Angelus

La domenica del Papa – No “alla dittatura del fare”

foto Vatican media/Sir
22 Lug 2024

di Fabio Zavattaro

Ha una “grande forza sociale” lo sport, capace “di unire pacificamente persone di culture diverse”: questo l’auspicio di papa Francesco, all’angelus, è che i Giochi olimpici e paralimpici, che inizieranno venerdì 26 luglio, possano essere “segno del mondo inclusivo che vogliamo costruire e che gli atleti, con la loro testimonianza sportiva, siano messaggeri di pace e validi modelli per i giovani”. Il Papa ricorda inoltre, come già nel messaggio inviato nei giorni scorsi all’arcivescovo di Parigi, monsignor Laurent Ulrich, “l’antica tradizione” durante il tempo dei Giochi, di una “tregua nelle guerre, dimostrando una sincera volontà di pace”. Di qui il nuovo invito a pregare per la pace in Ucraina, Palestina. Israele. Myanmar, e in “tanti altri Paesi che sono in guerra. Non dimentichiamo, la guerra è una sconfitta”.

Angelus nella domenica in cui Marco, nel suo Vangelo, ci racconta il ritorno degli apostoli che il Maestro aveva inviato a due a due in missione. Sono stanchi, affaticati, ma hanno voglia di far conoscere al Signore cosa avevano compiuto nel loro camminare, cosa avevano insegnato. Gesù ora li invita a salire sulla barca per riposare in un luogo deserto, tranquillo. E quel andare sulla barca con il Signore è duplice messaggio: da un lato la necessita del giusto riposo, perché la missione non è un correre instancabilmente da una parte all’altra, non è un efficientismo esasperato; come dire, li invita a prendere le distanze da ciò che hanno fatto, o meglio a far calare nei loro cuori le azioni compiute, a uscire dall’impegno del fare, allontanandosi dalle folle, o forse, si potrebbe dire, allontanandosi dal clamore, dal rischio di sentirsi importanti per i fatti compiuti, facendoci dimenticare gli altri.

Dall’altro, il riposo ha bisogno di silenzio, di un ascolto altro, che solo un luogo deserto può offrire, un luogo lontano dai rumori del mondo, dalle preoccupazioni che spesso occupano quasi totalmente i nostri pensieri e il nostro agire.

E poi la folla. Avevano scelto di allontanarsi per raggiungere un luogo tranquillo, ma la gente li ha preceduti: folla, dunque. Domenica prossima troveremo nel racconto del Vangelo le folle che verranno sfamate dai cinque pani e due pesci. Gesù, ci racconta Marco, vede questa moltitudine e si preoccupa di essere loro accanto: “ebbe compassione di loro perché erano come pecore che non hanno il pastore, e si mise a insegnare loro molte cose”.

Commentando il passo del Vangelo, Francesco si sofferma su due parole: riposo e compassione. “Sembrano due cose inconciliabili”, afferma, e invece vanno insieme. Nel cogliere la stanchezza dei discepoli Gesù vede un “pericolo che può riguardare anche la nostra vita e il nostro apostolato, quando ad esempio l’entusiasmo nel portare avanti la missione o il lavoro, così come il ruolo e i compiti che ci sono affidati ci rendono vittime dell’attivismo, e questa è una cosa brutta, troppo preoccupati delle cose da fare e troppo preoccupati dei risultati”. Accade allora che “ci agitiamo e perdiamo di vista l’essenziale, rischiando di esaurire le nostre energie e di cadere nella stanchezza del corpo e dello spirito”.

No, allora, “alla dittatura del fare”. Messaggio importante “per la nostra vita, per la nostra società spesso prigioniera della fretta, ma anche per la chiesa e per il servizio pastorale”.

Messaggio per la vita familiare: padri e madri dovrebbero avere il tempo per stare con i figli, e invece accade che il papà “per guadagnare il pane è costretto ad assentarsi per lavoro, dovendo così sacrificare il tempo da dedicare alla famiglia”, e questa “è un’ingiustizia sociale”. Nelle famiglie, “papà e mamma dovrebbero avere il tempo per condividere con i figli, per far crescere questo amore famigliare e non cadere nella dittatura del fare. Così il riposo proposto da Gesù “non è una fuga dal mondo, un ritirarsi nel benessere personale; al contrario, di fronte alla gente smarrita, egli prova compassione”. Solo se impariamo a riposare, e “il nostro cuore non è consumato dall’ansia del fare”, afferma il Papa, “è possibile avere uno sguardo compassionevole, che sa cogliere i bisogni dell’altro”.

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