archpasq13-Nuovo Dialogo

archivio marzo 2013

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Le chiavi nelle sue mani


Ringraziamo Papa Francesco per aver accettato, magari avendo compiuto dentro di sé lo stesso percorso di Giona, ma avendo poi aperto le mani per accoglierle e stringerle


Il genio di Michelangelo, di una persona umana, proprio come noi, soffio di Bellezza donato a tutta l’umanità nei secoli, è stato unito indissolubilmente con il Soffio, con lo Spirito Santo, il Dono che, passando per le menti e i cuori dei cardinali elettori ci ha portati oggi a guardare il volto di colui che, in questi ultimi giorni, abbiamo tanto atteso.

Ha scritto Benedetto XVI: “So bene come eravamo esposti a quelle immagini nelle ore della grande decisione, come esse ci interpellavano, come insinuavano nella nostra anima la grandezza della responsabilità. La parola ‘con-clave’ impone il pensiero delle chiavi, dell’eredità delle chiavi lasciate a Pietro. Porre queste chiavi nelle mani giuste: è questa l’immensa responsabilità in quei giorni”. Tutti i cardinali hanno giurato il silenzio ponendo la mano sul Vangelo e, davanti a loro, avevano il Giudizio Universale per richiamarli a una decisione che si inserisse in quel flusso che, dalla storia di noi umani, sempre aggrovigliata e tormentata, si giungesse a quell’approdo in cui tutto sarà chiaro nel segno del Misericordioso Padre.

Giona si stagliava ai loro occhi, non fu facile per lui discernere e accettare la missione affidatagli, il profeta esprime così pienamente tutta la fatica di chi cerca Dio ma, nel contempo, si ritrova alle prese con se stesso e con tutti i dilemmi che conseguono. Non è troppo difficile intuire lo stato d’animo del prescelto, il cardinale Bergoglio, argentino, senza per questo cadere in funambolismi romantici, anche se conosciamo la sua tempra umana, messa alla prova da una lunga vita spesa al servizio di Dio, dall’annuncio della Sua Parola, dalla custodia del gregge, tuttavia un salto al vertice, avrà suscitato “timore e tremore”.

Ringraziamo Papa Francesco per aver accettato, magari avendo compiuto dentro di sé lo stesso percorso di Giona, ma avendo poi aperto le mani per accogliere e stringere quelle chiavi. Abitualmente le chiavi a noi servono per tutelare la nostra casa, una cassetta di sicurezza, la nostra vettura. Le teniamo come saldo possesso, da cui non ci distacchiamo. Così facendo chiudiamo l’accesso a tutti, tranne a chi noi vogliamo e con cui vogliamo compartecipare i nostri beni.

Il nostro Papa Francesco, fresco fresco di nomina e di grandi emozioni interiori, con il con-clave, che si è espresso eleggendolo, ha quelle chiavi che, da Pietro nel lungo inanellarsi dei Papi nei secoli, è giunto fino a noi. Non chiudono dimore, cassette con beni preziosi, vetture di lusso, sono chiavi la cui origine è divina, chiavi che schiudono il Regno dei cieli e già, da qui, dalla nostra storia, vogliono richiamarci non a quanto la tignola e la ruggine consumano ma a quanto è imperituro: il Volto di Dio. Ora l’attesa è compiuta, conosciamo il nome d’origine e il nome che ha voluto scegliere per qualificare tutto il tempo che gli è donato per il suo pontificato, nel simbolo quindi ritroviamo il grande messaggio di Francesco: pace e unità, nella Chiesa, nell’umanità, nei cuori di tutti. Le chiavi sono nelle sue mani. Che cosa ci attendiamo dal Papa? Semplicemente tutto. Senza eccezioni. Tutto e integro l’ascolto della Parola. Tutto e integro l’annuncio della Buona Novella. Tutto e integro il desiderio di salvezza per tutti. Tutto e integro l’impegno per la pace fra i popoli. Tutto e integro il sollievo al grido dei poveri, degli emarginati, degli oppressi.

Da parte nostra non potrà che esserci una risposta quotidiana che il “Tutto e integro” diventi pane quotidiano, impegno di risposta fattiva e costruttrice, ascoltando e mettendo in pratica, quanto colui che, pur rimanendo semplicemente persona umana, è stato investito di un compito grande che può diventare lieve solo per grazia di Dio e per l’aiuto di noi stessi, con intensa preghiera e reale collaborazione. Al di là di ogni propensione personale, di ogni idea, per chi crede un aspetto è fondamentale ed è quello della fede che, nel volto di Papa Francesco, ci fa vedere il Volto di Gesù Cristo che guida il suo gregge nei meandri del divenire. Lo Spirito sorprende perché indica quelle vie che non sono le vostre vie, proprio per indurre credenti e pensanti, tutta l’umanità, ad abbandonare schemi di esistenza legati a quanto è futile, transitorio, per rivolgerci a una concezione di vita che conservi sempre il senso e il gusto del pellegrinaggio.

L’entusiasmo dell’avvio, la folla che plaude dovrà tradursi in posture e opzioni ben precise se vorrà rispondere, insieme, alla Parola evangelica e farla diventare dono per tutti i cercatori di Dio, consapevoli o inconsapevoli essi siano. Quali che siano gli eventi che segneranno il pontificato di Papa Francesco, la barca di Pietro non mancherà di un nocchiero che si sa secondo, perché il primo è, sempre e comunque, Cristo Signore, Risorto.


“Abbiamo un buon Pastore”


di MARINA LUZZI


Il ricordo del vescovo Santoro che conobbe il futuro papa Francesco a Buenos Aires



"Lo Spirito Santo ci ha sorpreso ancora una volta. Abbiamo un buon Pastore. Un dono di Dio nella sua essenzialità di fede, semplicità, vicinanza alla gente, aspetti che ha mostrato fin da subito. Un mese di calcoli sui possibili successori di Benedetto XVI ed invece Dio sceglie la sua strada secondo quanto è bene per la Sua Chiesa”. 

È raggiante dom Filippo, arcivescovo di Taranto, per l’elezione del nuovo pontefice, Jorge Mario Bergoglio, che ha conosciuto quando era in Brasile a capo della diocesi di Petropolis, a 70 km da Rio De Janeiro. 

Eccellenza, quando ha incontrato per la prima volta il nuovo pontefice?

“Il primo incontro tra noi è stato nel 1996, poco dopo aver ricevuto la nomina a vescovo ausiliario di Rio de Janeiro. C’era un importante congresso di teologia a Buenos Aires e Bergoglio a quell’epoca era vescovo ausiliare di Buenos Aires. 

Di lui avevo già sentito parlare molto e bene dai preti di Comunione e Liberazione della capitale argentina, dato che ai tempi mi occupavo del movimento come responsabile dell’area latinoamericana. Mi avevano parlato di questo gesuita che nei suoi testi riprendeva molte intuizioni di don Giussani e diceva pubblicamente che la visione della vita cristiana di don Giussani era per lui un punto di riferimento. 

Dunque arrivai già ben predisposto. 

Lui mi accolse con cordialità grande”.

La colpì qualcosa di particolare di quei giorni insieme?

“Sul piano personale mi colpì il suo buon umore, amava chiamarmi Felipe. Quando prese la parola poi fu molto carismatico. 

Tra le varie cose di cui mi ricordo, mi fece riflettere un suo discorso in cui diceva che noi spesso ci fermiamo solo alla visione del centro della città invece la periferia è quella più interessante per cogliere aspetti che guardando solo il salotto buono, non è possibile vedere. Poi disse che nella Chiesa non doveva esserci distinzione tra centro o periferia. Ciascuno era centro”. 

Fu l’unico incontro?

“No, ce ne fu un altro molto importante nel maggio del 2007, in occasione della quinta conferenza dell’episcopato latinoamericano. Eravamo oltre 200 vescovi e lì lui era presidente della commissione di redazione del documento finale di Aparecida, di cui facevo parte. In quella funzione si è mostrato sereno, aperto al dialogo, capace di cogliere contributi differenti, da quelli dei conservatori a quelli dei carismatici, da quelli della teologia della liberazione ai movimenti dell’America latina. Lui fu capace di ascoltare tutti ed accogliere con intelligenza  e lungimiranza tutti i punti di vista. Ne venne fuori un documento, ‘Discepoli e missionari’ che con un impostazione di profonda fede affrontava i problemi dell’America latina: la sfida alla fame, il grido dei poveri, il desiderio di giustizia, la lotta ad ogni forma di violenza. Fu estremamente sapiente in quell’occasione, richiamandosi sempre all’essenziale perché venisse fuori l’impeto profetico pure nella capacità di condivisione”. 

E dopo l’ha più sentito?

“No, mi sono giunte notizie da amici durante il suo ministero episcopale. Ricordo la sua richiesta di perdono a nome della Chiesa per tutte le violazioni della libertà commesse in un regime militare contrario alla libertà, dittatoriale. Dall’altro lato una critica puntuale al governo Kirchner, di sinistra.  La figura che ne viene fuori è di libertà, di una semplicità e povertà evangelica straordinaria, di una grande attenzione ai problemi degli ultimi, a partire dal dono della fede”.

Pensa che conterà l’esperienza nell’America del Sud nel pontificato di Francesco?

“Sicuramente nel vivere il Vangelo con semplicità e distacco. Non è un discorso geopolitico ma interiore. La vivacità della fede, la sensibilità circa i temi dell’uguaglianza, della giustizia, del lavoro, della lotta alla povertà,  si innesta nel cuore secolare della Chiesa. Un esempio del suo modo di porsi è nella grande libertà di fronte al protocollo liturgico. Niente mozzetta, al collo la stessa croce che aveva da vescovo. Semplice ed essenziale, a suo agio nel rapportarsi alla gente. Un amante della povertà senza essere pauperista e, poi, questo gesto bellissimo di aver invitato la gente a pregare e di aver chiesto loro non di benedirlo ma di chiedere a Dio di farlo per loro conto. Insomma, l’essenzialità della fede che passa dalla preghiera, dall’incontro con il Signore”.


MESSAGGIO AUGURALE PER SUA SANTITA'

Beatissimo Padre, pieno di gratitudine e di letizia per il dono della Sua persona come vescovo di Roma e Pontefice della Chiesa universale, desidero farLe giungere l’abbraccio di tutta la Chiesa di Taranto. Ci ha subito conquistato la Sua semplicità evangelica che comunica la presenza di Cristo, buon Pastore, fonte di speranza per tutti e amico dei poveri. 

Questa terra del Sud, ferita da tanti problemi, che affliggono la salute, compromettono il lavoro e rendono incerto il futuro, guarda a Lei con fiducia. Sin dal primo istante Le manifestiamo la nostra totale obbedienza desiderosi di mettere in pratica il Suo magistero, che già ci richiama all’essenzialità del Vangelo, allo slancio missionario ed alla solidarietà con tutti gli uomini. Invochiamo sul Suo pontificato la protezione della Madonna della Salute, venerata nel cuore antico della città di Taranto, di San Cataldo, patrono della diocesi, e di San Francesco De Geronimo, santo gesuita della nostra terra, che ha il Suo stesso nuovo nome di pontefice.

                + Filippo Santoro


Preso “alla fine del mondo”


Il primo papa fuori dal continente europeo è stato eletto nel 75° Conclave della storia della Chiesa, dai 115 cardinali elettori, al quinto scrutinio. Alle 20.21 si è affacciato per la prima volta dalla Loggia delle Benedizioni per ricevere il saluto della folla


Il volto sereno e sorridente, il drappo rosso che abbraccia l’affaccio della Loggia, la banda che suona l’inno nazionale e lui che ascolta commosso in piedi. Otto anni dopo il suo predecessore, il Papa emerito, papa Francesco - il 266° Romano Pontefice della storia della Chiesa, primo Papa gesuita della storia - alle 20.21 si è affacciato per la prima volta dalla Loggia delle Benedizioni per ricevere il saluto della folla, un oceano festante in piazza S. Pietro che ha atteso più di un’ora sotto la pioggia per vedere il nuovo Papa. “Fratelli e sorelle buonasera”, le sue prime, semplici, parole. L’attesa fumata bianca era arrivata alle 19.06, dal comignolo della Cappella della Cappella Sistina. A dare il solenne annuncio al popolo, alle 20.12, è stato il cardinale protodiacono, cardinale Jean Louis Tauran. Queste le sue parole in latino: “Annuntio vobis gaudium magnum: habemus Papam: Eminentissimun ac Rverendissimum DOminum, Dominum GEorgium Marium Sactae Romanae Ecclesiae Cardinalem Beroglio qui sibi nomen imposuiti Franciscum”. Il primo Papa fuori dal continente europeo è stato eletto nel 75° Conclave della storia della Chiesa, dai 115 cardinali elettori, al quinto scrutinio. 

   

 

Quasi alla fine del mondo

“Voi sapete che il dovere del Conclave è di dare un vescovo a Roma”, ha proseguito il nuovo Papa: “Sembra che i miei fratelli cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo”, ha scherzato sulle sue origini argentine, “ma siamo qui”. “Vi ringrazio dell’accoglienza”, ha poi detto: “la comunità diocesana di Roma ha il suo nuovo vescovo: grazie!”. 


Il primo pensiero al Papa emerito

Il primo pensiero al suo predecessore: “Prima di tutto, vorrei fare una preghiera per il nostro vescovo emerito, Benedetto XVI”, ha detto Francesco I: “preghiamo tutti insieme per lui, perché il Signore lo benedica e la Madonna lo custodisca”. Poi la recita del Padre Nostro, dell’Ave Maria e del Gloria al Padre, insieme alla piazza. “E adesso incominciamo questo cammino: vescovo e popolo”, ha detto subito dopo il Papa: “Questo cammino della Chiesa di Roma, che è quella che presiede nella carità tutte le Chiese”. Il Papa ha definito già da oggi il suo pontificato “un cammino di fratellanza, di amore, di fiducia tra noi”. “Preghiamo sempre per noi, l’uno per l’altro”, il primo impegno chiesto e preso insieme ai fedeli. Poi l’orizzonte si è allargato: “Preghiamo per tutto il mondo, perché ci sia una grande fratellanza”. Poi il primo augurio, sempre rivolto alla piazza: “Vi auguro che questo cammino di Chiesa, che oggi incominciamo e nel quale mi aiuterà il mio cardinale vicario sia fruttuoso per l’evangelizzazione di questa città tanto bella”.


Prima vi chiedo un favore...

Prima di impartire la benedizione “Urbi et Orbi”, il nuovo Papa ha fatto un gesto inedito e già indicativo del modo in cui concepisce il servizio del ministero petrino: “Prima vi chiedo un favore”, ha detto rivolgendosi direttamente alla folla che lo ha ascoltato in religioso silenzio: “Prima che il vescovo benedica il popolo, vi chiedo che voi preghiate il Signore perché mi benedica: la preghiera del popolo, chiedendo la benedizione per il suo vescovo. 

Facciamo in silenzio questa preghiera di voi su di me”. E così, sulla piazza è sceso un minuto di intenso silenzio, di vera preghiera, seguita da un applauso. 


La benedizione e gli applausi

Poi la benedizione “Urbi et Orbi”, in latino. 

Una benedizione rivolta “a voi e a tutto il mondo, a tutti gli uomini e le donne di buona volontà”, ha proseguito poi il nuovo Papa in italiano, e dalla folla si è levato un altro applauso. “Fratelli e sorelle, vi lascio. 

Grazie tante dell’accoglienza. Pregate per me e a presto”, il semplice saluto finale, che ha richiamato il primo con cui si era rivolto alla folla dalla Loggia. Infine, una confidenza ai fedeli sul giorno dopo: “Domani voglio andare a pregare la Madonna, perché custodisca tutta Roma. Buonanotte e buon riposo”. Dove andrà Papa Francesco a rendere il primo atto di omaggio, da Romano Pontefice? Probabilmente la meta sarà la basilica di Santa Maria Maggiore, ha ipotizzato padre Lombardi in un briefing “improvvisato” a caldo subito dopo l’elezione, e precisando subito dopo che si tratterà di una visita in forma privata. Dichiarandosi “scioccato per un Papa gesuita”, il portavoce vaticano ha detto che l’elezione di Papa Francesco “è stata una sorpresa che ha manifestato il coraggio dei cardinali, che hanno voluto passare l’oceano per allargare la prospettiva”.  


I primi impegni

“Il nuovo Papa ha parlato a telefono con il Papa emerito”, ha reso noto padre Lombardi. Questi i primi impegni pubblici del Papa: domani, alle 17.00, la Messa in Sistina con i cardinali; lunedì alle 11.00, in sala Clementina l’udienza a tutti i cardinali, elettori e non elettori; sabato alle 11.00, in Aula Paolo VI, l’udienza agli operatori della comunicazione; domenica l’Angelus e il 19 la Messa di inizio pontificato.


Chinato 

dinanzi al popolo


I 100mila di Piazza San Pietro choccati dal gesto di Papa Francesco. E lo stupore si mescola con la fede dei credenti: “Ci credo nella Chiesa, non sbaglia mai”


Sorpresa, curiosità, commozione, preghiera, silenzio: tutto questo è passato nell’anima delle oltre 100mila persone presenti stasera, mercoledì 13 marzo, in piazza San Pietro a Roma, e dei miliardi di uomini e donne di ogni continente davanti alle tivù, che seguivano le prime parole del nuovo pontefice affacciato alla loggia centrale della basilica. 


E Papa Francesco, l’argentino Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires, religioso gesuita, ha stupefatto tutti sin dalle prime battute: “Fratelli e sorelle buonasera, voi sapete che il dovere del conclave era di dare un vescovo a Roma e sembra che i miei fratelli cardinali sono andati a prenderlo alla fine del mondo, ma siamo qui”. Come Giovanni Paolo II aveva detto che “veniva da molto lontano”, Francesco I addirittura ha parlato del suo paese come della “fine del mondo”, nel profondo del sud America. 

Ma la “geografia” del Papa è stata subito surclassata da un’altra novità epocale introdotta da Papa Francesco I. A un certo punto del suo saluto ha detto: “Adesso vorrei dare la benedizione, ma prima vi chiedo un favore. Prima che il vescovo benedica il popolo vi chiedo che voi preghiate Dio di benedire il vostro vescovo”. Ecco, a questo punto il silenzio è calato come tombale nella piazza, il Papa si è chinato davanti a miliardi di uomini, con umiltà e convinzione. Ha voluto come mostrare al mondo intero una verità che conoscevamo solo dalla dizione che lo qualifica nel codice canonico: cioè che il Vescovo di Roma è il “Servo dei servi di Cristo”. E ci è riuscito perché ha scioccato e commosso nel profondo quanti erano presenti, che mai si erano sentiti invitati a “chiedere a Dio di benedire il Papa”.


Felici di essere in piazza

La sera della fumata bianca si era aperta con un’attesa nella piazza carica di presagi ma anche fastidiosamente insidiata da pioggia e umidità scoraggianti. La gente stava rintanata sotto gli ombrelli, dentro i cappucci impermeabili. Tutti guardavano con trepidazione la magnifica facciata della basilica splendidamente illuminata. E parlando con qualcuno si coglieva l’eccezionalità del momento. “Sento che è un evento storico – ha detto Monica, una mamma ungherese presente in piazza col figlio di 9 anni Songor -. Siamo felici di essere qua, ci sentiamo fortunati. Dopo la fine dell’epoca precedente sotto il comunismo, nel mio paese c’è stata come un’esplosione di libertà religiosa, e tutti si dicono credenti. Questo è molto positivo. Ora speriamo che il nuovo Papa possa continuare nell’annuncio del Vangelo là dove non è ancora potuto arrivare”. Altre voci, altre sensibilità: Milde e Rosaria, dalla Sardegna, guardano al comignolo più famoso del mondo e dicono che stanno pregando la Madonna “perché ispiri i cardinali nella loro scelta del Papa per salvare la Chiesa”. Silvano Calabria, un anziano di Roma, credente, ma che nella sua vita “non è mai venuto ad assistere all’annuncio del nuovo Papa” dice di essere “molto emozionato”: “Il Papa vuol dire molto per noi romani, dovunque mi sono recato nel mondo la prima domanda che mi hanno fatto è stata sul Papa. Quindi conta molto per tutti”. 


Anche chi non crede è lì

C’è anche chi non crede, ma è ugualmente lì a questo stranissimo e singolare appuntamento: la coppia di sposi Marie e Benoit, francesi di Montpellier, sono a Roma per turismo e sono venuti a San Pietro “incuriositi e affascinati”. “Non siamo credenti - dichiarano - ma rispettiamo la Chiesa e pensiamo che sia importante il profilo del nuovo Papa, che sia moderno e aperto al mondo”. 

E un altro dei centomila presenti, il giovane prete, padre Antonio Lalu, indonesiano, non riconoscibile nei suoi abiti borghesi, si stupisce di essere contattato: spiega che si trova a Roma per un corso triennale in Comunicazioni sociali presso l’Ateneo della Santa Croce, retto dall’Opus Dei, e afferma: “Quello che vedo qui a San Pietro mi colpisce e commuove. La gente mostra di voler bene alla Chiesa, al Papa e di credere molto in Dio”. Questi sono piccoli scorci dell’umanità che ancora una volta si è radunata davanti alla basilica cuore della cristianità. Questi sono i “fratelli e le sorelle” cui Papa Francesco si è rivolto con un tono e con parole molto semplici e affettuose.


La fede del popolo

A voler tirare una sintesi - quanto mai inopportuna considerata la “sorpresa” di questo Papa così rivoluzionario da far pregare il mondo intero con il Padre Nostro, l’Ave Maria e il Gloria in diretta tivù nei cinque continenti - si potrebbe dire così: ancora una volta la Chiesa riesce a stupire il mondo intero. Non solo perché sceglie un Papa che nessuno si aspettava. Non solo perché questo Papa ha un cognome italiano, esattamente piemontese (i suoi antenati venivano da Portacomaro, provincia di Asti) e quindi piace subito agli italiani. Non solo perché è un gesuita, il primo Papa gesuita, ma che non sceglie il nome di Ignazio, bensì di Francesco, il santo dell’umiltà e della purificazione della Chiesa. Insieme a tutto questo, e lo si è percepito in piazza San Pietro, vedendo le bandiere argentine sventolare sotto la pioggia, la Chiesa ha allargato i suoi confini “visibili” raggiungendo con Papa Bergoglio il continente americano. Ha attraversato l’oceano, onorando il continente col maggior numero di cattolici. Ha scelto un Papa che ha lavorato da sempre per gli “ultimi”. 

Un Papa che è letterato, psicologo, filosofo e anche teologo, il gesuita plurilaureato e di grande cultura universale. Questa è la Chiesa che si è ritrovata nella Cappella Sistina e ha compiuto il suo dovere di scegliere il “successore di Pietro”. Ma è anche la Chiesa di popolo, commossa in piazza San Pietro stasera e commossa davanti alle tivù. Una anziana signora romana ha detto rientrando a casa in autobus. “Ci credo nella Chiesa, non sbaglia mai”. 

E’ la fede popolare, del “popolo di Dio” che cammina nella storia.


I poveri sono i suoi preferiti


Il presidente del consiglio nazionale dell’Azione cattolica, Emilio Inzaurraga: “Tiene sempre conto di tutti, ma con uno sguardo speciale sui più emarginati, che vengono considerati gli scarti della società”. E ancora: “è una persona molto semplice, di costumi molto austeri. In Argentina era facile incontrarlo in metro, in autobus, che viaggiava da solo, senza accompagnatori o autisti”


"Un uomo semplice ma forte, molto vicino al popolo, che ama profondamente la Chiesa e i poveri”: così Emilio Inzaurraga, presidente del Consiglio nazionale dell’Azione cattolica Argentina, raggiunto telefonicamente a Buenos Aires, racconta il nuovo Papa Francesco I. Inzaurraga lo conosce personalmente e lo ha incontrato diverse volte. 
Del cardinale Bergoglio descrive un ritratto inedito. 

Una grande sorpresa per il popolo argentino: come vi sentite?

“E’ una sorpresa enorme. Non riusciamo ancora a credere che il Papa sia argentino, siamo stupiti, contentissimi e pieni di speranza. 

E’ una grande emozione per tutti noi.  Siamo contenti perché conosce i problemi dell’Argentina, conosce la Chiesa latinoamericana. Ha molto carisma e ha lavorato molto bene. 

Il cardinale Bergoglio è sempre stato una persona molto vicina al popolo, ci ha sempre esortato alla missione e all’evangelizzazione. 

Una frase importante che ci ripete spesso è l’invito ad andare nelle ‘periferie’ a proporre Gesù. Penso che, in questo momento della Chiesa, darà un contributo significativo alla nuova evangelizzazione in tutto il mondo”.

E’ un grande cambiamento per la Chiesa?

“Sì è un grande cambiamento per la Chiesa di tutto il mondo. Come ha detto nelle sue prime parole, la Chiesa è andata a cercarlo ai confini della terra, al Sud del mondo. Aprire la porta della Chiesa al Sud del mondo: anche questo è un segnale importante. 

Ma credo che il nuovo Papa farà lo sforzo di tener conto di tutte le realtà”.

Il suo primo gesto significativo è stata la richiesta di essere benedetto dal popolo…

“Questo è un suo gesto caratteristico. Molte volte, quando abbiamo parlato, sia per telefono, sia personalmente, si congedava chiedendomi di pregare per lui. Lo fa con chiunque, che siano autorità, giornalisti o gente comune. E’ una persona molto semplice, di costumi molto austeri. In Argentina è facile incontrarlo in metro, in autobus, che viaggia da solo, senza accompagnatori o autisti”.

Un Papa latinoamericano che contributo darà alla Chiesa?

“Userà comunicazione molto diretta, un modo di esprimersi semplice. 

Penso che lavorerà molto con l’idea di essere un discepolo e un missionario, mantenendo la centralità in Gesù e la vocazione alla santità. Allo stesso tempo darà impulso alla missione, per portare questa proposta a tutti gli uomini di buona volontà. Approfondirà sicuramente il tema della nuova evangelizzazione”.

Avrà una speciale attenzione per la Chiesa dei poveri e i problemi dell’America Latina? 

“Assolutamente sì. I poveri sono i suoi preferiti. 

Tiene sempre conto di tutti, ma con uno sguardo speciale sui più emarginati, che vengono considerati gli scarti della società. 

Uno dei grandi problemi del mondo è l’estrema povertà, le tante disuguaglianze sociali. Penso che lavorerà molto perché questi temi diventino visibili e siano all’attenzione del mondo, per perseguire insieme il bene comune. E poi sì, credo che la scelta del conclave voglia dare attenzione alla realtà cattolica dell’America Latina”.

Come Francesco I affronterà le sfide più scomode nella Chiesa, come gli scandali pedofilia? Quale pensa sarà la sua linea?

“Credo che seguirà la linea di Benedetto XVI di tolleranza zero e allo stesso tempo starà attento alle sofferenze delle vittime, con uno sguardo misericordioso sui peccati ma con fermezza sulla giustizia. 

Sicuramente lavorerà molto sulla selezione dei candidati al sacerdozio, la formazione nei seminari”.

In sintesi, un uomo semplice ma forte…

“Sì un uomo semplice ma forte e che ama profondamente la Chiesa. 

Che Dio lo aiuti, noi preghiamo per lui”.


Ci ha fatto pregare

Don Piero Altieri: “Innanzitutto, c’è la gioia, quando celebrerò la messa in cattedrale, di poter di nuovo nominare il Pontefice, Francesco”. 

L’auspicio: “Vorrei che Papa Francesco servisse il Vangelo, riportandolo alla sua radicalità


Quando è apparso al balcone delle benedizioni, Papa Jorge Mario Bergoglio, piazza San Pietro è esplosa per la gioia. Un momento emozionantissimo per ogni cristiano. Ma come ha vissuto l’elezione del nuovo Papa un anziano sacerdote? Lo abbiamo chiesto a don Piero Altieri, canonico della cattedrale di Cesena e direttore editoriale del Corriere Cesenate.

Come sacerdote, cosa ha provato a sentire l’“Habemus Papam” e sapere che è stato scelto Jorge Mario Bergoglio?

“Dal 1° marzo, come sacerdote, mi sentivo a disagio la mattina, quando celebravo la messa e dovevo saltare il nome del Papa. Innanzitutto, c’è la gioia, quando celebrerò la messa in cattedrale, di poter di nuovo nominare il Pontefice, Francesco”.

Cosa pensa della scelta del nome? Per la prima volta abbiamo un Papa di nome Francesco.

“Mi sarei aspettato più facilmente la scelta di questo nome, se fosse stato eletto Papa il cardinale di Boston, Sean O’Malley. Bergoglio, invece, è un gesuita. Cosa vuol dire, allora, questo nome? Da tempo si parla di nuova evangelizzazione. Andando indietro nel tempo, nel Medioevo, c’è stato un momento di grande crisi della cristianità, una società che rischiava di perdere la fede nel cuore e nell’agire degli uomini. Allora c’è stato il ‘Vangelo sine glossa’, predicato, annunciato, testimoniato da Francesco. Quindi, la scelta del nome di Francesco mi sembra molto significativa nel nostro tempo, perché indica che anche oggi c’è bisogno di evangelizzare. È un segnale che il nuovo Papa vuole dare per un ulteriore impulso a questo cammino della nuova evangelizzazione che il Pontefice emerito Benedetto XVI ci aveva proposto. Papa Francesco ci invita a percorrere questa via della fede, a partire da Roma, come punto di riferimento storico del cristianesimo, che si è diffuso poi nel Vecchio Continente e sulle sponde del Mediterraneo. Papa Bergoglio è un gesuita: all’indomani della frattura operata a causa della riforma protestante, proprio i missionari della Compagnia di Gesù hanno portato l’annuncio del Vangelo non solo in Europa, ma anche nel nuovo mondo, nelle Americhe, nelle Indie, in Cina, in Giappone”.

Oltre alla novità del nome, è stata anche la prima volta che un Papa ha pregato, al momento del saluto iniziale, con un Padre Nostro, un’Ave Maria e un Gloria: per lei questo cosa ha significato?

“All’inizio Papa Bergoglio era molto serio, poi dopo, quasi da buon parroco, potremmo dire, o meglio da buon vescovo, ci ha invitato a pregare. Ci ha fatto pregare! Immagino che il maestro delle cerimonie pontificie sia stato preso un po’ alla sprovvista, quando ha capito che non riusciva più a ‘controllare’ Papa Francesco, secondo il protocollo. Ho trovato anche ‘rivoluzionario’ che, oltre a pregare insieme, ci abbia chiesto di pregare per lui, facendo silenzio. 

Ed è stato bellissimo che piazza San Pietro e via della Conciliazione, stracolme di gente, come tutte le persone collegate grazie ai mezzi di comunicazione da tutto il mondo si siano fermate in un religioso silenzio a pregare per il Papa. C’è stato silenzio e ognuno ha pregato, a modo suo, per il nuovo Successore di Pietro. Io stasera sono a casa di mio cognato: ci siamo messi tutti in piedi a abbiamo pregato. Anche quando, alla fine, Papa Francesco ha detto ‘domani ci rivedremo’, ci ha proposto un cammino come ha fatto Gesù, duemila anni fa, con i discepoli. Certamente, dopo lo scossone profetico che Benedetto XVI ha dato con le sue dimissioni, il Papa dovrà mettere ordine nella curia, ma soprattutto dovrà attingere alla collegialità del governo della Chiesa. E mi sembra che con questi gesti abbia già dato dei segnali”.

Papa Francesco ha anche parlato del “cammino” da fare insieme come vescovo di Roma e come popolo, un cammino di fratellanza, amore, fiducia reciproca, nella preghiera l’uno per l’altro. Come sacerdote come coglie questo invito?

“A me ha colpito molto quando il Papa emerito Benedetto XVI ha parlato delle divisioni che deturpano il volto della Chiesa. 

Papa Francesco non è tornato esplicitamente su queste piaghe, ma, dicendo di avere fiducia gli uni negli altri e di volerci bene, è come se avesse detto che possiamo superare la crisi e servire il Vangelo nella misura in cui ci sentiamo uniti al Signore, nella fratellanza, amore e fiducia reciproca”.

Lei cosa vorrebbe che realizzasse questo Papa?

“Come sacerdote, ma condividendo certamente questo desiderio con tutto il popolo di Dio, vorrei che Papa Francesco servisse il Vangelo, riportandolo alla sua radicalità, senza tante sovrastrutture che si sono incrostate nella nostra vita e prima ancora nella nostra educazione, tarpando un poco quella libertà che il Signore ci ha donato. Come si è presentato stasera Papa Francesco, in questo senso, promette bene. Sembrava di vedere, per certi aspetti, la simpatia di Giovanni Paolo I e la bonomia di Giovanni XXIII. È stato bello sia come ha esordito stasera, con un semplice buona sera, e come ha salutato, con un altrettanto semplice buona notte, annunciando poi il desiderio di voler andare a pregare la Madonna perché custodisca tutta Roma. 

Mi è piaciuto anche che il Papa abbia voluto subito connotare questo servizio petrino alla Chiesa di Roma”.


L’umiltà in un nome

Francesco è anche nome di riforma della Chiesa. La vera riforma, quella possibile ed efficace perché non mette in pericolo l’unità e la pace interna. “La mia gente è povera e io sono povero’’


Un Francesco sul seggio papale non si aspettava. L’abbiamo sempre immaginato e visto negli affreschi ai piedi, in umile e rispettosa reverenza, davanti a Papa Innocenzo o Onorio. Ora invece è nel trono più alto. Tutto il mondo lo guarda ed è ai suoi piedi. Ma quale trono!? Egli si china e chiede la benedizione del popolo, prima della sua benedizione invocata sul popolo. “Nomen est omen”, il nome è un presagio. Quando è scelto, se non è nome d’arte o di teatro, è programma. Una scelta chiara di campo, di stile di vita e d’impegno. Tutti sanno chi è Francesco nella e per la Chiesa. Diciamo di più, Francesco nel e per il mondo: “Vir catholicus” e “vere apostolicus”, un uomo universale, un universale concreto, personale. Nel suo nome si ritrovano amanti della natura e dell’ambiente, operatori di pace e tutto il mondo della povertà e dell’emarginazione.

San Francesco si convertì incontrando i lebbrosi e oltre alla povertà ebbe il dono di poter fare misericordia, cioè di poter amare con sentimenti vivi e profondi. Nel Testamento afferma che fu il Signore Dio a condurlo tra i lebbrosi: feci con loro “misericordia” - scrive - e “ciò che prima mi sembrava amaro divenne dolce come il miele”. Francesco d’Assisi ha un forte legame con il Pontefice romano che egli chiamava semplicemente il signor Papa, e si recò da lui per ottenere l’indulgenza della Porziuncola e l’approvazione della regola per i suoi frati.

Francesco è anche nome di riforma della Chiesa. Questa parola, di cui tanti hanno paura, è stata intesa da Francesco come un compito a lui affidato dal Crocifisso di san Damiano, che gli parlò e gli disse: “Francesco, va’, ripara la mia casa che è in rovina”. Una parola forte che, ripetuta oggi nel contesto dell’elezione di un nuovo Pontefice romano, suscita risonanze molteplici e pertinenti. La parola del Crocifisso di san Damiano suona anche più forte e impegnativa di quella usata dal Concilio Vaticano II, ove afferma che la conversione del cuore e la riforma della Chiesa, insieme alla preghiera, sono le condizioni essenziali della vita e dell’unità della Chiesa, anche nella prospettiva dell’unione tra tutti i battezzati.

Nella prospettiva del rinnovamento della Chiesa possiamo anche intravvedere la continuità con Benedetto XVI, ispirato a un altro Santo umbro, Benedetto da Norcia, anch’egli per vie diverse, secondo le esigenze di epoche tra loro molto distanti (più di sette secoli di distanza l’uno dall’altro) impegnato a elaborare un modello di vita secondo il Vangelo e a costruire un’Europa cristiana. Il rinnovamento della Chiesa che il movimento originato da Francesco operò all’interno della Chiesa nel segno dell’umiltà e dell’obbedienza è riconosciuto come la vera riforma o meglio il vero tipo di riforma possibile ed efficace perché non mette in pericolo l’unità e la pace interna.

In una dichiarazione del cardinale Bergoglio di qualche tempo fa abbiamo letto: “La mia gente è povera e io sono povero”, per spiegare il motivo per cui abitava in un appartamentino a Buenos Aires e si preparava la cena da solo. Leggiamo anche che ai preti raccomandava di tenersi lontani da “quella che De Lubac - un gesuita come Bergoglio - chiama mondanità spirituale”, che significa “mettere al centro se stessi”.

La scelta del nome Francesco mi pare anche un segnale di affetto verso Benedetto XVI, ancor più di quanto sarebbe stato se avesse scelto il nome di Benedetto XVII. Sono, infatti, due scelte di novità e di stacco dall’immediato per una dilatazione dell’orizzonte e una ricerca di ciò che è originario, radicato nel solco di una tradizione che continua a dare frutti di vita spirituale e di orientamento pastorale. Sono nomi che varcano i confini degli ordini religiosi, delle Congregazioni e di tutto ciò che sa di recinto chiuso e limitato da cui qualcuno possa sentirsi escluso.

Con Francesco è collegato lo “spirito di Assisi” e quell’apertura ai popoli e alle religioni impegnate per la pace. 

Se Benedetto XVI ha detto che la violenza non è causata dalle religioni ma dalla mancanza della presenza di Dio nella società, nello spirito di Assisi troviamo l’annuncio della pace portato fino oltre i confini della cristianità come è avvenuto nella visita di Francesco al sultano d’Egitto. Tutto ciò e molto altro ancora in nome di un nome, Francesco, che, a Dio piacendo, non sarà stato scelto invano.


L’'Angelus che non c’è

A Castel Gandolfo, Benedetto è quanto mai presente


di FABIO ZAVATTARO


Sono in piazza san Pietro, in questa domenica senza Angelus recitato dal Papa. Prima sono stato a Castel Gandolfo, dove il Papa, il Romano Pontefice emerito, si trova in attesa che sia pronta per lui la residenza all’interno del Vaticano. Si respira un’aria diversa, in piazza San Pietro; gli occhi sono rivolti alla finestra dello studio del Papa, quasi ci si aspettasse di vedere il suo volto, di ascoltare la sua voce, il suo invito ad accompagnarlo in questa ultima parte del cammino del pellegrino Joseph Ratzinger, per quasi otto anni Pontefice. 

Le sue parole, quelle poche pronunciate il tardo pomeriggio del 28 febbraio, restano nella memoria; un Papa che prima si era definito un semplice umile lavoratore nella vigna del Signore e che ora parla da pellegrino. Immagine che riporta alla mente altre parole che il cardinale Carlo Maria Martini amava ripetere, e cioè, che le età della vita, nel proverbio indiano, sono quattro: la prima è l’età in cui si impara, si apprende. È l’età che accompagna le tante domande dei bambini e nascono dal desiderio di capire, dalla curiosità e dalla meraviglia che suscita l’esperienza della esistenza. Il secondo passo è l’età in cui si insegna ciò che si è appreso, è l’età della giovinezza, dei grandi sogni. La giovinezza è anche il tempo dei grandi amori e delle grandi speranze. Poi arriva la terza età, il tempo in cui ci si ritira nella foresta, per il proverbio indiano. È l’età adulta, il tempo in cui l’uomo ha una visione più ampia della realtà. Il tempo in cui andare nella foresta non come fuga dalla realtà, ma come tempo per capire meglio la realtà. Quanto più si cresce in responsabilità, sembra dire a tutti noi il proverbio indiano citato spesso dal cardinale Martini, tanto più è necessario avere un tempo per riflettere, momenti di ritiro e di silenzio. 

Infine l’ultima fase della vita è individuata nella uscita dalla foresta, tempo in cui la persona, da anziano, impara a mendicare, cioè si rende conto che la vita ha altri ritmi; che ad un certo punto si deve avere il coraggio di accettare i limiti e accogliere come dono l’aiuto dell’altro, e godere di questo fatto.

Diceva il cardinale Carlo Maria Martini: “I vecchi devono imparare a ritirarsi dalle loro responsabilità e contemplare maggiormente l’unità delle cose”. Ecco allora che la scelta di Papa Benedetto - permettetemi ancora di chiamarlo Papa e non Papa emerito - è di quelle che fanno riflettere, che lasciano il segno. Che anticipano i tempi. Il Papa non lascia, continua in altro modo: non lo vediamo, ma è ancor più presente di quando si affacciava per la preghiera dell’Angelus, perché le sue parole oggi fanno memoria, ci interrogano, ci fanno riflettere. E non solo le parole che chiedono di scegliere tra l’io e Dio.

Benedetto XVI, dunque, sceglie di rinunciare, lo abbiamo sentito, perché, dice, ci vuole un Papa meno anziano e con maggiori energie. Ma sono le energie fisiche che stanno scemando. Le parole danno maggiore forza e nuove energie: “la Chiesa è un corpo vivo, animato dallo Spirito Santo e vive realmente dalla forza di Dio. Essa è nel mondo, ma non è del mondo: è di Dio, di Cristo, dello Spirito”.

A Castel Gandolfo il Papa rimane celato alla gente, ma quanto mai presente; e si avverte in questa prima domenica senza Angelus. Fedeli e turisti hanno voluto salire nella cittadina dei colli romani proprio per fermarsi nella piazza davanti il palazzo che da 400 anni accoglie il Papa nei suoi soggiorni estivi, e nei momenti di riposo. È una presenza che si avverte, dicevo; ma che è rispettata nella sua riservatezza, nella volontà di essere lontano ma quanto mai vicino. 

Nel giorno del suo compleanno, lo scorso anno, ricordò il suo battesimo e fece una riflessione sull’acqua della fonte battesimale: “Penso che possiamo considerare quest’acqua - disse il 16 aprile 2012 a Castel Gandolfo - come un’immagine della verità che ci viene incontro nella fede: la verità non simulata, ma incontaminata. Infatti, per poter vivere, per poter diventare puri, abbiamo bisogno che ci sia in noi la nostalgia della vita pura, della verità non travisata, di ciò che non è contaminato dalla corruzione, dell’essere uomini senza macchia”.

Un Papa che pensa e parla così non lascia, non si ritira a “vita privata”; sceglie un altro modo per essere accanto alla chiesa, ai fedeli. Un altro modo di essere Papa. Non Romano Pontefice emerito, dunque, ma Papa che prosegue, nella preghiera e nel silenzio, il suo compito di pastore.



Noi laici, saremo docili


La speranza che sia l’alba di una nuova primavera per l’annuncio cristiano, e in qualche modo per la Chiesa


di PAOLA DAL TOSO


Inizia oggi il primo incontro dei cardinali che nei prossimi giorni sono chiamati a eleggere il nuovo Papa.

Da laici viviamo con grande emozione questo momento del tutto inedito. Siamo consapevoli che quanto sta accadendo ci fa sentire protagonisti di eventi che mai avremmo immaginato di attraversare nella nostra esistenza. 

Il succedersi dei giorni precedenti al momento preannunciato della partenza di Benedetto XVI ha determinato un’attesa davvero densa di sentimenti e di senso, che coinvolge davvero tanti in tutto il mondo. Per una volta, in particolare i laici, sono uniti da un’attesa che con il ritiro del Papa emerito a Castel Gandolfo sposta il suo baricentro dall’attenzione concentrata su un momento mai vissuto prima, alla consapevolezza dell’importanza della scelta del suo successore, intuendo quasi che l’esito finale può cambiare i destini del mondo.

Come laici non siamo tesi a venire a conoscenza prima possibile del nome del nuovo Papa, non ci interessa il “toto Papa”, puntare a indovinarne il nome. Non ci pieghiamo a ipotesi varie o illazioni fatte in questo periodo. Leggiamo quanto avvenuto nell’ottica cristiana, certi che sia tutto a beneficio della Chiesa. Chiunque sarà chiamato, è comunque soggetto scelto da Dio. Fin da ora al nuovo Papa promettiamo docilità, amore sempre più vivo per la Chiesa, comunione nel costruire il cammino.

Siamo proiettati in un’attesa piena di grande emozione perché percepiamo che l’evento che stiamo vivendo è storico, rappresenta una svolta nella consuetudine della vita ecclesiale e proprio per questo necessita di una maggiore preghiera. Fin dall’11 febbraio numerose aggregazioni laicali hanno avviato varie iniziative per invitare i propri associati ad elevare preghiere allo Spirito Santo, invocando la sua luce ed il suo aiuto, nella certezza, come ha continuamente ricordato Papa Benedetto XVI, che il Signore è nella barca della Chiesa.

L’impegno della partecipazione a una più intensa preghiera non solo pone tutti noi laici in comunione con i cardinali chiamati a discernere la volontà di Dio, ma contribuisce a rafforzare la nostra fede nella Chiesa e ci fa anche crescere nella reciproca relazione ecclesiale, ci fa vivere una maggiore fraternità comunionale, rafforza e rende più salda l’unità nella diversità dei carismi. L’attesa di un nuovo Papa pone al laicato l’occasione per una riflessione culturale sul significato di una “presenza” e di un senso di “appartenenza” e di impegno alla “comunione ecclesiale” non formale, ma sostanziale.

Nello stesso tempo, la trepidazione nel vedere quell’attesa fumata bianca è caratterizzata dal profondo senso di riconoscenza e gratitudine per quanto Dio ha voluto donare attraverso Benedetto XVI, il cui esempio di umiltà ci sollecita come laici a riflettere sul modo di servire la Chiesa ed il mondo nella totale disponibilità a dare gratuitamente tutto di noi stessi, nella libertà interiore di essere semplicemente “servitori inutili”. Esprimiamo l’affettuosa vicinanza a un Papa che ora sceglie di salire in solitudine, da semplice pellegrino, dedicandosi ancora di più alla preghiera e alla meditazione, l’ultimo tratto del cammino terreno che lo porterà all’incontro definitivo con Colui per il quale ha deciso di spendere tutta l’esistenza. 

La preghiera di supplica invoca lo Spirito perché a lui docile, il Collegio cardinalizio possa eleggere un Pastore che, sulla scia della profondità spirituale, dell’umiltà e della santità di Papa Benedetto, sappia condurre la Chiesa a un’autentica vita evangelica di comunione, di povertà evangelica, e la lanci verso un dialogo autentico con il mondo, con le diverse culture e religioni, con ogni uomo che cerca, come a tentoni, orizzonti di senso, di vita e di gioia autentica.

Nell’avvertire il bisogno di un’autentica conversione e di rinnovata spinta evangelizzatrice adeguate alla realtà del terzo millennio, risulta ravvivata anche la speranza che “non delude” perché continuamente sostenuta dallo Spirito che ci è dato in dono. Benedetto XVI ci ha ripetuto che la Chiesa che non è sua né nostra, ma del Signore e Lui è presente in essa. “E il Signore non la lascia affondare; è Lui che la conduce”. Con certezza nulla può offuscarla perché Dio non ha fatto mai mancare la sua luce, il suo amore a tutta la Chiesa che “è un corpo vivo, animato dallo Spirito Santo e vive realmente dalla forza di Dio. Essa è nel mondo, ma non è del mondo: è di Dio, di Cristo, dello Spirito”. Nell’Anno della Fede e del Giubileo del Concilio, come laici ci sentiamo chiamati a rinnovare e rafforzare “la ferma fiducia nel Signore, ad affidarci come bambini nelle braccia di Dio, certi che quelle braccia ci sostengono sempre e sono ciò che ci permette di camminare ogni giorno, anche nella fatica”.

Dopo l’esperienza forte che ci ha riempiti, prima di sgomento, poi a poco a poco di fiducia nel futuro dandoci la sensazione di trovarci dinanzi ad un gesto profetico, che mette in evidenza valori evangelici che parlano anche ai non credenti, la speranza di noi laici è quella di trovarci all’alba di una nuova primavera per l’annuncio cristiano, e in qualche modo per la Chiesa. 

Auspichiamo che il futuro Papa possa stimolare in noi laici una presenza critica e profetica nella storia, “provocarci” a vivere in modo da rispondere a tali domande e proprio per questo in comunione ecclesiale e docili al magistero petrino, dal quale sentirci sollecitati ad essere testimoni per attestare come la fede costituisca l’unica risposta agli interrogativi che la vita quotidiana pone ad ogni uomo e ad ogni donna.


Le chiavi nelle mani giuste


Gli occhi di due Papi sulla Cappella Sistina: il “Trittico romano’’ di Karol Woityla con l’introduzione di Joseph Ratzinger. Gli arrivi dei cardinali. Preghiere speciali e adorazione perpetua per l’elezione del nuovo Papa


In questi giorni, l’immagine che idealmente e concretamente ricorda di più il Conclave imminente, è la Cappella Sistina, così come viene descritta da Giovanni Paolo II nel 2003, nel suo poema “Trittico Romano”. Al centro della meditazione in forma poetica di Karol Wojtyla – ha ricordato padre Federico Lombardi, direttore della sala stampa della Santa Sede nel briefing di oggi - c’è la contemplazione della Cappella Sistina, con un riferimento molto esplicito all’esperienza del Conclave. 


Gli occhi di due Papi 

Nell’introduzione della “Universi Dominici Gregis”, la Sistina viene descritta da Giovanni Paolo II come un luogo “ove tutto concorre ad alimentare la consapevolezza della presenza di Dio, al cui cospetto ciascuno dovrà presentarsi un giorno per essere giudicato”. Nell’epilogo della seconda composizione del “Trittico romano”, Karol Wojtyla fa una meditazione contemplativa della Cappella Sistina, facendo riferimento esplicito all’esperienza del Conclave: “Tu es Petrus, a te conserverò le chiavi del Regno. La stirpe, a cui è affidata la tutela del lascito delle chiavi, si riunisce qui, lasciandosi circondare dalla policromia sistina, da questa visione che Michelangelo ci ha lasciato. Era così nell’agosto e poi nell’ottobre, nel memorabile anno dei due conclavi, e così sarà ancora, quando se ne presenterà l’esigenza dopo la mia morte”. L’introduzione al “Trittico Romano” è stata scritta da un altro Papa, allora il cardinale Joseph Ratzinger, che scrive: “Dagli occhi interiori del Papa emerge nuovamente il ricordo dei Conclave dell’agosto e dell’ottobre 1978. Poiché anch’io ero presente, so bene come eravamo esposti a quelle immagini nelle ore della grande decisione, come esse ci interpellavano; come insinuavano nella nostra anima la grandezza della nostra responsabilità. Porre queste chiavi nelle mani giuste: è questa l’immensa responsabilità in quei giorni”. 


Tutto è pronto 

“I lavori nella Cappella Sistina non sono ancora iniziati, ci sono ancora i visitatori nei Musei vaticani e nella Cappella”, ha detto padre Lombardi. Nella costituzione apostolica “Universi Dominici Gregis”, infatti, al n. 51 si legge che “sarà cura del Collegio cardinalizio” fare in modo che “tutto sia previamente disposto”: manca, dunque, il “mandato formale a curare i lavori”, che prima di lunedì 4 marzo, data della prima Congregazione generale, “non è previsto”. I tecnici del Governatorato vaticano, ha assicurato tuttavia il portavoce vaticano, “hanno già preparato tutto il materiale necessario, in modo tale che quando ci sia la decisione siano pronti a partire”. La segreteria di Stato, intanto, ha consegnato alla Camera apostolica i sigilli e l’anello del Papa, in modo che possano essere annullati. 


Cardinali in arrivo

“A Roma risultano risiedere normalmente 75 cardinali, e fino ad oggi 66 cardinali che non risiedono a Roma hanno comunicato la loro residenza a Roma e sono arrivati”. Aggiornando i giornalisti sui numeri dei porporati che parteciperanno lunedì alla prima Congregazione generale, padre Lombardi ha precisato che “alcuni di loro arrivano nei giorni prossimi, altri stanno arrivando, altri ancora arriveranno anche dopo la prima Congregazione”. “Prima di lunedì alla prima riunione – ha informato il portavoce vaticano – non avremo un conto preciso. Ci saranno anche cardinali che non parteciperanno, elettori o non elettori, per motivi di salute o infermità. Lunedì verificheremo”. 


Un clima di preghiera

Si attende il nuovo Papa “in un clima di preghiera”. Ad assicurarlo ai giornalisti è stato padre Federico Lombardi, direttore della sala stampa della Santa Sede, che nel briefing di oggi ha ricordato che, durante il periodo di Sede Vacante, nel canone della Messa non si fa la menzione della preghiera per il Santo Padre, e a Roma non si fa neanche la preghiera per il vescovo. Il cardinale Angelo Comastri, arciprete della Basilica vaticana, interpellato dal portavoce vaticano ha però reso noto che “tutte le sere, prima della messa nella basilica di San Pietro alle ore 17, si fa una preghiera specifica per il Collegio dei cardinali in preparazione all’elezione del nuovo Papa”, oltre alla professione di fede connessa all’Anno della Fede. Sempre a San Pietro, nella Cappella del Santissimo, c’è l’adorazione permanente dalle ore otto alle ore sedici di ogni giorno. In questi giorni, inoltre – ha informato padre Lombardi sulla scorta del card. Comastri – sono arrivate tre religiose contemplative dal Messico per l’adorazione permanente davanti al Santissimo, “proprio per pregare per la Chiesa e per l’elezione del Sommo Pontefice”. 



EDITORIALE 

Non tifare 

per lo sfascio

Domenico Delle Foglie


Non che si abbia paura dell’Europa, ma con l’Europa bisogna fare i conti. E del giudizio dell’Europa non si può non tenere conto, non fosse altro che per il rilievo economico finanziario che ogni sospiro dei capi di Stato e di Governo ha sulla tenuta dello spread e in generale sulle performance dei Paesi deboli, come l’Italia oggettivamente è.

Non sorprende, quindi, l’iniziativa del premier tecnico Mario Monti, di invitare a Palazzo Chigi i leader dei tre principali partiti italiani (Pd, Pdl e M5S) in vista del consiglio europeo del 14 marzo. Un appuntamento vicinissimo al quale il governo italiano ha il dovere di presentarsi con un’idea di Europa che possibilmente goda della convergenza delle principali forze politiche italiane. Andare in ordine sparso e sparare a palle incatenate sul proprio esecutivo e sul governo europeo non solo non è uno spettacolo commendevole, ma soprattutto è un comportamento politicamente suicidario.

Dietro questa mossa di Monti si intravede la sagoma del Quirinale. Una presenza tanto più solida e rassicurante nelle ore difficili della Repubblica, nelle quali tutti i tentativi di dialogo sembrano scontare ancora il clima arroventato della campagna elettorale. I cittadini guardano al Colle, e al suo inquilino, come un sigillo di garanzia per la tenuta democratica del Paese e per la qualità del dibattito pubblico. Nei giorni a venire, è la speranza che si fa strada nell’opinione pubblica più avvertita, le polveri dello scontro elettorale pian piano si depositeranno per lasciare spazio a una riflessione più pacata, magari lontana dai riflettori di un’informazione ancora troppo urlata e poco pensata. 

È possibile immaginare che dagli incontri separati di Monti con Bersani, Berlusconi e Grillo, e in particolare dalla qualità del dialogo che si svilupperà a Palazzo Chigi, il presidente della Repubblica potrà trarre alcune indicazioni preziose in vista delle consultazioni per la formazione del nuovo governo. La saggezza di Giorgio Napolitano non è in discussione, così come il suo desiderio di garantire all’Italia un posto fra i Grandi in Europa e nel Mondo, ma a condizione di tenere unito il Paese attorno a un’idea di comunità solidale che sa trovare dentro di sé le risorse morali per fronteggiare anche la più grave delle crisi istituzionali che l’Italia sia stata chiamata a vivere. Lo spettro dell’ingovernabilità certamente lo angustia, ma ancor più lo rende pensoso il rischio di uno sfilacciamento della coesione nazionale se, all’interno delle forze politiche, vecchie e nuove, emergono e si consolidano egoismi di partito che fanno perdere di vista il bene comune. Che in questo preciso momento, coincide con la costruzione di un governo in grado di preparare il futuro attraverso un’immediata svolta riformista. Il Quirinale, come tutti noi cittadini responsabili, immagina e spera che il governo futuro possa contare su una maggioranza in grado di dotare il Paese di una legge elettorale che garantisca governabilità e rappresentatività. Che possa mandare un segnale di speranza al Paese con interventi fiscali in grado di dare ossigeno immediato alle famiglie e ai lavoratori. Che sappia traghettare il Paese per un periodo congruo a garantire un fisiologico ricambio delle classi dirigenti, così che i vecchi partiti si riassettino e i nuovi si sperimentino nell’Agorà.

Nessuno può e deve tifare per lo sfascio nella speranza, mal riposta, di lucrare sulle macerie delle istituzioni, dell’economia e della società. Questa consapevolezza talvolta si appanna quando vecchi e nuovi pregiudizi prendono il posto del realismo. Se qualcuno non l’ha ancora capito, la casa brucia. E se tutti i pompieri non collaborano, non possono bastare neppure la saggezza e la lungimiranza del presidente della Repubblica. Questa è l’ora dell’orgoglio repubblicano.    


TRACCE

          

Emanuele Carrieri

Non sono

scherzetti


Il voto è il diritto politico per eccellenza ed è strettamente legato alle nozioni di democrazia e di sovranità popolare: va accettato, sempre e comunque, da tutti perché è nelle mani dell’unico sovrano ossia del popolo. 

Ma, oltre che essere accettato, va anche decifrato, decodificato, perché è un dovere di tutti capire, capire fino in fondo. 

All’indomani di questa ultima tornata elettorale, un dato appare inequivocabile: questa volta non solo non ha vinto nessuno, davvero nessuno, anche se, come consuetudine comanda, tutti si danno da fare per gridare ai quattro venti il contrario, ma il pericolo che a essere sconfitto sia il Paese è veramente fondato. Il rischio della ingovernabilità è indiscutibile e anche se, dalle manovre politiche e dalle macchinazioni parlamentari, un esecutivo di transizione verrà tirato fuori, non è sicuramente di questo che il Paese ha necessità. 

Appare chiaro a tutti che tutte le questioni e tutte le tematiche relative alla urgente riforma dell’intero sistema elettorale sono argomenti sui quali avviare più di una riflessione. 

La prima è, a dir poco, lapalissiana. La legge elettorale peggiore di tutta la storia dell’umanità e dell’universo mondo ha sortito l’effetto peggiore, cioè non mostrare quello che una qualsivoglia legge elettorale dovrebbe assicurare: una foto istantanea, quasi un fermo immagine, del Paese e, di conseguenza, un Parlamento che rappresenti le reali percentuali e la volontà dei votanti. Questo perché, a suo tempo, si manomise e si falsificò il meccanismo e in tutti questi anni, per motivazioni molto spregevoli, non si è voluto modificare. 

Così un voto nel Trentino Alto Adige o in Sicilia non è considerato, per il suo effetto concreto, come un voto in Piemonte o in Puglia. In realtà, la situazione che viene fuori dalle consultazioni elettorali rischia di vederci disapprovati inflessibilmente dal resto dell’Europa che sta per tornare a marchiare il sistema Italia come inaffidabile. 

Questo vuol dire arrivederci agli investimenti, arrivederci alla stabilità, arrivederci alla credibilità anche dei nostri imprenditori che, sempre più faticosamente, vanno all’estero e si troveranno, nuovamente, a dover dare risposte a imbarazzanti interrogativi sulla qualità del voto manifestato dal Paese. Provate ad andare all’estero e a spiegare le machiavelliche alchimie della politica italiana, provate a far capire, con parole comprensibili, come è fatta la legislazione elettorale attualmente in vigore nel Paese, definita “una porcata” dal suo stesso ideatore, l’allora Ministro per le Riforme Istituzionali Roberto Calderoli. Congelata, almeno fino a questo momento, la profezia di un militante politico tarantino – una persona con capacità intellettiva, tenacia, rigore morale e senso di responsabilità – il quale, all’indomani delle elezioni politiche del 1994, disse: “Per rimanere, daranno il voto ai cani, ai gatti e addirittura ai pesciolini rossi”, rimane il fatto che tanta parte dell’elettorato si è fatto ingannare con le fraudolente promesse: in molti, soprattutto anziani e pensionati, si sono presentati di buon mattino e hanno pure pazientemente fatto la fila agli uffici postali, avendo fra le mani la famigerata lettera per il rimborso dell’IMU. 

Rimane il fatto che, tranne rare eccezioni, la politica, anche questa volta, si è trasformata in uno spettacolo televisivo di pessimo gusto. Rimane il fatto che questa è una vera e propria comodità per tutti, anche per il nuovo che conquista terreno a colpi di slogan: il vero problema è che è molto più facile raccontare favole del libro dei sogni che raccogliere quanto si è seminato. 

La vera minaccia è quella della sopportazione passiva, del convincimento serpeggiante che questo Paese non abbia raggiunto, nella vita di tutti i giorni, una cultura democratica consapevole e una società davvero civile. 

È vero che questi due elementi si costruiscono attraverso l’esempio, ma è altrettanto vero che, tutti così presi dalla luce abbagliante, dal rumore assordante e dal fumo soffocante dei fuochi pirotecnici postelettorali, abbiamo perso di vista la gravità di uno scandalo politico senza precedenti: l’acquisto, per mezzo di comode rate, del governo del Paese. Rimangono i fatti e i fatti dicono che la caduta di un governo fu comperata con una vagonata di euro, ma dicono anche che, in una democrazia, questi comportamenti sono reati, non sono scherzetti. 


Elezioni e degrado della politica:

gli italiani 

si sono vaccinati?


di Silvano Trevisani


Anche questa campagna elettorale è scaduta nei toni da Strapaese, che subiamo ormai da anni. E lo show, impostato da qualcuno, finisce per corrodere tutti. 

Ormai siamo abituati a non avere più ideali ma solo “simpatie”. E illusioni


Mentre ci avviciniamo al giorno fatidico, cominciamo già a fare i conti con una campagna elettorale deludente. 

Che non lascia intravedere una chiarificazione del quadro politico italiano: un ennesimo capitolo di una ancora latente lotta di classe che per ora alimenta, ma in maniera confusa, una nuova fase di questa eterna campagna elettorale che esprime tutte le insoddisfazioni del popolo italiano.

Di lotta di classe latente si può parlare dal momento che il Paese registra, col passare degli anni, una sempre maggiore distanza tra ricchi e poveri e tra Nord e Sud e dal momento che le politiche di governo, da molti anni ormai a questa parte, hanno puntato ad accrescere questo divario attraverso le scelte economiche indirizzate all’esasperazione del mercato, all’accentuato liberismo guidato dal capitalismo e allo smantellamento del cosiddetto “stato sociale”.

Aver consentito la trasformazione del dibattito elettorale in uno show, nel quale si cerca di far presa sugli elettori attraverso esibizioni di forzata simpatia, promesse strombazzate come slogan non per esser credibili, o persino mostrando di amare gli animali, tutto per attirare la simpatia o per far semplicemente “sognare”, come sta avvenendo anche in questi giorni… insomma: aver strizzato l’occhio invece di illustrare programmi politici realistici e credibili, non può che produrre risultati iniqui.

Persino dibattere sulle fantasiose promesse di arricchimento generale, di restituzione delle tasse tramite gli uffici postali, della creazione di “quattro milioni di nuovi posti di lavoro”, non fa che alimentare questa perversione tutta italiana. Come si fa a dibattere sulle favole!? A contrastare con il realismo di chi ci giura che saremo tutti felici dei semplici “sogni”?

Forse che qualcuno sarebbe riuscito a convincere con le parole e i ragionamenti i vecchi “comunisti staliniani” di una volta, che la Russia di Stalin era un immenso lager in cui pochi dirigenti se la spassavano nella generale miseria? E che il sogno dell’eguaglianza era solo una presa in giro? No: se non avessimo sbattuto la testa contro le macerie del muro di Berlino non avremmo fatto (tutti noi) i conti con la realtà.

E forse così accadrà agli italiani che sognano ancora un paese di Bengodi dove tutto è possibile: dove tutti diventano artisti televisivi, tutti usufruiscono dei servizi pubblici lasciando pagare le tasse solo a dipendenti e pensionati, e così via.

Purtroppo, però, la campagna elettorale, soprattutto grazie alla legge “porcellum” che fa scegliere i parlamentari solo a Berlusconi, Grillo, Monti, ma anche a Bersani e ai ristretti vertici degli altri partiti (anche quelli più piccoli!), è risuonata come una campana rotta, mentre i milioni di indecisi si chiedono tra di loro: “Ma a chi dobbiamo votare?”. Chi? Chi promette che saremo felici? Chi accarezza i cani? Chi difende con le unghie e coi denti un posto di lavoro che ormai non c’è più? Chi dobbiamo votare? Cosa orienterà gli indecisi che sono i più “labili” e i più pericolosi?

Avremmo voluto sentire altre cose in campagna elettorale: che le banche devono rimettere in giro i soldi presi dell’Europa (che poi sono sempre i nostri!) senza strozzare le imprese; che gli speculatori della Borsa, grande iattura del capitalismo attuale, devono essere scoraggiati con strumenti fiscali; che la corruzione politica va combattuta con gli stessi strumenti della lotta alla mafia (a cominciare dal sequestro dei beni) e non favorita da un reticolo di leggi ad personam; che la politica deve costare molto ma molto di meno; che l’Ilva deve mettere a disposizione i soldi del risanamento o restituire al Paese un’azienda che aveva ricevuto in dono. Questo avremmo voluto sentire, ma ancora una volta il dibattito è girato attorno a grandi pagliacciate, a scontri folklorisitici cui la politica si è ridotta.

Se almeno ci fossero state le preferenze, ognuno di noi avrebbe potuto dare il suo voto alla persona da cui si sentiva rappresentata, che si sarebbe impegnata a occuparsi della sua terra. Si dirà, ed è vero, che la preferenza alimentava il clientelismo, ma, consentiteci di dirlo con un po’ di cinismo e molto realismo: almeno lo spalmava sul territorio. Il clientelismo di oggi invece è centralizzato, è molto più grave e si pianifica solo nelle segreterie o nelle stanze dei bottoni, dove si decidono le grandi spartizioni. Che purtroppo sono una triste realtà, così come afferma la Corte dei conti: la corruzione è la voce di spesa più grave del Paese, e in essa si innestano gli interessi mafiosi e criminali. Non è un caso che le mafie stiano lasciando i loro luoghi di origine per trasferirsi nei posti in cui si organizza il consenso: a Roma come a Milano! Alla Borsa, soprattutto! Dove le immense ricchezze della mafia di lavano per infettare sempre più l’economia.

E allora, cosa accadrà? Secondo gli analisti, proprio la frattura che il Paese sta conoscendo provocherà la nascita di un governo debole e non in grado di attuare le riforme necessarie a rilanciare lo sviluppo. Al Senato – si dà per scontato - non ci sarebbe una maggioranza in grado di garantire governabilità. E quindi si tornerebbe a votare al massimo entro un paio d’anni. Nel frattempo gli italiani avranno aperto gli occhi e si saranno vaccinati anche dai sogni a occhi aperti? Chissà. Ma forse no.

Da cattolici, allora, siamo sempre più convinti che i credenti dovrebbero rendersi protagonisti di una nuova cultura politica, ma intesa come servizio alla comunità e come esaltazione dei legami tra gli uomini che fondano la convivenza civile, non certo come autopromozione basata sul fallace presupposto di essere migliori degli altri che, in quanto possessori della verità possono diventare superiori a ogni giudizio.

Persino la lezione di Benedetto XVI può mostrarci che la grandezza di un uomo si può misurare anche dalla forza di mettersi da parte. Quanti politici, meno grandi di lui, avrebbero bisogno di immergersi in questo bagno di umiltà!


La rinuncia 

di Benedetto XVI


Il papa ha annunciato al Concistoro la decisione. Dal 28 febbraio, alle ore 20,00, la sede di Roma sarà vacante. Poi il Conclave con l’elezione del nuovo Sommo pontefice


"Ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro, a me affidato per mano dei Cardinali il 19 aprile 2005, in modo che, dal 28 febbraio 2013, alle ore 20,00, la sede di Roma, la sede di San Pietro, sarà vacante e dovrà essere convocato, da coloro a cui compete, il Conclave per l’elezione del nuovo Sommo pontefice”. È l’annuncio dato da Benedetto XVI questa mattina durante il Concistoro per la canonizzazione dei martiri di Otranto. La dichiarazione ufficiale è riportata da Radio Vaticana. 

“Vi ho convocati a questo Concistoro non solo per le tre canonizzazioni, ma anche per comunicarvi una decisione di grande importanza per la vita della Chiesa. Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio - ha detto il papa -, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino. Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando. Tuttavia, nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato”. 

“Carissimi Fratelli, vi ringrazio di vero cuore per tutto l’amore e il lavoro con cui avete portato con me il peso del mio ministero - ha concluso il pontefice -, e chiedo perdono per tutti i miei difetti. Ora, affidiamo la Santa Chiesa alla cura del suo Sommo Pastore, Nostro Signore Gesù Cristo, e imploriamo la sua santa Madre Maria, affinché assista con la sua bontà materna i Padri Cardinali nell’eleggere il nuovo Sommo pontefice. Per quanto mi riguarda, anche in futuro, vorrò servire di tutto cuore, con una vita dedicata alla preghiera, la Santa Chiesa di Dio”.



Necessario un salto culturale. Bisogna smetterla di considerare la persona al rango di “fattore di produzione”

ECONOMIA

Con l’etica nel motore

 

di Nicola Salvagnin


Necessario un salto culturale. Bisogna smetterla di considerare la persona al rango di “fattore di produzione” 

“Non tutti i modelli di economia di mercato sono amici della persona umana”, dice l’economista Stefano Zamagni che da tempo sta conducendo una battaglia sempre meno solitaria contro una visione delle cose che ha progressivamente relegato la persona quasi in secondo piano rispetto all’Economia. Usiamo la maiuscola perché le “regole di buon funzionamento della casa” sono diventate sempre più norme etiche, di un’etica che privilegia il profitto a scapito dell’uomo.













  

E allora ben venga quel passaggio che il cardinal Bagnasco ha dedicato alla cosiddetta bioeconomia nella sua recente prolusione, insomma a un’economia che metta l’etica della vita nuovamente in primo piano. Non solo a parole, ma con fatti che intacchino quell’individualismo su cui poggia l’attuale modello oramai imperante in ogni dove. Abbiamo tutti accettato (perfino i comunisti cinesi) le regole del libero mercato, le migliori per coniugare sviluppo economico con progresso sociale. Ma certe declinazioni del libero mercato sembrano tendere al profitto quale unico obiettivo; privilegiare il denaro che frutta denaro, a qualsiasi costo. E così non va bene, ce ne stiamo accorgendo sempre più chiaramente in questi anni di crisi globalizzata.

Non va bene considerare la persona umana semplicemente come un fattore di produzione, un costo da comprimere o tagliare a servizio del raggiungimento di un profitto; non va bene disinteressarsi degli effetti che la corsa all’arricchimento ha sulle persone, addirittura su interi popoli; non va bene dimenticare i valori della solidarietà, della tutela dei più deboli. Non va bene dimenticare le potenzialità che le politiche economiche hanno (si pensi al fisco) sulla famiglia, ad esempio. O sulla natalità.

Non va bene perché ne avvertiamo sulla pelle, giorno dopo giorno, le conseguenze negative. E se non vanno bene tutte queste cose, allora vediamo in positivo su cosa puntare la nostra attenzione e i nostri sforzi. Perché le alternative ci sono.

C’è un modo di stare nel libero mercato che guarda anzitutto alla persona più che al profitto, senza dimenticarsi dello stesso: si guardi alle cooperative e al loro modo di lavorare. Sono state le uniche realtà a non licenziare, anzi ad accrescere un po’ l’occupazione in questi ultimi anni, sacrificando magari l’utile aziendale; non delocalizzano all’estero, non sfruttano le persone che vivono in un altro Paese appunto per guadagnare di più; non impoveriscono così il territorio che le ha fatte crescere. 

C’è una fetta di mondo finanziario (si pensi alle banche di credito cooperativo) che hanno scelto di lavorare fianco a fianco dei clienti, più che ad inventare fanta-finanza per far esplodere gli utili. Magari guadagnando poco, ma senza avere problemi con il Codice civile, o penale.

Ma in generale in tutte le aziende si deve prestare attenzione non solo al salario dato al lavoratore, e al profitto dell’imprenditore. Ci sono modalità di lavoro che valorizzano la persona umana, altre che la snaturano, la deresponsabilizzano, la alienano; ci sono comportamenti che rispettano, anzi promuovono il vivere sociale; che tutelano le esigenze familiari, le prospettive di vita.

Esempi? Infiniti. Dalle modalità in cui si svolgono i cicli produttivi (si pensi per esempio agli orari), ai rapporti con la proprietà fino al coinvolgimento dei lavoratori nella gestione dell’azienda; dalla creazione di strutture interne o di servizi che vengano incontro alle persone (asili nido, aiuti alle mamme, welfare aziendale), alla flessibilità che fa conciliare esigenze differenti, fino alla lotta a una precarizzazione che è solo sfruttamento indiscriminato. 

E non vogliamo dimenticarci di una fetta di economia tanto negletta dagli aedi del Pil, quanto fondamentale per il vivere umano: quel Terzo settore che già qualificarlo come terzo (dopo i privati e lo Stato) fa capire l’ordine d’importanza che gli si dà. Non genera (grandi) profitti sul capitale monetario investito, ma enormi profitti sul “capitale umano” di cui si occupa: istruzione, formazione, sanità, cura degli anziani, dei disabili, di chi è in condizioni di disagio. 

Non è un tappabuchi – anche se troppo spesso in Italia viene così delimitato – ma il cemento di una società che potrà competere sul Pil solo se ha tutti i mattoni messi nel modo giusto. Una società di persone, non di consumatori o di “fattori di produzione”.


RAPPORTO EURISPES 


“Low cost” all’italiana


di Mario Panico


Sobri ma non troppo. 

Bruni: “Non cambiano gli stili di vita”. 

Marsico: “Non pauperisti ma valoriali”


Spesso i numeri rendono l’idea meglio delle parole. Stando ai dati Istat, sono circa 50mila i senzatetto in Italia. Nella stessa ricerca si specifica che sono 47.648 le persone che hanno utilizzato almeno un servizio di mensa o accoglienza notturna in 158 comuni italiani. Le persone senza dimora sono per lo più uomini (86,9%), la maggioranza ha meno di 45 anni (57,9%), nei due terzi dei casi hanno al massimo la licenza media inferiore e il 72,9% dichiara di vivere solo. La maggioranza è costituita da stranieri (59,4%) e le cittadinanze più diffuse sono la rumena (l’11,5% del totale delle persone senza dimora), la marocchina (9,1%) e la tunisina (5,7%).

Tra queste percentuali c’è anche Manuel, che dall’Ungheria è arrivato in Italia per realizzare il suo sogno: diventare direttore di un ristorante. Prima di partire si è laureato in Turismo e marketing agroalimentare, ma una volta superate le Alpi ha scoperto che la sua laurea non era riconosciuta.  “Ci credevo davvero, ma mi sono ritrovato a dover fare a botte, ogni notte, per un posto sul pavimento della stazione”. Esordisce così, senza troppi giri di parole, dopo aver salutato alcuni suoi compagni di strada, vicino la mensa dei poveri della chiesa del Carmine, in via Cavour.  In un italiano costretto dall’accento dell’Est racconta la sua storia. È in queste condizioni perché non è riuscito a trovare un impiego dignitoso che gli permettesse di avere anche solo una stanza tutta sua. Vorrebbe ritornare al suo paese, ma è combattuto: aveva promesso che ce l’avrebbe fatta,  che sarebbe diventato uno specialista nella ristorazione. Ma non è stato così. Alza le spalle, non trova le parole per spiegare, ma la delusione gli scava il volto. Ha voglia di farsi una doccia, di farsi la barba e vestirsi ordinato. 

Sente la mancanza dei piccoli gesti quotidiani che ora profumano di dignità. Una vita come tante, una povertà che non si ferma davanti ai titoli di studio, al sacrificio di una vita, alla professionalità e la passione. Storie che sembrano lontane anni luce, ma che sono lì, a pochi metri dal centro. Diversa la storia di Asef, che  oggi ha 28 anni. Arrivato in Italia, dal Marocco, circa un anno e mezzo fa. Dopo aver vagabondato per tutta la penisola in cerca di lavoro, è arrivato nella Città dei due mari, dove ha deciso di rimanere, stanco e rassegnato per la sua condizione. La stazione era la sua nuova casa, tutto ciò che possedeva era un a coperta di lana da custodire gelosamente, soprattutto nelle notti d’inverno, per evitare che qualche altro clochard potesse rubargliela.

Nella vita di Asef un ruolo da protagonista l’ha avuto l’Associazione benefica Fulvio Occhinegro. È stato grazie al loro intervento che il ragazzo ha potuto ricominciare, lasciandosi alle spalle le notti alla stazione.

L’incontro è avvenuto quando l’associazione Abfo, con l’aiuto di don Francesco Mitidieri, ha allestito un centro per accogliere i senzatetto. Tra gli ospiti c’era anche Asef. “Ci siamo subito resi conto che era un ragazzo speciale. Che con il suo sguardo buono aveva molto da donare”. Questa è stata la prima impressione che ha avuto il dottor Andrea Occhinegro. E non si sbagliava. Dopo un lungo periodo di recupero, oggi Asef è uno dei volontari di punta della squadra dell’associazione, che dalla scorsa settimana si occupa del centro accoglienza per i senzatetto nel rione Salinella. Ha anche iniziato a lavorare, con la piena soddisfazione della famiglia Occhinegro.

 «Lui ce l’ha fatta». 


Molte analisi volgono al pessimismo, 

ma il risultato dipende dal coraggio


Molte ombre compaiono nel mondo del lavoro e dei consumi, degli studi e delle imprese. Le analisi inanellano dati preoccupanti per la società italiana. Ci sono strade diverse per affrontare la realtà: lasciarsi schiacciare dalle difficoltà, abbandonarsi alle illusioni oppure intravedere un germe di futuro nella notte.

Oggi sembra di trovarci dentro una camera oscura, dove appariva il negativo delle foto su pellicola, come sarà l’immagine definitiva dipende dalla combinazione di realtà e nostre capacità. Il risultato dipende dal nostro coraggio.

Certo il punto di partenza è delicato. Ci sono le indicazioni del Rapporto Eurispes che racconta di famiglie in difficoltà: il 53,5% degli intervistati sostiene di non essere in grado di sostenere il proprio nucleo familiare; il 73,4% ha visto contrarsi il proprio potere d’acquisto; quasi tutti, il 91,8% hanno limitato le uscite fuori casa per arginare i consumi. La crisi economica si fa sentire, come evidenzia anche UnionCamere, quando denuncia la chiusura di 146mila imprese nello scorso anno.

In pochi giorni scopriamo da un documento del Cun (Consiglio universitario nazionale) che in 10 anni il numero degli studenti negli atenei è diminuito del 17%. Quasi in contemporanea una ricerca di Datagiovani, su elaborazione dati Eurostat, ci dice che nel mercato del lavoro la presenza dei giovani, tra i 15 e i 24 anni, è diminuita del 32%, passando dagli 8,9 milioni del 1991 ai quasi 6 milioni del 2011.

Incoraggiano le parole della prolusione al Consiglio episcopale permanente del cardinale Bagnasco, nelle quali possiamo trovare un punto di partenza: “È il sistema che va posto in discussione - il meccanismo consumi-spesa-debito pubblico – abbandonando la logica delle illusioni che ha fatalmente mostrato la propria assoluta inadeguatezza morale e pratica. C’è da rivoluzionare il modello grazie al supporto di un pensiero nuovo, fermamente convinti che il lavoro è definitorio dell’umano: esso… consente il dignitoso so stentamento, contribuisce alla costruzione della società, esprime le potenzialità di ciascuno nell’armonia generale, genera futuro per tutti”.

I segni di speranza ci sono. Si pensi al vitale supporto delle reti familiari che continuano a sostenere quasi il 30% dei lavoratori, dice ancora l’indagine Eurispes; oppure ai giovani che investono in nuove forme di economia: l’agricoltura biologica, le energie alternative.

Ci sono tracce di un nuovo pensiero, come ama chiamarlo Edgar Morin: lo indica anche la presenza dei gruppi di acquisto solidale che si formano nel nostro Paese. Tutte queste esperienze indicano nuove e concrete logiche per l’economia.


Gioia d’esser ...secondi


Nell’armonioso rapporto tra fede e carità, tutte le nostre umane salite e discese


Nasciamo uomo o donna ma dobbiamo diventare persone, crescere per dispiegare quanto ricevuto, comprendere i nostri talenti e afferrare, procedendo nella storia personale, familiare e di tutta l’umanità, quale tonalità debba assumere nel grande mosaico della storia la nostra personale tessera. Papa Benedetto in questa Quaresima che si sta aprendo, ci offre la chiave preziosa, ci indica quel “come” che tanto travaglia i nostri desideri, cui troppo spesso, per carenza d’illuminazione, di principi saldi, non riusciamo a dare forma: l’armonioso rapporto fra “fede e carità”.

Eppure a questo, soprattutto, è chiamata la persona; se percorriamo il messaggio papale nei suoi quattro passaggi essenziali:

- “La fede come risposta all’amore di Dio”: non costruzione umana, neppure teologica e tanto meno filosofica o etica, ma “personale adesione - che include tutte le nostre facoltà - alla rivelazione dell’amore gratuito e ‘appassionato’ che Dio ha per noi e che si manifesta pienamente in Gesù Cristo”. Tutta la persona ne viene coinvolta e magnetizzata, diventa ardente nelle due direzioni che plasmano il quotidiano: verso Dio e verso i fratelli. Dinamiche che s’intrecciano e diventano feconde e sfociano nella “coscienza di essere amati, perdonati, addirittura serviti dal Signore, che si china a lavare i piedi degli Apostoli e offre Se stesso sulla croce per attirare l’umanità nell’amore di Dio”. Non è una risposta data una volta per tutte, una sorta di etichetta incollata per qualificare un prodotto, è un’urgenza mobile, sempre vivace e attiva che sollecita alla donazione di sé, unica strada percorribile per la costruzione autentica e vera della persona.

- “La carità come vita nella fede”: l’urgenza è variegata “di stupore e gratitudine di un’inaudita iniziativa divina che ci precede e ci sollecita”. È il varco che, oltrepassato, fa conoscere l’amicizia con Dio. Indubbiamente punto di arrivo ma non traguardo, photofinish, statico, sì trampolino di lancio che qualifica l’esistenza e le fa comprendere che, “quando noi lasciamo spazio all’amore di Dio, siamo resi simili a Lui, partecipi della sua stessa carità”. Il tempo della nostra storia si trasfigura nel tempo in cui, in sinergia lieta e sicura, l’amore di Dio e l’amore della persona si compenetrano, s’illuminano e la trasformazione della struttura umana di peccato si ritrova a essere colmata di grazia, cioè di amicizia, che non tarpa la persona e non la depaupera, ma le spalanca davanti un orizzonte vastissimo in cui “la fede ci fa riconoscere i doni che il Dio buono e generoso ci affida; la carità li fa fruttificare”.

- “L’indissolubile intreccio tra fede e carità”: il nostro Pastore traccia la mappa della trappola, e fin qui si tratta solo di un rilievo, passando poi al cammino da percorrere nella mappa per non rimanere impantanati: “Per una sana vita spirituale è necessario rifuggire sia dal fideismo che dall’attivismo moralista”. Riprendendo l’antico, ma pur sempre attuale simbolo, tipico di ogni antropologia, papa Benedetto a quell’imprinting umano, con un colpo di pollice segna il percorso cristiano: “L’esistenza cristiana consiste in un continuo salire il monte dell’incontro con Dio per poi ridiscendere, portando l’amore e la forza che ne derivano, in modo da servire i nostri fratelli e sorelle con lo stesso amore di Dio”. È ben chiaro, allora, che nessuno di noi umani può dirsi “Marta” senza essere “Maria”, se così fosse cadremmo in due estremi l’uno da robot multiuso, l’altro da meccanismo fuori uso per il non uso! In noi vivono e convivono le due dimensioni che “devono coesistere e integrarsi”. Ricordandoci sempre che noi siamo “secondi”, anche se vorremmo sempre e comunque essere “primi”, l’errore di prospettiva può dimostrarsi una tentazione continua, una sfida che logora, da cui bisogna uscire come dal risucchio di una sabbia mobile con un colpo deciso di tallone: “La priorità spetta sempre al rapporto con Dio e la vera condivisione evangelica deve radicarsi nella fede”.

Allora saremo veramente “secondi” perché le nostre opere di carità, pur essendo nostre, le percepiremo non come “frutto principalmente dello sforzo umano”, in cui il nostro ego si troverebbe solo lusingato ma ancora chiuso in se stesso, “ma nascono dalla stessa fede, sgorgano dalla Grazia che Dio offre in abbondanza”. Egli “primo”, noi “secondi”.

- “Priorità della fede, primato della carità”: abbiamo salito il Monte e lo abbiamo ridisceso, i passi sono i nostri passi, contati sul sentiero ma il cuore dov’è? Dov’è tutta l’adesione della persona? Si concentra in un grido che accogliamo come dono: “Abbà! Padre”, cui rispondiamo, offrendo il nostro (secondo!) dono: “Maranatha!”. “Infondendo in noi la carità, lo Spirito Santo ci rende partecipi della dedizione propria di Gesù: filiale verso Dio e fraterna verso ogni uomo”. Ancora una volta non è architettura pensata e studiata in proprio dalla persona, dalla società, è ben altro: è sigillo del Battesimo, è ardore dell’Eucaristia.

Cristiana Dobner


Il fotografo ‘umanista’


A Roma la personale di Robert Doisneau


Disegnava, Robert Doisneau, con la macchina fotografica. Come un pittore attento, fissava dietro l’obiettivo i momenti di quotidianità che animavano la sua città. Unico scopo: renderli eterni. E amava farlo a Parigi, nella Ville Lumière, che ha catturato scatti sublimi, quelli con i quali il grande fotografo ha saputo conquistare anche le ultime generazioni, rapite, incuriosite, a volte commosse e ipnotizzate dal suo dolce stil novo visivo.

Più di duecento le foto esposte fino al 10 febbraio, in via Nazionale a Roma, al Palazzo delle Esposizioni, tutte scattate nella capitale francese tra il 1934 e il 1991, non ordinate cronologicamente ma raggruppate per temi, tessere diversissime che compongono un mosaico in bianco e nero, con le mille sfumature dei grigi tipici della città e della vita. 

Soprattutto i baci rubati, e non a caso la foto più famosa di Doisneau, l’appassionato bacio sulla piazza dell’Hotel de Ville del 1950, è diventata un simbolo degli innamorati di tutto il mondo. Sosteneva: “Io non rubo le immagini, ma le immagini vengono a me come delle amiche”. Un bacio costato caro all’artista. Divenuta un successo mondiale, scatenò una curiosa caccia al soggetto: tutti si rivedevano nella foto, chi nello sfondo, chi nell’auto, facendo causa all’artista francese.  Finì in tribunale, Doisneau. Durante il processo, tenutosi un anno prima della sua morte, la verità venne a galla: i protagonisti della foto erano due attori dilettanti in cerca di notorietà e amici del fotografo, Jacques Carteaud e Francoise Bornet.

L’attrice fu pagata nel 1950, con una stampa originale, che vendette all’asta 55 anni dopo, per circa 150.000 euro. Ma c’è ancora qualche inguaribile romantico che grida al complotto guardando la naturalezza travolgente dei due amanti. 

Non aveva fretta, Doisneau. Con passo lento, passeggiava, camminava per ore, arrivando dovunque. Oppure, aveva “il coraggio di piazzarsi in un punto” e restarvi immobile a lungo, per devozione al momento. Ha fissato così attimi indimenticabili della Parigi capitale dell’arte e della cultura, quella occupata e umiliata, quella dell’orgogliosa rinascita. Raccontare per immagini una città che si stava trasformando, che riempiva di specchi le facciate dei suoi palazzi, riflettendo se stessa. 

“Ho molto camminato per Parigi – ebbe a dichiarare il fotografo - prima sul pavé e poi sull’asfalto, solcandola in lungo e in largo per mezzo secolo”. Un artista itinerante, un po’ giornalista e un po’ poeta, che parte dalla realtà per dare inizio al suo romanzo visivo, fatto di geometrie e di sinuosità, fatto di volti che indirizzano punti di vista.

Ci sono i ‘famosissimi ‘nelle sue fotografie, ritratti mentre lavorano, mentre si perdono nella loro quotidianità. Intrappolati nel rettangolo: Picasso, Coco Chanel, Giacometti, Juliette Gréco, Colette, Simone de Beauvoir, Yves Saint-Laurent, Christian Dior . E poi le anonime prostitute del Passage de la Trinité, i bistrot di Parigi, le strade di Parigi, i giardini di Parigi, le gallerie d’arte di Parigi, la torre di Parigi, le panchine e le sedie di Parigi, gli innamorati di Parigi. Parigi. 

Un racconto facile, mai banale. Dettagliato, diretto, godibile per tutti.  E torna volta utile, anche per lui, la frase immortale di un altro francese, Marcel Proust nella Recherche: “La fotografia acquista un po’ della dignità che le manca, quando cessa di essere una riproduzione del reale e ci mostra cose che più non esistono”.

Eppure la fotografia era un rifugio, la tana in cui rinchiudersi quando i due occhi erano ciechi. “Il mondo che cercavo di mostrare era quello in cui mi sarei trovato bene, abitato da persone cordiali e colmo della tenerezza che bramo. Le mie foto costituivano una prova della possibile esistenza di quel mondo”. C’è scritto su un muro, vicino alle fotografie grigie che ritraggono la silhouette della Tour Eiffel, simbolo e riconoscimento di una città vissuta, amata e vista. 

Merci, monsieur Doisneau! Solo grazie. 

Mario Panico

EDITORIALE 


Civiltà politica


Nelle parole del cardinale Bagnasco invito all’unità per il futuro del Paese


250px-Cardinale_Angelo_BagnascoParlare di politica si può. Talvolta, parlare di politica e di elezioni si deve. Dall’attesa prolusione al Consiglio permanente della Cei del cardinale Angelo Bagnasco emerge un quadro dai contorni ben definiti. Da un lato viene posta in rilievo la soggettività della Chiesa e del mondo cattolico italiano, dall’altro si delinea una realistica analisi della realtà nazionale, ovviamente allargata in una prospettiva europea e “globale”. 

Ecco allora l’osservazione fondamentale, per cui, riprendendo le parole del Papa, la “questione sociale è diventata radicalmente questione antropologica”. Alla crisi economica infatti si aggiungono i temi della biopolitica, da affrontare in un quadro e in un modo coerente.

Il cardinal Bagnasco con pacatezza e con passione sottolinea “i fondamenti che non sono confessionali, come si insiste a dire, ma semplicemente di ordine razionale”. Così, “è necessario che in un momento elettorale si certifichi dove essi trovano dimora”. Il catalogo è ben presente e ancora una volta il presidente della Cei lo ribadisce: “Si tratta della vita, dal suo concepimento alla morte naturale, dunque la rinuncia all’eutanasia comunque si presenti, la libertà di coscienza e di educazione, la famiglia basata sul vincolo del matrimonio tra l’uomo e la donna, la giustizia uguale per tutti, la pace”. Sono il criterio per orientarsi nella scelta elettorale e nello stesso tempo, radicati “oltre che nella ragione, nella nostra stessa Costituzione”, sono i riferimenti, “unitivi” e non “divisivi” per un futuro cui bisogna lavorare con convinzione, con pazienza, con realismo, con passione. 

“Chiunque si rifà al bene comune immediato non può non considerarli per ciò che sono, ossia valori non derogabili sul piano della civiltà politica, pena un arretramento antropologico e sociale. Perché la Chiesa insiste tanto? Perché ha a cuore l’uomo!”.

Una Chiesa che il cardinal Bagnasco ribadisce essere sempre più impegnata, a partire dal suo radicamento nella quotidianità e nei territori, nella nuova evangelizzazione, per un “profilo più missionario”. La riscoperta dell’identità cristiana e della sequela personale del Signore rappresenta d’altra parte anche una valorizzazione delle risorse, dell’identità e del tessuto connettivo della società italiana, a partire dalla famiglia, “naturale e insostituibile moltiplicatore di ogni più piccola risorsa”.

Perché, al di là dell’appuntamento elettorale, “occorre che il Paese non esorcizzi la realtà”. Il Paese “è stanco di populismi e reticenze di qualunque provenienza e comunque vestiti”, ma ha le risorse per guardare avanti.

“Il prossimo vaglio elettorale ci renderà più o meno poveri? Ecco un modo, a nostro avviso non banale, per affrontare le scadenze all’orizzonte. Va da sé che qui stiamo parlando di indigenza o di benessere secondo il prevalente profilo antropologico”. Questo è il punto. Il cardinal Bagnasco spinge alla partecipazione e constata che urgono risposte, da tutti. Perché c’è tanto lavoro da fare e ci sono orizzonti di speranza da costruire, con coerenza.


TRACCE

Dov’è tuo fratello?


di Emanuele Carrieri























La meraviglia, forse, non è stata causata dalle quasi mille persone che hanno preso parte al funerale di Prospero Gallinari, il brigatista rosso morto per un malore nel box della sua casa. Lo stupore e le successive polemiche, probabilmente, sono stati determinati dalla commemorazione, dai saluti con il pugno chiuso, dallo sventolio delle bandiere rosse con l’emblema della falce e del martello, dall’Internazionale eseguita in coro, dall’utilizzo di qualche espressione magniloquente, dalla presenza di qualche ex brigatista, a questo punto attempato, e di qualche esponente politico, candidato alle prossime elezioni. “Quel funerale con tanti ex terroristi a pugni chiusi rappresenta comunque una vittoria della democrazia”. Queste parole sono state pronunciate da Andrea Casalegno, giornalista e scrittore, figlio di Carlo Casalegno, vicedirettore de “La Stampa” di Torino, ammazzato, il 16 novembre del 1977, nel corso di un agguato da parte di un commando di brigatisti. 

Un regime, come quello che i brigatisti pensavano di combattere, avrebbe impedito il funerale, le bandiere, i cori, persino la nostalgia per quella stagione di sangue. Al contrario, è stata un’ulteriore dimostrazione del loro gigantesco errore: i brigatisti combattevano contro uno Stato che dopo aver vinto, gli permette di onorare i loro morti, come vogliono, dicendo quel che vogliono, facendo quel che vogliono. Ma se tutto ciò è vero e tutti sappiamo che è vero, è altrettanto vero che non si può chiudere la questione in modo approssimativo e semplicistico. Non si può ridurre quello che è avvenuto negli anni Settanta e Ottanta alla semplice violenza irragionevole da parte di un raggruppamento di schegge impazzite, fuoriuscite dal sistema democratico. La decodificazione, di comodo, degli anni di piombo vuole vedere i brigatisti come un incidente di percorso e semplifica l’estremismo di sinistra degli anni Settanta e Ottanta alle Brigate rosse – ma c’erano anche Prima linea, i Nuclei armati proletari, il Gruppo 22 ottobre, la Brigata 28 marzo, le Unità Comuniste Combattenti e altri gruppi estremistici, per esempio – e le Brigate rosse al rapimento, al sequestro e all’uccisione del presidente del Consiglio nazionale della Democrazia cristiana Aldo Moro. E tutto ciò dimostra che il nostro Paese non solo non è stato capace di vivere fino in fondo e di elaborare seriamente un lutto ma nemmeno un semplice pensiero. È doloroso ammettere che il nostro Paese non ha voluto né potuto pensare al terrorismo e, purtroppo, non ha mai fatto i conti fino in fondo. In Italia si è fatta strada un’illusione, che corrisponde proprio alla fantasia dei brigatisti: che si possa superare quello che hanno fatto come se nulla fosse successo. Ma, lo sappiamo tutti, non è così, non può essere così. Pagata la pena si è liberi, finalmente liberi, ma permangono le responsabilità, perché gli effetti dei loro gesti si vedono ancora e quindi rimane, sullo sfondo e inevasa, la domanda che chiunque si dovrebbe porre. Perché? Perché avvenne tutto ciò? Perché migliaia di giovani fecero ricorso alla violenza in quegli anni e perché il loro miraggio rivoluzionario fece così tanta presa in estese fasce della popolazione? Quali furono le parole, i silenzi, le realizzazioni, le omissioni – della famiglia, della scuola, dell’università, della società, dell’informazione, della carta stampata, della televisione, dell’impresa, dell’associazionismo, del sindacato, dei partiti, dell’economia, della politica, dello Stato – che scaraventarono tanti giovani nella notte del piombo? E sarebbe tempo che questo Paese dialogasse apertamente degli anni di piombo e iniziasse a porsi qualcuna di queste domande. Perché quel che più conta non è tanto scongiurare qualunque rischio di rimozione di una così sconvolgente esperienza vissuta dal nostro Paese quanto di non prenderla in esame seriamente, per poter prevenire non tanto il ripetersi di quegli avvenimenti e la domanda “Caino, dov’è tuo fratello Abele?” quanto la domanda, molto più seria, “Abele, dov’è tuo fratello Caino?”.


Taranto, una città con il fiato sospeso


I dati sulla situazione in Puglia sono allarmanti. Tra coloro che sono colpiti direttamente dalla crisi, però, ci sono molti che non rinunciano ad un elevato tenore di vita e finiscono nei guai


di Silvano Trevisani


L'intensità della povertà nella Puglia è pari al 20,3%, mentre il 21,1% delle famiglie pugliesi vive in uno stato di povertà relativa, il quinto risultato più elevato a livello nazionale, che si inserisce nel preoccupante quadro del Sud Italia, in cui la percentuale sale addirittura al 23%, il doppio della media nazionale, quasi cinque volte quella registrata al Nord. Per tacere della povertà assoluta: il 6,7% del Mezzogiorno rappresenta una soglia di estrema attenzione, che impone interventi mirati e urgenti.

Sono questi i dati che, per quanto ci riguarda, emergono dalle statistiche nazionali presentate, nei giorni scori, dalla organizzazioni sindacali che, naturalmente, se segnalano un netto e progressivo peggioramento delle condizioni di vita in tutto il Paese dimostrano, come si evince facilmente dai dati sopra indicati, una accentuazione al Sud e specificatamente nella nostra regione. La Puglia, che qualcuno definì la “California del Sud”, sta purtroppo conoscendo una fase di rapido declino, a causa della crisi che tocca un po’ tutti i settori produttivi, a partire da quelli dell’industria e del commercio.

In questo quadro a tinte fosche, Taranto si ritaglia come al solito un ruolo “particolare”, anche in conseguenza della vicenda Ilva che sta minando molte sicurezze, senza lasciar intravedere ancora risposte risolutive in nessuna direzione: né in quella del risanamento né in quella della piena ripresa produttiva, nella direzione indicata dalle autorità di governo e giudiziarie.

Solo pochi mesi fa avevamo sottolineato, commentando i dati della Caritas Italiana, come gli interventi per fornire beni materiali per la sopravvivenza ai poveri che ne fanno richiesta, siano aumentati, nei primi sei mesi del 2012012, del 44,5% rispetto al 2011 e che tra coloro che si rivolgono alla Caritas, aumentano casalinghe (+177,8%), anziani (+51,3%) e pensionati (+65,6%).

Nei giorni scorsi, il direttore della Caritas Diocesana, don Nino Borsci, in un’intervista apparsa sul “Corriere del giorno”, ha sottolineato come il numero di coloro che si rivolgono all’istituzione di carità aumenti di 15/20 unità ogni settimana, e che la situazione diventa ogni giorno più difficile anche per le mense dei poveri, ragion per cui si sta puntando a organizzare una giornata specifica del Banco alimentare. Il direttore della Caritas ha anche sottolineato come, nonostante sussista un accordo a livello nazionale tra la Cei, la Conferenza episcopale italiana, e l’Abi, l’organismo che riunisce le banche italiane, in virtù del quale gli istituti di credito possono avere tutte le garanzie necessarie, il cosiddetto “prestito della speranza” da erogare a famiglie che sono in grosse difficoltà economiche, non decolla e in molti casi le famiglie ormai a rischio di sostentamento, o che vivono momenti drammatici in occasioni di ricoveri urgenti e operazioni salvavita non riescono a decollare.

E qui entra in ballo uno dei gravi problemi che sta colpendo l’economia italiana ma, nello specifico, anche il nostro territorio: il ruolo delle banche. Non è questo il caso di proporre analisi macro economiche sul ruolo principale che le banche hanno avuto anche nello scatenarsi di questa crisi che sta investendo tutto l’Occidente (i cui effetti si stanno dimostrando anche in questi giorni con la vicenda del Monte dei Paschi di Siena), ma è evidente che l’indisponibilità delle banche ad allargare i cordoni delle borse (pur riempite congruamente con le risorse ricavate dal fisco) sta creando gravi danni a tutta l’economia, provocando per la mancata concessioni mutui, di prestiti e di ogni tipo di sostegno sia il fallimento di molte aziende, sia la stagnazione generalizzata.

In controtendenza, in questo contesto, sono forse solo le banche di credito cooperativo. Recentemente, il presidente della Bcc di Taranto, Lelio Miro, in occasione del decennale dell’ancora giovane istituto, ha dichiarato che, nel sostegno alle imprese e alle famiglie, si è registrati un incremento del credito erogato pari al 70% solo negli ultimi due anni di crisi spaventosa in cui il resto del sistema si è chiuso in difesa centellinando le risorse.

Ma è interessante, e può aiutarci a riflettere, un’altra valutazione fatta dallo stesso Miro della realtà tarantina, che vale la pena riassumere: da un punto di vista economico ci sono le emergenze legate alle difficoltà della popolazione dinanzi alla crisi, alle quali taluni reagiscono in maniera appropriata, affidandosi finalmente a nuovi modelli valoriali e a stili di vita più sobri, “ma ci sono anche coloro che non riescono più a decifrare la differenza tra i desideri ed i bisogni e continuano a volersi indebitare pur di mantenere esigenze futili ed al di sopra delle loro possibilità”.

Una valutazione inquietante, fatta da chi conosce bene la clientela e le abitudini consumistiche: sono queste le persone più a rischio di default… in tutti i sensi: a volte è troppo tardi per correre ai ripari.

Miro ha anche riconosciuto che le banche debbono svolgere un ruolo propulsivo dell’economia locale e ha preannunciato un piano per il territorio al quale proprio la Bcc di Taranto sta contribuendo e che sarà presentato nei prossimi giorni.


Non più “invisibili” 


I senza fissa dimora di Taranto hanno un posto per dormire grazie all’Abfo ed all’amministrazione comunale


di Luca Fusco


Li chiamano “invisibili” ma la loro presenza è sempre più evidente. Agli angoli delle strade, fuori ai supermercati, alla stazione, dovunque.  La gente spesso li evita disconoscendo la loro richiesta di aiuto e mettendo in disparte il loro onore di uomini. 

Se ne ricorda solo quando ci scappa la disgrazia come a Roma con i due somali morti per asfissia in un sottopasso. Il volontariato per loro è fonte di vita, di sorriso, a volte di sfogo. Una goccia nel mare vista da fuori in una realtà, Taranto come il resto d’Italia, sempre più povera ma per i “senza dimora” appuntamento giornaliero irrinunciabile per ristorare l’animo prima ancora che riscaldare il corpo e riempire lo stomaco

Tra le tante associazioni cittadine l’Abfo (Associazione benefica Fulvio Occhinegro) si distingue per la presenza capillare dalla sezioni dedicata ai più piccoli fino agli anziani senza ovviamente dimenticare i clochard. All’indomani dell’apertura, temporanea chissà quanto, del dormitorio presso l’ex scuola Codignola al quartiere Salinella, il presidente Andrea Occhinegro fa il punto della situazione e parla dei progetti dell’associazione.

Finalmente una struttura tutto vostra, non male come inizio di anno?

Il nostro 2013 è iniziato non bene, benissimo. Siamo riusciti a prevenire l’emergenza freddo di questi giorni grazie ad un rapporto di sinergia con il Comune e la Prefettura. L’ex scuola Codignola, al quartiere Salinella, ci è stata messa a disposizione in tempi record con un’ordinanza del sindaco Stefàno. E già da un paio di settimane stiamo ospitando una ventina di persone per ogni notte.

Come è strutturata la vostra “offerta” presso il dormitorio?

Il servizio di volontariato prevede l’accoglienza che inizia già alle ore 20, prosegue fino alle 23 quando comincia l’alloggio notturno. I nostri volontari sono impegnati praticamente 12 ore e lavorano in parallelo con gli altri gruppi che girano di notte per le strade per portare sollievo morale e materiale a chi resta a dormire per strada; principalmente è la stazione ferroviaria il punto di riferimento dei “senza dimora”. 

Come il vecchio dormitorio sulla Croce, ai Tamburi, è prevista la doccia e la colazione?

Il punto doccia e la colazione sono aspetti che stiamo già curando. In riferimento ai pasti, ci limitiamo a distribuire del cibo ma ricordiamo sempre che ci sono già delle strutture predisposte a questo tipo di servizio-mensa. Il nostro obiettivo resta sempre quello di spingere i nostri “ospiti” a reagire alla loro condizione per non cadere nell’accattonaggio. 

Lo ha detto lei, c’è stata finalmente sinergia con l’amministrazione comunale?

Credo sia giusto ringraziare chi è venuto incontro alle nostre esigenze e a quelle della città in un momento come questo. Dal sindaco al pool dei Servizi sociali (l’assessore Viafora), l’assessore al Patrimonio, dottoressa De Benedetto, la Prefettura e la Polizia ferroviaria che per i nostri volontari “notturni” fa un po’ da angelo custode.

La scuola vi è stata data per tre mesi, e poi?

Bisogna vedere la disponibilità della struttura. Da parte nostra c’è la disponibilità a promuovere l’allungamento del servizio come molti ci chiedono. Del resto l’Abfo assiste oltre 80 famiglie povere ed avere una struttura come riferimento potrebbe aumentare il numero di nuclei che seguiamo facendo da spalla al Comune stesso. Ricordo che noi non percepiamo fondi, le nostre operazioni, e siamo contenti di farlo, vengono dal semplice volontariato gratuito al 100%.

L’Abfo sta toccando con mano la crisi economica, nazionale e locale?

Taranto soffre un periodo di grande difficoltà, ancora non ci siamo resi conto a cosa andiamo incontro. Le famiglie povere aumentano di giorno in giorno per non parlare dei nuovi poveri, gente che ha perso il lavoro ed ha un mutuo sulle spalle. Per loro anche solo pagare i libri per i propri figli è un problema insormontabile.

L’Abfo si poggia sul volontariato, se la sente di fare un appello per smuovere le persone?

I volontari non bastano mai così come le risorse materiali. Il mio appello è a 360%: per chi volesse anche solo provare a fare del bene a chi bene non sta. E non mi riferisco solo al volontariato fatto in prima persona presso le nostre strutture ma anche a quello che può essere fatto dai semplici negozianti. Chi vuole può farci delle donazioni di cibo, vestiti, prodotti per l’igiene. Serve di tutto e di più. I nostri contatti si trovano sul sito www.abfo.it 

Qual è il futuro del’Abfo?

Il sogno nel cassetto, con già delle basi importanti, è quello di creare un centro di solidarietà che faccia da punto di riferimento polifunzionale per bambini, poveri, anziani in difficoltà. 

Che al limite possa essere gestito a costo zero per l’amministrazione pubblica che sappiamo non avere grossi fondi dopo il dissesto. 

Ci stiamo lavorando già da un paio di anni e nei prossimi mesi speriamo di poter mettere in pratica quanto per ora solo sulla carta, nella nostra mente, nel nostro cuore e nelle speranze dei nostri “amici”.


ECCLESìA

Nessuna volontà di ingerenza


Cardinal  Bagnasco: “Anche in Italia la questione della fede è diventata una sfida”


Colloquio a tutto campo. 

Dalla necessità di sanare “un certo indifferentismo che nasce da un diffuso analfabetismo religioso” alla “presenza popolare nella forma della parrocchia”. Dalla prossimità con il Paese e il suo popolo alla “necessità educativa”. Dallo “sguardo di Dio che incanta” alla “nuova stagione dell’impegno politico”.

Cardinale Bagnasco, lei ha scelto la metafora evangelica della “porta stretta” per titolare la raccolta delle prolusioni pronunciate nel corso del primo quinquennio di presidenza della Conferenza episcopale italiana. Sicuramente lei avrà pensato ai grandi “talenti” che la Chiesa italiana ha ricevuto in dono, non fosse altro che per la sua vicinanza tutta speciale al Papa. Può dirci se ritiene, dal suo osservatorio privilegiato, che la Chiesa italiana li abbia investiti tutti, che abbia saputo metterli in gioco?

“Ricordo bene che proprio all’inizio del mio servizio ebbi modo di sottolineare il privilegio di essere come Chiesa italiana oggetto ‘di una speciale premura e di un assiduo magistero nei nostri confronti’. Il riferimento al Papa è ovvio, ma mai scontato. In questi anni ho avuto modo di sperimentare personalmente quanto la vicinanza di Benedetto XVI sia una risorsa di incalcolabile portata per il cammino delle nostre Chiese locali. Come ogni dono accolto, questa opportunità diventa pure un impegno. Di fatto, senza paura di inorgoglirsi, la Chiesa del nostro Paese è vista ovunque come una esperienza di cui tener conto nell’affronto delle sfide e dei problemi che la società moderna pone all’annuncio del Vangelo. Naturalmente anche da noi la questione della fede è diventata una sfida giacché non si può mai darla per acquisita in via definitiva ed, anzi, ogni generazione, compresa la nostra, è chiamata a riappropriarsi dell’esperienza cristiana. Il compito urgente resta quello di superare un certo indifferentismo che nasce da un diffuso analfabetismo religioso che ha smarrito il senso del vocabolario cristiano e che attende di vedere una nuova inculturazione della fede dentro gli ambiti della vita quotidiana: la famiglia, la scuola, il lavoro, il tempo libero, la politica”.

È giusto affermare che nella sua lettura della religiosità in Italia, lei non si sia mai allontanato dalla consapevolezza di doversi rapportare, sempre e comunque, con una Chiesa di popolo?

“È opinione diffusa che il nostro Paese abbia salvaguardato una presenza popolare perché non ha scelto vie elitarie, ma ha puntato molto sulla prossimità espressa soprattutto nella forma della parrocchia. Proprio questa realtà rappresenta un tutt’uno con il paesaggio geografico, a riprova della profonda interazione tra la Chiesa e il territorio. Naturalmente l’essere la nostra una Chiesa di popolo non equivale affatto ad ipotizzare una sorta di ‘religione civile’ che dovrebbe limitarsi a far da puntello ad un contesto smarrito e privo di riferimenti. L’annuncio del Vangelo non potrà mai essere l’equivalente di una semplice tutela dei valori nazionali, ma si manifesterà sempre attraverso lo scandalo della croce e della resurrezione di Gesù Cristo, la cui sequela resta la migliore forma di umanizzazione, secondo l’intuizione di Gaudium et Spes: ‘Chi segue Cristo, si fa lui pure più uomo’ (22)”.

Da una rilettura dei suoi testi emerge un dato costante: il tentativo di porre sempre in equilibrio la spinta al realismo con la responsabilità della profezia. È un bilanciamento sempre difficile dal quale dipende anche la credibilità di tutti i cristiani. Quali sono stati, a suo avviso, i momenti cruciali di questo quinquennio nei quali si sono imposti la forza del realismo cristiano e l’urgenza della profezia?

“Vorrei far riferimento - per cominciare - al 150° dell’unità nazionale che ha visto la Chiesa coinvolta in una rievocazione che non è stata solo un anniversario, ma un invito ‘a serrare le fila’ per un nuovo innamoramento dell’essere italiani. L’Italia ha un retroterra storico e culturale che si commenta da sé, ma soprattutto ha un patrimonio di umanità e di dedizione spesso disatteso dalla comunicazione pubblica che tende ad accreditare l’immagine di un Paese allo stremo, senza linfa vitale. Stando in mezzo alla gente ci si accorge che invece le risorse ci sono e che attendono solo di essere messe a regime, sfidando l’individualismo e la tendenza a ripiegarsi nel privato. Un altro momento cruciale è stata la condivisione dei drammi collettivi come la crisi economica e il terremoto in Abruzzo. Per la prima l’istituzione di un Fondo per le famiglie (‘Il prestito della speranza’) ha mostrato in concreto la vicinanza dei cristiani e nel secondo la colletta nazionale in tutte le parrocchie è stato un segnale forte della solidarietà. Non sono mancati momenti di confronto culturale aperti e non convenzionali, specie per quel che riguarda la vita che va salvaguardata sempre dal concepimento alla fine naturale e la famiglia, fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna. Mi auguro che si chiarisca sempre meglio che la Chiesa non ha nessuna volontà di ingerenza tantomeno politica, ma sente come sua missione quella di non svendere l’umano e di difenderlo contro qualsiasi riduzione”.

È indiscutibile che in lei emerge una profonda preoccupazione educativa, anzi un’urgenza educativa che affonda le sue radici tanto nella “lezione” di Antonio Rosmini, quanto nella sua particolare sensibilità per la sfida portata dalla modernità alla coscienza delle donne e degli uomini del nostro tempo. Con il sostegno convinto di tutti i suoi confratelli, lei ha chiesto alla Chiesa che è in Italia di “educare alla vita buona del Vangelo”. Ritiene che siamo sulla strada giusta in quest’impresa ciclopica?

“Penso che aver rimesso a tema l’educazione sia stato un atto necessario, visto il disarmo ideale e la deregulation morale che negli ultimi tempi sono stati sbandierati quasi fossero sinonimo di progresso e di modernità. L’abbandono della scelta educativa è stato spesso il frutto di una malintesa concezione dell’individuo che sarebbe tale nella misura in cui è lasciato solo a se stesso, dimenticando che l’io dell’uomo si costruisce sempre all’interno di un ‘noi’ più ampio. Ritrovare questa apertura all’educazione significa ritrovare la persuasione che non siamo gettati nel mondo, ma abbiamo una vocazione da scoprire non chiudendoci nei limiti della sola ragione, ma lasciandoci sfidare dalle domande della vita che attendono risposte non preconfezionate, ma costruite con l’impegno serio e la fiducia sincera. La Chiesa crede nell’uomo e pur consapevole di tanti problemi, lo invita ad alzare lo sguardo e a non lasciarsi mortificare da una visione solo orizzontale. Il cielo, grazie a Dio, non è vuoto”.

Lei suggerisce ai credenti di fare proprio lo sguardo di Dio che giudica la realtà senza condannare l’umanità. Anzi, propone una dinamica del “sì” che restituisca gioia e consapevolezza anche nelle partite più difficili della vita. Quanto spazio c’è per ricondurre i valori non negoziabili come la vita, la famiglia e la libertà di educazione, nell’orizzonte pacificante del “sì”?

“Lo spazio c’è nella misura in cui torniamo ad interrogarci su quale sia il bene e, ancor prima, su quale sia stato l’esito di una visione dell’uomo sganciato da qualsiasi altro riferimento che non sia il proprio io e le proprie voglie. Se c’è lo sguardo di Dio l’atmosfera di un mondo chiuso in se stesso si allontana e si percepisce una prospettiva di senso che riscatta anche i fallimenti e gli errori umani. Se Dio c’è, il mondo riacquista il suo incanto e l’uomo è rimesso in condizione di non accontentarsi dei semplici bisogni, ma di coltivare quei desideri profondi che coltiva in sé, anche se allo stato latente. In questo contesto i valori della vita sono dei grandi sì detti all’uomo, alla sua pienezza e alla sua dignità”.

Nelle sue prolusioni è costante il richiamo all’impegno sociale, culturale e politico del laicato cattolico, come espressione creativa e originale della fedeltà a Dio e all’uomo. Quanto siamo vicini alla concretizzazione del “sogno” da lei evocato, sulle orme di Benedetto XVI?

“Il cristiano non può limitarsi ad una concezione del bene solo individuale, ma deve agire perché si allarghi il bene comune, cioè la possibilità offerta a tutti di realizzare pienamente se stessi. In questo senso la politica, talora ridotta da alcuni ad una ricerca del proprio tornaconto, ritrova la sua ragion d’essere. Si passerà dal ‘sogno’ di una nuova generazione di politici cattolici alla realtà, quando all’interno del mondo cattolico crescono vocazioni ad un impegno disinteressato che facendo leva sui valori di riferimento condivisi, punti a costruire una nuova stagione di impegno ai valori della vita e della solidarietà. Siamo sulla buona strada: molte persone - specie a livello della politica locale ma non solo - esprimono interesse crescente e consenso a tale riguardo. È qualcosa che sta nascendo”.

Domenico Delle Foglie


OTIUM


Respirare. Pregando…


In un saggio di Marco Toti il disvelamento delle tecniche contemplative

"L'Incarnazione del Verbo ‘prosegue’, oltre che eminentemente nei sacramenti, da un lato nell’invocazione del Nome (utilizzata in specie nella ‘preghiera del cuore esicasta’), poiché il Verbo è la parola di Dio, dall’altro nella pittura delle icone, poiché il Verbo è l’immagine di Dio: dunque, in modo speciale, nella liturgia come ‘corporeità spirituale’ e ‘sintesi delle arti’”. C’è stato un tempo in cui arte, fede e preghiera erano un tutt’uno. Un tempo in cui il pittore di soggetti sacri era un mistico e poneva mano al pennello solo dopo la purificazione e l’ascesi, fatta, quest’ultima, anche di tecniche di respirazione in grado di concentrare la mente e il cuore sulle realtà supreme. 
C’era un tempo in cui il pittore di cose sacre rifiutava, pur conoscendone la tecnica, l’adozione della prospettiva, perché essa significava l’abolizione del simbolismo sacro e l’adozione di un naturalismo lontano dall’Inesprimibile. Alla base dell’arte cristiana d’Oriente, quella che si sviluppa a partire dal XIII secolo, ma che ha origini più antiche, vi è quindi qualcosa di più che la mera tecnica riproduttiva. Vi è l’ascesi e vi è la cosiddetta preghiera esicastica, come mette ben in rilievo Marco Toti, un esperto in materia, in questo suo recente “La preghiera e l’immagine. L’esicasmo tardo bizantino” (Jaca Book, 154 pagine, più alcune riproduzioni di icone a colori e una ricchissima bibliografia). 

È uno dei rari volumi apparentemente specialistici, ma in realtà in grado di essere utili a molti, non solo agli addetti ai lavori: pur rimanendo saldamente ancorato alle certezze filologiche e iconografiche delle documentazioni acquisite, interesserà certamente gli amanti dell’arte iconica, gli esperti di liturgia, gli studiosi del cristianesimo ortodosso e quelli del sufismo, ma anche gli appassionati delle tecniche meditative come lo yoga e perfino il qi gong. 

Merito di Toti è quello di tener ben distinte e separate le sfere religiose: un conto è la pr eghiera esicastica (la preghiera della pace del cuore, della tranquillità), un conto sono le tecniche respiratorie e meditative dello yoga o del sufismo, perché c’è un discrimine forte: esso, scrive Toti, è “relativo a chi è invocato nella preghiera”. 

Il libro è prezioso anche perché opera una certa chiarezza sulle tecniche di respirazione e il loro rapporto con la preghiera; esse sono finalizzate non a una ginnastica (sviluppo, ad esempio, dello yoga in Occidente, attraverso le tecniche di rilassamento e allungamento) ma a un livello profondo di comunione con Dio. E il lettore, preso per mano dall’autore, comprende qui assai meglio la differenza con le visioni buddista e sufi della meditazione: in queste si cerca un inabissamento nel Tutto, o, come accade nel buddismo, la cessazione della volontà nel grande mare dell’essere; quella cristiana, con alcune rilevanti eccezioni (Giovanni della Croce, ad esempio), è finalizzata all’incontro con un Dio-persona. 

Vi è però un altro importante contributo offerto da questo libro che sfata un luogo comune, e che cioè l’Oriente cinese, giapponese, mongolo o indiano siano gli unici e lontani (e per questo idealizzati) paradisi della meditazione. 

Il monte Athos è la prova che vi è un Oriente, rispetto a noi, molto più vicino di quanto non presumiamo comunemente, e anche nel disprezzato (da questo punto di vista) Occidente, comunità religiose e singoli praticano da sempre la meditazione e le relative tecniche di respirazione. 

L’esicasmo è infatti una preghiera che deve essere compiuta in momenti di quiete, lontani della fretta metropolitana - e ciò non vuol dire lontani dall’Occidente - invocando il nome del Cristo (“Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore”) anche (e questo “anche” è importante) attraverso una tecnica di respirazione il più delle volte diaframmatica, concentrata cioè non direttamente sui polmoni ma più in basso: la prima parte della preghiera può essere detta nell’inspirazione, la seconda nell’espirazione, oppure tutta l’invocazione può essere concentrata nell’intervallo tra le due fasi. Come si vede, la lettura di questo volume riguarda molti, perché anche da noi si stanno diffondendo tecniche provenienti da Oriente che, se da un lato farebbero bene all’equilibrio corpo-mente-anima, su cui Toti dice delle cose interessanti, dall’altro rischiano di fare confusione - di qui il successo di alcune proposte “trasversali” - tra religioni, filosofie, tecniche di meditazione e mode passeggere.


Marco Testi












 

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