Editoriale

Chi intasca e chi ci rimette in tempo di guerra

(Photo SIR/European Commission)
10 Ott 2022

di Emanuele Carrieri

La guerra scatenata dalla Russia in Ucraina ha causato uno scontro che non si esaurisce sul campo bellico ma si allarga a un confronto globale più ampio sul fronte geopolitico e su quello degli equilibri finanziari che creano differenti condizioni di vantaggi e svantaggi ai diversi paesi. La guerra segue il grave shock creato dal Covid che ha segnato le economie globali e ha contribuito a sveltire un processo di decadenza dell’occidente e delle sue istituzioni – Nato e Unione europea – o quanto meno a mettere in discussione la loro modalità di governo e la tipologia delle relazioni fra diversi paesi sempre più conflittuali e orientati a perseguire l’interesse personale a scapito di quello comune. La risposta all’attacco russo è stata sul piano delle forniture belliche e delle sanzioni per indebolire finanziariamente la Russia ma, soprattutto, il suo commercio di gas e di petrolio e il suo sistema di relazioni commerciali. Le sanzioni, però, hanno finito per pesare sui paesi europei che, dal punto di vista economico, soffrono le maggiori perdite a differenza degli Usa che ne traggono evidenti vantaggi. Le sanzioni colpiscono maggiormente le aziende europee che avevano sbocchi considerevoli nell’est europeo e, in particolare nella Russia: il venire meno di diversi sbocchi commerciali ha avuto l’effetto di una riduzione di spazi occupazionali e così gli Usa hanno coperto gli ambiti lasciati dalle imprese europee. L’effetto si misura con il rinvigorimento del dollaro a scapito dell’euro ma anche della sterlina in un tempo relativamente breve e tale da non giustificare un differenziale così forte fra le diverse economie. La speculazione finanziaria non governata ha accresciuto le variazioni fra le valute. La mancanza di una reale volontà politica di dialogo per una pace possibile ha favorito una esasperazione della politica di guerra che ha visto proprio gli Usa come i principali promotori di divergenze crescenti in una lotta al rialzo con il rischio di trovarsi in un punto di non ritorno come oggi. La consistenza degli aiuti all’Ucraina fornito dagli Usa è pari a quelli dati per l’Afganistan, Israele e l’Egitto messi insieme sorpassando, in pochi mesi, tre dei maggiori destinatari di risorse e di aiuti bellici nel nuovo secolo. Le spese belliche negli Usa sono sempre state considerate come uno strumento di espansione dell’economia. Lo stesso attacco ai gasdotti nel Baltico ha spezzato il potenziale legame fra Russia e Germania da sempre considerato come pericoloso e ha favorito le aziende del gas nordamericane per le quali si apre un mercato non previsto a condizioni di prezzo dieci volte superiore al gas russo. E pensare che diverse di queste erano vicino al default perché i costi non venivano ricoperti dai prezzi di vendita! Il vero scontro geopolitico viene nascosto dalla narrazione della guerra ed è fra Usa, Russia, Cina e paesi emergenti i quali ora mettono in discussione la supremazia degli Usa e del dollaro come valuta di riserva globale. Gli Usa, da vari anni, perseguono politiche neoliberiste sconsiderate la cui sopravvivenza è condizionata dalla stampa infinita di dollari, una moneta non più ancorata al prezzo di una materia prima, ma legata alla fiducia in chi la emette. Il ricorso alla stampa infinita di moneta incomincia a ritorcersi contro di loro con un aumento del debito difficilmente calcolabile in mano anche a paesi ostili come la Cina. A fronte di questa debolezza, i paesi del fronte opposto hanno creato l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, la principale istituzione economica del pianeta che rappresenta oltre tre miliardi di persone e il venticinque per cento del prodotto globale lordo. La finanza senza controlli sta giocando una competizione a favore del capitale e del dollaro, con forme di speculazione sulle materie prime fuori di ogni controllo e con una politica debole, assente e smarrita. La guerra in Ucraina maschera queste sfide epocali in cui gli Usa difendono la loro idea unipolare a fronte di un mondo sempre più multipolare e la vecchia Europa si dimostra perdente economicamente e politicamente, incapace di trovare una qualche intesa che possa renderla più forte al di là delle tante oziose dichiarazioni di rito. I suoi leader sembrano non capire la posta in gioco e paiono più pronti a obbedire che a comandare. L’indebolimento dell’Europa e della sua moneta favorisce l’assalto alle nostre imprese, facile preda della finanza globale in presenza di una politica molto assente e impegnata in battaglie di retroguardia con slogan e futile propaganda. In questo caos non governato i veri perdenti sono proprio i paesi dell’Unione europea: il futuro governo del nostro Paese si troverà di fronte a grandi problemi creati da un mondo globale in conflitto e dalle negative politiche dei precedenti governi.

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