Tracce

Doppia morale, doppio standard

Reuters/Avvenire
02 Mar 2026

di Emanuele Carrieri

C’era un mondo prima, ci sarà un altro mondo dopo. Tutto quello che sta accadendo nel mondo ogni giorno è tale che, se tutto ciò avrà una fine, non si potrà solamente voltare pagina e riprendere il corso delle cose come nulla fosse. E come potrà il mondo fare i conti con quanto sta accadendo in ogni luogo? Come sarà quella contabilità? L’Occidente farà i conti con la sua coscienza oppure farà finta di niente? Sempre più si sta cercando, da parte di tutti, di porre la questione su un piano relativo, del tipo “tutti colpevoli, nessun colpevole”. La storia occidentale e della sua supremazia è disseminata di violente vicende di sottomissione ed eliminazione di intere popolazioni, di predazione di terre e di risorse. Dai nativi americani ai congolesi, dagli indigeni dell’Africa sud-occidentale ai nativi di Algeria, Kenya e India, fino agli schiavi africani spostati in America, sono troppi gli esempi in cui a prevalere, in definitiva, è stata semplicemente la legge del più forte e l’annichilimento di massa. Ma dalla fine della seconda guerra mondiale molti, se non tutti, i paesi dell’area geopolitica e culturale fondata su tradizione democratica e stato di diritto, di tipo capitalistico, avevano difeso e avvalorato, sempre e comunque, i principi dei diritti dell’uomo, delle minoranze, dei popoli e della loro autodeterminazione, sui quali l’Organizzazione delle Nazioni Unite era stata fondata. Forti della loro preponderanza politica e militare, affermatasi grazie al predominio tecnologico ed economico fondato sul colonialismo, quei paesi si erano erti a garanti del mondo libero, rispettoso dei diritti umani, portatori dei valori di progresso ed emancipazione, equità e giustizia alla base della civiltà occidentale. Tutto questo con percorsi diversi: talvolta accantonando gli errori commessi, a volte autoprocessandosi e autoassolvendosi, fino a giungere, alle volte, a parlare perfino di compensazioni, di risarcimenti oppure di indennizzi. C’era un dato inconfutabile, incontestabile, sicuro e pacifico: lo sterminio e l’appropriazione coloniale erano realtà del passato non più accettabili e tutti avrebbero dovuto conformarsi a questo standard. La contrapposizione con il blocco del patto di Varsavia e il periodo di tensione geopolitica comunemente detto guerra fredda avevano rafforzato l’alleanza dei paesi occidentali, esaltandone un modello che congiungeva le libertà individuali, la democrazia e il progresso economico provocato dal capitalismo dell’economia di mercato. Quando, fra la fine degli anni Ottanta e gli inizi degli anni Novanta, prima la caduta del Muro di Berlino e dopo lo scioglimento del patto di Varsavia e il crollo dell’Unione Sovietica, ne avevano ratificato la superiorità, si era parlato di fine della storia, per il fatto che quel modello si sarebbe esteso a tutto il mondo. Tutti ci avevano creduto. Che quel modello fosse uscito da un passato macchiato di soprusi e discriminazioni, sterminii e trasferimenti forzati di milioni di persone poco importava, c’era la libertà, la democrazia e le pari opportunità, adesso da difendere e da godere. L’Occidente si era così trovato alla sommità del suo dominio, sentendosi battezzato a governare le vicende mondiali, intervenendo in ogni dove per stabilire il rispetto di quei principi fondativi per esportare democrazia e capitalismo. Nacque quella narrazione del mondo libero e democratico vincente, che celava il passato e che consentiva l’utilizzo delle istituzioni internazionali per intervenire in quei paesi che non si conformavano ai principi sanciti – in Iraq come in Serbia, in Afghanistan come in Libia e in altri casi –, perfino ricorrendo alla Corte penale internazionale per punire i colpevoli di crimini contro l’umanità o crimini di guerra. Ma continuando a consolidare la propria supremazia, ampliando la propria sfera di influenza e continuando a peccare di violenze (come ad Abu Ghraib), arbitrarie interferenze (in Kosovo) o illeciti (come con Guantanamo), nel nome della guerra al terrore o altre parole d’ordine. La storia era finita, ma c’era chi non si adeguava e intanto, non solo il suo prestigio andava scolorendo, ma la sua stessa egemonia crollava con il proseguire della globalizzazione. Alla luce di ciò che sta avvenendo in queste ore in Medio Oriente, sarà ancora possibile per l’Occidente parlare in nome della difesa dei diritti umani? Si può ancora parlare di diritto internazionale o di diritti umani? Chi è tanto credibile da poterlo fare? Chi ancora ha autorevolezza morale e politica da poterlo fare? Si può ancora assistere a ciò che succede senza chiedersi come e perché tutto ciò è stato consentito? I barbari, storicamente, erano gli altri. Che senso ha dire bisogna fermare la barbarie se non ci si ferma mai? Il quadro è quello di un baratro che sta risucchiando l’Occidente e che sta smontando le certezze che aveva di essere baluardo di civiltà. La doppia morale, il doppio standard – sono crimini quelli degli altri – sancisce la fine di un pezzo di storia, quel pezzo in cui è stato l’Occidente a signoreggiare. Una nuova pagina di storia è già iniziata, un nuovo capitolo di storia è ormai cominciato, in cui il mondo cerca un altro ordine internazionale, un mondo con un Occidente svalutato non solo perché non ha più l’egemonia, ma anche perché quella supremazia che aveva reclamato nelle sfere del diritto internazionale e dei diritti umani è venuta meno, e per sempre. Manca una idea di futuro, un piano per stabilizzare e per pacificare una regione importante per gli equilibri internazionali. È impressionante sentire i protagonisti che parlano di sicurezza e di pace quando ogni loro azione e decisione va in senso opposto. Con le ripercussioni, anche quelle più lontane, che nessuno, mai, calcola. Chi spiegherà agli ucraini che la chiusura dello Stretto di Hormuz può far schizzare alle stelle il prezzo del petrolio e fornire a Putin nuove risorse economiche per continuare la guerra?

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