Un anniversario speciale, i 40 anni dal riconoscimento pontificio di Comunione e Liberazione e il centenario di don Luigi Giussani

28 Feb 2022

di Vito Piepoli

 

 

 

Abbiamo ascoltato la testimonianza di Sua Eccellenza mons. Filippo Santoro, da un’intervista di Padre Pio Tv, che si ritrova con una grande responsabilità internazionale, quella di essere delegato speciale del Papa per i Memores Domini di Comunione e Liberazione, oltre quella di essere già arcivescovo di Taranto.

Mons. Filippo Santoro ha conosciuto personalmente Giussani che è stato determinante nel suo cammino sacerdotale. Riportiamo le sue parole integralmente, evitando di sintetizzarle o commentarle, in modo che possano apparire di più nella loro cruda evidenza e ricca essenzialità.

“Iniziò tutto quando ero studente alla Cattolica di Milano, quando l’ho incontrato. La cosa che mi ha toccato subito, è che mi ha mostrato che la fede c’entra con le domande, le esigenze della vita, la curiosità della ragione, con gli affetti, con tutta la vita. (…) Era come scoprire che il Signore attraverso la sua testimonianza, dalla sua parola illuminava tutta la vita. Una delle cose più importanti è stata proprio la riscoperta del desiderio del cuore, come la nostra umanità, il nostro cuore, come desiderio di infinito, come rapporto con l’infinito. Un infinito che risponde alla domanda del cuore, cioè l’incarnazione del Verbo fatto carne, il Signore che ci raggiunge e si fa compagno della nostra vita, ci tocca e ci sostiene nel cammino”.

E non termina qui ma porta ad una fede che ci lancia in tutte le cose della vita e del mondo nessuna esclusa, con un gusto risvegliato del proprio umano, della propria umanità sopita.

“Poi questo ha anche una funzione pubblica, sociale, perché seguendo il Signore io cominciai ad interessarmi ancora di più alle materie che studiavo e poi anche a ciò che accadeva nella società, cioè la fede ti lancia nell’interesse sulla realtà, sulla vita, con una proposta positiva, attraverso un segno che è il segno dell’unità tra quelli che lo seguono, perché stare con il Signore, realizza un’unità diversa già tra di noi, quindi la comunione, che è fattore di liberazione del mondo, cioè annuncio di speranza per tutti. Quindi il cuore che si spalanca al Mistero e il Mistero che si può sperimentare, che diventa amico e poi un’apertura agli altri,  una attenzione ai poveri, ai bisognosi, alla società, una preoccupazione specifica nel campo educativo, proprio l’educazione, uno dei punti fondamentali e quindi l’impegno di una testimonianza cristiana in comunione con la Chiesa Cattolica e col Santo Padre, dando testimonianza che ci può essere una vita migliore, più degna per la persona, per la società e per i più bisognosi in particolare”- è sempre l’arcivescovo che parla.

Una fede, quindi, che si intreccia profondamente con gli affetti più concreti non essendo qualcosa che rimane lontano e distaccato da noi, e proprio questo era il carisma di don Giussani, un carisma che apre a tutto e non chiude, è un’apertura del cuore, non rinunciando all’affettività.

“Certamente è un’apertura del cuore e poi la cosa bellissima che a me ha toccato proprio quando stavo per diventare sacerdote, è quella di non rinunciare all’affettività, ma viverla come la viveva il Signore. Pensate, al rapporto con gli amici, ma poi anche a chi si sposa, al marito, alla moglie, ai figli, alla società tutta, con una affettività trasformata. Cinquantadue nuovi giovani Memores Domini a cui ho domandato il perché di questa scelta hanno risposto: perché seguendo il Signore è possibile la pienezza della mia umanità”, ha concluso l’arcivescovo.

E su come si realizza nella sua dinamica la pienezza dell’umanità nel seguire il carisma e di uno sguardo particolare pieno di fatti, ce ne ha parlato don Gino Romanazzi, responsabile della Comunità di CL Taranto e parroco della parrocchia di Santa Rita.

L’incontro con don Giussani gli ha cambiato la vita e tutto quello che è poi accaduto, riuscendo a costruire una grande comunità intorno al suo carisma.

“Mi ha cambiato la vita perché ho visto un uomo che mi interessava, un uomo che era tutto di Cristo. Una presenza che è totalizzante e che nello stesso tempo non ti annienta, ma ti fa essere quello che sei con pazienza. Attraverso l’incontro personale con Giussani, e la sequela a lui, al movimento che da lui è nato, mi sono accorto che la mia vocazione, il mio sacerdozio era dentro un ‘avvenimento’, che è come un innamoramento, non te lo spieghi ma te lo ritrovi addosso. Questo diventa il fuoco che riesce a contagiare nell’impatto con il territorio, l’incontro con le persone. (…) È stata un’esperienza proprio di contagio, di comunicazione che mi trovavo addosso e che io per primo dovevo seguire, non ero in possesso del carisma ma dovevo seguirlo”.

L’eredità del messaggio che lascia oggi don Luigi Giussani è questa ci ha detto don Gino: “Che è possibile vivere da uomini, è possibile vivere con l’esperienza che abbiamo, perché Cristo cammina con noi – e cita una frase di Sant’Agostino – ‘nelle nostre mani ci sono i codici, nei nostri occhi i fatti’. Noi abbiamo i vangeli, la Bibbia da leggere, ma non sapremmo come leggerli, senza avere negli occhi i fatti. La presenza di Gesù è mostrata dai vangeli e dalla Bibbia, ma è assicurata e si rende evidente tra noi, attraverso un fatto, ecco perché nei nostri occhi i fatti. E Giussani cosa ci dice? Con te c’è Cristo ma per riconoscere la Sua presenza devi lavorarci su, non è una frase, e lo riconosci attraverso un fatto che potrebbe disperdersi, pertanto hai bisogno di amici toccati da quell’avvenimento, da quell’innamoramento”.

 

 

 

 

 

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