Editoriale

18 dicembre: “pensieri sparsi sul Natale”

18 Dic 2022

di Emanuele Ferro
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18 dicembre

Pensieri sparsi
Una delle cose più tristi dei social sono i finti test psicologici che rispondono alle logiche dei like e delle condivisioni. «Clicca – si legge più o meno in corrispondenza del link – sul tuo mese corrispondente e scopri il tuo peggior difetto»;  il tenore del risultato del furbo algoritmo solitamente è: «Il tuo peggior difetto è che sei troppo buono con tutti» oppure «la tua sincerità è la causa dei tuoi mali». Triste ma rivelativo del bisogno che abbiamo di approvazione e di un insaziabile e incurabile narcisismo che sembra aver inghiottito nelle tenebre il lume della ragione. Ma anche fare del moralismo sulla nocività dei social o della caccia al like è l’ultima spiaggia di qualsiasi predicatore ed educatore noioso e poco credibile.  Nei social siamo immersi come in un acquario. Lo smartphone è un’estensione esistenziale, è il nostro polmone emotivo e meccanico al quale chiediamo di aiutarci, di illuminarci, di guidarci. «Ehi Siri sono triste metti della musica»; «Ok Google portami in via Mazzini»; «Alexa che tempo che fa oggi?».
Il bandolo della matassa
Un pastore balbuziente è appena scappato dal suo destino e ha trovato riparo sicuro, è speranzoso che un mondo che lo vuole giustiziare si sia dimenticato di lui.
Chi di noi non vorrebbe un nuovo ventre materno da cui ricominciare senza che gli errori del passato pesino come un macigno sul cuore o anche solo arrossire per la vergogna? Mentre porta le pecore al pascolo il pastore vede qualcosa che lo attira, uno spettacolo che lo incuriosisce. È un arbusto che arde.
Nelle zone deserte e assolate dove il pastore ora trascorre i suoi giorni, non sono rari i fenomeni di autocombustione.
Il fuoco che ha davanti arde ma i rovi non si consumano. Vuole avvicinarsi per capire il perché. Ah se solo tornassimo a chiederci il perché delle cose, della vita, della morte senza cercare le risposte su Google! Basterebbe lasciare cadere onesta la nostra domanda per ripartire.
In una civiltà falsamente areligiosa, viviamo di dogmatismi ciechi e non accettiamo che si insinui dentro di noi un’altra possibilità.
Siamo integralisti, talebani, del finito in noi stessi. Basterebbe una domanda semplice. «Perché?».
Isaac Newton costruisce la sua legge sulla gravitazione dei corpi semplicemente a partire da un quesito che a noi sembrerebbe ovvio: «Perché se mollo la presa di una mela anziché andare in alto, cade per terra?». Quindi perché il roveto arde e non si consuma?
Porsi una domanda curiosa è uscire da sé stessi. Voglio avvicinarmi, dice il pastore!
Non sarà Natale se non diamo cittadinanza ad un perché che istaura un patto. Inaspettato. Infatti dal fuoco che ha incuriosito il pastore, che evidentemente ha perso di vista le sue pecore e rischia di perderle, viene fuori un’altra sorpresa. «Mosè togliti i sandali perché il terreno sul quale sei è un suolo santo».
Farsi una domanda è un’avventura, che deve cambiare la nostra postura, il nostro approccio. Non siamo esseri speciali incompresi e destinati alla felicità per autocompensazione. Non è il momento di un selfie con il roveto ardente, ma di un incontro senza filtri.
Intanto la Chiesa oggi canta:
O Adonai, Signore, guida della casa d’Israele,
che sei apparso a Mosè nel fuoco del roveto,
e sul monte Sinai gli hai dato la legge,
vieni a liberarci con braccio potente!

 

È un grido gettato totalmente fuori da noi,
che poveri illusi cerchiamo come il Barone di Münchhausen,
di uscire dal nostro pantano tirandoci fuori da soli!
Ci vuole un braccio potente che ci liberi dall’ombra.

O Adonai,
prima che l’aridità del mio cuore bruci le mie relazioni
e mi rassegni ad un futuro che già presumo di conoscere o di aspettarmi,
apri la gabbia delle mie domande,
non voglio risposte, ma una stella da seguire verso Betlemme,
perché in cammino si è vivi.

 

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