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Ora carta bianca e poi … anche la Casa Bianca?

(Photo AFP/SIR from https://www.agensir.it/)
08 Lug 2024

di Emanuele Carrieri

Che cosa accadrà il prossimo 5 novembre è impossibile prevedere, ma già è un fatto che, al termine del primo dibattito televisivo fra i due contendenti alla Casa Bianca, quasi tutti si sono addormentati con la convinzione che, a seguito della imbarazzante performance di Biden, Trump avesse compiuto numerosi passi in avanti verso la vittoria. A questa quasi sicurezza se ne è aggiunta un’altra, grazie a una discussissima sentenza della Corte Suprema. Quale sicurezza? Questa: dovesse sfortunatamente vincere, Trump potrebbe aprire il suo discorso inaugurale, dalla vetta della scalinata di Capitol Hill, riadattando a sé stesso la conosciutissima frase del film di Steno, “I due colonelli”, quella del maggiore tedesco che dice a Totò: “Io ho carta bianca!”. Questo per la semplice ragione che, quando ancora l’America per bene non aveva asciugato le sue lacrime per gli esiti della disputa televisiva, la Corte ha stabilito, per sei voti contro tre, che il presidente ha “carta bianca” o, meglio, la facoltà di compiere qualsiasi atto che, in normali circostanze, la legge considererebbe criminale. Il tutto con una sola previa condizione: che quell’atto sia stato dal presidente compiuto “ufficialmente”, ovvero, nell’ambito delle attribuzioni e dei poteri riconosciutigli dalla Costituzione. Un esempio è utile per meglio capire. Se il presidente in carica manda ad uccidere un avversario politico – come avvenne con Matteotti – potrebbe essere processato e condannato unicamente nel caso in cui avesse, allo scopo, utilizzato una banda di squadristi o un killer mercenario. Ma il presidente sarebbe immune se avesse, facendo uso dei suoi poteri di comandante in capo di tutte le forze armate, riconosciutigli dalla Costituzione, incaricato dell’assassinio le forze speciali della Marina. Ancora: risulterebbe ingiudicabile se dovesse ordinare all’aviazione di bombardare la casa della vittima indicata. In questo caso la sua immunità sarebbe assoluta oppure potrebbe essere infranta soltanto da una condanna a seguito di un processo di impeachment. Eventualità, questa, lontana, essendo necessaria, per la condanna, una maggioranza dei tre quarti dei senatori, cifra irraggiungibile, considerato che il presidente controlla la metà dei senatori. Una sentenza aberrante? Sicuramente sì, se contemplata fuori contesto e interamente normale, invece, se valutata alla luce di quella che è la storia della composizione della Corte Suprema e della nuova ordinarietà politica prodotta e rivelata dai quattro anni di Trump e dalla trasformazione del Partito Repubblicano in luogo di culto per Trump. La maggioranza conservatrice e tradizionalista della Corte è stata modellata, negli ultimi anni, grazie ai trucchi da luna park con i quali, quello che fu, per molti anni, il presidente del Senato, il repubblicano McConnell, prima impedì a Barack Obama, violando ogni regola procedurale e di retta decenza, di sostituire il giudice Antonin Scalia, morto nei primi mesi del 2016, per spianare poi la strada, in analoghe circostanze, alle tre nomine succedutesi nel quadriennio di Trump. Questa è la Corte Suprema che, incitata a dirigere il traffico nell’incrocio di divergenze giuridiche, politiche ed etiche che fanno da sfondo alla corsa presidenziale, con diverse faziosità, sta accompagnando Trump verso la Casa Bianca. Come? Prima, bloccando, a richiesta dell’imputato, il più considerevole dei processi penali che lo riguardano: quello per l’assalto a Capitol Hill. Poi, rispondendo con un irrevocabile “sì” alla richiesta di immunità che, a suo tempo presentata dal collegio di difensori di Trump, era stata respinta da una corte di appello. Certo, la sentenza non è una assoluzione, ma è un decisivo rinvio, un prolungamento dei tempi processuali che, ormai con totale certezza, impedirà lo svolgersi di un dibattimento prima delle elezioni di novembre, o meglio, che lo impedirà del tutto, come è ovvio, dovesse vincere Trump, secondo pronostici, la corsa presidenziale. Ora tutti gli atti tornano alla base affinché l’accusa li rielabori per dimostrare che i reati di Trump per gli avvenimenti del 6 gennaio 2021 siano stati commessi al di fuori della “ufficialità” presidenziale. Si pensa che si aprirà uno scontro a base di tecnicismi giuridici e legali che potrebbe durare a lungo, o non incominciare proprio. Giustizia procrastinata, giustizia negata, diceva Montesquieu. Non occorre essere analisti politici per capire come, in questo caso, a essere negata potrebbe essere, non solo la giustizia, ma la stessa democrazia. Una volta riconquistata la Casa Bianca, Trump non perdonerà sé stesso: non lo farà perché l’auto – perdono implica un riconoscimento della colpa. Ordinerà al nuovo procuratore generale e capo del dipartimento di Giustizia, che egli designerà, di annullare tutti i processi che lo riguardano. Sarà così che, distrutta qualsiasi prospettiva di giustizia, si aprirà la stagione della vendetta. Trump lo ha detto e ripetuto: non ci sarà pietà per i suoi nemici. “Hanno usato la giustizia contro di me, la userò contro di loro.” E ha perfino dichiarato che gli basta solamente “regolare i conti”. Gli Stati Uniti sono condannati a questo? Forse sì, leggendo i sondaggi e rivedendo l’ultimo dibattito televisivo. Qualcuno, solo un anno e mezzo fa, si allietò per la sconfitta dei repubblicani nelle elezioni di metà mandato. Accadrà di nuovo di fronte al baratro di una nuova presidenza Trump con “carta bianca”? Sperare è quasi obbligatorio, anche se il pessimismo della ragione non percepisce davanti a sé altro che oscurità, con barbarie, ignoranze e squallori.

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