Editoriale

Difendere la roccia della democrazia

Foto da avvenire.it
02 Ott 2023

di Emanuele Carrieri

A quel nuovo nascondiglio era arrivata prima la stessa Rosetta, che aveva occultato proprio nel tubo metallico di una sedia, individuato da un carabiniere entrato nell’abitazione della donna per sistemare una microspia, un pizzino con l’agenda delle visite e delle sedute di chemioterapia del fratello. Da quegli appunti, la Procura di Palermo è arrivata a scoprire il vero paziente della clinica palermitana celato sotto il falso nome di Matteo Bonafede. “Se io non avessi avuto un tumore, non mi avreste mai preso” è stata la affermazione del boss di Castelvetrano in presenza del procuratore palermitano Maurizio De Lucia. “Intanto ti abbiamo preso!”, è stata la risposta tranquilla e telegrafica del magistrato. Era rimasto solamente lui nell’elenco dei capimandamento: forse la vecchia Cupola non esiste più e migliaia di mafiosi sono in galera. Senz’altro Cosa Nostra si sta sforzando di ricostruirla, utilizzando anche le donne, visto che la gran parte degli uomini è in prigione, ma, al momento, non ci riesce: è composta da piccole organizzazioni criminali, sbandate e disorientate, senza un coordinamento. Rimane, sullo sfondo, un interrogativo inquietante: quali e quanti misteri si è portato nella tomba Messina Denaro? Per adesso tanti, troppi. Il suo incalcolabile patrimonio, frutto dei traffici illegali di Cosa Nostra e dei diversi canali di riciclaggio di cui poteva disporre, non è stato ancora trovato del tutto. Ma soprattutto non è ancora venuta alla luce la rete di protezioni di cui ha beneficiato nei trenta e passa anni di latitanza. Si sta parlando – è chiaro – del terzo livello, ovvero di tutta quella serie di legami politici ed economici di cui gode Cosa Nostra e, naturalmente, anche la potentissima cosca di Castelvetrano, di cui era il ghost leader, per prosperare. Con lui se n’è andato l’ultimo boss di una mafia che aveva scelto le uccisioni e le stragi di Stato per continuare a fare affari, sebbene, negli anni più recenti, avesse contribuito a trasformare l’organizzazione, debilitata dall’azione della magistratura e delle forze dell’ordine, in una entità impercettibile e discreta, più a suo agio fra le complicità dei colletti bianchi che fra i kalashnikov e gli attentati dinamitardi. La semente del male seminata dal padrino è interminabile e infernale: Messina Denaro è stato l’esecutore materiale e il mandante di una immensa scia di omicidi, perfino di una donna incinta che supplicava invano i suoi killer di risparmiarla perché portava una vita in grembo. Alleato dei corleonesi di Totò Riina, c’è la sua sigla in tutte le stragi mafiose, da Capaci e via d’Amelio a via Fauro, via dei Georgofili e via Palestro. Per non parlare del piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio di un pentito, incarcerato per anni in condizioni orribili, in una stanza senza porte e finestre nel sotterraneo di una masseria, lasciato deperirsi su una brandina, per poi strangolarlo e scioglierlo nell’acido. Dietro quello sguardo impenetrabile, dietro quel sorriso oscuro, in quelle parole inutili e contorte di quella frase beffarda, “Se non fossi stato malato non mi avreste mai preso”, si riassume la vita di un criminale intriso di spietatezza e di totale disprezzo per lo Stato di diritto. Ma perché un uomo apparentemente insignificante è riuscito, insieme ad altri individui, a conquistare un pezzo del Paese? Perché schegge dello Stato, con i loro mutismi, i loro depistaggi, la loro noncuranza, il loro poco senso del dovere, hanno barattato la crescita sociale di molte generazioni? Perché questi signori hanno consentito l’assassinio di Boris Giuliano, di Cesare Terranova, di Piersanti Mattarella, di Pio La Torre, di Beppe Montana, di Ninni Cassarà, di Rosario Livatino e poi di tanti altri ancora? Perché hanno provato a sradicare la roccia su cui poggia la democrazia e hanno tentato di modificare l’orizzonte dei giovani? Messina Denaro, così come Riina e Provenzano, hanno rappresentato un cancro difficile da asportare perché hanno agito su un terreno che hanno minato e quando qualcuno ha provato a bonificare quel terreno non è andato tutto bene. La scomparsa di Messina Denaro non è una vittoria e non è nemmeno una sconfitta. Lo Stato non ha fra le proprie dotazioni istituzionali la vendetta. Ma rimane la consapevolezza di dover ricordare che cosa è avvenuto in quegli anni e che cosa, invece, si sta modificando negli assetti della criminalità organizzata. I futuri padrini vanno a scuola, frequentano le università, entrano nei meandri dell’economia, lo stesso Messina Denaro aveva capito che il silenzio è più utile di una esecuzione e di una strage. La lotta alla mafia non è mai finita. È necessario dotarsi di nuovi strumenti per poterla affrontare, è indispensabile essere in grado di poter rispondere a tutti i perché che le nuove generazioni lanciano da una nave che vuole navigare in un domani senza mafia.

Leggi anche
Editoriale

Quel grande vuoto da riempire

“Per gioco, lo abbiamo fatto per gioco, ci annoiavamo”. Questa è, forse, la dichiarazione più sconvolgente di tutta la vicenda legata alla minicar che, per giorni, ha generato lo spavento nella zona di Monteverde, a Roma. È quasi un rivale da combattere la noia, ma è soprattutto un indispensabile passaggio per la consapevolezza di sé […]

Cisgiordania, gli ulivi sradicati e la terra che grida

Quando mia figlia, prossima alle nozze, mi mostrò la bomboniera per gli invitati fui piacevolmente sorpresa: si trattava di un’ampollina colma d’olio degli ulivi delle nostre colline umbro-marchigiane, verde come la speranza. Ho poi visto anche in Sicilia come molte coppie facciano spesso la stessa opzione col loro olio gravido di sole. Il mio pensiero […]

Padroni anche della morte

L’idea è venuta al ministro della guerra Pete Hegseth, approvata subito con entusiasmo da Trump, il presidente dei moniti globali in punta di mitra: fucilare in diretta streaming Nidal Hassan, reo della strage di Fort Hood, nel Texas, dove aprì il fuoco uccidendo tredici persone. Il 3 dicembre, in mancanza di ricorsi, il ministero della […]
Hic et Nunc

Innovazione, tre fronti aperti su: Ilva, imprese e un concorso internazionale

Taranto punta sull’innovazione seguendo diverse piste. Produzione industriale, finanziamenti locali per le imprese, concorsi internazionali per l’innovazione sono tre fronti diversi che stanno riguardando in questi giorni la città. Proviamo a raccontare con ordine cosa sta accadendo iniziando dalla notizia più recente in ordine di tempo, che viene comunicata dal Comune. Capitale europea dell’innovazione: Taranto […]

Martina, La fragilità tra corpo e mente: incontro alla San Francesco

Per ‘Il Portico di Salomone’, la parrocchia San Francesco d’Assisi-santuario Cristo spirante terrà per venerdì 23 alle ore 20.15 in parrocchia l’incontro sul tema ‘La fragilità tra corpo e mente: opportunità o minaccia?’. Il ‘Portico di Salomone’ spiega il parroco don Vincenzo Annicchiarico, è il luogo d’incontro di credenti e non, nella consapevolezza che “oggi […]

I dialoghi di Lourdes con padre Serighelli, al santuario della Madonna della Sanità di Martina

‘I dialoghi di Lourdes: l’esperienza spirituale di Santa Bernadette a Nevers’ è il tema dell’incontro che padre Giuseppe Serighelli, sacerdote passionista, cappellano di lingua italiana al Santuario di Nostra Signora di Lourdes, terrà venerdì 23 ottobre alle ore 19.30 nel santuario della Madonna della Sanità, a Martina Franca, su invito del parroco don Damiano Nigro. […]
Media
25 Ott 2026