settimana230712-Nuovo Dialogo

Settimana 23 luglio 12

FAMIGLIA E LAVORO

Prigionieri del presente 

Quale futuro se la politica economica non saprà svincolarsi dalla logica dei mercati?

La precarietà del lavoro domina il nostro immaginario collettivo. Ci terrorizza, perché non siamo attrezzati ad affrontare un contesto dove il posto, conquistato con fatica, si può perdere facilmente.

Lavorare diventa una questione ricorrente nella vita delle persone: la ricerca di un’occupazione, non è il tema dell’età giovanile, sta diventando una condizione ciclica.

Le ricadute sulle nostre abitudini e sulle nostre scelte sono di diverso tipo, perché un lavoro stabile è garanzia di un reddito costante.

Dentro quest’incertezza stiamo ricalibrando il nostro futuro. Non stupisce che i matrimoni calino, oppure che siano pochi i neonati: come si può iniziare una vita in comune? Come si può garantire una cura, un’educazione, un’assistenza ai propri figli?

Ancora una volta i dati del mercato del lavoro non appaiono incoraggianti.

Le notizie che arrivano dalla ricerca “Excelsior” di Unioncamere e ministero del Lavoro hanno annunciato che, in quest’ultimo trimestre del 2012, le assunzioni stabili sono state meno del 20%.

I lavoratori che hanno trovato un’occupazione sono a tempo determinato oppure con contratti non standard.

I risultati offrono una conferma della frattura generazionale che si sta compiendo nel mondo del lavoro. Si stanno alimentando due sacche; quelli a tempo indeterminato: più anziani, dipendenti, tutelati, generalmente presenti in pubbliche amministrazioni e grandi imprese; quelli a tempo determinato: più giovani, subordinati, meno protetti, generalmente presenti nel terziario (commercio), piccole imprese, no profit.

Le due sacche sono figlie di due visioni del mondo dell’economia: la prima, di qualche anno fa, si concentrava sulle produzioni, sulle possibilità di fornire, nel modo più efficiente ed efficace, beni e servizi ai clienti-utenti. Quella di oggi invece si concentra sulla crescita della ricchezza. Non conta quello che si produce, contano solo le moltiplicazioni degli investimenti nei mercati azionari.

Questa diversa filosofia è pronta a sacrificare i lavoratori all’accumulo: non ha bisogno di dipendenti fedeli che garantiscano continuità, ha bisogno di persone che a domanda possano essere disponibili.

È qui che dovrebbe incidere la politica economica, che ha bisogno di svincolarsi dall’obbedienza alle logiche dei mercati. Il presidente del Consiglio, Mario Monti, auspicava, nel suo viaggio in Russia, di guardare alle prossime generazioni.

Bene.

Dopo la riforma del lavoro che riguarda contratti e modi di lavoro: la forma.

Sarebbe urgente iniziare a creare possibilità per delineare un nuovo modo d’inserimento lavorativo: a partire dalla sostanza.

Se non si può garantire il posto fisso, almeno sarebbe auspicabile porre attenzione ai contenuti del lavoro: saper discernere quelli che arricchiscono l’umano, come indicava Pierangelo Sequeri nel suo saggio “Contro gli idoli postmoderni”, rispetto a quelli che ruotano sul vuoto. Almeno la sacca dei “precari” avrebbe possibilità di giocarsi in prospettiva di uno scenario da costruire.

Se scarseggia la liquidità, allora, sarebbe opportuno selezionare con cura dove investire: il futuro non lo conosciamo, ma sicuramente dipende dal presente.

Andrea Casavecchia



NOTA STAMPA

Caritas diocesana Taranto

E' noto che le carceri italiane sono sovraffollate, molte delle quali addirittura con un numero doppio di detenuti rispetto a quello previsto.

Il problema è reso ancora più grave dalle gravi condizioni strutturali e logistiche.

I detenuti sono costretti a stare in soprannumero in spazi ristretti con evidenti carenze igieniche e di vivibilità.

A tutto ciò si aggiunge, in questo periodo di caldo torrido, anche la mancanza di sufficiente areazione delle celle.

Insomma una condizione di estrema tensione a cui il Governo non riesce a porre rimedio con soluzioni degne di un Paese civile e che costringe gli amministratori delle patrie galere a tenere sempre alta la guardia per evitare possibili incidenti pericolosi tra le bollenti mura.

Fin qui nulla di nuovo, purtroppo, per la grave situazione dei detenuti.

Se è vero, però, che lo Stato, per assolvere bene ai suoi compiti istituzionali deve “tendere alla rieducazione e reinserimento nella vita sociale di chi ha commesso reati”, la risposta concreta, questa volta, l'hanno data proprio i detenuti del carcere di via Magli a Taranto.

Dal 18 al 22 luglio essi hanno dichiarato lo stato di agitazione con una civile manifestazione di sciopero della fame e del silenzio per protestare, appunto, contro le loro gravi condizioni di vivibilità all'interno della struttura carceraria tarantina.

Come sta avvenendo in altre similari strutture di altre città, i detenuti di Taranto hanno pensato bene di chiedere che il vitto non consumato possa essere donato alla Caritas Diocesana di Taranto affinchè possa utilizzarlo per i poveri ed i più bisognosi.

I dirigenti del carcere hanno contattato la Caritas avanzando l'interessante proposta.

Don Nino Borsci, direttore della Caritas ed i suoi collaboratori si sono dati subito da fare per l'approviggionamento dei generi alimentari resi disponibili onde rifornire le due mense cittadine dei poveri (S. Pio X e Carmine), varie case famiglia e la mensa degli immigrati ospitati a Massafra.

La sofferenza personale, quando diventa comprensione delle sofferenze altrui con gesti concreti, costituisce senza dubbio un significativo ed alto esempio di solidarietà.

Don Nino Borsci ed i suoi valenti collaboratori ringraziano i detenuti per il bel gesto, nonché i dirigenti della struttura carceraria tarantina per la solerte collaborazione ed auspicano che si possa giungere finalmente, quanto prima, alla soluzione del grave problema.

Taranto 20 luglio 2012

 

Toni Cappuccio                                                    Don Nino Borsci

ufficio comunicazione Caritas Diocesana          Direttore Caritas Diocesana


AMBIENTE

"I delfini di Taras" 
il documentario dell'associazione Jonian Dolphin Conservation allo Yachting Club di San Vito


Giovedì 26 luglio alle 21.00, allo Yachting Club San Vito, a Taranto, verrà proiettato in “prima mondiale” il documentario “I Delfini di Taras” dell'associazione Jonian Dolphin Conservation. Un filmato dedicato al rapporto della città con il mare ed ai delfini presenti nel Mar Grande, anche a poche centinaia di metri dal Lungomare, e nel Golfo di Taranto. Saranno presentate spettacolari immagini inedite, con la registrazione delle “voci” dei delfini tramite idrofono, girate in oltre due anni di uscite in mare nelle acque di Taranto.La proiezione è con ingresso libero e gratuito.


SPORT

I giochi e l'Europa

Lo spirito olimpico invita a sperare nonostante la crisi


Certo tra sponsor, strutturati secondo una ferrea e precisa gerarchia, e diritti televisivi, i Giochi olimpi ci sono uno dei massimi eventi del sistema della comunicazione e del consumo globale. Fanno parte a pieno titolo di un quadro che pure dimostra, nel vivo della sua più grave e strutturale crisi finanziaria, tutti i suoi limiti.

Eppure, nonostante tutto, i Giochi non possono essere ridotti solo ad un "grande evento". C'è una sostanza culturale, etica, fondamentale, che fa delle Olimpiadi un grande appuntamento mondiale, ricco di molteplici significati.
I giochi tornano a Londra per la terza volta. È stato a Londra, nel 1908, che l'arcivescovo di Baltimore lanciò la famosa formula, erroneamente attribuita a Coubertin, per cui l'importante non sarebbe vincere, ma partecipare. In realtà il fondatore dei giochi moderni aveva utilizzato una formula molto più pertinente, per cui l'importante non è tanto vincere, quanto l'essersi ben battuto: la semplice partecipazione non basta.La sostanza etica dei giochi si può proprio riassumere in questi due temi: l'incontro di tutto il mondo e il pungolo agonistico a migliorarsi, a dare il meglio.È un duplice messaggio che si rivolge in primo luogo ai giovani, ma vale per tutte le età e vale anche per tutti i soggetti istituzionali. Da sempre infatti lo spazio olimpico, che è uno spazio libero ed aperto, è anche uno spazio politico, nel senso alto del termine, è lo spazio in cui non solo i singoli, ma anche i popoli si possono e si debbono incontrare: i popoli, gli Stati, le strutture e le organizzazioni internazionali.I due valori e i due messaggi dell'incontro e dell'agonismo si riassumono nel simbolo e nel motto olimpico. I cinque cerchi - protetti da un rigorossissimo copyright universale - rappresentano l'incontro, anzi, qualcosa di più, la fratellanza, e il motto, in un facile latino, "citius, altius, fortius", invita a fare meglio, ad avanzare. Sono due messaggi di impegno e di fiducia, che fanno molto bene oggi, in questo tempo di crisi e di incertezza. Due messaggi che interpellano anche l'Europa, che sta cercando le nuove vie della sua unità e che qualcosa potrebbe cominciare a costruire in termini unitari anche nello sport, con la sua bella bandiera e il suo inno.Lo spirito olimpico invita a sperare. Perché l'impegno e la fiducia olimpici poggiano sulle persone concrete, sugli sforzi, sul cimento atletico, sul sacrificio degli atleti, dei preparatori, dei responsabili organizzativi e insieme sulla festosa partecipazione degli spettatori, sullo spettacolo dello sport. E questo è quello che conta. La festa non cancella i problemi, ma permette di affrontarli con miglior vigore. Per l'Europa questo è un messaggio importante.Per questo tutti i Papi, a partire da Pio X, con cui lo stesso Coubertin ebbe diversi contatti, hanno seguito con "particolare simpatia ed attenzione" lo sport e le olimpiadi. Lo stesso Benedetto XVI ha sottolineato nei giorni scorsi il loro significato in termini di fraternità e di speranza di pace, augurando un felice svolgimento dei giochi di Londra.

Francesco Bonini


 OTIUM SOLIDALE

"Dal mare... il cuore 
per le donne", venerdì 27 luglio Shalom raccoglie fondi 
per il Burkina Faso

Venerdì 27 luglio aL Gabba Gabba Rock Club di Lama, a partire dalle 21.30, si terrà una serata di beneficenza, promossa dal movimento Shalom. "Dal mare...il cuore per le donne" è il titolo della serata, a sostegno del progetto "Diritto alla vita - Arredo Maternità" in Burkina Faso. L'evento prevede un aperitivo solidale, proiezione filmato del Movimento Shalom girato in Burkina, proiezione grafica "Into the wild" a cura di Stefano Converti, mostra fotografica, concerto di chitarra di Max Voccoli e a seguire DJ-Set. In Burkina, nel Sahel, è stato edificato da Shalom di Taranto un Centro Maternità per offrire assistenza medica alle donne dei villaggi che spesso partoriscono per strada o nelle capanne morendo di parto in assenza di strutture sanitarie. Per inaugurare il Centro Maternità manca l'arredo medico e sanitario. Con i fondi raccolti si acquisterà l'arredo per dare al più presto aiuto alle partorienti ed ai nascituri che hanno diritto ad avere cure mediche nonostante la povertá.     


UNIONE EUROPEA

Sovranità condivisa


Per superare la crisi il presidente Bce scommette sull’integrazione politica

Il colloquio con l’autorevole quotidiano francese andrebbe però letto a ritroso. Nelle ultime righe infatti il presidente della Banca centrale europea, rispondendo alla domanda sulla moneta unica in pericolo, dichiara: “Alcuni analisti prefigurano scenari di esplosione dell’Eurozona, ma chi lo fa disconosce il capitale politico che i nostri dirigenti hanno investito in questa Unione, così come il sostegno degli europei”. E qui arriva la frase pubblicata a caratteri cubitali in prima pagina nell’edizione del 21 luglio, rilanciata dalle agenzie e dai media di mezzo mondo: “L’euro è irreversibile”. Draghi sa bene che alcuni politici, coi rispettivi governi, non stanno investendo energie sufficienti per far fronte alla crisi che attanaglia la moneta comunitaria e l’unione politica, pressati proprio dagli “europei”, ossia dalle opinioni pubbliche nazionali; le quali, trascinate dagli effetti della recessione, vorrebbero chiudere le porte di casa, mettendo per il momento da parte l’Europa e pensando maggiormente, o esclusivamente, agli interessi interni.

Quello del presidente dell’Eurotower sembra dunque più un indiretto richiamo alle responsabilità collettive dell’Ue – oltre che dell’Eurozona – di fronte a una sfida così ampia e profonda che nessun governo nazionale può affrontare da sé: né quello di Berlino, né quello di Parigi, né quello di Roma o di Madrid o di Nicosia.

Così, procedendo all’indietro, si giunge a un’altra domanda sulla permanenza di Atene nell’area dell’euro. “Noi preferiamo, senza alcun equivoco, che la Grecia rimanga nell’Eurozona. Ma la decisione – afferma Draghi – spetta al governo di Atene, che ha dichiarato il suo impegno e ora deve produrre i risultati”. Qui il capo della Bce comincia a essere più chiaro: non basta fare affermazioni di principio, bisogna agire di conseguenza. E questo vale – anche se nell’intervista non lo si legge – sia per la Grecia che per la Spagna, fino a giungere all’Italia.

Ancora una retromarcia e si arriva al cuore dell’intervista. “A mio parere il movimento verso un’unione di bilancio, finanziaria e politica è inevitabile e condurrà a nuove entità sopranazionali”. A cosa si riferisce l’economista italiano, stimato nel mondo? A una più coraggiosa, per quanto non scontata, integrazione politica a livello continentale, esattamente come vanno chiedendo da tempo, anche se con accenti diversi, la cancelliera tedesca Angela Merkel, il premier italiano Mario Monti, il presidente della Commissione Ue, il portoghese José Manuel Barroso. L’intervistato parla di “trasferimento di sovranità che ne consegue”. Draghi peraltro preferisce parlare, e lo dice esplicitamente, di ulteriore “condivisione” della sovranità in un quadro europeo. “In tempi di globalizzazione, è precisamente attraverso questa condivisione che ogni Paese ha le maggiori probabilità di salvaguardare la sua sovranità”. Per concludere: “A lungo termine, l’euro dovrà essere fondato su una maggiore integrazione”.

Draghi di fatto non pretende di avanzare una propria “ricetta”, che del resto non gli compete: per salvare la moneta e l’economia europee, e con esse la politica europea, la società europea, egli ricorda che bisogna puntare di nuovo sulla condivisione dei problemi, sulla ricerca di vie di uscita comuni che prevedano anche nuovi passi in avanti – istituzionali – dell’Unione europea.

 Gianni Borsa