Arc2012ottobr30-Nuovo Dialogo

Archivio ottobre 2012 N°30

Editoriale 

Emanuele Ferro


Una comunità ed il suo pastore


Quanto accaduto lunedì scorso nel salone della parrocchia di san Francesco De Geronimo al quartiere Tamburi, stipato fino all’inverosimile ha un valore importante. 

La riunione straordinaria nel primissimo pomeriggio di una bella giornata autunnale, dal cielo terso e l’aria ancora calda che nessuno direbbe velenosa, riporta alla mente quel che un tempo si leggeva sui cartelli affissi nei corridoi degli ospedali: Silenzio qui c’è gente che soffre.  Un ministro ed un popolo in ansia, ed un vescovo che fa da ponte tra di essi, tra chi ha domande che bruciano in gola e chi la responsabilità delle risposte. 

Un fuoco di domande, dolenti, rivolte al ministro della Salute Renato Balduzzi, da un’assemblea convocata senza dirne il motivo dall’arcivescovo e pure accorsa numerosa, che non si è sottratto.  Questa iniziativa è solo l’ultima, tra le tante, spunto di dialogo di don Filippo con la società civile e con le istituzioni. “Sono qui per gettare ponti fra gli uomini di buona volontà, perché si possano concretizzare soluzioni vere, pronte e condivise”; e ancora una volta: “Io non offro soluzioni. La mia non è un’azione politica ma è la vicinanza del pastore al dramma umano di chi muore per l’inquinamento e di chi perde il posto di lavoro”. 

Ha guardato negli occhi la sofferenza il ministro venuto da Roma, ma ha visto anche l’amore dei tarantini per la loro città. “È un onore avervi qui, finalmente È così bella, fate qualcosa!” ha implorato una donna, tra la commozione di tutti, afflitta per le gravi malattie dei suoi tre fratelli. Tante storie, ma anche dignità e, incredibilmente, dopo tanti anni di omissioni, fiducia in un futuro possibile. Il vescovo della città tristemente famosa per l’inquinamento e per le sue conseguenze sulla salute, ha preso per mano una comunità confusa ed impaurita ma unita nella fede, per accompagnarla in un percorso, ancora ricco d’incognite, per far sì che la tremula luce della speranza si ravvivi e non si spenga.

«Noi siamo tribolati in ogni maniera, ma non ridotti all’estremo; perplessi, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; atterrati ma non uccisi» (2Cor 4,8-9). 

Che le speranze si possano presto tramutare in certezze.                 


“Meritate diritti, non carità”


Il ministro della salute Balduzzi, venuto a Taranto per presentare i dati degli studi epidemiologici, ha incontrato il vescovo e le associazioni laicali


"Meritate diritti, non carità”. E’ partito un applauso spontaneo, quasi liberatorio, quando il ministro Renato Balduzzi ha espresso in questo modo la sua vicinanza al dolore dei tarantini, divisi tra pane e veleni, tra salute e lavoro. 

I dati redatti dall’Istituto Superiore della Sanità lasciano poco spazio alle congetture. A causa dell’inquinamento ambientale a Taranto si muore, ed anche tanto. Una scheggia di  vetro nel cuore di moltissime famiglie che hanno a casa un padre malato di tumore ed un figlio che lavora nello stabilimento più grande d’Europa. 

Nell’auditorium della parrocchia dedicata a San Francesco de Geronimo, al quartiere Tamburi, Balduzzi ha incontrato monsignor Filippo Santoro,  rappresentanti di associazioni laicali che si occupano di sanità, operatori socio-sanitari e ministri straordinari della consolazione. 

È stato il vescovo a volere fortemente questo momento di confronto, convocando l’assemblea senza spiegarne il motivo. “Vi domanderete perché vi ho chiamato oggi –ha spiegato – ed è perché il pensiero ai sofferenti è parte integrante del mio ministero a Taranto fin dall’inizio e vorrei che oggi il ministro alla salute facesse una fotografia rapida sulla situazione in cui ci troviamo, ci illustrasse i provvedimenti che verranno attuati e ci desse anche degli orizzonti di speranza verso cui tendere. 

La Chiesa non può stare a guardare quello che accade in città. Mi è sembrato naturale prendere una posizione sia a favore dei malati, che di chi perde il posto di lavoro. 

Non è una posizione politica ma il gesto di condivisione di un  dramma umano che ci tocca tutti”. Balduzzi dunque ha spiegato brevemente la  linea di intervento che rientrerebbe nel capitolo di spesa del suo Ministero (una parte, anche se la notizia non ha una conferma ufficiale, dovrebbe essere messa a disposizione dall’Ilva, ndr) basata su monitoraggio, prevenzione e miglioramento dei servizi assistenziali, parlando di un “programma per la salute per Taranto”, un’innovazione “che farebbe scuola anche per altre realtà italiane dove si vive il conflitto tra diritto alla salute e diritto al lavoro” – ha sottolineato. Poi l’incontro è entrato nel vivo, dato che Balduzzi ha voluto ascoltare tutti coloro che volevano porgergli delle domande o proporre delle idee, prendendo nota. 

Gli è stato chiesto sostegno economico per continuare nella ricerca sull’analisi del latte materno e sovvenzionamenti per aiuto a donne in gravidanza che non potranno allattare a seguito della presenza di diossina e metalli pesanti nel loro latte. “Una delle emergenze è quella dell’aumento di alcune patologie nell’età infantile ed in quella  prenatale. Prevediamo  per questo analisi del sangue specifiche sul cordone ombelicale e particolare attenzione ai bambini, con attività di prevenzione non onerose per le famiglie”. 

Sulla necessità di un centro specializzato in oncologia pediatrica in città, Balduzzi ha chiarito: “Occorre capire che non si può avere tutto sotto casa. Da ministro vi dico che se vengono disseminati  troppi centri  di eccellenza sul territorio,  non si hanno  vantaggi in termini di salute. 

Quello che si può fare è agevolare economicamente coloro che hanno necessità specifiche di cura. Meglio fare qualche chilometro in più ma avere un’equipe di alto profilo”. Sull’ottimizzazione dell’uso delle risorse ha poi promesso un incontro con la Regione e con i referenti della Asl jonica. “Non è eticamente accettabile che in una realtà dove i problemi sanitari sono più marcati che altrove, la qualità dei servizi non sia di livello medio-alto” – ha precisato e di certo dopo aver letto i dati nessuno ormai può dire di non sapere”. A chi gli ha domandato perché la politica abbia considerato quello di Taranto un problema nazionale solo dopo il sequestro degli impianti dell’Ilva da parte della magistratura, ha precisato: “Io prima della primavera avevo avuto solo un’occasione di intreccio con Taranto, quando la Regione Puglia mi disse che c’era una particolare sofferenza nell’area tarantina e diedi una disponibilità generica ma vera, che ora si sta traducendo in un progetto. 

Io non appartengo ad un’ipotetica linea di pensiero che guarda con sospetto alla magistratura, io ho sempre guardato al lavoro dei giudici con fiducia”. 


Marina luzzi


Povera Taranto!


I tarantini non hanno solo rimosso (durante vari secoli, fino ad oggi) i beni culturali, ma sono arrivati a rimuovere quella parte di città che altrove rappresenta il fiore all’occhiello: il Centro storico



E' un guaio per un paese ricco di cultura come l’Italia essere governato da un popolo come quello italiano! Può sembrare quasi impossibile che a creare il Colosseo, la Cappella degli Scrovegni, piazza San Marco o il Cappellone di San Cataldo siano stati i nostri antenati, cioè degli italiani, visto il disinteresse con cui trattiamo la loro eredità.

Per i tarantini, poi, il discorso è molto più doloroso. Poiché essi non hanno solo rimosso (durante vari secoli, fino ad oggi) i beni culturali, ma sono arrivati a rimuovere quella parte di città che altrove rappresenta il fiore all’occhiello: il Centro storico. Tranne a farne occasioni di vetrine inappropriate o a riversarvi, per pochi giorni all’anno, la foga ludica di quell’orda di consumatori estivi, cui quasi tutti noi apparteniamo, alla continua ricerca di sagre e degustazioni, che riempiano le serate estive (e che vanno in Città vecchia come andrebbero altrove), e che facciano dimenticare per qualche ora la normalità.

Dopo gli anni Settanta e i primi anni Ottanta, seguiti immediatamente al varo, da parte dell’amministrazione comunale, del Piano di risanamento Blandino, quando cioè si arrestava la pioggia di risorse che aveva reso appetibili gli appalti cospicui del Risanamento, facendo la fortuna di molte aziende edili, la Città vecchia divenne ben presto una palla al piede. 

Lo fu per tutte le amministrazioni susseguitesi negli anni. Anche perché il Comune era andato acquistando una fetta cospicua del patrimonio immobiliare, in alcuni casi del tutto abbandonato dai vecchi proprietari, spesso irrintracciabili, diventando così proprietario di circa il 60% del patrimonio del quartiere.

 Non vogliamo dire che tutte le giunte susseguitesi abbiano operato allo stesso modo, e potremmo anche sottolineare il periodo “buio fondo” di metà anni Novanta, ma si comprese subito che, finite le iniezioni di capitale pubblico, il quartiere rischiava di diventare sempre più marginale: alcune giunte abolirono l’assessorato al Risanamento, altre lo ripescarono, altre ancora seppero catturare dai Fondi europei, magari utilizzandoli male, con finalità effimere. 

Ma nessuno seppe imprimere una svolta.

E così ai primi processi razionali di risanamento abitativo, di vicoli 1 e 2 e di via Cava, e al recupero di alcuni palazzi nobiliari, seguì una lunga notte che ancora non lascia vedere l’alba.

Gli amministratori commisero l’errore di assegnare le case risanate secondo le graduatorie Iacp, non favorendo logiche di risocializzazione. La ristrutturazione degli stabili più importanti, durata a volte decenni, come nel caso del Convento San Francesco, anche per macroscopici errori tecnici e costi esorbitanti, rappresentò a volte un’altra palla al piede: non sapevano cosa farne. Più volte furono cambiate le destinazioni d’uso; enti e strutture non volevano trasferirsi nel quartiere e le richieste dell’Università tolsero dall’imbarazzo il Comune. Era stato evidente con Santa Chiara, di fronte a San Cataldo, improvvidamente concessa al tribunale del minori, che non ci sarebbe stato un riscatto in chiave turistico-culturale così come non c’era stata in chiave sociale.

 Dei quarantennali propositi di portare in Città vecchia: il Museo etnografico, il Museo marino, il Museo naturalistico, l’Archivio di Stato, la Pinacoteca istituenda, ecc…, poco è rimasto. Intanto: palazzo Pantaleo, già inaugurato quattro volte dal 1985 a oggi, resta chiuso, le polemiche sommergono il nascente istituto per la cura delle tartarughe… ma non vogliamo ripetere il lungo elenco delle incompiute. Semmai vogliamo sottolineare come, negli ultimi cinque anni, le condizioni di vivibilità del quartiere, che ha conosciuto anche istituzioni private meritorie, come la Caritas e l’Isola della fantasia, e pubbliche dal vario esito (come il Cantiere maggese), siano andate peggiorando. Alcuni tratti dell’isola sono addirittura intransitabili, moltissimi locali comunali sono stati lasciati alla mercé di abusivi e dei loro traffici. Per non parlare dei presunti senza casa, che occupano, e spesso devastano, stabili ristrutturati, nell’apparente impotenza del Comune. 

 Se l’isola è stata “rimossa” dalla città, una certa riappropriazione si è avuta grazie allo spontaneismo di alcuni operatori commerciali del settore alimentazione. Insomma: negli ultimi tempi sono nati tantissimi ristoranti, che però non hanno assolutamente alcuna interazione con il quartiere: quasi tutti sono nati lungo la cinta esterna e le sere d’estate si riversano sui marciapiedi della Marina. Ma prendere queste iniziative, come qualcuno fa, come segno di rinascita della Città vecchia  è assolutamente rischioso. Anche al circo si va per divertirsi. 

Ma poi si ritorna a casa


Silvano Trevisani


SINODO DEI VESCOVI


Chi sta parlando e a chi?


Una domanda per richiamare un significato e un impegno che forse a qualcuno sfuggono


Al Sinodo sono presenti anche alcune suore. Una di loro, a margine dei lavori, dice: “Cosa dirò alle mie consorelle quando torno a casa? Forse nient’ altro se non che qui nessuno parla di noi”. È la chiusa di un articolo sul Sinodo. Non conosco la suora, ma vorrei porle una domanda. È il Sinodo che deve parlare delle suore o sono le suore che devono parlare del Sinodo? 


E, in ultima analisi, di Chi parla il Sinodo sulla nuova evangelizzazione? Certo, parla della necessità di un nuovo annuncio del vangelo; parla dei destinatari (gli uomini e le donne di oggi) di questo annuncio; parla dei protagonisti e delle strutture dell’annuncio.

Il Sinodo sta parlando di Gesù. Meglio: Gesù sta parlando (nella sua Chiesa) al Sinodo.

E dice che per risentire il Vangelo, gli uomini e le donne di oggi hanno bisogno di incontrare la sua gente, i cristiani. Soprattutto i santi, per quanto la loro vita glielo consente. È quello che ha sottolineato il vescovo a capo della Congregazione delle cause dei santi, il Cardinale Amato, quando ha ricordato che nel documento preparatorio sono almeno quaranta i rimandi alla santità e ai Santi come indispensabili protagonisti della nuova evangelizzazione: “Il segreto ultimo della nuova evangelizzazione è la risposta alla chiamata alla santità di ogni cristiano”. Perché la santità? Perché nei Santi la Chiesa offre alle genti lo spettacolo del Vangelo vissuto, testimoniato e proclamato sine glossa, senza sconti. I Santi evangelizzano con la loro vita, fatta di fede, speranza e carità, mostrano la verità e la bellezza delle beatitudini, specchio di Cristo: beati i poveri, i miti, i puri di cuore, i misericordiosi, gli operatori di pace, i perseguitati. Essi rispondono con straordinaria creatività al comandamento dell’amore di Dio e del prossimo. I santi abbracciano l’umanità con la loro carità, rendendo la convivenza più buona, più pacifica, più fraterna.

Ha detto ancora il Cardinale Amato: “Per questo i giorni del nostro calendario sono segnati dai nomi dei santi. La storia della Chiesa, in Oriente come in Occidente, al Nord come al Sud, registra santi di ogni età, di ogni Paese, di ogni razza, lingua o cultura, perché la grazia di Dio Trinità è come la rugiada del mattino. Essa si posa su tutte le piante del giardino, ma sulla rosa è rossa, sulle foglie è verde, sui gigli è bianca. Così è la santità, che, pur essendo unica, penetra nei cuori dei figli della Chiesa in ogni parte del mondo, in Asia come in Africa, in America come in Oceania o in Europa. Ci sono santi martiri, santi confessori, santi dottori della Chiesa. Tutti sono testimoni di Cristo ed evangelizzatori”.

Cara sorella che ti senti trascurata dagli interventi al Sinodo, più che metterti dalla parte dei destinatari - anche se ognuno di noi è sempre bisognoso di essere ri-evangelizzato - mettiti in quella dei protagonisti, di chi ringrazia Dio per la storia di grazia donata alla Chiesa e al mondo in questi due millenni e si ri-consegna mani e piedi al Signore perché sia Lui a parlare, sfamare, curare, insegnare, cacciare i demoni…

Impressiona la vita dei santi, sorella. Come quella della giovane Benedetta Bianchi Porro. Appena nata fu colpita da una emorragia. A tre mesi s’ammala di poliomielite. A dieci anni comincia a star male per neurofibromatosi diffusa, una forma tumorale che conduce alla perdita progressiva di tutti i cinque sensi. Un calvario di anni. Poco prima della morte, a 28 anni, chiama sua madre e riesce in qualche modo a dirle: “Mamma, mettiti in ginocchio e ringrazia Dio per me per tutto quello che mi ha dato”. 

Ecco, se c’è una cosa che la Chiesa fa e dice al Sinodo è quella di mettersi orante e in ginocchio per ringraziare il Signore del Vangelo e per chiedergli la forza di portarlo ancora in ogni angolo del mondo, per amare e servire gli uomini e le donne del nostro tempo.


Angelo Sceppacerca



Passo dopo Passo

Anche Taranto ricorda il Concilio Vaticano II a cinquant’anni dalla sua apertura


Lo fa con due eventi: una mostra celebrativa organizzata al Mudi, il museo diocesano (in Vico Seminario I, aperto il martedì ed il giovedì dalle 9,30 alle 12,00 e dalle 16,00 alle 19,00, costo biglietto 2 euro) che verrà inaugurata il 29 ottobre e sarà visitabile fino al 6 gennaio, ed attraverso un convegno dal titolo “Passo dopo Passo” che si terrà il 30 e 31 ottobre all’interno del palazzo arcivescovile, in Città vecchia.

Le due attività culturali sono entrambe promosse dalla diocesi ionica insieme all’Ufficio diocesano per i beni ecclesiastici, alla cooperativa “Custodes Artis” che gestisce il Mudi, all’archivio storico della diocesi ed alla biblioteca arcivescovile. “La mostra sarà suddivisa in 4 sezioni tematiche – ci ha spiegato don Francesco Simone, direttore  dell’Ufficio diocesano per i beni culturali ecclesiastici  e del museo diocesano – la prima riguarda i documenti provenienti dall’archivio personale di monsignor Guglielmo Motolese, che partecipò personalmente al Concilio, essendo uno dei quasi 2500 padri consiliari venuti da tutto il mondo.  Grazie a lui abbiamo tanto materiale, perché fu quasi “maniacale” nel conservare tutto quello che veniva dato ai padri conciliari, dai documenti agli appunti, fino, addirittura, alle matite con cui venivano approvati i vari documenti.  Ci sono anche belle fotografie che lo ritraggono nelle sessioni conciliari e nelle processioni. La seconda sezione invece riguarda le medaglie e gli annulli filatelici che furono realizzati in occasione del Concilio, medaglie preziose create da scultori importanti come Emilio Greco, che ha una fama internazionale. La terza sezione poi raccoglie vari cimeli che monsignor Motolese  utilizzò nel corso dell’assemblea, tutti gli abiti con cui partecipava a momenti liturgici, la croce pettorale e l’anello che ha indossato durante le varie sessioni del Concilio. Abbiamo approfittato per esporre anche dei paramenti che Paolo VI, il Papa che ha chiuso i lavori conciliari, indossò quando venne a Taranto. Di suo abbiamo anche il pastorale e la mitria donati in quell’occasione”. In questa circostanza saranno esposti anche i paramenti che indossò Giovanni Paolo II in visita alla città dei due mari nel 1989. “Questo perché la mostra verrà inaugurata il 29 ottobre, giorno dell’anniversario di quello storico momento”. Infine l’ultima sezione che “raccoglierà – prosegue don Francesco – le testimonianze di arte, scultura, architettura e suppellettile religiosa, che riguardano ciò che è stato fatto  dal Concilio fino ai nostri giorni. Alcuni oggetti provenienti dalla Concattedrale, alcuni disegnati anche da Giò Ponti e poi i progetti di tre chiese della nostra diocesi: la Concattedrale, con disegni e bozzetti originali redatti da Giò Ponti, la chiesa del seminario di Poggio Galeso, con addirittura un primo progetto, una bozza che poi non trovò mai luce e la chiesa dello Spirito Santo, esempio recente di arte, progettato dall’architetto Claudio Adamo ed apprezzato a livello internazionale”. Oltre alla mostra, il 30 e 31 ottobre si terrà un convegno sulla nostra Chiesa ed il Concilio. Nel primo giorno relatore eccellente sarà Gian Maria Vian, direttore dell’Osservatore Romano, che parlerà dell’impatto del Concilio sulla Chiesa italiana mentre nel secondo giorno si alterneranno più relatori: il preside emerito della facoltà teologica pugliese, monsignor Salvatore Palese, che spiegherà in che termini fu la partecipazione dei vescovi pugliesi al Concilio e poi monsignor Francesco Cacucci, arcivescovo di Bari e monsignor Filippo Santoro, arcivescovo di Taranto, che relazioneranno rispettivamente sulla presenza tra i padri sinodali  di monsignor Nicodemo, ai tempi Pastore della diocesi di Bari, e di monsignor Motolese, allora vescovo di Taranto.  “Il convegno è mirato più agli operatori pastorali, ai laici impegnati nella chiesa – ha chiarito don Francesco Simone – perché servirà a compiere una riflessione approfondita su quello che il Concilio  ha ancora da insegnare e da darci e fare in modo che cambi anche l’approccio allo svolgimento dei compiti di ciascuno all’interno delle comunità, mentre la mostra può interessare e coinvolgere davvero tutti. D’altronde penso ai Musei Vaticani, visitati da tutti, al di là del credo professato. L’arte è un modo privilegiato di conoscere la bellezza e quindi Dio”. I due eventi vogliono porre l’attenzione ad un grande passo compiuto dalla Chiesa cattolica nel secolo scorso, ricordando che per mettere in pratica le direttive pensate a metà degli anni ’60 bisogna c’è ancora da fare molto. “In primis iniziare a conoscere i documenti redatti dal Concilio –conclude don Francesco – tesori incredibili che possono servire a dare una svolta per la crescita del bene comune e per il progresso culturale e spirituale di ciascuno”. 


Marina Luzzi