LEGAMBIENTE-Nuovo Dialogo

Le priorità? 

Industrie green e classi dirigenti all’altezza

Intervista esclusiva al presidente nazionale di ‘Legambiente’, Vittorio Cogliati Dezza, sulla delicata vertenza Ilva e sulle chance ecocompatibili del nostro Paese. Taranto vittima di una mentalità colonizzatrice

Tutelare l’ambiente, salvaguardando i posti di lavoro. Per Legambiente si può e si deve fare. Abbiamo intervistato il presidente nazionale dell’associazione, Vittorio Cogliati Dezza, che non ha nascosto il suo timore per una classe dirigente nazionale ancora impreparata ad un’industrializzazione “green”, a basso impatto inquinante.


Presidente qual è la posizione di Legambiente in merito all’intricata questione Ilva?

“La posizione di Legambiente sull’Ilva non è mai cambiata in questi anni. Sia nella gestione pubblica che in quella privata, il colosso dell’acciaio ha rappresentato una ferita impressionante per il territorio, una ferita che va sanata attraverso tecnologie in grado di risolvere i problemi ambientali creati dall’impatto industriale, senza penalizzare il lavoro”. 

Cosa è mancato finora perché si arrivasse a questa soluzione?

“Ci sarebbe voluto un atteggiamento lungimirante da parte della nuova proprietà, i Riva, soprattutto negli ultimi 15 anni. Avrebbero potuto investire come è stato fatto in altri Paesi europei”.

“Si riferisce alla Germania o all’esempio di Bilbao?

“Mi riferisco proprio alla Germania, presa a modello dal punto di vista finanziario, ma non quando si tratta di politiche industriali. Credo sia una contraddizione. L’Italia in questo momento è un’anomalia rispetto al resto d’Europa, dove si è deciso di puntare ad avere impianti di dimensioni più ridotte, con una quantità di produzione inferiore ma distribuiti sul territorio. Questo forse comporta qualche profitto in meno per i proprietari delle aziende ma migliora l’ambiente e la salute della popolazione che vive nelle aree circostanti” .

Lei è ottimista o pessimista circa l’esito di questa vicenda?

“Voglio essere ottimista, perché non sviluppare produzioni compatibili con l’ambiente ormai significa condannarsi ad uscire dal mercato prima o poi, dunque l’ambientalizzazione è un percorso obbligato per l’industria italiana e non solo per il capoluogo ionico. Ho qualche dubbio sul fatto che sia facilmente applicabile. Purtroppo vedo nella classe dirigente ed imprenditoriale italiana, e non mi riferisco solo alla famiglia Riva, un atteggiamento obsoleto, con gli occhi ancora rivolti al Novecento”.

Legambiente è l’unica associazione ambientalista al momento favorevole alla sottoscrizione dell’Autorizzazione Integrata Ambientale. Cosa dovrà contenere necessariamente l’Aia?

“Abbiamo già presentato in varie occasioni le 26 misure di intervento che dovrà contenere la nuova Aia (vedi accanto) e che dicono nel dettaglio cosa serve, dal punto di vista tecnologico, per continuare a produrre inquinando meno”. 

Ritiene che i  400 milioni di euro messi sul piatto dall’Ilva per l’adeguamento degli impianti (al momento il piano è stato bocciato dalla Procura, ndr) ed i 366 stanziati dallo Stato per le bonifiche siano sufficienti?

“Io non sono un tecnico ma francamente mi sembrano cifre insufficienti. Quelle messe a disposizione dallo Stato, serviranno solo per avviare la bonifica, quanto ai 400 milioni dell’Ilva credo che anche questi siano una misura d’emergenza. Non basteranno certo a rendere quella fabbrica un modello di compatibilità ambientale”.

Una parte dell’opinione pubblica ha accusato la vostra associazione di essere troppo accomodante nei confronti della fabbrica e di non essere intervenuta per tempo. Cosa risponde?

“Legambiente la sua battaglia contro l’Ilva, con le denunce, l’esposizione dei nostri soci sul territorio e le iniziative al quartiere Tamburi, le ha fatte quando nessuno ne parlava e la fabbrica era un totem intoccabile a Taranto ed in Puglia.. Adesso, anche grazie alla nostra azione, nel Paese le questioni ambientali sono di attualità. Si è compreso che si tratta di problemi che senza risoluzione strozzeranno lo sviluppo del Paese. Non mi sembra un atteggiamento utile  e  lungimirante risolverli con slogan o urlando in tv. Sono decenni che siamo in campo e sappiamo quanto sia faticoso arrivare ad una possibile risoluzione”.

A Taranto il fronte ambientalista è diviso e frastagliato. Questo secondo Lei potrebbe nuocere alla causa?

“No, anzi penso che queste divisioni siano una ricchezza.  Condivisione non significa dire tutti la stessa cosa. Io penso che sia importante che chi oggi difende senza se e senza ma l’inquinamento provocato dall’Ilva si trovi di fronte sia un movimento di piazza, sia argomentazioni tecnico-scientifiche inappellabili”.

Eni sta partendo a Venezia con un progetto di bioraffineria. A Taranto invece si parla di raddoppio e di Tempa Rossa. Crede che ci sia un disegno preciso per risollevare il nord  affossando definitivamente il Sud?

“Penso di no. Ad esempio in Sardegna stanno avviando un progetto di produzione di bioplastica, che significa rivitalizzare il polo chimico di Porto Torres, attraverso uno sviluppo di lavoro indotto nel territorio agricolo, perché bioplastica significa anche riutilizzare i terreni abbandonati seminando nuove coltivazioni. Dunque gli investimenti ci sono e se non sono sorretti dalla politica nazionale non credo sia per un disegno prestabilito. C’è quel nodo antico di non aver sviluppato al Sud un’amministrazione all’altezza, di non aver risolto i problemi di legalità, di non aver sviluppato le infrastrutture che servono”.

Il futuro del Sud Italia sarà ecocompatibile?

“Direi che oggi abbiamo la possibilità di sviluppare un’economia che sia compatibile con l’ambiente e con le comunità che di questa economia vivono. Si stanno aprendo spazi per nuovi prodotti, nuovi filiere industriali, nuovi stili di vita, un nuovo modo di considerare la città, per cui per esempio si potrebbe fare un enorme lavoro di riqualificazione e rigenerazione in tutti i centri urbani, a partire da quelli del Sud. Le prospettive ci sono, bisognerà capire se la classe dirigente italiana, e non mi riferisco solo a quella politica, sarà all’altezza della situazione o se continuerà a proporre, un modello arcaico, di cui è succube, come ha fatto di recente il governo  con la liberalizzazione delle trivellazioni in mare alla ricerca del petrolio”.