quelle ore rosse / rosse e piene di amarezza 

Naim ha ventisei anni. È nato in un villaggio dell’Angola, dal nome impronunciabile. Ha occhi grandi e neri, lucidi. Il cappello blu con la visiera nasconde gli innumerevoli ricci. Sua madre è morta di HIV quando lui era ancora adolescente, non ricorda precisamente l’età. Appena compiuti 21 anni ha deciso di abbandonare la sua terra insieme ad altri suoi compagni, con una nave clandestina, senza permesso di soggiorno, né visto. Niente. L’unica preoccupazione era scappare, per i documenti non c’era tempo.

Non ha scelto di approdare in Italia, la vita ha fatto per lui. La costa dello Ionio è stata il primo approdo fatto dopo giorni e notti passate in mare aperto. 

Ha provato a cercare lavoro, ma niente di continuativo. Ha fatto il muratore, ha lavato i bagni in un bar, poi basta.  Non parla molto bene l’italiano, per i concetti più difficili si aiuta con i gesti. 

Sta cercando di ricominciare, il suo desiderio è partire, la meta non è definita nella sua testa. Tornare a casa o provare altrove. Stringe le spalle quando gli si chiede del suo villaggio, non ha notizie della sua famiglia da mesi. Gli manca Sheim, la sua ragazza che abita ad Andria. Riescono a vedersi solo una volta a settimana perché lei lavora tutti i giorni, tranne il giovedì. Il suo più grande sogno sarebbe vivere con lei, magari avere dei bambini.  Stringe le spalle: “Chissà…” 


ed il tempo che scorre/ trasportando nei paesi che dormono / e che sconquassa quest’altro/ contro il muro di un palazzo / in questo tempo che se ne va. 

“Mi chiamo Venerdì”. Il parallelismo è facile: come il fedele amico di Robinson Crusoe. Venerdì ha 27 anni, è nato in Nigeria e ha una sorellina: sono dettagli della sua vita che racconta veloce, come se fosse una poesia recitata chissà quante volte. Anche lui chiede l’elemosina in un supermercato a Taranto 2. 

Ha molti amici qui, il suo sorriso luminoso ha conquistato tutti. “Buongiorno, Venerdì” gli sorride una vecchietta, chiedendogli di aiutarla a sbloccare il carrello della spesa. È la sua attività: in mano ha un ferretto con il quale riesce a sbloccare l’ingranaggio che lega, una manna dal cielo per chi non ha con sé la monetina. Parla un buon italiano e un ottimo inglese. È partito dal suo paese per sfuggire alla guerra che imperava e violentava la sua terra. Senza valigia, né soldi, a cercar fortuna su un barcone clandestino insieme ad altri suoi fratelli. La fortuna avrà avuto il sapore salato del mare, di una Eldorado che li avrebbe, di lì a poco, rigettati e costretti alla clandestinità. 

Sa cucinare bene, Venerdì. I piatti della sua terra sono difficili da preparare perché trovare gli ingredienti nei market italiani è quasi impossibile. «I want to be a chef ». Diventare un cuoco, magari specializzato in cucina africana. Si lascia fotografare, a patto di stampare il suo ritratto e regalarglielo: così se torna a casa può portare un ricordo dall’Italia.  La notte dorme in stazione, adesso che inizia l’inverno cercherà di adattarsi, riuscendo a chiedere ospitalità a qualche ostello. “Ciao Venerdì, buona fortuna!”.


non importa dove, non importa quando / che mi trascina allo stesso tempo / laggiù, lontano laggiù / fuori dalla mia terra natia /

Elon è una giovane ragazza etiope. Ha 19 anni, ma sembra molto più grande. Ha dei capelli lunghissimi tenuti insieme da un nastrino. Non parla molto: è visibilmente imbarazzata e non capisce bene l’italiano. Prima di arrivare a Taranto ha dovuto affrontare un calvario lungo un anno, nella speranza di un futuro. Una storia come mille, un dramma del nostro tempo: ragazzi che emigrano dalle loro terre, spesso clandestinamente, in cerca di fortuna. Approdano nella più vicina “America” e non riescono a inserirsi nel tessuto connettivo del Paese. 

Mentre racconta la sua storia, con non poche difficoltà, le sue parole rimandano a sensazioni di paura, di dolore e spaesamento. Partita dal suo villaggio, è arrivata in Libia prima di approdare a Lampedusa e poi, con mezzi di fortuna, sbarcare nello Ionio. 

Ha il visto tondo, le labbra grandi e mentre parla si guarda le mani sottili. Non vuole essere fotografata: non si fida.  La salutiamo, non ha molta voglia di intrattenersi. I suoi silenzi hanno detto abbastanza, in un anno di viaggio l’offesa della violenza deve averla plasmata. Il sole sul lungomare di Taranto batte forte. Elon abbassa lo sguardo e continua la sua strada, diventa sempre più piccola mentre cammina, sempre più invisibile. 


battendo la mia carne come un tam – tam / divenuta più secca e più fragile/

Samir, 30 anni, prima di arrivare a Taranto ha passato diversi anni a Milano. Tutto sembrava andare per il verso giusto, i ricordi della guerra civile in Congo, sembravano lontani. Arrivato in Italia, su un gommone clandestino insieme a metà della sua famiglia, ha attraversato la penisola con mezzi di fortuna.

 Ricorda con malinconia Milano, però lì la Lega Nord ha radici più salde e negli anni ’90 era meno facile essere un migrante di colore nella capitale dell’Italia Settentrionale. È sceso al sud passando per Firenze, Roma, Napoli, Bari e poi, da circa sei mesi si trova a Taranto. 

Oggi lavora saltuariamente in un ristorante, si occupa delle pulizie, insieme ad alcuni parenti, gli stessi del “viaggio della speranza”. Il suo desiderio era un altro però: diventare un architetto. Non ha avuto la possibilità di studiare nel suo Paese perché i suoi genitori sono morti quando lui era poco più di vent’anni. Qui in Italia non ha mai preso in considerazione l’idea di iscriversi all’università perché non ha un lavoro fisso. «Vedremo in un’altra vita» dice con un sorriso amaro. La vita è come il mare che l’ha portato fin qui. A lui basterebbe un po’ di Maestrale e lo status di rifugiato politico. 


o tristezza che batti le ali contro l’anima mia!/ In quale porto degno della mia condizione d’uomo / getterai tu l’ancora?/

L’interrogativo dei quattro figli dell’Africa, nelle parole della poetessa F.G. Mavoungou Badinga.


Cristina Nicolardi, cantante pugliese emergente, ed il progetto Newintage

Da Claudio Villa alla scelta del Jazz

“Sin da bambina, è stato mio nonno a stimolarmi all’ascolto della musica: era un grandissimo fan di Claudio Villa ed ogni pomeriggio, sceglievamo una canzone da preparare e studiare. Mi faceva esibire in piedi sulla sedia della cucina, davanti al resto della famiglia. Il mio più grande dispiacere è di non averlo mai potuto avere nel pubblico durante uno dei miei spettacoli”.

Di Tecla Caforio

"Sin da bambina, è stato mio nonno a stimolarmi all’ascolto della musica:  era un grandissimo fan di Claudio Villa ed ogni pomeriggio, sceglievamo una canzone da preparare e studiare. Mi faceva esibire in piedi  sulla sedia della cucina, davanti al resto della famiglia. Il mio più grande dispiacere è di non averlo mai potuto vedere nel pubblico durante uno dei miei spettacoli’.

Cristina Nicolardi, classe 1984,  è nativa di Ginosa marina. Cantare con e per suo nonno, le fa presto acquisire consapevolezza della voce che possiede. Un dono della natura ed un sogno rimasto nel cassetto fino al 2003, anno in cui si trasferisce a Lecce per iniziare gli studi universitari e decide di iscriversi all’Accademia musicale di Nando Mancarella, suo primo maestro.

Fino ad allora, il rapporto con la musica non è stato tecnicamente coltivato, sia per l’assenza di scuole specifiche nel piccolo paese d’origine sia per mancanza di una vera e propria occasione: ‘Dal 2003 ho cominciato un percorso di studio, grazie al mio primo maestro Nando Mancarella. Prima di allora non mi ero mai accostata alla musica studiando la tecnica ma in quel periodo ho capito che, quello musicale, è un linguaggio che bisogna conoscere profondamente. Solo grazie ad un duro studio, lungo 5 anni, sono arrivate le prime occasioni’.

Tra cui, l’apertura del concerto di Paolo Belli a Ginosa marina, nel 2010.

Oggi insegna canto come volontaria dell’Auser di Ginosa marina e vuole approfondire alcuni aspetti della tecnica vocale.

Quale occasione consideri come tuo debutto?

È stato Nando Mancarella ad iscrivermi per la prima volta ad un concorso canoro ufficiale, a Torchiarolo. Ho presentato un brano di Natalie Cole, LOVE. Ho voluto presentarmi con un brano jazz perché sono indirizzata verso quello stile musicale. Vocalmente mi sono accorta di rendere soprattutto in quel genere e in più, ho sempre amato l’improvvisazione e l’estemporaneità tipiche del jazz. 

Quali sono i tuoi artisti di riferimento?

Ho ascoltato e seguito tanti artisti e per ogni genere c’è l’artista che prediligo ma oggi, so quali sono le voci che mi hanno emozionata nel profondo sin da quando le ho ascoltate per la prima volta: Ella Fitzgerald e Sarah Vaughan.

Hai abbandonato gli studi ed altri percorsi intrapresi per inseguire il tuo sogno. Oggi, com è la tua vita di cantante?

Con l’avvento dei talent show, è diventato ancora più duro crearsi una vita artistica. Si è legati alla fama televisiva per sfondare. La musica scelta dal vasto pubblico, passa per questo canale e rimani nella nicchia se prima non sei conosciuto come personaggio televisivo. Non mi ero mai preoccupata prima d’ora di investire sulla mia immagine ma anche oggi che la musica è diventata il mio lavoro, non credo che riuscirei ad entrare in quel tipo di meccanismo.

Quali sono i tuoi prossimi progetti musicali?

Sono impegnata in un nuovo progetto, studiato a 4 mani, molto particolare. Il nome del duo è Newintage, composto da me e da un pianista di Conversano, Alessandro Binetti. Ci siamo incontrati un anno fa, quando sono andata via da Lecce per tornare a Taranto ed abbiamo cominciato a lavorare insieme. La nostra è una formazione a fisarmonica. Siamo in due ma possiamo esibirci in trio, quartetto o quintetto.

Con il termine vintage si evoca qualcosa che è passato ma che vogliamo far rivivere perché ricco di qualità musicale, eleganza, fascino. Il duo si propone di applicare l’eleganza stilistica di ieri a brani accuratamente selezionati tra la musica pop e rock di oggi, riarrangiando in chiave jazz grandi hit della musica italiana ed internazionale. Il progetto non è ancora completo, ma partirà a breve. 

Com è possibile contattarvi?

Ho creato una pagina facebook ‘Cristina Nicolardi’, dove è possibile contattarci per qualsiasi tipo di evento e seguire i nostri progetti. Altrimenti tramite mail a cristinanicolardi@hotmail.it