Sport

Olimpiadi invernali, Gianola: “La pace è la gara che siamo chiamati a correre”

ph Ansa-Sir
05 Feb 2026

di Andrea Regimenti

Le guerre in corso, le fratture geopolitiche e un clima internazionale segnato da crescente polarizzazione mettono alla prova anche i grandi eventi globali, chiamati a misurarsi con il loro significato più profondo. In questo contesto, le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026 si collocano non solo come appuntamento sportivo di rilievo mondiale, ma come possibile spazio simbolico di incontro, dialogo e responsabilità condivisa. Il valore della tregua olimpica, il linguaggio universale dello sport, la dimensione educativa rivolta alle giovani generazioni e il rapporto tra competizione, fraternità e vocazione interrogano il senso stesso dei Giochi in un tempo attraversato da conflitti e incertezze. Dalla capacità dello sport di parlare di pace alla forza educativa dell’impegno e della fatica, fino al richiamo a una visione alta della vita che unisca talento, responsabilità e servizio, emergono prospettive che intrecciano fede, società e cultura. Una lettura che si colloca nel solco del magistero recente, da papa Francesco a Leone XIV, e che invita a guardare alle Olimpiadi come a una palestra di umanità, capace di formare persone prima ancora che atleti. Per approfondire questi temi, abbiamo intervistato don Michele Gianola, direttore dell’Ufficio nazionale per la pastorale delle vocazioni e dell’Ufficio per la pastorale del tempo libero, turismo e sport della Conferenza episcopale italiana, offrendo uno sguardo che va oltre lo spettacolo e le medaglie, per interrogare il significato umano e spirituale dello sport alla vigilia di Milano-Cortina 2026.

ph Siciliani Gennari-Sir

Le Olimpiadi nascono come occasione di incontro tra i popoli. In un tempo segnato da guerre e divisioni, che messaggio possono ancora lanciare?
Già Papa Francesco nel suo messaggio in occasione delle scorse olimpiadi di Parigi ricordava che i Giochi sono per natura portatori di pace e non di guerra. “L’Assemblea generale delle Nazioni unite – dichiara il Ministero degli Esteri – ha adottato per consenso la Risoluzione sulla Tregua olimpica in vista dei Giochi olimpici e paralimpici invernali di Milano-Cortina 2026. Il testo, facilitato dal Governo italiano in qualità di Paese ospitante in stretto coordinamento con il Comitato olimpico internazionale e con la Fondazione Milano-Cortina, ha raggiunto oltre 160 co-sponsorizzazioni”. Trovo decisivo per noi credenti ricordare che la pace è anzitutto dono del Risorto – ricordiamo con forza le prime parole di Leone XIV – ed è lui che abbatte i muri di separazione, vince l’inimicizia e la separazione. E questo sia a livello globale che locale, nel piccolo. La pace è da custodire ed è compito di ciascuno: la gara che siamo chiamati a correre è quella di imparare a stimarci a vicenda.

Come leggere, da credenti, il valore simbolico dell’incontro tra atleti di Paesi in conflitto?
Noi credenti non possiamo dimenticare di guardare avanti per costruire secondo un senso, una direzione. A volte dimentichiamo che il futuro non solo scorre sulla linea del tempo ma è aperto oltre la storia alla vita eterna, alla città del Cielo: non lo preghiamo tutti i giorni? Come in Cielo, così in terra? Ricordi le letture del tempo d’Avvento, le profezie di Isaia? “Il lupo dimorerà insieme con l’agnello; il leopardo si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un piccolo fanciullo li guiderà. La mucca e l’orsa pascoleranno insieme; i loro piccoli si sdraieranno insieme. Il leone si ciberà di paglia, come il bue. Il lattante si trastullerà sulla buca della vipera; il bambino metterà la mano nel covo del serpente velenoso” (Is 11,6-9). Un simbolo che sia tale lascia trasparire la vera essenza delle cose e vedere avversari che si stringono la mano oltre ad essere una preghiera costante della Chiesa è la prospettiva di pace che sentiamo come nostalgia, dolore per un futuro che ancora non c’è (e non accadrà per magia) ma deve essere costruito.

Lo sport parla molto ai giovani. In che modo le Olimpiadi possono diventare un’occasione educativa e non solo spettacolare?
Ricordo che durante la Gmg di Panamà un giovane scrisse su un foglietto che la vocazione è la versione migliore di sé stessi. In fondo è quello cui anche Papa Leone ha invitato durante l’omelia del Giubileo a Tor Vergata: “Aspirate a cose grandi, alla santità, ovunque siate”. Lo sport mette a contatto con la fatica e l’impegno, insegna l’allenamento, il rispetto dell’altro e la presa di consapevolezza dei propri limiti. Non tutti diventano campioni olimpici, tutti possono lavorare per diventare uomini e donne sani e santi – ha ricordato papa Leone ai giovani di Roma – senza rincorrere surrogati di felicità ma lottare per custodire e valorizzare tutto quanto di buono c’è nel mondo e nella vita e rifiutare quanto non lo è. La vocazione è riconoscere, alla scuola della Parola il proprio spazio nel quale versare la vita, tutta la vita, per amore di qualcuno.

Il linguaggio della competizione può convivere con quello della fraternità e della gratuità? Concetti spesso richiamati prima da papa Francesco e poi da papa Leone XIV
La vera competizione sportiva non vede l’altro come un nemico ma come un avversario che stimola un circolo virtuoso di crescita personale. Vincere, in fondo è anche migliorare sé stessi e confrontarsi con l’altro nel rispetto e nella stima reciproca è fecondo per la vita. Si impara a guardare l’altro con dignità perché si conosce bene lo sforzo e la fatica che si trovano dietro il gesto sportivo. La stessa cosa avviene con l’arte o l’artigianato, con ogni azione umana che abbia a che fare con la materia: chi ha provato a lavorarla conosce tempi, fatiche, bellezza, soddisfazione. Forse in questo la mentalità indotta dalla tecnologia non ci aiuta perché ci fa sembrare tutto facile, immediato, ci toglie il tempo di godere della fatica, dell’impegno, il piacere di plasmare con il tempo e con le mani la pasta della storia. La fraternità e la gratuità vengono da questo, riconoscere la preziosità propria e dell’altro e prendere consapevolezza che insieme possiamo costruire il futuro di tutti.

Che augurio fa agli atleti che si preparano a Milano-Cortina 2026?
Certamente di vincere il più medaglie possibili, di divertirsi e far divertire tutti noi tifosi con uno spettacolo sano e bello, ma più ancora di essere campioni nello sport e campioni nella vita.

E quale augurio rivolge ai giovani che, come nello sport, stanno cercando la propria strada nella vita?
La propria strada, la vocazione, la si riconosce come un invito che viene dalla realtà e dall’amicizia con Gesù che apre gli occhi e allarga il cuore per far vedere qual è la nostra impresa da compiere a servizio degli altri, per amore di qualcuno e insieme a qualcun altro. La nostra strada non è mai soltanto la nostra ma sempre insieme a qualcuno.

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