Quaresima

Il segno di Lazzaro e la speranza della risurrezione

Nel segno compiuto a Betania, Cristo manifesta il volto di Dio che condivide il dolore umano e chiama ogni uomo alla vita nuova.

20 Mar 2026

di Luana Comma

La V Domenica di Quaresima conduce il credente dentro il mistero più radicale dell’esistenza umana: quello della sofferenza e della morte. Dopo le pagine evangeliche della sete e della cecità — che hanno mostrato l’uomo assetato di senso e bisognoso di luce — il Vangelo di questa domenica (cf. Gv 11,1-45) introduce il dramma della morte attraverso il racconto della risurrezione di Lazzaro. In questa pagina del quarto Vangelo, uno dei segni più grandi compiuti da Gesù Cristo, si rivela non soltanto la potenza del Figlio di Dio, ma anche la profondità del suo amore per l’uomo.

Il racconto si apre e si chiude con un’espressione significativa che ritorna come un ritornello nella narrazione evangelica: «Molti credettero in lui». Già al termine del capitolo precedente del Vangelo di Giovanni, dopo la predicazione di Gesù Cristo, e ancora dopo aver assistito alla risurrezione di Lazzaro, molti giungono alla fede. La visione dei segni compiuti da Cristo suscita stupore e genera adesione. La gente, incontrando la potenza della sua parola e dei suoi gesti, si apre alla fede. Al tempo stesso, questa crescente risposta di fede provoca interrogativi e una progressiva inquietudine nelle autorità religiose, delineando quella tensione che accompagnerà il cammino di Gesù verso il compimento della sua Pasqua.

La fede di quei molti nasce dunque dall’incontro con i segni operati da Cristo. Ma questo interrogativo resta aperto anche per il credente di oggi: da dove nasce la nostra adesione a Gesù? Da quali segni della presenza di Dio nella nostra vita scaturisce la nostra fede? Siamo capaci di riconoscere la grazia che opera e trasforma, oppure lasciamo prevalere il sospetto, l’orgoglio o la chiusura del cuore? L’atteggiamento della folla che crede richiama alla memoria anche le pagine degli Atti degli Apostoli, dove la comunità cresceva grazie alla bellezza della vita fraterna e all’azione dello Spirito nei cuori. È un invito a custodire nella propria esistenza quei segni di vita attraverso i quali la fede può continuamente rinnovarsi.

Il racconto prosegue con una delle espressioni più toccanti dell’intero episodio: «Colui che tu ami è malato». Con queste parole viene annunciata a Gesù la malattia di Lazzaro. Non si pronuncia neppure il suo nome; basta dire che è colui che Gesù ama. In questa espressione affettuosa si intravede una verità che riguarda ogni uomo: colui che Gesù ama è l’umanità stessa. La notizia della malattia diventa così simbolo della condizione umana: ogni uomo, pur amato da Dio, rimane esposto alla sofferenza e al dolore.

Il fatto che Lazzaro, amico del Signore, non sia esonerato dalla malattia introduce una constatazione spesso difficile da accettare: la fede non protegge automaticamente dalla sofferenza. La vicinanza a Dio, la preghiera e una vita spirituale intensa non eliminano il mistero del dolore. Di fronte a questa realtà emergono domande profonde: a cosa serve essere amati da Dio se poi si è colpiti dalla malattia? Come può essere possibile soffrire pur vivendo nella fede?

Queste domande affiorano anche nelle parole di Marta e Maria che, incontrando Gesù, gli dicono entrambe: «Se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto». Nelle loro parole si percepisce la fatica di comprendere il modo di agire di Dio. Gesù appare quasi incomprensibile agli occhi di chi ragiona secondo schemi puramente umani. E tuttavia proprio qui si manifesta la logica divina: Dio interviene anche quando l’uomo pensa che non ci sia più nulla da fare.

Il Vangelo sottolinea inoltre la profonda commozione di Gesù. Davanti al dolore delle sorelle e alla morte dell’amico, egli si turba e piange. Questo gesto rivela con forza che Dio non è indifferente alla sofferenza dell’uomo. Egli partecipa al dolore umano, lo assume e lo condivide. In questo contesto risuonano particolarmente consolanti le parole di Agostino d’Ippona: «Non si perdono mai coloro che si amano, perché possiamo amarli in Colui che non si può perdere». Questa prospettiva apre uno spiraglio di speranza: i legami d’amore non vengono distrutti dalla morte, ma trovano in Dio la loro pienezza.

Il dialogo tra Gesù e Marta conduce poi al cuore della rivelazione: «Chiunque vive e crede in me non morirà in eterno» (cf. Gv 11,26). Marta professa inizialmente la sua fede nella risurrezione finale: «So che risorgerà nell’ultimo giorno». Ma progressivamente giunge a riconoscere che Gesù stesso è il Messia, l’inviato di Dio. La risurrezione non appare più soltanto come un evento futuro, ma come una realtà che prende forma già nella relazione con Cristo.

La fede, tuttavia, non elimina il mistero del dolore né risolve tutte le domande dell’uomo. Essa attraversa dubbi, incomprensioni, silenzi. Eppure resta la chiave che apre alla vita eterna. Credere significa fidarsi di una promessa che supera ciò che possiamo sperimentare con i sensi. In questa prospettiva, si comprende come la fede implichi un affidamento che oltrepassa ogni evidenza immediata: non a caso il filosofo Søren Kierkegaard descriveva il credere come lo stare sull’orlo dell’abisso, ascoltando una voce che invita a gettarsi, nella certezza di essere accolti. È questa la dinamica della fede: un affidamento totale a Dio.

Giunti davanti alla tomba, Gesù pronuncia un comando che racchiude un significato simbolico profondo: «Togliete la pietra». È un invito rivolto non solo ai presenti, ma a ogni uomo. Quella pietra rappresenta tutto ciò che chiude il cuore: la delusione, l’insoddisfazione, l’egoismo, la paura. Rimuovere la pietra significa permettere alla vita di Dio di entrare nelle zone più oscure della nostra esistenza.

Dopo aver pregato il Padre, Gesù grida con voce potente: «Lazzaro, vieni fuori!». È il comando che restituisce la vita. Lazzaro esce dal sepolcro ancora avvolto nelle bende funerarie, e Gesù ordina: «Liberatelo e lasciatelo andare». La risurrezione appare così come un processo di liberazione: togliere le bende, uscire dalle chiusure della morte, ritrovare la propria autenticità davanti a Dio.

Questo segno straordinario non è soltanto un ritorno alla vita biologica, ma un anticipo della Pasqua di Cristo. La tomba che si apre a Betania prefigura il sepolcro vuoto del mattino di Pasqua. Nel Vangelo di Giovanni ogni segno di Gesù nasce da una parola alla quale l’uomo è chiamato a rispondere con fiducia. Così avvenne a Cana di Galilea e così accade davanti alla tomba di Lazzaro.

Il racconto si conclude nuovamente con la fede di molti. L’amore di Gesù per Lazzaro genera vita dove sembrava esserci soltanto morte. È lo stesso amore che continua a operare nella storia, trasformando situazioni di solitudine e disperazione in occasioni di speranza.

Avvicinandosi alla Pasqua, questo Vangelo invita a riconoscere che la vita può sempre rinascere. Occorre però togliere le pietre che chiudono i nostri sepolcri interiori e ascoltare la parola di Cristo che continua a chiamare ciascuno per nome. Solo così diventa possibile rinnovare ogni giorno la professione di fede di Marta: «Sì, o Signore, io credo».

 

* referente della comunicazione Gris (Taranto)

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