Ilva: le imprese vogliono il rigassificatore ma senza acciaio chiude anche il porto

05 Set 2025

di Silvano Trevisani

La fine dell’estate impone una serie di bilanci, sia sulla stagione turistica conclusasi, sia sulla “ripresa”. Argomenti che riguardano contestualmente la situazione economico produttiva della città e del territorio.

Partiamo con un appunto sulla stagione estiva, che ha visto un incremento quasi inconsistente del turismo a Taranto, soprattutto legato al settore delle crociere (sulle quali esprimiamo molte riserva dal punto di vista ambientale). Dobbiamo sottolineare come la “crisi dell’ombrellone” abbia coinvolto pienamente gli stabilimenti balneari disseminati sulla costa, soprattutto tra isola amministrativa e Lizzano. I grandi spazi dei quali si sono impossessati gli stabilimenti sono rimasti pressoché vuoti, se si escludono pochi giorni attorno a Ferragosto. Centinaia di ombrelloni che occupano enormi spazi, rimasti regolarmente chiusi tutti i giorni d’estate, ci interrogano sul perché di una così massiccia occupazione del litorale. Segno, questo, di una condizione molto più estesa riguardante il turismo: il settore non si improvvisa e soprattutto non si lascia alla gestione di improvvisati operatori che si inventano ristoratori e ricettori, speculando sulla smania di divertimento e imponendo prezzi inconcepibili. Superiori a volte persino di quelli delle grandi città. Insomma, riservandoci di approfondire, vogliamo solo sostenere che quando si parla del settore turistico come alternativa alla monocultura industriale bisognerebbe mettere a punto una programmazione. Anche per prevenire il caos insostenibile di Bari e Lecce, che arricchisce pochissimi operatori ma inguaia fortemente tutta la comunità.

L’argomento ci proietta direttamente sul capitolo industria, che vedrà, nelle prossime settimane, compiersi delle scelte fondamentali per il futuro di Taranto. È noto che per l’Ilva (continuiamo a chiamarla così per comodità) si va verso una scelta compromissoria ma ugualmente ardua: va decarbonizzata, privatizzata, ambientalizzata a valle dello scontro tra ambientalisti e mondo del lavoro. Ma come? Fino a che punto?

Chi si occupa del settore ha seguito certamente quanto accaduto in questi mesi: le battaglie degli ambientalisti per la chiusura e quelle preannunciate contro l’Aia, col sostegno di alcuni partiti. Le battaglie dei lavoratori e delle imprese per il mantenimento della produzione e il passaggio in tempi brevi ai forni elettrici. La posizione del Comune, che sostiene le tesi degli ambientalisti ma deve dar conto a mole migliaia di lavoratori. Per cui: passino la decarbonizzazione e i forni elettrici ma niente rigassificatore. Che però il ministero dichiara essenziale per completare il passaggio all’elettrico. Senza di esso una parte dell’Ilva si sposterà a Gioia Tauro.

È chiaro che abbiamo riassunto al massimo una vicenda intricatissima. A cui si affianca anche quella dei trasporti, che deve Taranto la cenerentola della Puglia, già ora. Ma è anche evidente che la complessità della vicenda non consente atteggiamenti da “tifoserie”. Pro e contro l’Ilva, perché le conseguenza in tutti i casi saranno enormi.

Ora scopriamo, ad esempio, ma il verbo scoprire ha solo un valore di effetto, che anche il settore che veniva indicato come la grande alternativa all’acciaio, cioè il porto, ora che i traffici sono pressoché inesistenti, senza prodotti petroliferi e soprattutto siderurgici, collasserebbe.

Questo spinge le associazioni professionali e produttive del settore a intervenire. Piloti, ormeggiatori e rimorchiatori denunciano che “Il Porto di Taranto, persi i traffici del terminal container, negli ultimi venti anni si è retto su quelli da e per gli stabilimenti Eni ed Ilva. La crisi di una sola delle due realtà industriali avrebbe come conseguenza la crisi immediata dell’altra in quanto non in grado di reggere, da sola, gli ingenti investimenti necessari per provvedere ai servizi che direttamente o indirettamente sono necessari per l’attività in sicurezza delle navi che la servono”.

Il settore è in ginocchio e lo spostamento di impianti produttivi in altri porti sarebbe una catastrofe. Ma anche il consorzio Isc e Raccomar, ossia gli agenti marittimi, erano già intervenuti rompendo gli indugi. Per loro ospitare la nave rigassificatrice sarebbe non solo possibile, perché non creerebbe alcun problema, ma anche necessario. E sostengono, tra l’altro, che creerebbe almeno mille posti di lavoro.

Insomma: chi deve decidere nelle prossime settimane ha un compito arduo e deve tener presente che è proprio vero: Taranto dipende ancora dall’Ilva e fino a quando non ci saranno vere alternative, che ora non si intravedono assolutamente, difficilmente chi muove i fili si prenderà la responsabilità di chiudere tutto, anche se questo continuerà a comportare gravi rischi e drammatiche conseguenze. Teniamo presente che, secondo i dati Istat, entro il 2050 si prevede che la popolazione di Taranto scenderà ancore di circa 30.000 unità! E fa bene Bitetti a invitare a Taranto Urso. Ma decenni di errori gravissimi non si possono cancellare con un colpo di spugna. Anche se si sogna, come facciamo noi, una città pulita e sana, che ci auguriamo di poter lasciare almeno ai nostri nipoti… se non ai nostri figli.

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