settimana030912-Nuovo Dialogo

Settimana del 3 settembre 2012

SPECIALE CARDINAL MARTINI

“La sua eredità 

è tutta nella sua vita”

L'omelia integrale del cardinal Angelo Scola ieri nel duomo di Milano per i funerali del cardinal Martini

“Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove; ed io preparo per voi un regno, come il Padre l’ha preparato per me” (Luca, 22, 28-29). La lunga vita del cardinal Martini è specchio trasparente di questa perseveranza, anche nella prova della malattia e della morte. E ora Gesù assicura lui e noi con lui: “Io faccio con te, come il Padre ha fatto con me”. Per lui è pronto un regno come quello che il Padre ha disposto per il Figlio Suo, l’Amato. Il fatto che non sia un luogo fisico, a nostra misura, non ci autorizza a ridurre il paradiso a una favola. Il cardinal Martini, che ha annunciato e studiato la Risurrezione, l’ha più volte sottolineato. Con parole tanto semplici quanto potenti san Paolo ne coglie la natura quando scrive: “Per sempre saremo con il Signore” (1 Tessalonicesi, 4, 17). Il nostro cardinale Carlo Maria, tanto amato, non si è quindi dileguato in un cielo remoto e inaccessibile.

Egli, entrando nel Regno, partecipa del potere di Cristo sulla morte ed entra nella comunione con il Dio vivente. Per questo, in un certo vero senso, si può dire di lui ciò che Benedetto XVI ha scritto di Gesù asceso al Padre: “Il suo andare via è al contempo un venire, un nuovo modo di vicinanza a tutti noi”.

Carissimi, siamo qui convocati dalla figura imponente di questo uomo di Chiesa, per esprimergli la nostra commossa gratitudine. In questi giorni una lunga fila di credenti e non credenti si è resa a lui presente.

Caro Padre, noi ora, con i molti che ci seguono attraverso i mezzi di comunicazione, ti facciamo corona. E lo facciamo perché nella luce del Risorto, garante del tuo compiuto destino, sappiamo dove sei. Sei nella vita piena, sei con noi. Questa è la nostra speranza certa. Non siamo qui per il tuo passato, ma per il tuo presente e per il nostro futuro.

“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Matteo, 27, 46). Il terribile interrogativo di Gesù sulla croce è in realtà implorante preghiera. Estremo abbandono al disegno del Padre. E qual è questo disegno? Che il Crocifisso incorpori in Sé tutto il dolore degli uomini. Il Figlio di Dio ha assunto tutto dell’uomo, tranne il peccato, a tal punto che la Sua drammatica invocazione finale abbraccia l’umano grido di orrore di fronte alla morte per placarlo.

Alla morte di Gesù ben si addice la preghiera del poeta Rilke: “Dà, o Signore, a ciascuno la sua morte. La morte che fiorì da quella vita, in cui ciascuno amò, pensò, sofferse”. Chi muore nel Signore, col Signore è destinato a risorgere. Per questo la sua morte è un fiorire. La morte del cardinale è stata veramente personale perché destinata alla sua personale, inconfondibile risurrezione, al suo personale modo di stare per sempre con il Signore e in Lui con tutti noi.

Niente e nessuno ci può strappare questa consolante verità. Neppure la dura, sarcastica obiezione di Adorno che liquida la preghiera di Rilke come “un miserevole inganno con cui si cerca di nascondere il fatto che gli uomini, ormai, crepano e basta” . A smentirla è l’imponente manifestazione di affetto e di fede di questi giorni verso l’arcivescovo.

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Il cardinal Martini non ci ha lasciato un testamento spirituale, nel senso esplicito della parola. La sua eredità è tutta nella sua vita e nel suo magistero e noi dovremo continuare ad attingervi a lungo. Ha, però, scelto la frase da porre sulla sua tomba, tratta dal Salmo 119 (118): “Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino”. In tal modo, egli stesso ci ha dato la chiave per interpretare la sua esistenza e il suo ministero.

“Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me; colui che viene a me non lo respingerò” (Giovanni, 6, 37). La luce della Parola di Dio, sulla scia del concilio Vaticano II, abbondantemente profusa dal cardinale su tutti gli uomini e le donne, non solo della terra ambrosiana, è il dono attraverso il quale Gesù accoglie chiunque decide di seguirLo. Perché - aggiunge il Vangelo di Giovanni - la volontà del Padre è che Egli non perda nulla, ma lo risusciti nell’ultimo giorno (cfr. Giovanni, 6, 39). Dio è veramente vicino a ciascun uomo, qualunque sia la situazione in cui versa, la posizione del suo cuore, l’orientamento della sua ragione, l’energia della sua azione. Dobbiamo però definitivamente superare un atteggiamento molto diffuso circa il dono della fede. Il nostro padre Ambrogio, a proposito del salmo scelto dal cardinale, afferma: “Per certo quella luce vera splende a tutti. Ma se uno avrà chiuso le finestre, si priverà da se stesso della luce eterna. Allora, se tu chiudi la porta della tua mente, chiudi fuori anche Cristo. Benché possa entrare, nondimeno non vuole introdursi da importuno, non vuole costringere chi non vuole... Quelli che lo desiderano ricevono la chiarezza dell’eterno fulgore che nessuna notte riesce ad alterare” (Ambrogio, Commento al Salmo 118, Nn. 12. 13-14; Csel 62, 258-259).

Affidare al Padre questo amato pastore significa assumersi fino in fondo la responsabilità di credere e di testimoniare il bene della fede a tutti. Ci chiede di diventare, con lui, mendicanti di Cristo. Dolorosamente consapevoli di portare il tesoro della nostra fede in vasi di creta, gridiamo al Signore: “Credo; aiuta la mia incredulità” (Marco, 9, 24).

Questo è il grande lascito del cardinale: davvero egli si struggeva per non perdere nessuno e nulla (cfr. Giovanni, 6, 39). Egli, che viveva eucaristicamente nella fede della risurrezione, ha sempre cercato di abbracciare tutto l’uomo e tutti gli uomini. Lo ha potuto fare proprio perché era ben radicato nella certezza incrollabile che Gesù Cristo, con la Sua morte e risurrezione, è perennemente offerto alla libertà di ognuno.

Oggi la Chiesa celebra la memoria del Papa san Gregorio Magno. Dalla sua celebre opera “La regola pastorale”, il cardinal Martini ha tratto il suo motto episcopale: “Pro veritate adversa diligere”, per amore della verità, abbracciare le avversità. In questa scelta brilla lo spirito ignaziano del cardinal Martini: la tensione al discernimento e alla purificazione, come condizioni ascetiche per far spazio a Dio e per imparare quel distacco che solo garantisce l’autentico possesso, cioè il vero bene delle persone e delle cose. Così il pastore che ora affidiamo al Padre ha amato il suo popolo, spendendosi fino alla fine. Anch’io ho potuto far tesoro del suo aiuto fin nell’ultimo affettuoso colloquio, una settimana prima della sua morte. Nell’attitudine salvifica, pienamente pastorale, del suo ministero egli ha riversato la competenza scritturistica, l’attenzione alla realtà contemporanea, la disponibilità all’accoglienza di tutti, la sensibilità ecumenica e al dialogo interreligioso, la cura per i poveri e i più bisognosi, la ricerca di vie di riconciliazione per il bene della Chiesa e della società civile.

Nella Chiesa le diversità di temperamento e di sensibilità, come le diverse letture delle urgenze del tempo, esprimono la legge della comunione: la pluriformità nell’unità. Questa legge scaturisce da un atteggiamento agostiniano molto caro al cardinale: chi ha trovato Cristo, proprio perché certo della Sua presenza, continua, indomito, a cercare.

Facciamo ora nostra di tutto cuore la preghiera del prefazio di questa solenne liturgia di suffragio: “È nostro vivo desiderio che il tuo servo Carlo Maria venga annoverato nel regno celeste tra i santi pastori del tuo gregge e possa raggiungere la ricompensa di coloro con i quali ha condiviso fedelmente le fatiche della stessa missione”. Pensiamo alla lunga catena dei nostri arcivescovi, soprattutto a sant’Ambrogio e a san Carlo.

Caro arcivescovo Carlo Maria, la Madonnina, l’Assunta, con gli angeli e i santi che affollano il nostro Duomo, ti accompagni alla meta che tanto hai bramato: vedere Dio faccia a faccia. Amen.

La Bibbia e il pastorale

Il racconto della vita del cardinal Carlo Maria Martini

La Bibbia e il pastorale. E magari un giornale. Il libro delle Sacre scritture e il bastone che richiama il ministero episcopale possono, 

accostati agli strumenti della comunicazione sociale, simboleggiare alcuni tratti essenziali della figura di Carlo Maria Martini, sacerdote gesuita, studioso delle Sacre scritture, arcivescovo di Milano, cardinale, scomparso il 31 agosto all’età di 85 anni.

Il cardinal Martini è stato senza dubbio un uomo di Chiesa che si è lasciato interrogare e “modellare” – come uomo, come credente, come prete - dalla Parola di Dio, allo studio della quale ha dedicato ampia parte della sua vita. Chiamato quindi alla guida della diocesi ambrosiana, ha fondato proprio sulla Parola il nuovo impegno di pastore. A Milano, in particolare, il cardinale ha cercato da un lato, il dialogo con la “modernità”, dall’altro di tessere – mediante lo stile del confronto e con singolari doti comunicative - legami virtuosi tra la comunità cristiana e la “città”. Quella che l’arcivescovo Martini ha proposto in oltre venti anni di episcopato milanese è stata una fede “lievito, sale e luce della terra”, limpida, fortemente radicata negli insegnamenti del Papa e della Chiesa, orientata ad aprirsi ai poveri, alle persone di altre fedi e culture, ai non credenti.

Carlo Maria Martini era nato a Torino il 15 febbraio 1927; nel 1944, a soli 17 anni, era entrato nel seminario della Compagnia di Gesù. Ordinato sacerdote a Chieri (Torino) il 13 luglio 1952, era stato presto indirizzato agli studi teologici ed esegetici, fino a divenire uno dei biblisti più conosciuti e stimati al mondo.

Nel 1969 fu nominato rettore del Pontificio Istituto Biblico e nel 1978 della Pontificia Università Gregoriana, dove però rimase per un breve periodo. Infatti il 29 dicembre 1979 papa Giovanni Paolo II lo elesse arcivescovo di Milano, succedendo allo scomparso cardinal Giovanni Colombo. Ordinato vescovo nella basilica di San Pietro il 6 gennaio 1980, prese possesso dell’arcidiocesi il 2 febbraio successivo. Venne creato cardinale nel Concistoro del 2 febbraio 1983.

Nel capoluogo lombardo le cure del pastore s’indirizzarono alla riscoperta e valorizzazione della “dimensione spirituale della vita”, alla diffusione di un approccio personale e comunitario alla Bibbia (lectio divina, scuola della Parola), alla solidarietà e al “farsi prossimo”, all’educazione dei giovani (oratori), all’animazione delle comunità parrocchiali, alle iniziative a carattere culturale e sociale cristianamente ispirate. Molteplici le attenzioni mostrate dal porporato al dialogo con la società civile (vasta eco suscitarono i “discorsi alla città” in occasione della festività patronale di Sant’Ambrogio), al mondo della cultura e ai non credenti (istituzione della “Cattedra dei non credenti”).

Numerosissime le sue pubblicazioni, sia a carattere biblico-esegetico sia in campo teologico, pastorale (le “lettere” alla diocesi, diffuse in decine di migliaia di copie, fra cui “In principio la Parola”, “Dio educa il suo popolo”, “Il lembo del mantello” sulla comunicazione, “Quale bellezza salverà il mondo”), morale, etico, culturale.

Fra i numerosi incarichi ecclesiali, Martini fu presidente del Consiglio delle conferenze episcopali europee (Ccee) dal 1986 al 1993.

Nell’estate 2002 lasciò la guida della diocesi, dove s’insedia il nuovo arcivescovo cardinal Dionigi Tettamanzi. Martini dapprima si ritirò a Gerusalemme, città sempre amata, per raccogliersi in preghiera e per proseguire gli studi biblici. Tornato definitivamente in Italia nel 2008 - anche per l’aggravarsi del Parkinson che lo affliggeva da tempo -, si stabilì all’istituto Aloisianum, residenza dei gesuiti a Gallarate (Varese), dove si è spento il 31 agosto 2012. 


Parole e silenzi

Lo storico Guido Formigoni traccia il profilo di Martini arcivescovo di Milano


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Carlo Maria Martini, arcivescovo per più di vent’anni (1980-2002), ha accompagnato la Milano che usciva dai corruschi e appassionati anni Settanta (non solo, ma anche di piombo), la Milano “da bere” del benessere e dell’illusoria postmodernità, la Milano dei passaggi drammatici di Tangentopoli e della crisi di un’intera classe dirigente, la Milano rancorosa dell’identità localista. Ha esercitato lungo tutti questi anni un magistero discreto, umile, appassionato, capace di parlare a credenti e non credenti, che è quindi diventato in qualche modo un modello vivente di come la Chiesa si possa e si debba rapportare alla “città dell’uomo”. Un punto di riferimento nazionale e anche ben più che nazionale.

Il suo approccio sapienziale alla città e alla società è scaturito sempre spontaneamente dalla radice biblica ed eucaristica della sua vita e della sua riflessione. Per cui i discorsi alla città, tipici della solennità di sant’Ambrogio, sono sempre stati intessuti non a caso di riferimenti alle lettere pastorali che annualmente scandivano la sua proposta di priorità rivolta alle comunità cristiane ambrosiane. E si nutrivano della memoria di Ambrogio, pastore di una chiesa in tempi di transizione.

Ecco allora che il primo ciclo di cinque lettere che invitava a concentrarsi sui pilastri dell’esperienza cristiana (dimensione contemplativa della vita, parola di Dio, eucarestia, missione, carità, dispiegate tra 1980 e 1986), si integrava con la proposta iniziale di un magistero alla città che insisteva sulla riconciliazione rispetto ai duri conflitti degli anni Settanta, cercava gli spazi della solidarietà in una città condizionata dalla rivoluzione neoliberista, rifletteva sulla pace di fronte alle ultime tensioni della guerra fredda, si apriva all’accoglienza del diverso e dell’immigrato.

Il secondo ciclo delle lettere pastorali dedicate agli atteggiamenti di fondo della vita cristiana (educare, comunicare, vigilare), che corsero dal 1987 al 1993, si intrecciò con una serie di discorsi alla città sempre più puntuali e radicali, rispetto alle trasformazioni dell’epoca. Si pensi agli interventi sulla nuova stagione di educazione alla politica dei giovani cristiani, sulle inedite prospettive di unità dell’Europa derivanti dagli eventi del’89 europeo, sulla rinnovata attenzione alla solidarietà di fronte alle minacce antisolidaristiche, sui rapporti con l’islam tra dialogo religioso e necessità di costruire forme vivibili di un incontro pratico, sull’attenzione al futuro in tempi di incertezza e rassegnazione, sulla legalità minacciata dall’ondata di corruzione.

Questi sono anche gli anni dei primi tentativi di sintetizzare un metodo attorno ad alcuni punti fermi, collegati anche alla celebrazione del sinodo diocesano e alla proposta ormai decollata della “Cattedra dei non credenti”. La lettera per la città intitolata “Alzati e vai a Ninive” del 1991 esprimeva questa consapevolezza con un ragionamento approfondito sulle condizioni dell’evangelizzazione in una situazione intermedia tra cristianità e secolarizzazione, approdando a identificare il punto critico nello “stile pastorale” (uno stile comunicativo, di amorevole discernimento, di irradiazione e di accoglienza).

Ecco allora l’ultimo ciclo, in cui l’apertura al Giubileo del 2000 e alla proposta di papa Giovanni Paolo II di dedicare attenzione progressiva alla Trinità strutturava una riflessione magisteriale che toccava i punti più alti nel rivolgersi alla città. Restano pagine cruciali quelle dedicate al rapporto tra silenzio e parola della Chiesa, che approdarono a proporre – da “serva inutile”, umile e grata – un allarme sulle condizioni etiche della convivenza, anche nelle loro ricadute istituzionali e politiche. Allarme bilanciato dall’esortazione a coltivare il grande “sogno” del futuro, senza fuggire dalle responsabilità nel presente, prendendo sul serio le paure del nuovo millennio, amplificate dal terrorismo omicida dell’11 settembre, ma costruendone operosamente le speranze.

Un magistero confermato negli ultimi dieci anni di vita da Arcivescovo emerito, quando ha saputo alternare sapientemente silenzi e parole, contribuendo alla ricerca su alcuni nodi profondi del vivere cristianamente l’umanità (da un approccio non scontato alle questioni bioetiche, fino agli spunti sofferti sulla malattia e la morte). Un maestro autorevole che andava oltre ogni ideologia, un pastore credente che si faceva interrogare dal “non credente che era in lui”, un duraturo punto di riferimento per un volto di Chiesa fedele all’umanità perché fedele al Signore.


E i giovani lo seguivano

Monsignor Franco Agnesi e l'esperienza della 'Scuola della Parola'


“L’arcivescovo Martini invitava i giovani a mettere in gioco la propria libertà, a dare una risposta personale a Gesù. Credo si possa dire che per lui la pastorale giovanile corrispondeva in buona misura alla pastorale vocazionale”. Monsignor Franco Agnesi è oggi, dopo 9 anni da parroco, vicario episcopale della zona di Varese, una delle sette zone pastorali in cui è suddivisa la diocesi di Milano, la più grande del mondo. Negli anni ’80 è al servizio dell’Azione cattolica; nel 1989 viene nominato responsabile dell’ufficio diocesano di pastorale giovanile, per poi essere chiamato nel 1995 al ruolo di pro vicario generale della diocesi. Intervistato da Gianni Borsa per il Sir, affronta alcuni aspetti del rapporto tra lo scomparso porporato e le giovani generazioni.

Martini e i giovani: il primo pensiero corre alla Scuola della Parola. È un accostamento giustificato?

“Credo proprio di sì. A pochi mesi dal suo arrivo a Milano, avevamo proposto all’arcivescovo di guidare un incontro di preghiera dei giovani di Ac con il quale iniziava tradizionalmente l’anno associativo. Ma il cardinale ci fece sapere di avere un’altra idea. Da lì presero avvio alcuni incontri mensili, nel periodo invernale, che allora chiamavamo Scuola della preghiera; si svolgevano in Duomo, rivolti ai giovani della città di Milano, guidati dallo stesso arcivescovo. Ebbero subito un grande successo e i partecipanti crescevano di mese in mese; il Duomo era strapieno. Tanto che la formula, un poco rivista, si consolidò, si estese all’intera diocesi e proseguì per cinque anni. Era nata la Scuola della Parola”.

Come si svolgeva? Quali gli intenti?

“Lo schema era abbastanza semplice. Si iniziava con una preghiera, poi con il cardinal Martini leggeva un brano della Parola. Aveva un metodo che ricorreva: si chiedeva e ci chiedeva ‘cosa dice il testo?’; quindi ‘cosa mi dice personalmente il testo?’; infine ‘cosa rispondo io al Signore che mi interpella?’. La novità risiedeva nel fatto che i giovani erano invitati a pregare sulla Parola e con la Parola. E il cardinale era di grande aiuto grazie alla sua capacità di far parlare la Parola. Ci accorgevamo che i giovani erano entusiasti di questo approccio, si lasciavano condurre dal Vescovo e poi la lectio diventava un aiuto per interrogare il proprio essere cristiani, la coscienza, la fede… In questo modo Martini prendeva il capitolo sesto della costituzione conciliare Dei Verbum e la metteva in pratica. E i giovani lo seguivano”.

Questa prassi pastorale si è poi diffusa al resto della diocesi?

“Sì, dai giovani si è passati alla lectio degli adulti, nelle parrocchie, nelle associazioni. Ed è poi proseguita, con alterne vicende, fino a oggi”.

Quali altre attenzioni aveva Martini per la gioventù?

“Una vasta gamma di proposte, idee, cure pastorali, dagli oratori alla catechesi, sulla quale insisteva molto. E poi non vanno dimenticati alcuni appuntamenti importanti, come l’assemblea di Sichem, l’iniziativa “Sentinelle del mattino”, il “Sinodo dei giovani”. Tutte occasioni volte a coinvolgere i giovani nell’immaginare e nel realizzare la pastorale giovanile ordinaria, affinché essi avessero un ruolo da protagonisti. In effetti direi che Martini non ha mai inteso ‘coccolare’ i giovani, bensì puntava a farli crescere, crescere nella fede. Inoltre non ne parlava mai come di una massa, ma aveva sempre in mente i ragazzi, gli adolescenti, i giovani come persone, ciascuno diverso dagli altri, ognuno con i suoi talenti, i suoi problemi, le sue attese e aspirazioni. Il suo non era un parlare giovanilistico, ma tendeva a toccare le coscienze. Forse proprio per questo aveva una grande capacità di catalizzare l’attenzione delle nuove generazioni”.


EUROPA ED ECUMENISMO: 

UN MAESTRO E UNA GUIDA

Il cardinal Martini nel ricordo di monsignor Aldo Giordano

“Mi ha sempre colpito la 

capacità del cardinal Martini di rileggere le vicende dell’Europa, le preoccupazioni dei popoli e delle singole persone con la Parola di Dio. Era il suo carisma più importante: con la Scrittura portava luce. L’Europa ha ora un nuovo intercessore che la custodisce dall’alto”. È il ricordo che monsignor Aldo Giordano, osservatore permanente della Santa Sede presso il Consiglio d’Europa, serba del cardinal Carlo Maria Martini. Maria Chiara Biagioni, per il Sir, ha chiesto a monsignor Giordano di tracciare la “dimensione europea” ed ecumenica dell’arcivescovo che dal 1986 al 1993 è stato presidente del Consiglio delle conferenze episcopali d’Europa (Ccee).

Quali avvenimenti dei vescovi europei hanno visto il cardinal Martini come protagonista?

“L’agenda del cardinal Martini presidente del Ccee è stata molto ricca. Sono gli anni della grande svolta europea legata alla caduta del muro di Berlino del 1989. Il 30 aprile-2 maggio 1990 il cardinale presiede un primo incontro dei vescovi dell’Europa centrale e orientale, a Vienna, con il tema: ‘Il Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi’. È un momento storico. Si tratta di approfondire la conoscenza, di superare sospetti, di trovare strade di comunione e collaborazione tra Chiese e comunità prima costrette a vivere separate. Arriverà la tragedia dei Balcani e il cardinal Martini sarà attivo per cercare strade di riconciliazione e di pace, soprattutto a livello ecumenico. I temi pastorali che toccano in profondità l’esistere delle persona gli stavano a cuore. Egli ha presieduto nel 1989 un simposio di vescovi europei su un tema di particolare attualità: ‘L’atteggiamento odierno di fronte la nascita e la morte’. Ma sono innumerevoli gli incontri europei che lo hanno visto guida e maestro sui diversi temi pastorali: catechesi, mezzi di comunicazione, vocazioni, migrazioni, dialogo tra le religioni, ruolo dei laici nella Chiesa... Egli ha anche sempre cercato la collaborazione con gli episcopati degli altri continenti, convinto dell’importanza della ‘cattolicità’ della Chiesa”.

Quali sono le idee portanti del cardinal Martini sulla costruzione della nuova Europa?

“Come risposta desidero citare alcune affermazioni del cardinal Martini riguardo ai tratti del volto della ‘nuova Europa’, espresse il 28 gennaio 2002, intervenendo a un convegno sull’Europa dell’Università Bocconi di Milano. ‘La meta da raggiungere in questo vasto e articolato processo è quella di un’Europa intera, che torni pienamente a respirare con i suoi ‘due polmoni’, quello della cultura, tradizione e spiritualità orientale e quello della cultura, tradizione e spiritualità occidentale… Quella da edificare per l’oggi e per il futuro è, inoltre, un’Europa che sappia presentarsi, interpretarsi e realizzarsi come una ‘famiglia di nazioni’ aperta agli altri Continenti e coinvolta nell’attuale processo di globalizzazione mondiale’. Il cardinale parlava poi di una ‘Europa dello spirito’, nella quale vengano riscoperti e riproposti per l’oggi i valori che l’hanno modellata lungo tutta la sua storia: la dignità della persona umana; il carattere sacro della vita; il ruolo centrale della famiglia; l’importanza dell’istruzione; la libertà di pensiero, di parola e di professione delle proprie convinzioni o della propria religione; la tutela legale degli individui e dei gruppi; la collaborazione di tutti per il bene comune; il lavoro come bene personale e sociale; l’autorità dello Stato, sottoposta alla legge e alla ragione e ‘limitata’ dai diritti della persona e dei popoli. Ribadiva pertanto la necessità di ‘ritornare, con fedeltà creativa, a quelle radici cristiane che hanno positivamente segnato la storia europea’. ‘Un nuovo serio confronto dell’Europa con il Vangelo e con i valori da esso proposti – diceva - è la carta da giocare con fiducia’”. 

Il cardinal Martini ha anche avuto particolarmente a cuore il cammino ecumenico in Europa. Quali avvenimenti e contenuti ricorda?

“Insieme al metropolita Alexi II - poi patriarca della Chiesa ortodossa di Mosca e di tutte le Russie - il cardinal Martini ha presieduto la prima assemblea ecumenica europea che si è tenuta dal 15 al 21 maggio 1989 a Basilea col titolo: ‘Pace nella giustizia’, organizzata dal Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa (Ccee) e dalla Conferenza delle Chiese europee (Kek), l’organismo europeo che riunisce più di 120 Chiese e comunità nate dalla Riforma e ortodosse. L’assemblea di Basilea, con 700 delegati ufficiali di ogni Paese e ogni tradizione cristiana, è stata un segno profetico nel cammino delle Chiese e dell’Europa: dopo secoli, è stato il primo appuntamento in cui le Chiese di tutta Europa si sono riunite con fiducia per comprendere la propria comune vocazione di fronte agli scenari del mondo contemporaneo. Seguiranno due altre assemblee ecumeniche europee: a Graz (Austria) nel 1997 e a Sibiu (Romania) nel 2007. Anche a Graz il patriarca Alexei II e il cardinal Martini erano presenti, testimoniando la loro amicizia anche personale. Per l’ecumenismo il cardinal Martini ha creduto nei rapporti personali e nel ritornare alla base comune della Sacra Scrittura per ritrovare l’unità”.


“Per lui Gerusalemme era 

un archetipo della coscienza”

Il biblista padre Paolo Garuti: Israele ha segnato la coscienza del cardinal Martini

 

La amava al punto da farvi ritorno, appena terminato il ministero episcopale, per proseguire i suoi studi biblici. Il legame del cardinal Carlo Maria Martini con la Terra Santa risale a quando era un giovane gesuita. Francesco Rossi per il Sir ne ha parlato con il domenicano padre Paolo Garuti, biblista e docente alla Pontificia Università S. Tommaso d’Aquino (Roma) e all’École Biblique (Gerusalemme).

Cosa caratterizzava il legame del cardinal Martini con la Terra Santa?

“Dal punto di vista scientifico, era uomo del testo: si consacrò sin dagli albori della sua carriera di studioso agli antichi manoscritti del Nuovo Testamento, al confronto fra le diverse forme in cui quegli scritti sono giunti fino a noi. Il Nuovo Testamento fu scritto in greco, fuori dalla Terra Santa, in Siria, in Asia Minore, a Roma e si diffuse in diverse traduzioni lungo le sponde del Mediterraneo. I più antichi manoscritti giunti fino a noi si trovano nei musei, nelle grandi biblioteche o negli antichi monasteri, non in quella che fu la terra di Gesù. Non era quindi scontato che uno studioso di ‘Critica del testo’, così si chiama la specialità cui si dedicò, si legasse tanto a quella regione. Ma, oltre il testo, la Bibbia non si può separare dalla terra in cui è nata la gente che l’ha vissuta e scritta, di cui parla tanto in quello che chiamiamo Antico Testamento e che il Nuovo assume a paradigma della speranza in un mondo oltre quello che vedono i nostri occhi. Senz’altro anche gli avvenimenti della storia più recente, lo sterminio del popolo ebraico e la fondazione dello Stato d’Israele, hanno segnato la coscienza del giovane studioso, ma, com’egli amava dire, Gerusalemme era per lui ‘un archetipo della coscienza’, la città che sta all’inizio e alla fine dell’immaginario biblico: annunciata nel paradiso terrestre, drammaticamente realizzata e mille volte distrutta nelle sue pietre, figura della Città che tutti accoglierà e che oggi egli può contemplare”.

Per un biblista, qual è il significato di quei luoghi?

“La Bibbia è anche storia di popolo e un popolo si forma in un angolo del pianeta. In quel popolo e in quell’angolo di terra, per i cristiani, la Parola si è fatta carne, cioè occhi che guardano, piedi che calcano, mani che toccano, narici che sentono quando arriva la primavera. Se la parola, trasmessa dai testi, è Parola viva, lo fu, innanzitutto, in quel lembo di terra: in Galilea, ai bordi del lago, a Gerusalemme, fra le pietre del deserto di Giuda. Inoltre, pur se Martini non fu un archeologo, suppongo che anche a lui le rovine che affiorano da quella terra raccontassero a modo loro la storia che la Bibbia racconta sulla carta”.

Lì il cardinal Martini fece ritorno nel 2002: perché questo forte desiderio di quella che chiamava “la mia terra”?

“Appena arrivato a Gerusalemme, venne alla scuola dei domenicani, l’École biblique, a chiedere che gli fosse assegnato un tavolo nella nostra biblioteca. Si era fatto affidare dalla biblioteca vaticana, mi par di ricordare, lo studio e la pubblicazione di un paio di manoscritti inediti. Lo accogliemmo con gioia e a me capitò qualche volta di sentirne la presenza tacita e paziente alle spalle, mentre attendeva che avessi terminato di cercare nel catalogo della biblioteca ciò che mi serviva, per sedersi lui al computer e compiere la sua ricerca. Non so se pensasse davvero di potersi dedicare completamente agli studi abbandonati per assumere l’episcopato, sapeva bene di dover spesso tornare in Italia per le congregazioni vaticane e per i tanti vincoli che ancora lo legavano a Milano: ma più che i risultati della ricerca, fu bello vedere quanto desiderasse tornare all’umile, assiduo, talvolta noioso, lavoro dello studioso. Chi conosce il pungolo della curiositas sa quanto quel desiderio fosse sincero. A Gerusalemme andò ad abitare nella casa che i gesuiti avevano costruito nel XIX secolo e della quale egli stesso s’era occupato come responsabile del Pontificio istituto biblico di Roma. Anche grazie a lui gli studenti di quell’Istituto, provenienti da tante parti del mondo e spesso ignari dell’ambiente in cui nacque la Bibbia, possono trascorrere lunghi periodi a Gerusalemme, frequentando corsi all’università ebraica e all’École biblique”.

Da più parti Martini viene ricordato oggi quale uomo di dialogo. Come si poneva di fronte al conflitto israelo-palestinese e come era visto dalle due parti?

“Quando venne a Gerusalemme, inutile nasconderlo, fu accolto con una certa apprensione. Si sapeva quanta simpatia lo legasse al mondo ebraico, per sensibilità personale, per ragioni storiche e culturali. D’altro canto, non poteva ignorare che i cristiani di Terra Santa, palestinesi in grande maggioranza, erano stati duramente colpiti dalla repressione israeliana dell’intifada scoppiata nel 2000. Ci raccontò, candidamente quanto lo può un gesuita, che gli era stato raccomandato da un amico il silenzio. Si attenne a questo consiglio, anche per rispetto delle autorità ecclesiastiche del luogo. Raccontava che fra i primi libri della Bibbia che lo avevano affascinato c’era il Libro di Giobbe: al grido del giusto che soffre chiedendone il perché all’unico che può rispondere, al Dio che proprio allora sembra nascondersi, Carlo Maria Martini è tornato in questi ultimi tempi di sofferenza”.


Infaticabile nello spezzare 

'il pane della conoscenza'


Il ricordo di Marco Garzonio, giornalista del “Corriere della Sera”

“Era un uomo di Dio che sapeva anticipare i tempi. Penso, ad esempio, ai temi del lavoro e dell’economia, alla legalità, alla comunicazione…”. Con immagini nitide e parole cariche di stima, Marco Garzonio parla dello scomparso cardinale Carlo Maria Martini. Da giornalista del “Corriere della sera” ha seguito per molti anni le tracce pastorali del biblista giunto nel 1980 sulla cattedra di Ambrogio. Scrittore, presidente della Fondazione Ambrosianeum, docente universitario, Garzonio – intervistato da Gianni Borsa per il Sir – svolge alcune osservazioni sulla figura del vescovo-esegeta.

 In che senso Martini sapeva, come lei afferma, anticipare i tempi?

“Perché si poneva all’incrocio degli eventi e in ascolto della storia, e si domandava cosa volesse comunicare Dio all’umanità attraverso quei fatti. Cercava in Dio, nella sua Parola, la luce che illuminasse e orientasse il cammino. In questo senso direi che Martini è stato, nell’ultimo quarto del XX secolo, un esempio profetico nella Chiesa. Tentava di cogliere, come insegna il Concilio, i ‘segni dei tempi’, con un’ innata capacità di fare sintesi del passato e di guardare al futuro”.

Si è spesso affermato che Martini fosse un uomo di cultura. È un’espressione che confermerebbe?

“Certamente. Essere uomini di cultura non significa solo essere dotti; cultura è capacità di ‘coltivare’, di conoscere, comprendere, far crescere. Il cardinal Martini sapeva spezzare il pane della conoscenza ed era un sapiente che parlava in maniera semplice, facendosi capire da tutti, anche grazie a una speciale dote comunicativa. E poi aveva una curiosità infinita che lo portava a leggere, ascoltare, imparare, dialogare… Era una carta assorbente: si arricchiva leggendo, vivendo, ascoltando, e poi restituiva quanto aveva appreso e maturato dentro di sé”.

Dell’arcivescovo di Milano fra gli anni ’80 e il 2002 si è detto anche che fosse un vescovo fedele agli insegnamenti del Vaticano II. Cosa ne pensa?

“Ci sono più elementi della biografia e della figura martiniana che rimandano al Concilio. Anzitutto direi il richiamo costante, centrale, alla Bibbia. Non dimentichiamo che i lavori dell’assemblea ecumenica iniziavano sempre con l’intronizzazione del Vangelo, posto appunto al centro, a ispirare e guidare i padri conciliari. Per Martini è sempre stato così, da sacerdote, da studioso delle Sacre scritture, da vescovo. Inoltre, fedele alla Gaudium et spes, egli procedeva verso l’incontro con il mondo, con le donne e gli uomini del suo tempo. In tal senso era anche molto ‘giovanneo’. Aveva simpatia per il mondo e rifuggiva i profeti di sventura. Nei tanti anni in cui ho seguito il suo ministero a Milano, anche di fronte alle grandi difficoltà e sfide che gli poneva la città non l’ho mai visto prigioniero di atteggiamenti depressivi o remissivi. Direi, se mi è consentito, che al cardinal Martini piaceva stare al mondo!”.

Altri “spunti” conciliari?

“Potremmo citare, fra i tanti, il dialogo interreligioso o la tenace volontà di valorizzare il laicato in chiave di corresponsabilità nella Chiesa. E poi l’attenzione alla ‘città dell’uomo’: a lui dobbiamo il dialogo con la società civile, il mondo della cultura e delle professioni; la denuncia, in grande anticipo, su Tangentopoli, del malaffare e della corruzione; il varo delle scuole di formazione all’impegno sociale e politico, non a caso intestate a un laico di spessore, come Giuseppe Lazzati, del quale aveva grandissima stima”.


Il quinto talento

Educarsi ed educare all'uso dei media: irrinunciabile compito della comunità cristiana

Gilberto Donnini 

Il tema della comunicazione è stato da subito all’attenzione dell’Arcivescovo all’interno di un percorso pastorale molto lucido che lo ha portato a delineare i pilastri sui quali deve reggersi l’edificio della comunità cristiana.

Per questo ha scritto due lettere pastorali “Effatà- Apriti” nel 1990 e “Il lembo del mantello” nel 1991. Il discorso prendeva avvio dal bene positivo della comunicazione, considerando la Trinità come primo processo comunicativo e fonte di comunicazione umana ed interumana. Quindi un flusso comunicativo divino, capace di risanare molti blocchi di comunicazione tra persone e tale da gettare buona luce anche sul problema dei mass media.

In un intervento sulla comunicazione nella parrocchia di Osnago il 1° ottobre 1997, lo stesso cardinal Martini ha ricapitolato il suo itinerario nel mondo della comunicazione sottolineando anche qualche significativo cambiamento. Come sempre, la partenza è da un’icona biblica capace di riassumere il senso del discorso.

Nel 1991, appunto, ha scelto l’icona del lembo del mantello: “Come il lembo del mantello di Gesù, alla donna che lo tocca con fede, trasmette qualcosa della forza stessa di Gesù, pur senza essere il Signore, così il sistema comunicativo mass-mediale può trasmettere qualcosa del mistero di Dio pur senza essere il Mistero. L’immagine evocava in positivo le grandi possibilità e le grandi responsabilità della comunicazione mass-mediale”.

Qualche anno dopo, tuttavia, il 13 settembre 1995, il cardinale tenne a Graz la prolusione al congresso dell’Unione cattolica internazionale della stampa e lui stesso, confessava nell’intervento di Osnago, “tenendo conto di quanto era avvenuto nel frattempo (guerra in Iraq) e di un certo deteriorarsi della comunicazione, visibile specialmente nei grandi quotidiani e nel linguaggio televisivo, ho cambiato immagine. Mi sono servito di un’icona di tipo negativo: i mercanti cacciati dal tempio”. “Ho usato quella immagine con forza per indicare – diceva il cardinal Martini – che chi pretendesse di introdurre nel tempio della comunicazione la moneta falsa o il falso commercio di notizie atte a creare violenza o diffidenza o comunque contrasto tra la gente, meriterebbe di essere cacciato dal tempio, come Gesù ha cacciato i mercanti. Intendevo, perciò, segnalare gli aspetti pericolosi, deleteri che può assumere un’informazione allorché si pone al servizio della violenza, degli odi razziali, etnici, della guerra e comunque della non intesa tra i popoli; in ogni caso il pericolo della notizia drogata, falsificata, avvelenata”.

Ma infine si è chiesto il cardinal Martini: quale icona usare per l’oggi? Parlando ad una comunità cristiana, come quella di Osnago, che si interroga sui mass media e sulla comunicazione, “desidero evocare l’immagine dei cinque talenti”, quei cinque talenti che il servo a cui erano stati affidati, ha fatto fruttare ricavandone altri cinque.

Il primo talento è, ovviamente, il Vangelo, la Parola di Dio. Il secondo talento di cui vive la comunità cristiana è la liturgia, i sacramenti, specialmente l’Eucaristia. Il terzo talento è la carità, tipico della comunità cristiana. Il quarto talento è quello della comunione, dello stare insieme.

Ma il quinto talento è la comunicazione. Non solo la comunicazione all’interno della comunità, ma anche a livello di Chiesa. “Intendo – aggiungeva il cardinal Martini – tutte le forme di comunicazione attraverso i mass-media. Non parlo qui dell’etica generale dei media, parlo invece dei talenti della comunità cristiana che ha un duplice compito: quello di educarsi e di educare all’uso dei media”. “Il servo della parabola – concludeva e concludo anch’io che da sempre ho condiviso queste idee – ha restituito cinque talenti perché allora le nostre comunità pensano che il quinto può essere lasciato a qualche specialista? È chiaro che il quinto non è il solo talento, perché la comunità non ha senso, non esiste senza la Parola di Dio, l’Eucaristia, la carità. Tuttavia la carità la catechesi, la liturgia, la Parola, la comunione non sono incisive se manca l’attenzione alla comunicazione: si rinchiudono in se stesse e alla fine sbiadiscono. Dunque, benché sia l’ultimo e non il primo, è necessario e il servo viene lodato proprio perché ha fatto fruttare tutti e cinque i talenti”.


OTIUM

Il Premio Bresson al cinema che racconta gli ultimi


Il riconoscimento della mostra di Venezia è andato a Ken Loach

“Gratitudine” per il “coraggio” dimostrato da chi, “da sempre, ha fatto entrare nel suo impegno di regista il riscatto degli ‘ultimi’, in particolare dei lavoratori sfruttati, dei precari e degli immigrati alla ricerca di un lavoro e di un riscatto sociale”. Ad esprimerla nei confronti di Ken Loach è stato il patriarca di Venezia, monsignor Francesco Moraglia, che ha conferito oggi al regista inglese il Premio Bresson, che ogni anno l’ente dello spettacolo assegna nel corso della mostra del cinema. “Sfuggire alla retorica di un mondo di vincitori, posare lo sguardo sui vinti della vita - ha detto il patriarca spiegando le motivazioni della 13a edizione del Premio - posare lo sguardo sui ‘senza casa’, su quanti che - perso il lavoro - hanno smarrito anche la loro dignità umana, posare lo sguardo sui ‘precari della vita’, insomma, porre al centro un’umanità condannata ad essere di serie B, tutto questo ci aiuta a capire l’uomo al di là di quello che veicolano gli accattivanti messaggi pubblicitari e tante rappresentazioni che ci raccontano l’uomo inteso come vincitore della storia e padrone indiscusso del suo destino”. Sempre attento ai temi sociali tra i film del regista britannico ricordiamo:Poor Cow (1967); Kes (1969);L’agenda nascosta (1990),Riff Raff - Meglio perderli che trovarli (1991); Piovono pietre(1993); Terra e libertà (1995),La canzone di Carla (1996);My Name is Joe (1998);Bread and Roses (2000);Paul, Mick e gli altri (2001);Sweet Sixteen (2002); Un bacio appassionato (2003); Il vento che accarezza l'erba(2006); In questo mondo libero... (2007); Il mio amico Eric (2008); L'altra verità(2009); The Angels' Share(2012).


 AMBIENTE

Al via il convegno ecumenico internazionale

“Uomo custode del creato”: è il tema della ventesimaedizione del convegno ecumenico internazionale di spiritualità ortodossa che si terrà nella Comunità di Bose, fino all’ 8 settembre. “Nella tradizione cristiana d’oriente e d’occidente abitare la terra è un compito e un dono affidato agli uomini, custodi ma al tempo stesso ospiti della creazione”, si legge in un comunicato diffuso da Bose. Nei quattro giorni d’incontri e dibattiti, aperti al pubblico, si approfondirà la dimensione teologica e spirituale del rapporto dell’uomo con l’ambiente che lo circonda, interrogandosi sui valori che possono ispirare scelte responsabili di fronte alla crisi ecologica, provocata dall’uomo stesso, che sta causando ferite irreversibili alla vita sul nostro pianeta. Al convegno, che sarà inaugurato dal priore di Bose, Enzo Bianchi, sono attesi metropoliti e vescovi delle Chiese ortodosse e della Chiesa cattolica, rappresentanti della Chiesa d’Inghilterra e della Riforma, del Consiglio ecumenico delle Chiese e del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, accanto a teologi e scienziati provenienti da tutto il mondo