La pace che nasce dalle ferite: la misericordia del Risorto nella Domenica in Albis
Nel ritmo dell’ottava pasquale, la seconda domenica — tradizionalmente detta in Albis e oggi riconosciuta anche come Domenica della Divina Misericordia — introduce il credente in una comprensione più profonda dell’evento pasquale. Il dato evangelico, tratto dal Vangelo di Giovanni, non si limita a narrare un’apparizione del Risorto, ma consegna alla Chiesa una chiave decisiva: la Pasqua si manifesta come dono di pace che sgorga da un corpo ferito. Tale annuncio, lungi dall’essere confinato a un orizzonte puramente liturgico o devozionale, si rivela di stringente attualità in un tempo segnato da crisi diffuse e da conflitti che attraversano i popoli e le nazioni: proprio mentre la storia sembra contraddirne la possibilità, la pace del Risorto si offre come parola che interpella e dischiude un oltre.
Il racconto, infatti, non si apre con l’entusiasmo dei discepoli, ma con la loro paura. Essi sono rinchiusi, «a porte chiuse», prigionieri di un turbamento che la morte di Gesù Cristo non ha ancora dissipato. È dentro questa condizione esistenziale, segnata da smarrimento e disillusione, che il Risorto si rende presente. E la sua prima parola — «Pace a voi» — non è un semplice saluto, ma un atto creatore: inaugura uno spazio nuovo dentro la storia ferita dell’uomo.
Questa pace, tuttavia, non coincide con l’assenza di conflitti. Al contrario, essa si offre proprio mentre le ferite sono ancora aperte, mentre la memoria della Passione è viva e dolorosa. In questa luce, il Vangelo apre uno sguardo decisivo: la pace pasquale non cancella la storia. Non si tratta di un equilibrio fragile o di una tregua momentanea, bensì di una condizione nuova che può essere accolta anche nel cuore delle contraddizioni.
Dentro questa prospettiva si comprende il gesto, tanto concreto quanto simbolico, con cui il Risorto mostra ai discepoli le mani e il costato. Le ferite non sono cancellate: esse rimangono, ma non sono più segni di sconfitta. Diventano, piuttosto, il luogo della rivelazione. Come aveva già intuito il profeta nel Libro di Isaia, «dalle sue piaghe siamo stati guariti» (Is 53,5). La misericordia di Dio non si sottrae al dolore, ma lo prende su di sé e lo apre alla vita piena.
È a partire da questa esperienza che si radica il dono dello Spirito, intimamente connesso all’annuncio della pace: «Ricevete lo Spirito Santo». La pace del Risorto, dunque, non è un bene da custodire gelosamente nel proprio cuore, ma una realtà viva che si traduce in missione. Il compito affidato ai discepoli — rimettere i peccati — indica con chiarezza che la misericordia ricevuta deve diventare misericordia donata. Non vi è autentica pace senza perdono, perché è il perdono a interrompere la catena del male e a dischiudere possibilità nuove.
In questa luce, la figura di Tommaso assume un valore paradigmatico. Egli non è semplicemente colui che dubita, ma rappresenta il credente chiamato a un cammino personale, non delegabile. La sua assenza nella prima apparizione e la sua esigenza di “vedere e toccare” rivelano una tensione che attraversa ogni esperienza di fede: il desiderio di una evidenza che rassicuri. E tuttavia, l’incontro con il Risorto lo conduce oltre questa esigenza. Non a caso, il testo non descrive il contatto, ma conduce immediatamente alla confessione di fede: «Mio Signore e mio Dio».
“Toccare le ferite”, allora, significa entrare, nello Spirito, in una rilettura pasquale della realtà: riconoscere che ciò che appariva come fallimento si rivela compimento, e che la croce — lungi dall’essere smentita — è il luogo in cui l’amore giunge fino alla fine (cfr. Gv 19,30). Così, anche il corpo trafitto del Crocifisso si manifesta come sorgente di vita: dal suo costato sgorgano sangue e acqua (cfr. Gv 19,34), segni di un dono totale che rigenera l’uomo e inaugura una creazione nuova.
Questa esperienza non rimane confinata nella coscienza individuale, ma si apre inevitabilmente alla dimensione delle relazioni e della storia. In un tempo in cui la violenza attraversa i popoli e le culture, il Vangelo non propone scorciatoie né letture ideologiche, ma indica una via esigente: riconoscere nell’altro non soltanto un avversario, ma un fratello. È una prospettiva che affonda le sue radici nella rivelazione biblica, sin dalle pagine di Genesi, dove il dramma della violenza fraterna manifesta la profondità della ferita umana.
Ed è in questo scenario che la misericordia inaugura uno spazio nuovo. Lungi dal negare la giustizia, la varca, introducendo la logica del dono. Il perdono, in questo senso, appare come atto radicale: non semplice risposta a una richiesta, ma iniziativa libera che spezza la reciprocità negativa del male. Come Gesù sulla croce — «Padre, perdona loro» (Lc 23,34) — così il discepolo è chiamato a entrare in questa dinamica, lasciandosi trasformare interiormente.
Non si può diventare operatori di pace senza aver fatto esperienza della misericordia. Solo chi ha attraversato le proprie ferite, riconciliandosi con la propria storia, può aprirsi davvero all’altro. La pace, prima di essere costruzione esterna, è evento interiore: nasce nel cuore e si irradia nelle relazioni.
La Domenica in Albis consegna alla Chiesa una verità essenziale del mistero pasquale: la misericordia non è un attributo secondario di Dio, ma il suo volto più autentico, rivelato nel Crocifisso-Risorto. La pace che egli dona non è evasione dalla storia, ma possibilità nuova dentro la storia.
E così, la parola del Risorto continua a risuonare anche oggi, dentro le nostre paure e le nostre ferite: «Pace a voi». Siamo disposti ad accoglierla non come un ideale lontano, ma come un dono che chiede di diventare vita? E lasciamo davvero che la misericordia ricevuta trasformi il nostro modo di guardare gli altri, soprattutto là dove il conflitto sembra avere l’ultima parola?
* referente della comunicazione Gris (Taranto)




