Editoriale

Soluzioni che assomigliano ai sogni

(Foto ANSA tratta da https://www.avvenire.it/)
06 Nov 2023

di Emanuele Carrieri

E poi? E domani? Non si può dire o rispondere “ci penserò domani”. Che cosa si farà? Che cosa sarà di Gaza e di tutto quello che rimarrà della Striscia? Di tutti i palestinesi ancora vivi, dopo settanta anni di occupazione israeliana e sopravvissuti dopo i lanci di bombe, dopo i bombardamenti e i cannoneggiamenti israeliani dell’ultimo mese? Le parole olocausto, shoah, sterminio, sono sulle bocche di tutti. Per molti – non tutti – ebrei israeliani e per tanti – non tutti – delle varie comunità ebraiche sparse nel mondo, c’è un vero e proprio odio nei confronti degli arabi, e dei palestinesi in particolare, per l’incursione terroristica dei militanti di Hamas alle popolazioni israeliane lungo il confine. Vogliono distruggerci tutti, sostengono gli ebrei. Vogliono annientarci tutti, ribattono i palestinesi man mano che il massacro dei civili continua e nonostante il fatto che venga considerato pure da chi è vicino a Israele un genocidio, uno sterminio di massa. Non servono a molto neanche le accuse di crimini di guerra o di crimini contro l’umanità. È difficile, davvero molto difficile, pensare al dopo, immaginare il domani. Netanyahu – che avrebbe fatto cosa buona e giusta a rassegnare le dimissioni la mattina stessa del 7 ottobre – continua a dileguarsi e seguita a tentare di non rispondere quando gli viene chiesto, sempre più spesso, se ha in mente a chi affidare la Striscia di Gaza e la sua popolazione di due milioni di palestinesi. Ci vorranno dei mesi – dice – per eliminare Hamas, i leader e militanti, sapendo già che questo vuol dire altri civili morti e forse una guerra che si estenderà all’intera regione. E forse anche oltre. Preoccupa, e non poco, la tesi secondo cui questa è la circostanza favorevole per colpire l’Iran e distruggere Hezbollah, organizzazione paramilitare e partito libanese sciita. Nella elaborazione di questa tesi si dimentica un particolare, non proprio trascurabile: per cancellare il gigantesco arsenale dell’organizzazione, con i suoi cento – e passa – mila missili puntati su Israele, va raso al suolo tutto il Libano. Come anche è da tenere sotto stretta osservazione la eventualità che si possa dare il nulla osta alla potenza muscolare militare israeliana sugli ayatollah di Teheran e sui molti alleati degli sciiti iraniani. Potrebbe avvenire, e ne è consapevole il presidente americano Biden, che, con la scusa di difendere Israele, ha inviato una intera flotta nel Mar di Levante e nel Golfo persico. Ma la maggiore attenzione va riservata, anzitutto, alla Cisgiordania, la West Bank, la sponda occidentale del Giordano, la fetta più estesa del territorio occupato da Israele nella Guerra dei Sei Giorni, nella quale crescono a vista d’occhio gli insediamenti dei coloni israeliani, oltranzisti e molto osservanti, che tutelano pure le foglie secche portate dal vento fuori dai loro terreni con i revolver e con i fucili a pompa. Eppure, trenta anni fa la parola fine al conflitto fra israeliani e palestinesi, due popoli che reclamano la stessa terra, era in tutti i tiggì. Gli accordi di Oslo accesero una grande speranza, si ricorda ancora la foto di Clinton che assiste sorridente alla stretta di mano fra Rabin e Arafat. Fu un vero e proprio compromesso: una parte agli israeliani, l’altra ai palestinesi. La linea verde, cioè i confini preesistenti alla Guerra dei Sei Giorni, era la base di confronto: parte della Cisgiordania e la striscia di Gaza ai palestinesi, con una piccola orma araba a Gerusalemme, per marcare la loro capitale nella città rivendicata dalle tre religioni monoteistiche. Ma gli accordi di Oslo non andarono avanti. E domani? Da dove ripartire per ipotizzare un domani? Dopo quello che è accaduto, è ormai impossibile ripartire. Eppure, la Germania, nonostante la Shoah, è oggi uno dei maggiori alleati di Israele. La pace si fa con il nemico. Sì, ma è difficile pensare che domani un rappresentante dell’Autorità nazionale palestinese possa andare a Gaza e chiedere ai palestinesi superstiti di seguirlo in un processo di pace tutto da costruire. Come è difficile supporre che un governo guidato da Netanyahu, possa accettare di sposare la soluzione dei due Stati. Per quel governo la terra che va dal mare Mediterraneo al fiume Giordano fu un regalo di Dio al popolo eletto. Così deve restare. Si potrebbe considerare una confederazione con uno Stato israeliano e uno Stato palestinese. L’idea è riconoscere e accettare il fatto che due popoli vivano nello spazio fra il Giordano e il Mediterraneo, ed entrambi vedano l’intero territorio come la loro patria. Gli israeliani e i palestinesi che vivono in questa terra hanno diritto a uguali diritti civili e nazionali. Allora perché no alla presenza di due Stati nei confini del ’67, cioè quelli che esistevano prima della Guerra dei Sei Giorni? Due popoli con totale libertà di movimento e di residenza nel territorio per permettere a tutti di realizzare la loro connessione con l’intera terra. Ma quando? Domani? Ci credono in pochi. Dopo domani? Forse è solamente un miraggio, un sogno.

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