settimana100912-Nuovo Dialogo

Settimana del 10 settembre 2012


ECCLESIA
Oratori: trend in crescita

Sono 6.500: concluso a Brescia il primo “Happening” nazionale

 

 L’oratorio è una realtà viva, oggi più che mai

Lo hanno dimostrato in questi giorni i mille e trecento educatori che si sono ritrovati nelle diocesi di Bergamo e Brescia per il primo “Happening” nazionale degli oratori, chiamato “H1O”. Una quattro giorni organizzata dal Forum degli Oratori Italiani che si è conclusa il 9 settembre con la celebrazione nella cattedrale di Brescia presieduta da monsignor Luciano Monari. Tra i fedeli i rappresentanti di circa 500 oratori non solo del nord Italia, dove l’esperienza oratoriana è tradizionalmente più radicata, ma anche del centro e del sud Italia dove il numero è in costante crescita. Ad oggi in Italia sono attivi circa 6.500 oratori, di cui la metà si trova tra Piemonte, Lombardia e Triveneto. 

Oratori in dialogo

“Gli oratori fanno tante cose, ma a volte si parlano poco”, racconta al Sir don Marco Mori, presidente del Forum degli Oratori e delegato della pastorale giovani di Brescia, ricordando come “lo scambio di esperienze sia invece un fattore determinante della sua essenza”. Una visione condivisa dal Servizio di pastorale giovanile della Conferenza episcopale italiana. “È proprio questa diffusione della realtà dell’oratorio in realtà diverse – spiega don Nicolò Anselmi, responsabile dello stesso servizio – ad aver reso necessario un incontro come questo, rivolto non tanto ai ragazzi, ma agli educatori e ai responsabili dei vari oratori. Un’occasione di incontro e confronto fondamentale”.

Bisogno di equilibrio

Ed è proprio dall’accoglienza da parte degli oratori di Bergamo e Brescia ai delegati provenienti da tutta Italia che è iniziata l’esperienza dell’ “Happening”. La giornata di venerdì 7 è stata interamente dedicata proprio al confronto in piccoli gruppi nelle varie parrocchie coinvolte. “Quella dell’oratorio è una ricetta vincente anche oggi - spiega don Marco Mori – perché riesce a mettere insieme, in un’esperienza quotidiana, dimensioni diverse: l’accoglienza e l’incontro, la preghiera e la riflessione, il gioco e il divertimento, la responsabilità e la partecipazione. Ma perché la ricetta funzioni serve equilibro tra queste componenti. Senza dimenticare il ruolo dei ragazzi, che devono sentirsi protagonisti del percorso educativo, e quello della comunità cristiana che deve essere coinvolta vedendo nell’oratorio un punto di riferimento essenziale”.

Il ruolo dell’educazione

Gli stessi elementi che hanno fatto da collante all’evento lombardo. Dopo l’incontro e la preghiera non è mancato, infatti, un momento di approfondimento con il convegno nei padiglioni della Fiera di Montichiari dove si è approfondito il tema scelto per l’Happening: “oratorio e/è educare”. Nel suo intervento il vescovo di Bergamo, monsignor Francesco Beschi, delegato lombardo della pastorale giovanile, ha sottolineato il legame fondamentale tra oratorio e comunità cristiana perché l’oratorio non è solo un luogo dove si gioca, ma in cui si educa, anche attraverso il gioco. “Durante il convegno – continua don Anselmi – è stato dato spazio anche alle testimonianze di laici impegnati nel mondo dell’associazionismo, del lavoro e dell’imprenditoria che hanno spiegato quello che l’oratorio ha rappresentato per la loro formazione”. In serata, a Brescia, non è mancato un momento di festa che ha animato Piazza della Loggia per lasciare poi spazio al silenzio dell’Adorazione eucaristica in cattedrale dove, domenica mattina, i delegati sono tornati per la celebrazione conclusiva. 

Un cammino che continua

A casa con loro gli educatori porteranno il “kit educativo” contenente il materiale per le riflessioni che è stato consegnato a tutti i presenti in apertura di convegno. Un kit che sarà inviato nelle prossime settimane a tutti gli oratori d’Italia. “Un modo – spiega don Mori – per proseguire ed allargare la riflessione iniziata in questi giorni e per tracciare il percorso che ci porterà verso il prossimo appuntamento”. Quella di Bergamo e Brescia non vuole essere, infatti, un’occasione isolata, anche se gli organizzatori non hanno ancora chiara quale potrà essere la cadenza di questi appuntamenti. “Questa si è rivelata una formula vincente e ci saranno sicuramente altri momenti, ma non penso avranno una cadenza annuale”, precisa don Anselmi che, però, rilancia: “Oggi l’oratorio appare sempre più come un luogo di incontro e di relazioni, una risposta alla solitudine e all’individualismo che vivono tanti giovani e famiglie. Un luogo di frontiera sempre aperto alla società. Per questo è importante che sia l’intera comunità a farsene carico come sottolinea anche i vescovi italiani”. Una visione che sarà alla base del lavoro dei prossimi anni. “L’esperienza dell’oratorio – conclude don Marco – è una realtà che ha conosciuto una crescita rispetto alla crisi di dieci anni fa. Questo non significa che non ci sono sfide nuove, soprattutto per quanto riguarda il coinvolgimento dei giovani tra i 20 e i 30 anni, che sono un po’ la generazione mancante, ma se guardiamo ai circa 200 mila adolescenti che hanno partecipato come animatori alle esperienze estive si rimane colpiti. Ai tempi dei social network l’oratorio resta un punto di riferimento in cui potersi incontrare e crescere”.

a cura di Michele Luppi


PAPA IN LIBANO

Voci sul viaggio apostolico: “abbiamo bisogno di lui”


Libano_PAPA

“Nei prossimi giorni mi recherò in viaggio apostolico in Libano per firmare l’esortazione apostolica post-sinodale, frutto dell’Assemblea speciale per il Medio Oriente del Sinodo dei vescovi, celebrata nell’ottobre 2010. Ho la felice occasione d’incontrare il popolo libanese e le sue autorità, oltre ai cristiani di questo caro Paese e a quelli dei Paesi limitrofi”. Benedetto XVI ha ricordato così, domenica 9 settembre, dopo l’Angelus, la sua visita nel Paese dei cedri che prenderà il via venerdì prossimo (fino al 16 settembre). Anche “se sembra difficile trovare soluzioni ai vari problemi che toccano la regione non ci si può rassegnare alla violenza e all’esasperazione delle tensioni” per il Santo Padre “l’impegno per il dialogo e la riconciliazione deve essere una priorità per tutte le parti coinvolte, e deve essere sostenuto dalla comunità internazionale, oggi sempre più cosciente dell’importanza per il mondo intero di una pace stabile e duratura in tutta la regione”. Il viaggio del Papa in Libano è tra gli argomenti all’incontro mondiale della pace promosso dalla Comunità di Sant’Egidio dal titolo “Living Together is the Future. Religioni e Culture in Dialogo” e in corso a Sarajevo (fino all’11 settembre).

Contro il fondamentalismo

Secondo monsignor Cyrille Salim Bustros, arcivescovo greco-melkita di Beirut e Byblos, “si tratta di una visita storica a causa della primavera araba e di ciò che è accaduto nei Paesi arabi e soprattutto di ciò che sta accadendo in Siria. Libano e Siria, in quanto confinanti, hanno interessi comuni. Speriamo che questo viaggio dia una visione chiara della necessità di arrivare a una pace durevole in tutti i Paesi arabi in conflitto e in Siria”. Parlando con Daniele Rocchi, inviato di Sir Europa a Sarajevo, a margine di un dibattito sul mondo arabo, l’arcivescovo esprime l’auspicio che “i siriani possano giungere a un accordo pacifico. In Libano abbiamo sperimentato la guerra per 30 anni e nessuno ha vinto, abbiamo avuto 150 mila morti e decine di migliaia di feriti, emigrati e rifugiati. L’emblema di questo viaggio è la pace, basata sulla fiducia, sulla comprensione e sulla tolleranza”. Al tempo stesso, aggiunge, “alle Chiese mediorientali verrà chiesto maggiore comunione e testimonianza credibile e comune, unite alla solidarietà con i non cristiani, islamici in testa”. Per l’arcivescovo, “è necessario dialogare con i musulmani in vista di una visione comune del valore e della dignità dell’uomo. Siamo tutti credenti in Dio al di là delle differenze religiose. Vanno ricacciati indietro estremismi e fondamentalismi che approfittano delle crisi e delle guerre per insinuare divisioni. In Siria, purtroppo, ci sono attualmente molti combattenti di Al Qaeda”.

Un grande incoraggiamento

“È una visita importante - dichiara il custode di Terra Santa, padre Pierbattista Pizzaballa, presente a Sarajevo come relatore - che non cambierà certo le attuali e difficili dinamiche del Medio Oriente, ma che avrà un grosso impatto mediatico sul mondo islamico mediorientale. Si tratta di un aspetto positivo che non dobbiamo trascurare. Una visita significativa che avviene, peraltro, nel cuore delle ferite aperte del Medio Oriente, la Siria è vicina al Libano, con tutti i problemi delle convivenze”. Per il custode, “cresce l’attesa per le parole che dirà Benedetto XVI la cui presenza è di per sé già altamente significativa. Il Papa volerà alto lanciando a tutti un profondo richiamo morale di cui sentiamo un grande bisogno in Medio Oriente dove i particolarismi si stanno sempre più imponendo”. “Le Chiese del Medio Oriente si attendono un grande incoraggiamento, i problemi sono tanti, vecchi e nuovi, e abbiamo bisogno di sentire il sostegno della Chiesa, anche fisico con il Papa che viene tra noi. Abbiamo bisogno di qualcuno che ci aiuti a uscire dalle piccole paure quotidiane e c’indichi una visione e una direzione nella quale andare tutti insieme. La preoccupazione verso una certa deriva integralista islamica è legittima e doverosa ma non dobbiamo avere paura più di tanto”.

Vie di dialogo

“Le Chiese del Medio Oriente attendono dal Papa, innanzitutto, un appello ai belligeranti a deporre le armi. In Siria non importa chi abbia ragione o torto ciò che conta è che ogni giorno muoiono 200 persone, siamo ormai arrivati a 30 mila morti. I problemi si risolvono con il dialogo e il negoziato”: monsignor Maroun Lahham, arcivescovo cattolico, vicario di Giordania, per il patriarcato latino di Gerusalemme, confida molto sugli effetti positivi che questo viaggio papale avrà per la situazione della regione. “La primavera araba - spiega a Sir Europa al termine del suo intervento all’incontro della Sant’Egidio - è nata per chiedere giustizia, dignità, diritti e libertà e ha di fatto posto fine a dittature ultradecennali. Purtroppo, alla spontaneità iniziale è subentrata una serie di pressioni politiche, internazionali, economiche, che ha allungato i tempi delle rivolte come in Libia, in Siria. Le grandi nazioni devono lasciare che i ‘piccoli’ Paesi arabi risolvano al loro interno la crisi poiché ne hanno le capacità”. Da Sarajevo arriva anche l’autorevole voce dell’imam Hani Fash, membro del Consiglio degli sciiti per i teologi del Libano: “Tutti i libanesi attendono la visita di Benedetto XVI. Abbiamo bisogno di visite come questa, della quale possa essere partecipe tutto il popolo, in tutte le sue componenti religiose”. “Personalmente - ha continuato Fash - mi sento partecipe della visita del Papa, e tutto il Libano attende il Papa, perché questa è la stoffa del libanese, che anche se di religioni diverse, vuole difendere l’identità di un Paese multiculturale e multireligioso”.


SPORT

È sempre un campione

Olimpiadi e Paraolimpiadi: insieme è meglio


PARAOLIMP“Al centro della pratica sportiva c’è l’uomo. Al di là dell’abilità o della disabilità, categorie che al mondo dello sport vanno strette”. Parola di Mario Lusek, direttore dell’Ufficio Cei per la pastorale dello sport, turismo e tempo libero. La spedizione azzurra a Londra per i Giochi paralimpici (che si sono conclusi il 9 settembre) ha conquistato 28 medaglie: 9 ori, 8 argenti e 11 bronzi. “Lo sport ha tutta un’etica e dei valori che perfezionano l’uomo, lo spingono a un rapporto diverso con il proprio corpo, che non è da idolatrare ma uno strumento per vivere un’esperienza di vita interiore”. 

Quale messaggio lanciano le Paralimpiadi?

“Ci pongono dinnanzi non all’esistenza dell’uomo con difficoltà, ma dell’uomo in quanto tale, che tende alla perfezione sfidando ostacoli che altri non hanno. Gli atleti paralimpici puntano a manifestare la propria normalità: esiste la persona con i suoi carismi, le sue potenzialità e i sui limiti”.

Che differenza c’è tra un atleta olimpico e uno paralimpico?

“Mettono lo stesso impegno, le stesse motivazioni e lo stesso stile. Hanno le stesse preoccupazioni e uguali disagi. Cambia il punto di vista particolare. Forse un atleta paralimpico si caratterizza per una maggiore determinazione. Non vogliono sentirsi espropriati di niente, anche nell’esperienza sportiva”.

Come si spiega il diverso trattamento mediatico riservato ai due eventi sportivi?

“In realtà sono centinaia di migliaia le persone che seguono dal vivo le Paralimpiadi, e moltissime le guardano in tv. La minore visibilità mediatica è dovuta ai fattori culturali che identificano l’esperienza paraolimpica come di ‘serie b’. Ci vuole tempo. È una questione di cultura, di educazione. Si tratta di uno sdoganamento che ha riguardato e riguarda anche altri ambiti della vita sociale, pensiamo alle barriere architettoniche. L’importante è che non cali la sensibilità. L’ideale, secondo me, per ottenere una maggiore efficacia mediatica, è che Olimpiadi e Paralimpiadi avvengano nello stesso periodo, un po’ come accade per i Giochi del Mediterraneo. Quando arriva il campione, comunque, è sempre un campione, olimpico o paraolimpico che sia”.

Che rapporto intercorre tra i grandi eventi e le realtà territoriali?

“A Casa Italia si lavora a un progetto, legato al Centro sportivo italiano e all’Expo Milano 2015, per valorizzare, accanto allo sport professionale di alto livello, anche lo sport di base. Che accoglie tutti, dal più al meno dotato. Pur non escludendo la cura dei talenti che emergono”.

Sport e doping, un binomio doloroso anche in queste Olimpiadi e Paraolimpiadi. 

“Vicende che insegnano l’importanza della vigilanza su noi stessi. E dimostrano che bisogna seguire gli atleti non solo dal punto di vista tecnico ma anche etico, accompagnandone la natura spirituale, con la prossimità nei momenti di buio e incertezza. Che poi accadono al cuore di ogni uomo. È, questa, ancora un’occasione per interrogarci sulla qualità della proposta sportiva. Si può sempre ripartire, recuperando una dimensione più umana. In quest’ultima Olimpiade la vicinanza della Chiesa al mondo dello sport s’è sentita molto”.

Come si sta accanto agli sportivi?

“Con la presenza, senza essere invadenti. Come un compagno di strada che propone Gesù Cristo. La Chiesa condivide i valori dello sport: il sacrificio, la costanza, l’impegno, la sfida con se stessi. Un uomo di sport, poi, può essere anche di fede, senza che vi sia contrasto. Così si diventa strumenti di testimonianza alta anche per i giovani” 

Di cosa ha bisogno, dal punto di vista spirituale, un atleta?

“Di vicinanza, comprensione e consolazione”.

Gli atleti che hanno il dono della fede hanno una marcia in più?

“Molti atleti venivano al villaggio olimpico con la Bibbia sotto braccio. Hanno una motivazione in più, direi. Non eccedono, non si sentono dei superuomini quando vincono e nemmeno dei perdenti quando vengono sconfitti. Sono impregnati di una dimensione che trascende il momento che vivono”.


OTIUM
ANCHE TARANTO AL PREMIO GIORNALISTICO “ILARIA ALPI”

Conclusa la 18ª edizione: il premio della critica sul caso Ilva ad Alessandro Sortino e Lorenzo De Giorgi di “Piazza Pulita”

C’è una cosa che chi ha voluto per sempre mettere a tacere Ilaria Alpi, quel tragico 20 marzo 1994, non è riuscito a sopprimere. È la voce dei tanti giornalisti che oggi continuano a indagare sugli scandali e le ingiustizie che l’inviata Rai sarebbe stata a un passo dal rivelare se il suo microfono e la telecamera del suo operatore Miran Hrovatin (nella foto con Ilaria Alpi) non fossero state spente per sempre quel giorno, a Mogadiscio. Il Premio Ilaria Alpi che si è da poco concluso a Riccione (6-9 settembre), anche quest’anno ha dato risalto all’impegno e al coraggio dei tanti cronisti che nel fare informazione, non si accontentano di raccontare la superficie dei fatti. L’inchiesta che non muore e che non si ferma nemmeno di fronte alla censura, è stata dunque la vera protagonista di questa 18ª edizione dell’evento organizzato dall’associazione Ilaria Alpi, accanto a temi d’attualità come le mafie, le stragi ancora irrisolte della storia italiana, la crisi economica e il conflitto in Siria. A rappresentarla sul palco riccionese, i vincitori del concorso e alcune delle migliori firme del panorama italiano e internazionale.

L'’inchiesta che non muore

Uno degli ospiti di spicco è stato Paul Moreira, documentarista francese arrivato a Riccione per presentare il reportage “Toxic Somalia” e tenere un seminario di formazione per i giovani giornalisti che in questi quattro giorni hanno approfittato dell’evento per apprendere i segreti del lavoro d’inchiesta. Nato a Lisbona nel 1961, dopo aver lavorato per Radio France International, France 3, Liberation Magazine e Canal Plus, Moreira ha fondato un’agenzia di produzione indipendente, Premières Lignes. La sua inchiesta sulla Somalia riprende il lavoro di Ilaria Alpi sul traffico dei rifiuti tossici intervistando i pirati somali che accusano l’Occidente di sversare nelle loro acque questi pericolosi materiali, fino a documentare l’aumento d’infezioni e malattie, triplicate in 20 anni, e ricostruire i rapporti segreti tra il mondo degli affari e quello della criminalità. “C’è fame nel mondo di giornalismo d’inchiesta, e Ilaria Alpi è un grande punto di riferimento”, afferma Moreira. “Ilaria non ha mai rinunciato ai suoi progetti. Forse è per questo che anche dopo la sua morte in tanti hanno portato avanti il suo lavoro. Sul giornalismo d’inchiesta non ci devono essere frontiere”. 

L’'inchiesta che non ha epilogo

Non solo abbiamo portato Moreira a Riccione, ma abbiamo anche voluto premiarlo con una menzione speciale per il suo lavoro sulla Somalia”, spiega il direttore del Premio Ilaria Alpi, Francesco Cavalli. “Anche se partita da un percorso diverso, l’inchiesta di Moreira è arrivata inevitabilmente sulle tracce segnate da Ilaria e Miran - prosegue Cavalli - e portate avanti in questi diciotto anni da altri giornalisti”. La stessa associazione Ilaria Alpi, attraverso l’impegno di Cavalli e di un gruppo di reporter amici come Luciano Scalettari, si è recata in Somalia tra il 2005 e il 2007 per indagare sulle piste di rifiuti tossici. “Forse un epilogo, per questa inchiesta non ci sarà mai”, commenta il direttore del Premio. Al contrario, si spera di poter arrivare presto a una conclusione sul caso Alpi-Hrovatin. Anche questa edizione, aggiunge Cavalli, è stata utile per riportare alla ribalta il duplice omicidio, oggi a un punto morto. “C’è un procedimento che è aperto e il cui esito potrebbe portare a una svolta importante - sottolinea - è quello avviato per calunnia nei confronti di Ali Rage Hamed detto Gelle, l’unico accusatore di Hashi Omar Hassan, oggi in carcere”. Se questo teste ribadisse di aver dichiarato il falso (ha già detto di averlo fatto su richiesta di qualcuno), “si riuscirebbe a dimostrare quello che l’associazione Ilaria Alpi e chi ha sempre voluto la verità sul caso, sostiene da tempo: che Assan è solo un capro espiatorio”. L’appello dell’associazione è che questo cittadino somalo torni in Italia a dire la verità.

I vincitori

I traffici illeciti, il sovraffollamento delle carceri, gli ultimi criminali nazisti, l’Ilva di Taranto e la camorra sono i principali temi trattati dalle inchieste premiate quest’anno. Sui rifiuti tossici che partono dall’Italia per arrivare in Cina, dove vengono lavorati e riutilizzati nella fabbricazione di giocattoli poi venduti in tutto il mondo, verte “Spazzatour” di Emilio Casalini (Report), miglior reportage breve. Il premio al miglior servizio da tg va a Giulio De Gennaro del Tg5, che in “Caccia ai nazisti” ha intervistato Werner Bruss, responsabile dell’eccidio di sant’Anna di Stazzema. Sulle condizioni dei penitenziari italiani indagano altri due servizi vincitori: “Fratelli e sorelle” di Barbara Cupisti (Rai 3), miglior reportage lungo, e il racconto su San Vittore di Alessandro Hielscher (Tg2), premio Miran Hrovatin riservato ai tele-cineoperatori. Gli altri vincitori sono Emiliano Bos e Paul Nicol della RTV Svizzera con “Mare aperto”, storia d’immigrazione e disperazione di un gommone alla deriva; Lucia Portolano della salentina Telerama (tv locali) con “Mesagne e la Scu”, sulle tracce della Sacra Corona Unita; per le Web Tv Attilio Bolzoni di Repubblica.it e Claudio Papaianni e Andrea Postiglione (Espresso) con due lavori sulle infiltrazioni della malavita; Massimiliano Cocozza (inediti) con un’inchiesta sull’eroica lotta delle persone affette dalle malattie neoplastiche. il premio Unicredit per la libertà di stampa alle siriane Hanadi Zahlout e Yara Bader; il premio alla carriera a Nuccio Fava.

Alessandra Leardini


IL PENSIERO 

Riparte la scuola: la posta in gioco per giovani, famiglie ed insegnanti

In questi giorni sta ricominciando la scuola. Con l’ormai consueta scansione - prima alcune Regioni, poi altre - allievi dalle primarie alle superiori tornano in classe per cominciare quella che, in fondo, si propone ogni volta come una straordinaria avventura.

La campanella delle lezioni - per alcuni la primissima, per altri ormai un rito ben conosciuto - apre un mondo, nel quale per mesi si avvicenderanno bambini, ragazzi, adulti. Persone e relazioni che lasceranno il segno, nel bene e nel male, come è facile confermare guardando all’esperienza di ciascuno. E proprio l’importanza di questa esperienza fa guardare con una certa trepidazione al suo nuovo inizio, ogni anno. La trepidazione degli allievi, unita a quella predisposizione spesso entusiasta al nuovo, all’incontro, al futuro, che solitamente caratterizza il vissuto di ragazzi e ragazze, piccoli e grandi. È una condizione per incamminarsi insieme ed è una risorsa indispensabile da giocare proprio nella scuola, dove piano piano le esperienze guidate aiutano a diventare grandi e a misurare la realtà e se stessi, scoprendone i confini, i limiti, da accostare alle potenzialità.

C’è poi la trepidazione degli adulti, genitori e insegnanti, che nella scuola mettono in gioco se stessi. I primi, i genitori, accompagnando soprattutto i più piccoli, “affidandoli” ad altri, con la preoccupazione che si può avere quando si capisce di lasciare un ambiente protetto per un altro più esposto ai venti, la preoccupazione di misurare anche se stessi e la propria capacità educativa nella dialettica inevitabile con altri adulti significativi, col gruppo dei pari, con altre famiglie.

La trepidazione degli insegnanti è forse quella cui si pensa di meno. Eppure proprio i docenti, dalle primissime classi in poi, sentono probabilmente in modo più consapevole la straordinaria posta in gioco nell’attività scolastica, la responsabilità richiesta dal compito, pure molto diversificato, di “accompagnamento” dei propri allievi. Fuori dai luoghi comuni poco lusinghieri sul lavoro scolastico, sono tanti, tantissimi gli insegnanti (in generale chi opera nelle scuole) che continuano a interpretare il proprio ruolo con curata professionalità e dedizione, talora in condizioni operative davvero al limite. E qui viene da fare considerazioni un po’ più prosaiche su un inizio di anno scolastico che presenta, come è consuetudine, più problemi che certezze: dalla copertura delle cattedre alla cronica mancanza di risorse per le manutenzioni, l’edilizia, gli investimenti… Una lista di guai che ben si conoscono e che addirittura a molti sembrano inguaribili.

Durante l’estate spesso la scuola è stata al centro dell’attenzione. Molte sono state le dichiarazioni e le prese di posizione del ministero che vorrebbe porre le condizioni per un sistema rinnovato e migliore. Un sistema che ha bisogno certo di buone intenzioni, ma in particolare d’investimenti economici e di fiducia, anche e forse soprattutto in questo tempo di crisi globale, che mette a dura prova l’intera società.

 Alberto Campoleoni 


Mostra del cinema di Venezia

“Il cinema può ancora cambiare il mondo”

Quello che lascia la kermesse, nelle parole di monsignor Viganò, presidente dell’ente dello spettacolo della Cei.


“Pietà” di Kim Ki-duk ha vinto il Leone d’Oro alla 69ª Mostra del cinema di Venezia. La Giuria internazionale ha deciso poi di assegnare il Leone d’Argento per la migliore regia a “The Master” di Paul Thomas Anderson, il Premio Speciale della Giuria a “Paradies: Glaube” di Ulrich Seidl, la Coppa Volpi per il miglior attore a Philip Seymour Hoffman e Joaquin Phoenix nel film “The Master” di Anderson, la Coppa Volpi per la migliore attrice a Hadas Yaron nel film “Lemale Et Ha’Chalal” di Rama Bursthein. Fabrizio Falco, nel film “Bella Addormentata” di Marco Bellocchio e nel film “È stato il figlio” di Daniele Ciprì, ha ottenuto il “Premio Marcello Mastroianni”, assegnato ogni anno all’attore o all’attrice emergente. Delusione, dunque, per il cinema italiano che è rimasto fuori dai premi principali. Vincenzo Corrado, per il Sir, ha chiesto un commento a monsignor Dario Edoardo Viganò, presidente della Fondazione Ente dello Spettacolo (Eds).

Qual è il suo commento per questa edizione della Mostra del cinema?

“Mai un’edizione, come quella di quest’anno guidata dal ritorno di Alberto Barbera, si è presentata come sismografo della società italiana: sobrietà nella gestione e grande ricerca nella qualità delle proposte. Da segnalare l’innovazione tecnologica legata alla Rete che, creando una sala virtuale, ha permesso a molte persone la visione dei film della ‘Sezione Orizzonti’. Inoltre l’avvio di altri due progetti qualificanti: anzitutto la ‘Biennale College – Cinema’, laboratorio di alta formazione aperto ai giovani film

makers di tutto il mondo, per la produzione di film a basso costo. Secondo aspetto di novità: il nuovo ‘Light Market’, ovvero il ritorno del mercato al Lido che permette a Venezia di essere competitiva con realtà come Cannes o Toronto”.

Cosa ne pensa dei film in concorso? E del vincitore, in particolare?

“Certamente il concorso ha saputo selezionare una serie di opere di qualità, con una significativa presenza di maestri del cinema. Penso, ad esempio, a Malick, Redford, De Palma, Ki-duk, Bellocchio, senza dimenticare i territori della ricerca e del documentario e, quello più difficile, della scoperta di nuovi autori. Per quanto riguarda il film vincitore: l’opera di Kim Ki-duk, “Pietà”, è stata la più applaudita tra quelle in concorso. Il messaggio, seppure molto forte e positivo, che si snoda in un racconto di pentimento e di riconciliazione, non eguaglia però le vette poetiche cui ci aveva abituati in precedenza, come ad esempio in ‘Ferro 3”.

Qual è il suo giudizio sugli altri premi assegnati?

“Oltre al già citato e meritato Leone d’Oro a ‘Pietà’ di Kim Ki-duk, dispiace non vedere alcun film nostrano tra i premi maggiori così come l’esclusione di talentuosi autori come Mendoza. Comunque sia, il verdetto della giuria ha meritatamente riconosciuto anche la qualità di ‘The Master’ di Paul Thomas Anderson e del film di Daniele Ciprì ‘È stato il figlio’”.

L’Italia, come lei notava, è rimasta a mani vuote. Un brutto segnale per il nostro cinema?

“Andrei oltre l’equazione premio uguale qualità. Certamente una giuria individua opere facendo leva su criteri formali e, soprattutto, sulla forza comunicativa di valori e di idee sovranazionali. I nostri film, di ottima qualità, patiscono probabilmente di un ancoraggio marcato alla piccola penisola italiana”.

La Fondazione Eds, come ogni anno, era presente a Venezia con un cartellone ricco di appuntamenti. Quale lo spirito che anima le diverse iniziative?

“Tra i moltissimi appuntamenti, due sono stati particolarmente intensi. Anzitutto il ricordo all’Hotel Excelsior, cuore della mostra, del cardinale Carlo Maria Martini. Alla presenza del presidente e del direttore della mostra, l’evento ha coinvolto le comunità protestanti e numerosi attori, attrici e registi. L’altro appuntamento è stata la consegna del premio Robert Bresson al maestro del cinema britannico Ken Loach. Per il regista, e per noi, il cinema può ancora cambiare il mondo: può entrare in fabbrica e nelle periferie, nella marginalità e nella disperazione, per uscirne più forte e consapevole. Un premio, come ha sottolineato il patriarca Francesco Moraglia, che mostra come ‘in una società e in una cultura che fatica sempre di più ad allargare gli spazi della ragione il potente mezzo del cinema può aiutarci a riflettere’”.

Quali saranno le prossime iniziative della Fondazione?

“Partiranno a breve delle proposte per riflettere sull’Anno della fede. Il lavoro, poi, già ferve per la prossima edizione del ‘Tertio Millennio Film Fest’, che si svolgerà a Roma dal 4 al 9 dicembre. L’interesse di questo festival sta nel dare parola (e visione) a quel cinema che abita con passione i territori dell’umano; a quel cinema che sa non chiudere le storie, ma aprirle alla dimensione spirituale”.