Ilva: le parole di mons. Ciro Miniero e le conclusioni di “Dataroom”
Inizia citando l’arcivescovo Miniero il “Dataroom” odierno del “Corriere della sera”, a firma di Michelangelo Borrillo, Milena Gabanelli e Mario Geverini sulla vicenda Ilva, titolato “Ilva di Taranto, la resa dei conti”. “L’arcivescovo di Taranto, Ciro Miniero – scrivono, sintetizzando un po’ drasticamente – lo ha detto senza filtri: dopo tanti sacrifici e nessun risultato tenere aperta quella che fu la più grande acciaieria d’Europa non conviene più”.
Il reportage che i tre giornalisti propongono nella pagina del più diffuso quotidiano nazionale ricostruisce la vicenda dell’impianto, a partire dal 2012, l’anno di svolta che vide l’arresto dei vertici dell’azienda e il sequestro degli impianti per ordine del giudice Todisco. Da allora, si legge, l’impianto siderurgico è costato 4 miliardi allo Stato, che continua finanziarne la sopravvivenza, nella duplice consapevolezza della sua strategicità e degli effetti che una sua chiusura avrebbe non solo sull’industria italiana ma soprattutto sull’occupazione e ancora di più sul costo che il sostegno economico a tutte le maestranze e il risanamento ambientale (il cui costo è per ora calcolato tra i 4 e i 5 miliardi di euro) comporterebbero.
Nel reportage si ricostruiscono tutte le fasi di una gestione partita nel 2012 con il primo commissariamento e poi proseguita inanellando tutta una serie di errori, la cui portate era ampiamente prevedibile già al tempo della loro effettuazione: leggi di scudo penale prima varate poi ritirate; aste pubbliche raffazzonate e affrettate con conseguenti gestioni fallimentari; appendici giudiziarie che riguardano un po’ tutti: gestori vecchi e nuovi, acquirenti, amministratori. E oggi siamo alla resa dei conti. La fretta del governo di liberarsi degli impianti è conseguente sia alla incapacità di gestirli, sia alla carenza di fondi a disposizione per il risanamento (anche quelli destinati alla “transizione” sono stati di fatto annullati). Ma la fretta cozza con due proposte d’acquisto assolutamente inadeguate e prevedibilmente inefficaci. La prima, quella del finanziere americano Flacks è pura teoria economica, poiché la sua impresa a conduzione familiare non ha soldi e pretende che sia lo Stato a prestarglieli, con l’impegno che lui li restituirà. Ma assicura che occuperà, a regime, circa 8.500 dipententi. La seconda, quella dell’indiana Jindal, vuole ridimensionare drasticamente gli impianti e mantenere al lavoro la metà dei dipendenti previsti da Flacks. perché il grosso della produzione d’ acciaio, con forni elettrici, la farà in Oman, dove sta realizzando già un impianto.
Stando così le cose, i tre giornalisti giungono a una conclusione condivisibile, che già tante volte abbiamo caldeggiato, e che è la seguente: “Forse hanno ragione i sindacati quando chiedono di destinare i soldi pubblici alla tutela del lavoro e della salute con l’adeguamento degli impianti, per tornare a produrre in casa, con continuità di gestione, quell’acciaio di cui abbiamo tanto bisogno”.
Di certo la produzione dell’acciaio è redditizia: lo dimostrano le floride imprese italiane e lo dimostravano i capitali enormi accumulati da Riva! Lo Stato più produrlo, a patto che non mantenga boiardi di Stato compromessi e parassiti della politica. I soldi? Non sarebbero un problema, se si pensa che l’inutile e propagandistico ponte sulla Stretto costerebbe quattro volte di più che rifare gli stabilimenti!




