Editoriale

La guerra in Ucraina e il tabù violato

08 Feb 2023

di Giuseppe Casale

Sembra che parlare di disfatta sistemica della Russia non sia più tabù. Al Forum di Monaco sulla Sicurezza (la “Davos militare”) sono risuonate le parole di Kasparov, rivale di Putin dai primi anni del dopo-Eltsin, e Khodorkovsky, ex oligarca caduto in disgrazia: i due incoraggiano a condurre la Russia alle soglie del collasso, così da propiziarne la defenestrazione della leadership.

A fare eco diversi analisti che, Oltreoceano, teorizzano la capitolazione come sola garanzia per l’Occidente, in assenza di garanzie sul successore di Putin. Concordi sulla soluzione, le divergenze riguardano il metodo.

La tesi “dilazionatoria” ambisce a un conflitto di lunga durata, modello Siria o addirittura Israele, sino a condurre la Russia esausta di fronte al dilemma tra l’implosione e la resa incondizionata resa. Eppure si può obiettare che per arrendersi occorrono due condizioni. La prima è la capacità di confrontare costi/benefici tra la continuazione e la cessazione del conflitto: gli andamenti curvilinei della guerra, dovuti alle incertezze sincopate sulle forniture all’Ucraina, impediscono alla Russia di escludere la vittoria sul campo. La seconda è la fiducia reciproca, in realtà compromessa ab initio dalla diffidenza russa verso una Nato pronta a fare dell’Ucraina la pistola puntata su Mosca. Né aiutano in questo senso gli sfoghi di Merkel e Hollande, quando ammettono che gli stalli degli Accordi di Minsk servirono a Kiev per guadagnare tempo in vista di una guerra che la diplomazia franco-tedesca voleva scongiurare.

Inoltre anche il logoramento è reciproco. La grande manifestazione di Praga contro il bellicismo governativo ha mostrato che persino le nazioni del Gruppo Visegrad, ieri tacciate di antieuropeismo xenofobo e oggi (Ungheria a parte) araldi del nuovo euroatlantismo, non risultano poi così coese, immuni dallo scollamento tra narrazione politica e opinione pubblica che già interessa i soci fondatori della Ue: a riprova dell’inconsistenza di quest’ultima quale attore geopolitico, su cui il Cremlino conta ancora.

Infine c’è da chiedersi quante altre morti e distruzioni l’Ucraina saprebbe sopportare, ora che anche la Brigata Mozart, la compagnia privata creata per reclutare la “legione straniera” antirussa, si scioglie a causa di contrasti interni sui finanziamenti.

La tesi “velocista” invece preme per una svolta decisiva, riempiendo di armi l’Ucraina e isolando indiscriminatamente la Russia: bloccandone l’intero commercio estero, negando i visti ai cittadini e censurandone i canali social, confiscando beni anche alle famiglie dei militari. Dichiarare la Russia uno Stato terrorista forzerebbe lo sfilacciamento delle solidarietà con Mosca. Il tutto però prima che la campagna per le presidenziali porti Biden a frenare per non esporsi al dissenso dell’elettorato mediano e ai grimaldelli della maggioranza repubblicana alla Camera.

Ma le pressioni per il divorzio da Mosca non rafforzerebbero l’antiamericanismo delle periferie globali? Inoltre, a un anno esatto dalla dichiarazione congiunta sull’“amicizia senza limiti”, Pechino ha dichiarato la volontà di approfondire la partnership strategica. Anziché cedere alla lusinga di cannibalizzare la Russia e aprire così una faglia nel blocco asiatico, la Cina, presa dal difficile rilancio economico, non rinuncia alla variabile russa: per l’energia a basso costo, certo, ma anche per diversificare i soggetti utili a tenere occupati gli Usa.

Dilazionatori e velocisti confidano si possa riadattare la ratio di quanto emerge dal carteggio tra Casa Bianca e Downing Street, che negli anni ’40 pensarono di estenuare dal cielo le popolazioni dell’Asse, per aizzarle contro i rispettivi regimi. E sul Foreign Affairs c’è chi ritiene gestibile un uso limitato del nucleare tattico in terra Ucraina, con la certezza che Mosca non voglia suicidarsi azionando, con l’arsenale strategico, la “mutua distruzione assicurata”.

A entrambi gli ottimismi rispondono due constatazioni. A investire sulla sindrome dell’accerchiamento è proprio Putin, che salda il consenso interno rievocando i panzer hitleriani a Stalingrado e dipingendo una Nato livida di odio antirusso. Quanto alla linea rossa, la sindrome può trasmettersi anche al Cremlino che, come previsto da Kennan decenni or sono, considera la Nato in Ucraina una minaccia esistenziale. Sicché i think tank che discettano sui nessi tra l’umiliazione militare e la déblâcle sistemica non giovano a dissuadere Mosca dal giocarsi la partita vitale: non c’è bisogno di Medvedev per ricordare che la dottrina russa, come quella Usa, prevede l’arma nucleare in caso di pericolo esiziale per lo Stato.

In questi giorni anche la leadership ucraina si sta curando del consenso, attraverso le purghe nell’amministrazione centrale e nei governi locali. Vero che i repulisti mediatizzati, spesso privi di seguiti giudiziari, si ripetono da anni in Ucraina. Tuttavia la tempistica di quelli odierni attiene alla trasferta della Commissione Ue a Kiev per discutere delle riforme atte a soddisfare i requisiti di adesione all’Unione: su tutte, democratizzazione e contrasto alla corruzione. Le teste cadute e le perquisizioni dimostrative – anche a casa del magnate Kolomoisky, tra i fautori dell’ascesa di Zelensky – combaciano con l’invito di von der Leyen al varo di una legge anti-oligarchi. A Zelensky preme prenotare il futuro, accreditandosi in Occidente come unico interlocutore possibile a Kiev. E sul lato interno preme sottrarsi al destino dei leader di guerra, spesso scaricati a conflitto chiuso (si parva licet, Churchill tra le vittime illustri). Ciò vale tanto più per il capo di un partito populista di stampo personalistico, cui urge ribadire periodicamente il piglio originario, dopo avere già visto il proprio indice di gradimento precipitare dal 79% delle presidenziali nel 2019 al 20% nei sondaggi condotti due mesi prima dell’invasione russa. Un dato che può avere pesato sulla scelta di Putin di sabotare l’attentato dei ceceni al leader ucraino un anno fa, preferendo arrestare la pressione dell’esercito alle porte di Kiev ed esortare gli ucraini a rovesciare il governo. Si è visto quanto sbagliasse sul conto dell’astro nascente della politica mondiale. Ma sembra storia lontana. Piuttosto conta l’oggi di una popolazione brutalizzata dallo scempio delle armi, in balia di cinismi incrociati, egualmente distanti dal principio di realtà: il meglio è nemico del bene, per gli ucraini, per i russi, per noi tutti. A quando una presa di coscienza?

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