Tracce

Ma gli obiettivi sono gli stessi?

Ansa/Avvenire
11 Mar 2026

di Emanuele Carrieri

Dalla prima offensiva di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, su tutto il Paese sono state scaricate tonnellate di bombe, sparate decine di missili di vario tipo, lanciate centinaia di droni. Ali Khamenei, la guida spirituale degli sciiti iraniani, è stata ammazzata e, con lui, ministri, leader dei pasdaran, capi delle forze armate, oltre a varie migliaia di persone. Nel frattempo, la guerra, che va avanti da più di una settimana, ha già prodotto una prima significativa frattura fra Washington e Tel Aviv. Gli attacchi israeliani, di sabato scorso, su trenta depositi di carburante a Teheran, che hanno provocato incendi visibili a chilometri di distanza e avvolto la capitale in una densa coltre di fumo, avrebbero ecceduto le previsioni degli Stati Uniti, secondo quanto riferito da fonti ben informate e anche più che attendibili. Il messaggio trasmesso da Washington a Tel Aviv, secondo questa notizia – o meglio, secondo questo pettegolezzo – potrebbe essere stato del tipo: “Ma cosa state combinando?”. Il Pentagono e, soprattutto la Casa Bianca, ritengono che colpire le infrastrutture che riforniscono i civili iraniani rischi di compattare la società intorno al regime, invece di indebolirlo. E poi, sul piano economico, le immagini dei depositi in fiamme, diffuse in tutto il mondo, rischiano di far alzare ulteriormente i prezzi del petrolio. A questo punto, il dubbio è fondato: gli obiettivi di Stati Uniti e di Israele sono identici, coincidenti, combacianti? Allo stato attuale dei fatti, regna sovrana un’assoluta confusione sugli obiettivi del conflitto scatenato da Trump. Gli obiettivi di Netanyahu sono più chiari: vuole portare a termine le guerre condotte da Israele negli ultimi due anni e mezzo, abbattendo sia Hezbollah in Libano, sia il regime iraniano. È evidente che Netanyahu sta realizzando una strategia brutale, quella del “tanto peggio, tanto meglio”: a conti fatti, il futuro e la stabilità dell’Iran non lo coinvolgono per niente. Questa posizione è coerente dal punto di vista di buona parte del governo israeliano, che vuole eliminare a qualunque costo quella minaccia che considera come “esistenziale”. Per quanto riguarda Washington risulta sostanzialmente difficile vederci chiaro, pure perché Trump e i suoi ministri hanno presentato diverse versioni dei loro obiettivi di guerra. Indubbiamente Trump si è lanciato in questo conflitto pressato da Netanyahu e pensando che sarebbe durato poco. Il regime di Teheran, in effetti, era sempre più inviso alla popolazione dopo le repressioni di gennaio, tanto che Trump poteva ragionevolmente credere a un “copia e incolla” di quanto accaduto in Venezuela, con una spaccatura nel sistema di potere iraniano che potesse favorire Washington. Le vicende, però, sono andate diversamente. A dimostrazione della grande confusione, Trump ha perfino manifestato la propria sorpresa per il fatto che i possibili interlocutori all’interno del regime erano stati uccisi nel primo giorno di guerra. Bombe, missili, droni, distruzioni e morti. E poi? Per che cosa? Sia pure indebolito il regime degli ayatollah ha scelto la nuova guida suprema e si stringe intorno ai gruppi di potere che hanno controllato con il pugno di ferro una teocrazia che è invisa alla maggior parte degli iraniani, che hanno provato a ribellarsi lasciando sul terreno migliaia di morti e riempiendo le carceri del regime. Questa guerra porterà libertà e democrazia in Iran? Dopo giorni di bombardamenti, la risposta è negativa. Non c’è nulla che riveli un cambiamento negli equilibri della dittatura iraniana, non si intravede neanche un piccolo spiraglio che possa far immaginare un passo indietro di mullah e pasdaran, di polizie segrete e di quella parte di iraniani che vivono e prosperano sulle nefandezze del regime nel nome della religione. Quindi che cosa decideranno di fare Trump e Netanyahu? Continueranno ancora a bombardare l’Iran seguendo la strategia usata contro Hamas e che ha ridotto in polvere la striscia di Gaza? Ma l’Iran non è Gaza, a cominciare dalle sue dimensioni e dal numero dei suoi abitanti. Le possibili opzioni non danno garanzie di successo, a iniziare da quella che contempla la trasformazione di una guerra intrapresa con bombardamenti in una invasione da parte di truppe di terra. Impossibile prevedere l’esito di una strategia che replicherebbe il tipo dell’invasione dell’Iraq dove una tirannia è stata sostituita da un regime inaffidabile e che, soprattutto, non ha dato libertà agli iracheni. Oltre a ciò, è difficile supporre che gli israeliani possano sguarnire il loro Paese per associarsi a una guerra di terra in Iran. La Casa Bianca dovrebbe quindi mettere in bilancio enormi costi finanziari e ripercussioni politiche negative per il prevedibile alto numero di morti e feriti fra i soldati statunitensi. È stata avanzata l’ipotesi che a fare il lavoro “sporco” sul terreno possano essere le minoranze curde, nemiche del regime teocratico. Ma una mossa così non si improvvisa, mandando allo sbaraglio molte migliaia di partigiani su un territorio vasto come è l’Iran. Infine, i curdi hanno nella loro memoria ben impresso il numero elevato di tradimenti che i loro sponsor occidentali hanno messo a segno, mandandoli prima all’offensiva e poi sfilandosi quando gli equilibri geopolitici mutavano come il vento che cambia direzione. E sono disposti a essere i protagonisti di questa avventura? È legittimo dubitarne. Restano le bombe, i missili, i droni. Quanto può durare? E quanto senso avrà continuare a sentire i proclami di Trump che chiede la resa degli ayatollah, rivendica il diritto di convalidare la scelta del successore di Khamenei e commisura il Venezuela all’Iran, la cui unica similitudine è essere due nazioni ricche di petrolio? Questa guerra dimostra che le avventure degli Usa in Corea, in Vietnam, a Grenada, a Panama, nel Golfo, in Somalia, in Bosnia, nel Kosovo, in Afganistan, in Iraq, in Libia, non hanno insegnato proprio nulla.

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