Lavoro

Ex Ilva: il futuro mai così incerto spetta al governo decidere subito

13 Mag 2025

di Silvano Trevisani

E se fosse il governo a riprendere in mano Acciaierie d’Italia, interrompendo ogni trattativa di vendita, per rimetterla in sesto e attuale la decarbonizzare? L’interrogativo, che potrebbe sembrare azzardato, sembra invece scaturire dagli ultimi eventi, a partire dall’incidente all’Afo1 per finire con l’incontro appena concluso tra azienda e sindacati sulla cassa integrazione.

Un incontro che preconizza l’incremento della cassa e paventa ombre sulla trattativa con Baku Steel, dopo il blocco dell’impianto imposto dalla magistratura. Che non solo non ha autorizzato l’uso durante il sequestro, ma non ha consentito neppure il pronto intervento per la messa in sicurezza degli impianti. Com’è noto agli addetti ai lavori e alle maestranze, infatti, la fermata degli impianti deve sempre passare dallo svuotamento delle parti parti mobili dalla ghisa e dalla loppa per evitare che, raffreddando, solidifichino e compromettano la funzionalità.

Il ministro

“Avevamo detto che era necessario fare le attività di messa in sicurezza dell’impianto. Purtroppo l’autorizzazione è stata data troppo tardi e compromessa l’attività produttiva, cioè l’altoforno 1″  ha detto lo stesso ministro per le Imprese e il Made in Italy, Adolfo Urso. “Questo vuol dire che non ci sarà più la possibilità di riprendere un livello produttivo significativo come previsto nel piano industriale”.

I dubbi

La situazione diventa molto complicata, non consente il rispetto del cronoprogramma che era stato stabilito e comporta l’aumento, oltre il raddoppio, dei numeri della cassa integrazione (passerebbero dagli attuali 2.000 a circa 4.000) e implica il ridimensionamento della produzione. Se a questo si aggiunge che i tempi per l’Aia, cioè l’autorizzazione ambientale per il funzionamento degli impianti, tarda a venire per nuove richieste di chiarimento, e che i progetti di Baku richiedono una serie di misure preventive per l’utilizzo del gas, come l’insediamento di un impianto di rigassificazione, che trova molti ostacoli, ci si renderà conto che la situazione è molto complicata. Pensare a una normalizzazione impiantistica con la spada di Damocle della contestuale privatizzazione, che di fatto è messa in discussione, è davvero molto complicato.

I sindacati

E così arrivano segnali di rottura da almeno una parte del sindacato. La Uil di Taranto, in particolare, chiede un’inversione di rotta immediato, a partire dal blocco della trattativa con Baku Steel e dall’assunzione diretta del controllo da parte dello Stato. Che deve intervenire con risorse vere e un piano industriale basato su decarbonizzazione, fonti rinnovabili e riconversione produttiva reale.

Per il coordinatore della Uil di Taranto, Gennaro Olivo: “È il momento che il Governo esca dall’ambiguità e prenda in mano lo stabilimento. Serve una Legge Speciale per Taranto, servono risorse per la bonifica, la riconversione, i prepensionamenti, i risarcimenti e l’estensione dei benefici previdenziali agli esposti all’amianto con una legge ferma al 2003, serve trasparenza sui progetti futuri e garanzie su ogni singolo posto di lavoro. Non nel 2000 mai, ma ora”.

La Fim, per bocca del segretario nazionale Ferdinando Uliano, chiede al governo la convocazione immediata. “Abbiamo la necessità di chiarire tutti gli aspetti, soprattutto l’Aia e lo stato della trattativa con Baku Steel, le garanzie di carattere industriale e il ruolo dello Stato nella prossima compagine societaria. Questo oltre alle difficoltà per l’approvvigionamento di gas e acqua che stiamo registrando e che possono mettere ulteriormente in crisi la situazione del sito”.

Le maestranze

La Usb, da parte sua, dopo aver criticato la scelte operate e chiesto al governo una prove di autorevolezza, ricorda i numeri dell’occupazione nell’ex Ilva che rappresentano un vero problema: 10.300 i diretti, 1.500 gli ex Ilva in As e oltre 4.000 dell’appalto. “Oltre che sui numeri della produzione di acciaio a rischio, si rifletta dunque molto bene soprattutto su questi numeri, che sono volti di lavoratori e famiglie”.

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