Attualità-Nuovo Dialogo

Attualità

La visita di mons. Santoro 

alla Casa circondariale di Taranto

Emanuele Ferro


È stato uno dei primi desideri di monsignor Filippo Santoro, insediatosi da appena dieci giorni a Taranto,  quello di vistare, domenica scorsa, la casa circondariale quale luogo prioritario delle sue attenzioni pastorali. Anche nel capoluogo ionico, come in tutta Italia, è particolarmente grave il problema del sovraffollamento e del degrado; nella struttura tarantina sono circa 600 i detenuti a fronte dei 300 posti disponibili.

Prima la Santa Messa, poi un incontro informale con i detenuti: tutti hanno stretto la mano e hanno abbracciato don Filippo che non si è sottratto alle lacrime e agli entusiasmi di tutti, direzione, autorità giudiziarie e personale compresi. La struttura carceraria era stata tirata a lucido pur non volendo nascondere  in nessun modo i problemi gravi, non ultimo quello dell’assenza di riscaldamento dovuto al taglio delle risorse che non consente l’acquisto del combustibile necessario. Audacia nel proporre pene non detentive ha auspicato il nuovo arcivescovo di Taranto che, in linea con Benedetto XVI, ha deplorato lo sconto di una doppia pena, di una detenzione in condizioni che offendono la dignità umana. Infine un appello alla stampa, in considerazione del fatto che nel carcere di Taranto sono reclusi detenuti agli onori della cronaca nera nazionale ed estera: « Approfitto dell’occasione per rivolgere un invito agli operatori della stampa e dei vari mezzi di comunicazione, perché nel racconto dei fatti, nella ricerca della verità, non scoprano mai il fianco alle tentazioni dell’attuale mercato dell’informazione. Nella cronaca e nei commenti si sforzino di esercitare la professione secondo la misura deontologica più alta, perché si rispettino sempre le vittime dei crimini, le persone in attesa di giudizio e non si spettacolarizzi mai il male, che non fa altro che abbruttire e diseducare la nostra società. Meglio una copia venduta in meno a fronte di una coscienza morale migliore! Il giornalismo, voi me lo insegnate, può essere un canale privilegiato di Civiltà e di Evangelizzazione, intesa come diffusione della verità».




Omelia tenuta nella Santa Messa

celebrata presso la casa Circondariale di Taranto


Cari amici, da quando sono arrivato a Taranto uno dei miei primi desideri è stato quello di poter visitare la Casa Circondariale. Oggi il mio desiderio si realizza e per questo, in primo luogo, esprimo la mia gratitudine verso coloro hanno favorito, reso possibile e preparato l’incontro, il direttore dott.ssa Stefania Baldassari, il vice direttore dott.ssa Sonia Fiorentino, il Comandate degli Agenti di Polizia Penitenziaria Commissario Giovanni Lamarca, il Presidente del Tribunale di Sorveglianza dott. Massimo Brandimarte, i cappellani don Francesco Mitidieri e don Saverio Calabrese e tutti i miei collaboratori, gli agenti della sicurezza, i volontari. E ringrazio soprattutto voi, cari detenuti, per la vostra accoglienza. Vorrei potervi abbracciare uno ad uno. Ringrazio anche la stampa che sta seguendo i miei primi passi di Pastore di Taranto, e che oggi è presente per testimoniare la mia visita in uno dei luoghi in cui è più necessario un messaggio di speranza e di impegno, perché sia resa più umana la vita di quanti qui vivono e lavorano. Rivolgo un deferente saluto alle autorità civili e militari che ci onorano con la loro presenza. 

Carissimi, mi spinge ad essere qui in mezzo a voi l’amore di Gesù (2Cor 5,15). Lui sarebbe venuto a visitarvi, come ha fatto il Santo Padre Benedetto XVI , il 18 dicembre scorso, un mese fa, a Roma nella Casa Circondariale di Rebibbia. Gesù ci ha cercato e ci ha voluto bene nella nostra fragilità. Questo è vero in ogni momento, ma lo è in modo particolare quando il dolore e la sofferenza ci raggiungono per una malattia, per una colpa o per una disgrazia. Sono appena tornato dal Brasile e, durante la mia esperienza di pastore in quella terra, ho sperimentato la gratitudine di chi mi ha visto e sentito vicino in un momento di dolore. Una volta una ragazza mi ha detto: “Quando è morta mia madre sei venuto a trovarmi e mia hai tenuto per mano per tutto il tempo. Ho sentito che era la mano di Gesù e che non ero sola, c’era qualcuno con me. Ho perduto mia madre, ho trovato un padre”. Un’altra persona, dopo aver commesso un grave errore, è venuta da me con grande disagio. Temeva lo mandassi via ed invece dopo il nostro incontro mi ha detto: “Tu, dopo avermi ascoltato, non mi hai condannato, ma mi hai abbracciato. Poi mi hai fatto una “lavata di testa”, mi hai corretto”. Vorrei condividervi un’ultima esperienza vissuta in Brasile. Sono stato a trovare i bambini di una favela molto povera di Petropolis, città vicina a Rio de Janeiro, in Brasile. Quasi tutti hanno situazioni familiari molto difficili. Molte mamme sono ragazze madri ed io ho detto ai bambini “salutatemi i vostri genitori e dite che il vescovo vi vuole incontrare”. Quelle mamme sono venute ed hanno formato un Gruppo di mamme “Club das màes”, che è una piccola cooperativa di produzione di borse e camicie. Un semplice saluto è stato l’inizio del riscatto sociale di quelle donne. Quant’è vero che il Signore ci ama non solo quando tutto va bene, ma soprattutto quando facciamo la drammatica esperienza della nostra fragilità.

Il Signore vi vuole bene, cari detenuti qui presenti. E’ Lui che ci dà speranza. Come dice San Giovanni Battista nel vangelo di oggi: “Ecco l’agnello di Dio” (Gv 1,29). Lui ci purifica dal male, cancella col suo sangue i nostri errori, i nostri tradimenti e ci fa suoi amici. Sono venuto a garantirvi che Dio è vicino, perché anche Gesù ha fatto l’esperienza del carcere, anche se innocente. Egli, ci dice il Vangelo di Luca, “fu annoverato fra i malfattori” (Lc 22,36) proprio perché nessuno si sentisse trascurato dal suo abbraccio, dalla sua solidarietà. Nel volto di ciascuno di voi vedo e abbraccio il Suo volto. Nel Vangelo di Matteo, il Signore dice: “Ero in carcere e siete venuti a visitarmi” e  qualsiasi cosa fate al più piccolo dei miei fratelli lo avrete fatto a me” (cfr Mt 25, 36 ss.).

C’è una dignità della persona umana che deve essere salvaguardata sempre, in qualunque situazione. Nella visita a Rebibbia Papa Benedetto ci ha detto: “Cari amici, il sistema di detenzione ruota intorno a due capisaldi, entrambi importanti: da un lato tutelare la società da eventuali minacce, dall’altro reintegrare chi ha sbagliato senza calpestarne la dignità e senza escluderlo dalla vita sociale. Entrambi questi aspetti hanno la loro rilevanza e sono protesi a non creare quell’«abisso» tra la realtà carceraria reale e quella pensata dalla legge, che prevede come elemento fondamentale la funzione rieducatrice della pena e il rispetto dei diritti e della dignità delle persone. La vita umana appartiene a Dio solo, che ce l’ha donata, e non è abbandonata alla mercé di nessuno, nemmeno al nostro libero arbitrio! Noi siamo chiamati a custodire la perla preziosa della vita nostra e di quella degli altri”. Ed anche in questa realtà di Taranto faccio mie le parole del Papa: “So che il sovraffollamento e il degrado delle carceri possono rendere ancora più amara la detenzione: mi sono giunte varie lettere di detenuti che lo sottolineano. E’ importante che le istituzioni promuovano un’attenta analisi della situazione carceraria, verifichino le strutture, i mezzi, il personale, in modo che i detenuti non scontino mai una “doppia pena”; ed è importante promuovere uno sviluppo del sistema carcerario, che, pur nel rispetto della giustizia, sia sempre più adeguato alle esigenze della persona umana, con il ricorso anche alle pene non detentive o a modalità diverse di detenzione”. E’ una situazione davvero difficile, dolorosa. Dopo i recenti provvedimenti del Ministro della Giustizia la situazione ha dato segni di rasserenamento; sarebbe però auspicabile una maggiore audacia, soprattutto nel ricorso a pene non detentive per la riabilitazione delle persone e per un loro reinserimento nella società.

Al tempo stesso, per quanto mi dicono, dobbiamo riconoscere la dedizione con la quale la Direzione e gli Agenti penitenziari, che qui passano parte considerevole della giornata in un servizio molto impegnativo, svolgono il loro lavoro riuscendo a rispettare le persone pur operando in situazioni difficili e complesse. Anche a loro va la nostra solidarietà e il nostro rispetto.

Fratelli l’amore di Gesù, la sua misericordia, ci corre incontro, ci viene a cercare (cfr Lc 15), ci raggiunge anche nelle situazioni più difficili (Sal 138). La sua bontà ci abbraccia e ci spinge a desiderare di cambiar vita. Come è bello il vangelo di questa domenica. Due giovani uomini, Giovanni e Andrea, vanno per incontrare Giovanni Battista presso il fiume Giordano e questi indica Gesù, un altro giovane uomo, come “l’agnello di Dio” e questi subito lo seguono. Ad un certo punto “Gesù si voltò, e osservando che essi lo seguivano disse loro: “Che cosa cercate?” (Gv 1, 38).  Anche a voi Gesù domanda: ”cosa cercate?”. Ciascuno di voi dia a Gesù la sua risposta. Ma ancor prima di rispondere fermatevi ad ascoltare la domanda, perché la vostra risposta sia più vera. Forse direte: “cerco la mia famiglia, i miei figli, i miei genitori”. Tutti direte “cerco la libertà”. Spero diciate anche: “cerco la pienezza della vita, cerco il pane, l’amicizia e l’infinito; ma tu Maestro dove abiti?”. Se avrete il coraggio di rispondere così, Gesù  certo vi dirà: “Venite e vedrete”. Egli non ci fa discorsi, né ci dà spiegazioni su chi è lui; ci chiama a fare un’esperienza, non ci dà teorie. Questa esperienza sconvolge la vita e la cambia. Dopo quell’incontro Giovanni e Andrea non sono stati più gli stessi. Un Altro ha riempito la loro intelligenza e il loro cuore. L’ora in cui è accaduto l’incontro rimarrà incancellabile nella loro mente: “erano circa le quattro del pomeriggio” (Gv 1,39). Essi lo raccontano subito ai loro fratelli. Andrea incontra suo fratello Simone e lo porta a Gesù e questi gli cambia il nome e la vita: “sarai chiamato Cefa, che significa Pietro” (Gv 1,42). Questo è l’incontro della vita ed è possibile in ogni luogo, in ogni circostanza. Anche qui in carcere.

Il Signore spezza tutte le catene. Mentre le Istituzioni e tutta la società sono impegnate a fare ogni sforzo possibile per rendere più umane le condizioni di questo luogo, Gesù trasforma questo vostro tempo di reclusione in tempo di grazia facendosi vostro compagno, anche grazie alla dedizione dei vostri cappellani, e vi può liberare dalle catene che rendono schiavi molti uomini; le catene delle droghe, del male, dell’orgoglio e della morte.

A tutti, anche a chi ha commesso il peggiore dei delitti, è offerta la via della redenzione. C’è una libertà che nessun giudice potrà mai donarvi, se non Dio solo: la libertà dai peccati, dalla schiavitù del male. San Paolo dice: “Non c'è dunque più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù. Poiché la legge dello Spirito che dà vita in Cristo Gesù ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte. Infatti ciò che era impossibile alla legge, perché la carne la rendeva impotente, Dio lo ha reso possibile: mandando il proprio Figlio in una carne simile a quella del peccato e in vista del peccato, egli ha condannato il peccato nella carne, perché la giustizia della legge si adempisse in noi, che non camminiamo secondo la carne ma secondo lo Spirito”. (Rm 8, 1-4)

Cari detenuti, fratelli e sorelle, siate, con la grazia dell’ incontro col Signore, i primi attori del processo del vostro reintegro pieno nella società. Riscoprite la vostra dignità e pregate, secondo quanto ci dice il vangelo, per le persone alle quali, con una condotta di vita sbagliata, avete recato sofferenza o, chissà, anche la morte. Lasciatevi toccar il cuore da Dio, dal desiderio di emendarvi. Abbiate fiducia in Gesù che oggi vi viene incontro attraverso il vostro vescovo. Dio non cessa di avere fiducia in voi. Affido alla bontà del Padre, le vostre famiglie, i vostri genitori, magari anziani, le mogli, le sorelle, i fratelli, i vostri bambini, i giovani. La santa Messa di oggi è per ciascuno di voi e per quelli che portate nel cuore. Vorrei davvero incontrarvi uno ad uno e mettermi in ascolto della storia di ciascuno di voi, ma il poco tempo a disposizione non ce lo permette. Voi sapete, però, che in don Francesco e in don Saverio, potete trovare sempre la consolazione di Gesù amico e fratello.

Per questo, mentre ringrazio i cappellani di questa Casa Circondariale di Taranto, sostengo gli operatori, la direzione, i volontari e tutti coloro che qui svolgono il proprio lavoro. Siate promotori di dignità e di speranza, soprattutto al di qua dalle sbarre, perché la civiltà di una società si misura in maniera prioritaria dal modo, dalle risorse messe in campo e dagli sforzi con cui si affronta la sfida del recupero, della rieducazione dei reclusi. Approfitto dell’occasione per rivolgere un invito agli operatori della stampa e dei vari mezzi di comunicazione, perché nel racconto dei fatti, nella ricerca della verità, non scoprano mai il fianco alle tentazioni dell’attuale mercato dell’informazione. Nella cronaca e nei commenti si sforzino di esercitare la professione secondo la misura deontologica più alta, perché si rispettino sempre le vittime dei crimini, le persone in attesa di giudizio e non si spettacolarizzi mai il male, che non fa altro che abbruttire e diseducare la nostra società. Meglio una copia venduta in meno a fronte di una coscienza morale migliore! Il giornalismo, voi me lo insegnate, può essere un canale privilegiato di Civiltà e di Evangelizzazione, intesa come diffusione della verità.   

Invito tutti a non scoraggiarsi di fronte alle difficoltà e alla scarsità dei frutti: “ è Dio che fa crescere” (1Cor 3,7). In questo luogo, che certo non è un luogo felice ma che può essere un luogo di speranza, è in gioco il futuro della nostra città in termini di sicurezza e di civiltà. Vi ringrazio di cuore. Come vescovo di Taranto e successore di san Cataldo offro, a voi tutti e alle vostre famiglie, l’abbraccio di Cristo la benedizione del Signore. Sia lodato Gesù Cristo! 
S.E.R. 
    + Filippo Santoro
Arcivescovo Metropolita di Taranto