Diocesi

A 95 anni è venuto a mancare don Antonio Airò

31 Mag 2022

All’età di 95 anni, è venuto a mancare don Antonio Airò, uno dei più longevi sacerdoti della nostra diocesi. La salma di don Antonio sarà trasferita nella cappella del seminario domani, mercoledì 1 giugno alle ore 14.
Giovedì 2 giugno, alle ore 9, la salma sarà portata in Concattedrale dove alle ore 11 mons. Santoro presiederà il rito delle esequie. Il cordoglio e il ricordo della redazione di Nuovo Dialogo.

Fra pochi mesi avrebbe festeggiato 73 anni di sacerdozio e tutti lo ricorderanno per il suo instancabile impegno nel confessare i fedeli di diverse parrocchie tarantine (soprattutto del santuario della Madonna di Fatima, a Talsano, e del Santissimo Crocifisso, al Borgo). Dedizione notevole ha sempre riservato alla guida delle comunità neocatecumenali  che ha seguito dal ’75.

Don Antonio nacque a San Ferdinando di Puglia (Foggia) il 23 marzo del 1927. “È il paese di mia madre – ci raccontò in un’intervista di qualche tempo fa –, che vi tornò dopo che mio padre, di Lizzano, emigrò in America a causa della grande crisi. Quando ritornò in Italia, ci trasferimmo daccapo a Lizzano (avevo appena due anni). Frequentai la parrocchia di San Nicola, guidata da don Giovanni Pulito, cui espressi il desiderio di diventare sacerdote. Essendo la mia famiglia impossibilitata a sostenere la retta al seminario di Taranto, optai per quello serafico di Manduria, più alla nostra portata. Ma essendoci lì pure mio cugino, il rettore pensò che frequentassimo solo per studiare… a buon mercato. E dopo un po’ rimandò entrambi a casa”.

Sconsolato, il ragazzo si recò ogni giorno nella chiesa di Lizzano per piangere e pregare. Lo vide il nuovo parroco don Francesco Scalone, con il quale Antonio si confidò. Il sacerdote contattò il rettore del seminario di Taranto, mons. Ridola, che subito lo accolse. E da lì, la ripresa del cammino vocazionale, concluso con l’ordinazione , il 27 settembre del ’49 in Cattedrale.

Primo incarico fu al Carmine di Taranto, ritrovando come parroco l’ex rettore, con il quale in seminario si era instaurato un rapporto di grande stima. Vi rimase fino al ’53, destinato poi alla guida della parrocchia dell’Immacolata di San Giorgio Jonico. Dal ’58, la grande avventura a Gesù Divin Lavoratore, ai Tamburi. Lo attendeva un lavoro durissimo, con la costruzione della nuova chiesa e la cura pastorale di una popolazione che in breve tempo si sarebbe raddoppiata. Ci raccontò don Antonio: “M’impegnai negli incontri con le famiglie, casa per casa, cui consegnavo il Crocifisso e con la realizzazione dell’asilo parrocchiale, affidato alle suore Pastorelle”. La parrocchia fu poi affidata ai Giuseppini del Murialdo e così dal primo ottobre del ’79 don Antonio fu trasferito alla Madonna della Fiducia, nel quartiere Italia-Montegranaro. Di quel periodo don Antonio rammenta la proficua collaborazione con il suo vicario, don Marcello Acquaviva: “L’ho amato come un figlio, mi ha edificato per la preghiera e la grande cura nella guida dei giovani”. Anche nella nuova parrocchia, tanto lavoro con i neocatecumenali (nove comunità da seguire). Tutto ciò, fino al 2004, quando dovette lasciare la guida della parrocchia per il raggiungimento dei limiti di età.

 

L’esperienza incancellabile di questo fecondo sacerdozio? gli chiedemmo: “Senz’altro l’incidente a Gesù Divin Lavoratore, da cui si salvò miracolosamente e del quale si occupò la stampa. “Fu il 30 luglio del ’74 – ci ricordò – e a causa delle polveri siderurgiche, decisi con i giovani di pulire e rinfrescare la chiesa. Quel giorno volli pitturare la volta, salendo su una scala a sua volta poggiata su un’impalcatura. Ma dimenticai di inserire il blocco delle rotelle. Neanche il tempo di dare la prima pennellata che iniziai a precipitare al suolo, da 17 metri. Guardai al grande Crocifisso e gli gridai di salvarmi. Mi ritrovai a terra seduto, incolume, tant’è che fui ricoverato per appena tre giorni. Andai in crisi. Cosa voleva da me il Signore? Trovai la risposta nella preghiera: dovevo impegnarmi nel diffondere la sua parola. Cosa che ho fatto e che continuerò a fare fino all’ultimo respiro”. Come appunto ha fatto sino agli ultimi giorni di vita.

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