Ricorrenze

Padre Gianni Zampini: da sempre saveriano in serenità e allegria

Venerdì 30 giugno, in Concattedrale, alle ore 19 l’arcivescovo mons. Filippo Santoro presiederà la solenne concelebrazione eucaristica per i cinquant’anni di sacerdozio del missionario saveriani e di don Nino Borsci, don Nicola Frascella, don Luigi Trivisano

26 Giu 2023

di Angelo Diofano

“Io posso dire che amo Gesù e vivo il mio cristianesimo nella misura in cui mi faccio fratello della persona con cui sono accanto. Noi italiani siamo un popolo di buon cuore ma siamo fondamentalmente razzisti. Quando noi  c’imbattiamo in qualcuno di cultura, mentalità e colore della pelle (nera soprattutto) e diverso da noi, siamo portati a trattarlo come un pezzente, che ha solo bisogno dei nostri soldi o ci ruba il lavoro.  Ma questi nostri fratelli hanno bisogno soprattutto di vicinanza. Ad esempio, se ci fermiamo un po’ a parlare con i neri che fuori dai market ci chiedono la moneta, invece di trattarli con disprezzo, vedrete che dopo un po’, magari dopo averci raccontato della loro vita, si saranno già dimenticati di averci chiesto l’elemosina e ci saluteranno con gratitudine: avranno così trovato un fratello che li ha ascoltati!”.

Così parla il missionario saveriano padre Gianni Zampini, 76 anni a novembre, pronto a festeggiare il 50.mo di sacerdozio assieme a don Luigi Trivisano, don Nicola Frascella e don Nino Borsci.

Padre Gianni è nato a Bussolengo (Verona). I suoi genitori, Giuseppe e Maria, avevano una piccola azienda agricola dove coltivavano pesche e uva. “Nella mia famiglia – dice – eravamo tutti praticanti con mia madre che teneva alla frequenza dei primi venerdì e sabati del mese”.

Il saveriano racconta del suo percorso vocazionale iniziato dagli incontri con il curato del suo paese, don Giuseppe Mascanzoni il quale non mancava di invitarlo a farsi prete, vedendo la sua frequenza come ministrante.   “E io –ricorda – ogni volta gli rispondevo che avrei deciso quando sarei diventato più grande”. Determinante è stata l’amicizia con un sacerdote cecoslovacco, don Joseph Motal, che dopo la guerra non poté rientrare nella sua patria per l’avvento del regime comunista, a causa del quale sarebbe stato imprigionato. Racconta che era una persona serena, lineare, solare che riusciva a radunare attorno a sé i ragazzi per una lettura spirituale alternandola a momenti di gioco. “Grazie a lui è sbocciata la mia vocazione – riferisce – Così a 11 anni sono entrato al seminario “San Massimo” di Verona. I genitori furono felici di quella decisione, anche perché in famiglia c’era stato già un altro sacerdote, fratello del padre, don Luigi, morto improvvisamente nel 1951, a pochi anni dall’ordinazione”. Il cammino vocazionale si svolgeva tranquillamente. Il ragazzo studiava con profitto ma non si sentiva soddisfatto, ambiva a qualcosa di più. In occasione di una mostra vocazionale in seminario, egli conobbe un saveriano, padre Tomè, molto sereno e pieno di allegria, con cui tutti i seminaristi s’intrattenevano volentieri. Nel suo stand c’era un libro che attirò la sua attenzione, dal titolo “Hanno scelto Cristo”. “Noi seminaristi – ricorda – non avevamo molti soldi a disposizione e quei pochi li spendevamo in gelati. Ma io quel libro lo volevo fortemente e chiesi al missionario di regalarmelo. Lui mi rispose che lo avrebbe fatto solo se fossi diventato saveriano. Io rifiutai perché non avrei mai barattato la mia vocazione con un libro, che poi lessi ugualmente, prelevandolo nelle ore notturne, quando chiudeva l’esposizione”.

Poi, durante le vacanze estive, l’incontro con un altro saveriano: il tarantino padre Stefano Coronese, di un’allegria tale da non lasciare indifferenti. Il giovane seminarista, avendo la tristezza nel cuore, gliene domandò il motivo. ” Lui mi rispose – dice padre Gianni – che era così da quando aveva deciso di donarsi completamente a Cristo, proprio come quel libro letto di nascosto, e che non vedeva l’ora di partire missionario per l’Indonesia. Quindi cominciai a chiedermi se fare il prete e rimanere localizzato sempre in una parrocchia fosse la scelta giusta. Mi attirava molto la missione, ma ero incerto fra un’esperienza in tal senso in un Paese lontano oppure entrare fra i saveriani, come mi fu consigliato dal mio direttore spirituale e da un missionario di ritorno dall’America Latina. Mi fece decidere la lettura della “Passione di Gesù”: m’impressionò quel suo ‘Ho sete!’: certamente non di acqua o di fiele, ma del desiderio che il suo Regno fosse portato fino agli estremi confini della Terra”. Fu così che, nel 1967, intraprese il noviziato fra i saveriani , nella casa di Parma, nascondendo per il momento ai genitori il vero motivo della partenza (“Temevano che mi volessi recare in quella città per diventare… comunista!”). L’ordinazione sacerdotale giunse nel 1973, assieme ad altri venti confratelli. “Chiesi subito di patire per il Bangla Desh, ma c’erano già molte richieste – continua- Così fui destinato all’animazione missionaria in Emilia Romagna. Successivamente, durante una visita del padre generale, mi fu suggerito di recarmi in Colombia. Partii nel 1980 e fu un’esperienza molto bella e coinvolgente. Mi ritrovai ad operare fra la più grande povertà: volevo fare qualcosa per quelle popolazioni, comprendendo successivamente che il compito del missionario non è quello di risolvere i problemi. Non aveva infatti senso costruire una scuola o un ambulatorio se poi durante una ribellione tutto veniva distrutto, come spesso accadeva. Gesù infatti non ha risolto alcun problema, ma viveva in mezzo alla gente e donava, a chi lo desiderava, lo spirito e la grazia per continuare la sua missione diffondendo la buona notizia del Vangelo in tutto il mondo.”

Nel 1990 padre Gianni fu richiamato in Italia per lavorare sulla sensibilizzazione  ed educazione alla mondialità, facendo conoscere le culture degli altri popoli , diffondendo libri e audiovisivi durante fiere e congressi.

Infine, nel 2020, eccolo a Taranto, dove “… faccio semplicemente il prete, predicando nelle parrocchie una lettura della Parola di Dio molto incarnata nella realtà a livello mondiale, nell’annuncio di Gesù che libera dal nostro egoismo per aprirci all’altro ed evidenziando inoltre che il mondo occidentale deve prendere coscienza che il suo benessere è basato sullo sfruttamento delle risorse e dei beni degli altri popoli, lasciandoli nella povertà. Questa – conclude – è la vera tragedia da cui scaturiscono tutte le guerre!”.

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