Settimana liturgica nazionale, mons. Maniago: “Diventare ciò che celebriamo”

La 75ª Settimana liturgica nazionale si chiude a Napoli con una grande partecipazione di studiosi, pastori e fedeli. Sono stati giorni intensi, segnati da tre parole chiave — contemplazione, azione e speranza — che hanno fatto da filo conduttore ai lavori. Abbiamo chiesto a mons. Claudio Maniago, presidente del Centro di Azione liturgica, di tracciare un bilancio di questa edizione, che si è svolta nel cuore della città partenopea, sotto il segno della liturgia e della testimonianza di San Gennaro.
Monsignor Savino, vice presidente della Cei, ci ricordava ieri che la Settimana liturgica non si conclude, ma apre laboratori di riflessione e azione. Le tre parole-chiave sono state contemplazione, azione e speranza. Come le interpreta?
La Settimana liturgica vive dello stesso dinamismo della liturgia, che il Concilio Vaticano II definisce “fonte e culmine” della vita cristiana. Non è una settimana in cui si danno nuove regole o si lanciano mode liturgiche. Lo scopo è approfondire, e in questi giorni è stato detto con chiarezza: la liturgia non è uno spettacolo da guardare, ma un’esperienza che coinvolge tutta la vita. Partecipare non significa semplicemente chiedere una grazia o ricevere qualcosa di utile, ma entrare in un incontro vivo con il Signore. La contemplazione non è evasione dalla realtà, ma capacità di guardare più a fondo, per leggere la vita alla luce di Dio. E da questa esperienza scaturisce sempre un’azione, un impegno concreto che continua anche quando si torna a casa, nelle comunità, nelle relazioni quotidiane.
Molti interventi hanno insistito sulla “trasformazione” che nasce dalla liturgia. Cosa significa concretamente?
Vuol dire diventare ciò che si celebra. La liturgia è un incontro con Cristo vivo, non un rito astratto. Benedetto XVI lo aveva espresso chiaramente: non celebriamo un’idea, ma una persona. Per questo la liturgia trasforma la nostra vita, ci rende più vicini agli altri, soprattutto ai più fragili e smarriti. Ogni celebrazione ci ricorda che è “veramente cosa buona e giusta” conformare le nostre parole e le nostre scelte al Vangelo, non come dottrina teorica ma come vita. In questo modo ognuno, con la propria originalità, diventa testimone del Signore.
Questa Settimana liturgica è stata segnata anche dal prodigio della liquefazione del sangue di San Gennaro. Per un non napoletano, che esperienza è stata?
Avvicinarsi a questo evento straordinario significa farlo con rispetto e quasi in punta di piedi. Ho percepito quanto questo segno sia importante per i napoletani, come conferma e sostegno della fede. Devo ammettere che ho vissuto anch’io un momento di emozione: mi hanno detto che sul mio volto si vedeva la tensione, quasi aspettando che il miracolo avvenisse, e poi il sollievo quando il sangue si è sciolto. Non è un fatto scontato. La pietà popolare, se ben vissuta, non si contrappone alla liturgia ma la sostiene: i santi, con le loro reliquie, ci ricordano che sono accanto a noi, ci rimandano a Cristo. E San Gennaro, per Napoli, è un grande testimone di Gesù.
Il cardinale Parolin ha parlato dello ‘stupore’ da riscoprire nella celebrazione. Altri relatori hanno sottolineato il valore del silenzio e della trasfigurazione. Ma come può tutto questo conciliarsi con la vita frenetica dei parroci e delle comunità, sempre pressati da richieste e scadenze?
Viviamo in un mondo che corre troppo, e questo ci impoverisce. La liturgia ha una forza terapeutica: ci guarisce dalla frenesia che rischia di renderci superficiali, incapaci di fermarci accanto alle persone e alle loro ferite. Non è un rifugio che ci allontana dal mondo, ma una spinta a viverlo in profondità.
La liturgia ci ricorda che è sempre il Signore a guidare la nostra vita: non possiamo lasciarci travolgere dagli impegni, ma imparare a ritrovare nel silenzio e nella celebrazione lo sguardo contemplativo che ci permette di riconoscere Cristo all’opera nel volto di chi soffre e chiede la nostra vicinanza. Come diceva don Tonino Bello, il contemplativo è colui che sa vedere Dio nella vita di tutti i giorni, nei fratelli e nelle sorelle che incrociamo.
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