C’è chi snobba gli emoji, ritenendoli un impoverimento del linguaggio. Non sono affatto d’accordo, purché essi siano usati come aggiunta, e non come sostituzione, allo scritto. Come aggiunta possono permettere in modo colorito anche al nostro linguaggio alfabetico/fonetico di acquisire una valenza ideografica che arricchisca una comunicazione, permettendo ulteriori sfumature emotive (sennò non sarebbero emoticon, cioè icone di emozioni, per l’appunto) ed espressive. Senza dimenticare l’indole “tachigrafica” degli emoji, ovvero la loro capacità, derivante dalla loro natura visiva e dunque simbolica, di fare rapida sintesi. Già nel Medioevo (IV-X secolo) si usavano “emoticon” per arricchire testi legali e rituali, come ha scoperto la paleografa Antonella Ghignoli nel suo progetto Notae, finanziato dal Consiglio Europeo della Ricerca, per la catalogazione di tutti gli “emoji” dell’antichità.

D’altro canto, se un simbolo ideografico si presenta privo di un contesto interpretativo adeguato, cioè di una cornice di testo scritto che permetta di inquadrarlo, esso ricade nell’ambiguità propria di tutti i simboli, che per natura sono polivalenti e ambivalenti – altrimenti non sarebbero simboli, ovvero rimandi ad altro, ma semplici segni, ovvero espressioni dirette di qualcosa di evidente.

Che gli emoji siano ambivalenti, perché simbolici, è chiaro: gli ideatori delle due “mani giunte” hanno dovuto tribolare molto per far capire agli utenti che non si trattava di due mani giunte in preghiera, ma delle mani di due persone che si danno il cinque. Alla fine hanno dovuto capitolare, e ormai il significato corrente riportato nei “dizionari” di emoji è quello di mani giunte in richiesta, preghiera, ecc. – tra l’altro, sembra essere uno degli emoticon più apprezzati e usati.

Quello degli emoji non è semplicemente un linguaggio descrittivo o allusivo, per quanto sintetico: è anche performante, nel senso che riuscire a includere un determinato simbolo nel lessico di queste piccole immagini equivale a poter creare un concetto prima non esistente, rendendo di comune appannaggio e impiego idee altrimenti prive di espressione chiara e condivisibile: è il caso di tutti gli emoji “gender fluid”, che sono il tormento di chi come me ormai non ci vede più bene senza occhiali, e rischia di non sapere se sta inviando un messaggio in cui dice che l’amico di cui si parla è, ad esempio, un cuoco o un transgender, o un cuoco transgender. Trovare il simbolo giusto per esprimere una cosa significa dare alla cosa uno spazio pubblico, provocare, forse anche interrogare… se non addirittura piegare verso idee prima assenti o distanti il pensiero di chi certi lessici li usa– d’altronde è la parola che plasma il pensiero, e non viceversa.

Da circa un anno è comparso un emoji molto particolare nella collezione dei “cuori”: un cuore avvolto dalle fiamme, il cui nome nel lessico emoji è per l’appunto “cuore in fiamme”.

Nel mio cellulare non è possibile visualizzarlo, ma mi chiedevo come mai iniziassero ad arrivarmi da ragazzi e ragazze dei miei gruppi questi messaggini con cuori rossi seguiti da fiamme. Liquidai la cosa come superficialità comunicativa dei più giovani, che spesso usano termini e compiono gesti di cui non realizzano l’effettiva portata semantica ed emotiva.

In realtà tutto mi fu chiaro, e fui smentito, quando in seguito usai il tablet e riuscii a vedere questi emoji nella loro forma effettiva di piccoli cuori ardenti; la cosa mi parve molto interessante, perché il “cuore in fiamme” in questione, come le mani giunte, nasce senz’altro da equivoco di fondo da parte di chi l’ha ideato, e che ha pensato di usare per descrivere un amore particolarmente passionale un simbolo originato in bel altro contesto di significato, come noi Cattolici sappiamo bene – da qui si spiega perché fossero usati da giovani formati nei miei gruppi parrocchiali nei miei confronti, perché soltanto chi conosce il lessico dell’amore di carità può decifrare il simbolo, che altrimenti risulta ridondante fino all’inutilità: di cuori rossi, rotti, palpitanti, danzanti, scintillanti sono piene le nostre tastiere… abbiamo ampio spazio per descrivere emozioni, reazioni, passioni sentimentalistiche e romanticismi; ma di cuore ardente ce ne può essere uno solo, un cuore così amante da accettare di farsi consumare dalla fiamma dello Spirito: “Forte come la morte è l’amore, tenace come il regno dei morti è la passione: le sue vampe sono vampe di fuoco, una fiamma divina!” (Cantico dei cantici 8, 6b).

Il “cuore in fiamme” è il Sacro Cuore, cioè il cuore di Cristo. Allora sì che si può parlare del cuore in fiamme come simbolo dell’amore passionale, se ci si riferisce alla Passione di Dio per l’uomo, cioè alla sua Pasqua compiuta per noi, per amore nostro.

Usiamolo questo “cuore in fiamme”, ma usiamolo bene, per dire come stiamo con Dio, con i fratelli, cosa vorremmo con loro e per loro; in questo ho avuto una bella lezione da quei giovani di cui sopra, che con la disinvoltura di una generazione nativa digitale volevano semplicemente esprimere al loro padre spirituale un sentimento di comunione radicato in alto e molto profondo.

Se, come dicevamo, introdurre nel dizionario universale degli emoji un simbolo, o forzarlo per dargli un significato specifico (come nel caso delle “mani giunte”), può significare creare concetti nuovi o indurre a usarli, sarebbe bello se noi Cattolici dell’epoca messaggistica sovraccaricassimo questo piccolo “cuore in fiamme”, rendendolo incandescente con l’unico significato dell’amore che il mondo non può conoscere, la carità divina, la carità della Passione, l’amore unilateralmente amante e vivificante ignorato abitualmente da canzoni, romanzi e serie perché incomprensibile alla logica dell’intrattenimento e della chiacchiera (mentre gli è molto chiaro l’amore appiccicoso di San Valentino, l’amore dei sensi e degli appetiti). Ce l’abbiamo fatta con le manine giunte, possiamo farcela anche con questo!