Tracce

Adesso l’America balla da sola

Foto White House/Sir
27 Gen 2025

di Emanuele Carrieri

L’unica nota di colore è stata quella della convinzione di avere dato inizio a un impero simile per durata a quello cinese, le cui origini risalgono al terzo secolo avanti Cristo e che crollò nel 1911. La presenza di Elon Musk e della delegazione della “big tech” alla cerimonia di insediamento di Trump, è stata una specie di parodia, o meglio, di sequel del film “Fascisti su Marte”, a cui, però, è stato dato il titolo di “Trumpisti su Marte”, pianeta dove Trump vuole piantare la bandiera a stelle e strisce. In questi tempi difficili, in un mondo tormentato da carestie e da conflitti, da migrazioni e da cambiamenti climatici, la spinta a sorridere è di breve durata e rimangono, giacenti sul tavolo, le domande: ma con chi stiamo camminando? Dove vogliono portare il mondo? Verso che cosa siamo diretti? Quale è il futuro, l’avvenire dei nostri figli, dei figli dei nostri figli e delle nuove generazioni? L’impressione avvertita ascoltando il discorso di insediamento di Trump è che l’attuale presidente degli Stati Uniti considera il pianeta come un grande monopoli in cui i diversi giocatori non si contendono case e alberghi in piazza Giulio Cesare o in via Accademia, ma guerreggiano per il controllo delle risorse naturali, dei beni preziosi, delle tecnologie, dei mercati e delle proprietà immobiliari. Per Trump, la politica estera deve essere pervasa da una smodata rincorsa di un primato economico, strategico e, sicuramente, militare. Anni fa, in altre cerimonie di insediamento, erano presenti, quasi sempre, alcune stelle del cinema. Oggi Hollywood non basta più, servono più i social media: e così invece degli attori, sono stati invitati i miliardari delle piattaforme digitali: Sam Altman di OpenAI, Jeff Bezos di Amazon, Mark Zuckerberg di Meta, Xavier Niel di Iliad, Shou Zi Chew di TikTok, Tim Cook di Apple, Sundar Pichai di Alphabet. Questi uomini ricchi, insieme a Musk, chiamato da Trump alla Casa Bianca per dirigere il Dipartimento dell’efficienza governativa, possiedono un patrimonio maggiore del prodotto interno lordo di molti stati. Tutti, comunque, nell’ottica trumpiana, sono chiamati a perseguire quattro scopi: la supremazia mondiale degli Stati Uniti, controllare l’espansione della Cina, condizionare le alleanze in funzione filoamericana, monopolizzare le risorse più importanti anche a spese delle altre nazioni, che siano alleate o meno. Lo slogan America First sul piano internazionale è incominciato con il Medio Oriente, dove Trump è intervenuto senza mezzi termini nell’accordo di tregua ancora prima di insediarsi alla Casa Bianca e Netanyahu ha lanciato l’operazione Muro di Ferro a Jenin. Il cessate il fuoco non era ancora approvato che il marito di Ivanka Trump, Jared Kushner, aveva raddoppiato la sua quota nella società immobiliare Phoenix, diventando così il maggiore azionista insieme ai fondi sauditi. La società, che ha finanziato gli insediamenti illegali dei coloni in Cisgiordania, punta a partecipare da reale protagonista agli affari della missione impossibile della ricostruzione di Gaza. Il percorso è quello di portare l’Arabia Saudita nel patto di Abramo, quantunque Riad continui a insistere su una risoluzione della questione palestinese. Trump e il principe Mohammad bin Salman in tal modo stringono sempre più il già saldo legame che li univa perché l’attuale presidente e i sauditi condividono la comune determinazione a confermare il primato dei combustibili fossili. Negli iniziali minuti in carica ha proclamato che avrebbe dichiarato una emergenza energetica nazionale per contribuire ad abbassare i prezzi. Concerto celestiale per le orecchie degli sceicchi petroliferi del Golfo. Ciò non esclude che il nuovo presidente voglia intavolare qualche trattativa con gli altri grandi produttori di petrolio e di gas naturale, come Russia, Iran e Venezuela. Questo non produrrà a breve una mitigazione delle sanzioni contro l’Iran, visto che Trump appoggia Netanyahu nella sua ossessione anti Iran, ma è palese che l’attuale presidente ha una spiccata predilezione per gli accordi con i paesi petroliferi. All’orizzonte, forse, c’è anche un’ipotesi di accordo con Putin. “Il nostro potere fermerà tutte le guerre” ha detto Trump, secondo il quale gli ucraini continueranno ad avere appoggio militare solo se accetteranno di negoziare un accordo di pace con la Russia che prevede la cessione di territori. Di nuovo Trump ha minacciato che, se gli stati europei dell’Alleanza atlantica non aumenteranno i propri fondi per la difesa, gli Usa ridurranno i loro aiuti militari. L’obiettivo è di far aumentare le spese militari europee: una pressione sull’Europa che richiede la negoziazione di dazi doganali. Poi pochi minuti dopo il suo insediamento Trump ha apposto la sua firma su alcuni atti che fanno uscire l’America da vari accordi, isolandola dal resto del mondo e spingendola verso un arretramento temporale, distante dalla modernità. È questa la nuova era di Trump? Una ricchezza sfrontata, che isola l’America dal resto del mondo a forza di dazi? Che manifesterà il conto al resto del Pianeta, alla Nato e al vecchio alleato Europa, trasformato in suddito, in provincia coloniale, con il nuovo nome di Golfo d’America al posto del Golfo del Messico a sancire il nuovo colonialismo imperiale americano? Siamo sicuri che questo sia il mondo che si aspettano i nostri figli e i figli dei nostri figli?

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